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26 marzo 2020

Michal Rusinek su Wislawa Szymborska



Michal Rusinek, stravagante e sfaccettata personalità, è stato per più di quindici anni il segretario di Wislawa Szymborska. Ventiquattrenne neolaureato si presentò in casa della poetessa per l’incarico. Il colloquio si svolse in maniera molto bizzarra. Dicendosi esasperata dal telefono che squillava in continuazione, anche di notte, Rusinek risolse il problema semplicemente tagliando il filo con un paio di forbici. La Szymborska, confusa ma anche attratta da quella franca risolutezza, lo volle subito con sé. Da poco insignita del premio Nobel, aveva bisogno d’aiuto. Piuttosto schiva di carattere, si trovò d’improvviso sotto i riflettori, sommersa da una mole inattesa di corrispondenza, manoscritti, solleciti di ogni genere, inviti a presenziare a cerimonie ed eventi. 
Il giovane è stato un prezioso collaboratore di quell’intenso periodo sempre al centro dell’attenzione, ma anche un discreto custode di memorie. Dai suoi ricordi emerge il bisogno di solitudine come tratto ricorrente nell’esistenza della letterata, il modo in cui nascevano le sue poesie («Sosteneva che l’utensile più importante nella casa di un poeta fosse il cestino della cartastraccia») e quello in cui creava i suoi collage. Di notevole richiamo anche i complessi rapporti con l’altro grande Nobel polacco, Czesław Miłosz, profondo studioso della cultura mitteleuropea e della tradizione poetica del suo paese, oltre al racconto dei rituali della scrittura e di quelli, altrettanto minuziosi e sui generis, che precedevano qualunque spostamento.

(Di Claudia Ciardi)


Il libro di Michal Rusinek, Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere del quotidiano cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio “stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c'è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.



Il giorno dopo - senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte 
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente 
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi 
continuerà ad essere utile lombrello. 

Wislawa Szymborska

(Testo selezionato da Rita Bompadre)

Edizione consultata:

Michal Rusinek, Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi Edizioni, 2019
 

31 luglio 2018

Czeslaw Milosz - La testimonianza della poesia



Di origini lituane, Czeslaw Milosz (1911-2004) ha scritto e si è sempre espresso in polacco, la lingua del paese che durante la sua infanzia comandava sul Baltico, in senso politico e culturale. Il saggio La testimonianza della poesia raccoglie le lezioni tenute all’università di Harvard, in questo caso in lingua inglese, all’indomani del Nobel per la letteratura ricevuto nel 1980. Si tratta di una serie di riflessioni che incrociano le fasi salienti della storia europea tra le due guerre mondiali cui si lega il destino stesso della poesia, pendolo meraviglioso oscillante su gorghi e naufragi.
È anche l’occasione per l’autore di tornare alle radici, della propria lingua, dei suoi cantori, del dissidio oriente-occidente, fatto di distanze ma pure di travasi, dal classicismo al rinascimento, alla cultura francese ottocentesca adottata dall’aristocrazia russa. In questa lunga esplorazione per epoche, luoghi e nomi della frontiera mitteleuropea affacciata a oriente, Milosz rileva la frattura che attraversa il poeta del Novecento in rapporto alla comunità umana. A differenza del romanticismo, quando il legame era ancora forte, l’avvento dell’idea di progresso nella seconda metà del secolo, sostenuto dall’ottimismo fideistico nelle scienze e, di contro, responsabile di un arretramento dell’immaginazione, soccombente alla misura razionale che riempie ogni spazio del vivere, generatrice di una coppia di opposti spartita fra esattezza e sogno, causa il distacco definitivo della poesia dalla cosiddetta grande anima popolare. Il poeta non sente più come una necessità la rappresentazione di un’esperienza condivisa, il suo intento non è più portare alla luce qualcosa in grado di entrare in sintonia coi suoi simili, ma dilegua, si chiude in un individualismo autoreferenziale e malato. Crede infatti – agisca per protesta o per convinzione elitaria – che l’arte debba parlare da sé, svincolata da un mondo che si è fatto fosco, violento e indecifrabile. Un secessus mundi in piena regola nella vana speranza che  allontanarsi equivalga a salvarsi.
Milosz ci spiega che è questa una fuga effimera, riflesso peraltro di un rapporto con la cultura che è divenuto troppo funzionale, freddamente e meccanicamente, ai dettami della società. Fin dai programmi scolastici si assiste a un incasellamento delle attitudini del bambino, cui si sommano le aspettative degli adulti, che spesso soffocano le sue reali potenzialità con effetti deleteri per tutti, se di nuovo vogliamo pensare in chiave collettiva e non solipsistica. Un avvocato che voleva esser falegname, e magari mettere su una ditta, insomma fare l’artigiano, può darsi che sia diventato ugualmente un bravo professionista come può essere di no. In quel caso affronterà tante frustrazioni, che peraltro non gioveranno a tutti coloro che avranno a che fare con lui. E questo esempio non va interpretato nel senso della tipica dicotomia attività d’intelletto o manuali, perché anzi nella società sempre più complessa in cui ci troviamo son cose ormai destinate a intersecarsi in modo crescente. Va assunto nel suo portato psicologico. Sterminare una sensibilità e costringerla in un’altra direzione non è un atto privo di conseguenze.
È così che Milosz ci ricorda il potere dell’immaginazione, non misurabile secondo regole scientifiche, ma forza creatrice immanente al tutto, sostanza millenaria dell’avventura umana che non può essere imbrigliata, ignorata né ridotta a un esercizio solitario di pochi. Perché questa corrente immaginifica e per certi versi visionaria scorra è infatti necessario tenere l’orecchio attaccato alla terra e a quelli che ci camminano. Non è un caso che all’inizio della dissertazione parli di una credenza popolare. Da giovane uccise una serpe d’acqua, animale depositario di una sacralità unanimemente riconosciuta dalle sue parti, e ammette di essersi trascinato per molto tempo il senso di colpa originato dall’aver tradito un culto pagano, cui riconosce una capacità di condizionarlo in profondo, perfino più dell’educazione cattolica, che pure è stata preminente nella sua vita. Ciò serve a dimostrare la stratificazione che compone i nostri immaginari e dunque quella potenza mai completamente enunciabile che nutre il dettato poetico.
La storia europea del primo Novecento, che particolarmente per la Polonia e i paesi che da lei dipendono irrompe sotto l’aspetto di un regno di rovine e annientamento, diviene un banco di prova per i letterati, spinti dal bisogno di restituire un significato a una realtà in fuga, attorta e quasi astratta in conseguenza del suo sconfinato sovvertimento. Si tratta di elaborare l’esperienza, una dura impronunciabile esperienza, e un’intera generazione di poeti e scrittori polacchi fa proprio questo, non senza mettere in discussione la cultura occidentale e le sue strutture, ritenute responsabili di aver generato il catastrofico inganno che ha preso le sembianze della guerra.
Nella letteratura la poesia soprattutto, per una capacità quasi divinatoria che ne è elemento sostanziale, ha il compito di farsi ponte e allo stesso tempo gettare uno sguardo al di là, non chiudersi in se stessa ma indicare altre sponde, dare un segnale di vita, anche nella distruzione. «Lo stato della poesia in una determinata epoca può dunque testimoniare il dinamismo o il prosciugamento delle sorgenti vitali di una civiltà. […] L’atto poetico cambia a seconda di quanta realtà la coscienza del poeta abbraccia come sfondo. Nel nostro secolo lo sfondo è dato, secondo me, dalla fragilità di tutto ciò che chiamiamo civiltà o cultura. Quello che ci circonda, qui, ora, non è più garantito. Potrebbe scomparire: e l’uomo costruirebbe la poesia con i resti rinvenuti tra le rovine».
Messaggio di perseveranza e fedeltà al grande sogno umano, a patto che non venga meno la sensazione di condividere le sorti di un organismo unico e di abbandonarsi al suo respiro colmo di tutte le epoche del mondo.   

(Di Claudia Ciardi)


Edizione:

Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia. Sei lezioni sulle vulnerabilità del Novecento, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, 2013


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Francofonia - Sokurov

Poeti russi oggi (a cura di Annelisa Alleva)


9 giugno 2017

Calderón de la Barca - La vita è sogno




Goya - Los Caprichos


Calderón de la Barca, personalità eclettica e geniale in quel mirabolante barocco spagnolo delle arti assediato da rovesci e disastri sociali di ogni ordine e grado, scrisse La vita è sogno con intento monitorio, forse vagamente ma molto vagamente rassicurante, nel 1635. Il dramma, destinato al nobile spettatore del Palazzo Reale di Madrid, riflette i tanti conflitti che sbandavano allora il paese. La mancanza di investimenti produttivi, i costi esorbitanti della monarchia e della politica di palazzo ingessata dai vetusti protocolli asburgici, avevano finito per creare una situazione d’allarme nei conti pubblici. Il mercato fibrillava, governato dalla volubilità di interessi extranazionali che nel giro d’un giorno crollavano senza appello, mentre le continue svalutazioni, attuate nel vano tentativo di risanare le finanze erodevano i capitali privati. In questo impoverimento generale, in cui il quadro politico si presentava senza spunti gettando semi a casaccio, contribuendo semmai al naufragio, nell’assoluta incapacità di innovare davvero le architetture più deboli e superate del sistema, s’inserisce la colta dialettica teatrale di de la Barca. E per chi legge ora il suo fraseggio a tratti svolazzante nella ricerca di continui doppi sensi, provocatorio nell’esternazione dei capovolgimenti di sorte e dei destini incrociati che ci scorrono sotto gli occhi, tutto questo modo di procedere insomma può risultare perfino stucchevole, addirittura pretenzioso.
Suo intento è la strenua difesa della cultura contro le pulsioni di natura non disciplinate da una giusta regola di vita che preveda l’accettazione dei propri simili e l’integrazione in mezzo a loro. La storia è quella di un giovane principe infelice, tale Sigismondo, che a causa di un cattivo oroscopo interpretato con eccesso di rigore dal padre, viene giudicato inadatto al futuro incarico di regnante e per questo rinchiuso nella torre dei prigionieri, dove cresce solo e selvatico. 
C’è da chiedersi se de la Barca creda fino in fondo alla sua lezione moralizzatrice. Leggendo tra le righe, quando con appassionata tenerezza descrive l’abbrutimento in cui per egoismo e malignità dei suoi Sigismondo è stato gettato, caratterialmente un Filottete o un Oreste moderno in una lettura parallela col teatro antico, l’impressione che se ne ricava è di una difesa in punta di penna. Insisto anzi nel dire che queste parti sono le più toccanti, quando il figlio si scaglia contro il padre accusandolo della sua brutalità ma al contempo lasciando che a parlare, al di là della sua irruenza, sia il tormento degli anni scivolati via tra dolore e miseria. In tal senso anche la graduale assimilazione di Sigismondo nella sfera della cultura a scapito dell’isolamento di natura, appare se vogliamo più problematica di quel che si può pensare all’inizio. Il giovane erede al trono alla fine consolida le sue virtù perché queste erano già in lui, la sua nobiltà d’animo preesisteva alla sua condizione di abietto. E si può dunque pensare che pure l’esser stato confinato fuori dalla società, l’esistenza in un assoluto di natura che ha precluso il legame con gli altri, non si sarebbe determinato come elemento auto deflagrante se non in quanto esacerbato dalla cattività.
Insomma la moralizzazione dello scrittore appare temperata da aspetti strutturali che l’evolvere della trama porta con sé. È certo che quel che gli preme sia comporre il conflitto messo in scena e ciò non può che avvenire con il riconoscimento ufficiale di Sigismondo, la sua partecipazione al costume cortigiano, che poi coincide con quello dei contemporanei dell’autore. Che per Calderón de la Barca il messaggio edificante non fosse però chiamato in alcun modo a oscurare il costrutto letterario, inteso come rifugio, come ultimo baluardo di resistenza alle intemperie del mondo lo dimostrano la scelta del motivo di fondo e del luogo. Tutto accade alla corte di una Polonia immaginaria di cui non scorgiamo quasi nulla tranne qualche angolo tra vette, dirupi vertiginosi, boschi impenetrabili, una torre per i condannati e una reggia fisicamente e simbolicamente speculare ad essa. In questa particolarissima cornice incline al sogno, il motore principale del racconto non poteva che essere la costante incertezza tra sonno e veglia che sembra assediare la vita umana. Tema orientale per eccellenza, dalla filosofia cinese a Le mille e una notte, de la Barca esaspera qui il senso di labilità che si accompagna ai gesti e alle umane sensazioni, trascinando il lettore sulle sabbie chiare di un mare immobile che nel migliore dei miraggi finisce per scomparire ma che magari è servito per qualche attimo a riposare.


(Di Claudia Ciardi)  



Edizione consigliata:
Calderón de la Barca, La vita è sogno, a cura di Cesare Acutis, traduzione di Antonio Gasparetti, Einaudi, 1980 (ristampe)       
   









14 maggio 2017

Ernst Friedrich - Guerra alla guerra



Anarchico, pacifista, Ernst Friedrich fece della denuncia degli orrori scaturiti dalla prima guerra mondiale una ragione di vita. La sua pubblicazione, Guerra alla guerra, è una raccolta fotografica che tutt’oggi costituisce un unicum nel suo genere per la quantità dei materiali e il significato che questi numerosi scatti dai campi di battaglia assumono negli accostamenti voluti da Friedrich. Suo intento smascherare l’ipocrisia borghese, la sistematica menzogna, la violenza militarista di cui erano intrise le società europee di fine Ottocento. Tali aspetti non potevano che deflagrare in uno scontro immane destinato a cambiare il vecchio continente almeno su tre livelli: quello etnico, perché le popolazioni soffrirono perdite elevatissime e ripetuti sradicamenti dai territori dorigine, quello politico con il crollo degli imperi, e in conseguenza quello geografico, perché le nazioni videro mutare le loro frontiere. 
Nato a Wroclaw (Polonia) nel 1894 in una famiglia della piccola borghesia, Friedrich fin da giovane frequentò i movimenti operai. Poco prima della guerra riuscì a coronare il sogno di fare l’attore, recitando in diversi ruoli importanti al regio teatro prussiano di Potsdam. All’indomani dello scoppio del conflitto, essendosi rifiutato di andare al fronte, venne internato fino al 1918, quindi liberato dai rivoluzionari spartachisti alla cui causa decise di unirsi. Naufragato anche questo progetto, con lassassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, riparò a Berlino, dove si occupò di organizzare i gruppi pacifisti chiamati “Freie Jugend”. Proprio in uno di questi raduni Friedrich inaugurò la prima “Mostra d’arte dei lavoratori”, esposizione fortemente connotata dall’impegno sociale e il rispetto dei diritti dei ceti più poveri, in cui trovarono spazio opere di Käthe Kollwitz, Georg Grosz, Otto Dix e Marc Chagall.

Nel 1921 diede alle stampe l’opera Asilo proletario, manuale di cultura pacifista adottato dalle scuole del tempo nella speranza che formando le nuove generazioni al rifiuto della violenza bellica si sarebbero potute evitare altre tragedie. La storia andò diversamente. A neppure vent’anni di distanza il grande inganno fu di nuovo venduto ai popoli d’Europa che vi caddero dentro quasi senza alcuna presa di coscienza del recente passato.
Al ’24 risale il lavoro più importante di Friedrich, Guerra alla guerra, diventato in breve tempo un bestseller, tanto che l’anno successivo l’autore, prendendo spunto dalle serie fotografiche qui riprodotte, decise di creare un museo a tema proprio nel centro di Berlino, luogo in cui i disagi derivanti dal conflitto continuavano a farsi sentire in maniera ancor più grave che nel resto della Germania. Si pensi al problema rappresentato dai reduci, dagli invalidi, dalle vedove di guerra: se si considera l’impatto sulla società di queste migliaia di drammi ci facciamo un’idea del disastro che si andava consumando. Il celebre romanzo di Joseph Roth, La ribellione, è interamente incentrato sul trauma psicologico che affligge un reduce invalido il quale, tornando in patria, crede di essere portato in trionfo, mentre la realtà gli presenta un conto molto amaro: uno dei capolavori assoluti scaturiti dal primo dopoguerra. Quello che tende a sfuggirci fin troppo spesso è che una guerra non finisce mai nel momento in cui cessano le ostilità. Un paese che ha sopportato sul suo territorio una simile tragedia impiegherà decenni per riprendersi, per curare le ferite derivate dal suo impoverimento materiale e umano; è come un muro a cui vengono scalzate le fondamenta. Occorrerà un paziente lavoro di recupero, e se i danni sono irreparabili andrà ricostruito.
Come è ben immaginabile l’Internationales Anti-Kriegs-Museum fu soppresso dai nazisti e i suoi locali trasformati in luogo di tortura per prigionieri politici. Fuggito dalla Germania, Friedrich proseguì la sua attività in Belgio, riparando poi a Parigi nel secondo dopoguerra, dove si occupò attivamente della riconciliazione franco-tedesca.
Oggi, grazie all’impegno del nipote, il suo museo rivive a Berlino in Brusseler-Str. 21.

Mi sono imbattuta nell’opera di Ernst Friedrich durante la mia permanenza a Moena, visitando il polo Navalge, dov’erano presenti alcune riproduzioni di Guerra alla guerra. Si tratta di un allestimento ben curato che permette di avvicinare al meglio il lavoro di questo fotografo tedesco (visitabile fino a ottobre 2017).
Nel 1972 John Berger in un celebre saggio sulle fotografie di guerra, in Italia raccolto nel volume Contro i nuovi tiranni (Neri Pozza), s’interrogava sullo scopo di tali documenti e su come mai, nelle tragiche fasi del conflitto vietnamita, non avessero un impatto più dirompente nell’opinione pubblica. Secondo Berger foto di questo tipo, pubblicate sui maggiori quotidiani dell’epoca, avrebbero dovuto innescare un immediato moto collettivo di protesta, molto più ampio e trasversale di quello che si vide in seguito. Ecco cosa dice al riguardo: «Da circa un anno è diventato un fatto normale, per certi giornali a grande diffusione, pubblicare fotografie di guerra che qualche tempo fa sarebbero state censurate, perché ritenute troppo scioccanti. […] I giornali oggi pubblicano foto di guerra cariche di violenza perché il loro effetto, salvo rari casi, non è quello che una volta ci si aspettava. […] La macchina fotografica che isola un momento di agonia lo fa con la stessa violenza con cui l’esperienza di quel momento isola se stessa. La parola “scatto” usata per armi e macchine fotografiche, rispecchiava una corrispondenza che non si limita al semplice aspetto meccanico».
Perché, dunque, la reazione dei lettori non è quella aspettata? Perché il senso di rifiuto per quella violenza cieca non dura che qualche breve momento nella nostra giornata? Si potrebbe dire lo stesso, forse, degli orrori nei Balcani o più di recente per la guerra in Ucraina (irresponsabilmente fomentata da una parte della dirigenza occidentale e poi occultata) o per la Siria. Secondo Berger ciò si deve al fatto che il documento fotografico così divulgato punta il dito troppo genericamente sulle vere cause che stanno dietro al conflitto denunciato attraverso l’immagine. Tanto più che molti dei giornali che pubblicano simili materiali hanno avuto e hanno interessi in comune con quelle medesime dirigenze che preparano la guerra.
Ci sfuggono quindi le ragioni politiche, le convenienze più o meno nascoste, i coinvolgimenti del potere a vario livello, e così la denuncia si smorza e perde d’efficacia. Un tema su cui vale senz’altro la pena continuare a riflettere. Se si sfoglia il testo di Friedrich, la denuncia ha un preciso valore politico. Si dice Guglielmo II, le élites capitaliste, perfino la chiesa che manda i propri officianti a benedire i soldati e tradisce il vangelo che predica pace (ma non mancano scatti di preti impiccati perché appunto non hanno tradito e si sono tirati fuori dalla violenza); in quest’opera si mostra al popolo che viene mandato al fronte l’assoluto disprezzo dei capi che ne sfruttano il sacrificio  le immagini degli ufficiali in alta uniforme che sorseggiano tranquilli e beati il loro tè in veranda è emblematica.   
Qui la denuncia ha nomi e volti, e sebbene nei fatti Friedrich non sia riuscito a smuovere le coscienze per evitare il ripetersi della carneficina – ma come avrebbe potuto un uomo solo nella Germania di allora? – la sua è stata un’azione assai più efficace e intellettualmente più onesta e coerente di altre.


(Di Claudia Ciardi) 


    
    I facili e per certi versi isterici entusiasmi dell'agosto 1914



Papà in posa eroica per una rivista



Papà ritrovato due giorni dopo



Guglielmo II al fronte - la passerella in legno apparentemente serve per proteggersi dal fango, in realtà è per non affondare gli stivali nel sangue che impregna il terreno




Fosse comuni



Fosse comuni



Impiccagioni per tradimento
*Così si legge nella nota di Ernst Friedrich: «Durante la Grande Guerra nell'esercito austriaco migliaia di uomini sono stati condannati all'impiccagione. Nel solo esercito del granduca Ferdinando sono state erette 11.400 forche (sarebbero 36.000 secondo un'altra statistica)» 



Ernst Friedrich arringa la folla sulla Siegesallee di Berlino, incitando i soldati a ribellarsi



Edizione di riferimento:

Ernst Friedrich, Guerra alla guerra, 1914-1918: scene di orrore quotidiano, prefazione di Gino Strada, Einaudi, 2004  



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10 dicembre 2014

Estanislao Pryiemski – Un polacco in Mato Grosso


Pre-war Warsaw

La storia di Pryiemski, viaggiatore, naturalista, esploratore, ma soprattutto personalità eccentrica, si può leggere in uno di quei libri che fino a qualche anno fa – nel caso di cui si parla la pubblicazione risale agli anni Novanta – ingrossavano collane tirate su in fretta, dove una bella foto di copertina cercava di farsi perdonare la mancanza di pregi letterari. Adesso non è raro incontrarne ciò che resta sui banchi di mercatini itineranti o tra le scaffalature di botteghe dell’usato, ed è in un posto così che mi è venuta tra le mani l’avventura di quest’uomo insolito, spirito essenzialmente solitario, posseduto fin da giovanissimo dal desiderio di uscire dal vecchio continente per vivere più vicino alla natura, in luoghi non ancora aggrediti dalla legge del profitto.
Questo ambiente lo ha trovato in Mato Grosso, raggiunto nel 1924 quando si decise a lasciare la Polonia. Aveva allora trentadue anni e non senza incappare nella disapprovazione dei genitori voltò le spalle a un futuro di amministratore delle proprie terre. C’è da chiedersi però se la scelta di Pryiemski, alla luce dei rovesci che coinvolsero la Polonia nel ventennio successivo, non si sia rivelata in qualche misura opportuna. È probabile che con l’invasione dei nazisti difficilmente avrebbe preservato intatti i suoi beni e una posizione di relativa agiatezza. Ad ogni modo non è dato sapere nulla sulle sorti dei suoi familiari, sulla vita che costoro seguitarono a fare a Varsavia, luogo delle loro origini, e nell’antica fattoria dove Estanislao trascorse le vacanze estive fin dall’infanzia. Il libro ho voluto leggerlo per questa strana commistione di eventi in cui un polacco di Varsavia, ancora giovane e con un avvenire assicurato dai suoi possedimenti, abbandona tutto per andare dall’altra parte del mondo, in un territorio quasi impenetrabile, il Pantanal, tagliato fuori dalle normali vie d’accesso e di comunicazione con cui siamo abituati a figurarci lo spazio del vivere. Dico la verità, speravo di reperire più notizie biografiche, soprattutto che fosse chiarito quel salto interiore all’apparenza assurdo e privo di coerenza che dal cuore dell’Europa ha fatto abbracciare all’autore un’esistenza precaria e molto grama sul piano delle risorse.
Tranne alcuni incarichi ufficiali, e comunque saltuari, presso il Museo Nazionale di Rio de Janeiro, infatti, Pryiemski ha vissuto alla giornata, praticando i suoi studi in proprio, oggi si direbbe da freelance, accanto ad attività di puro sostentamento, quali la caccia e la pesca, passando lunghi periodi insieme agli ultimi indios guatos che gli hanno sempre riservato un’ospitalità generosa.  
Di Pryiemski non esistono praticamente immagini, tranne un ritratto in seppia, riprodotto in quarta di copertina, accanto a un ema, lo struzzo dell’Amazzonia. È una foto nella quale appare ancora piuttosto giovane, certamente lontana dall’incontro con Gino Ballabio, l’italiano che andò a raggiungerlo a Campo Grande nella primavera del 1981. A più di duemila chilometri da Rio de Janeiro e dodici ore di treno surreale in mezzo al cosiddetto Mar do Xaraes, uno dei tanti nomi dati nel tempo al Pantanal, Ballabio si trovò davanti un ottantanovenne provato dalle febbri, sebbene ancora lucido e pieno di entusiasmo per i suoi progetti. Voleva continuare a scrivere, classificare animali e piante, salvare le voci della foresta. Questo anzi era stato da sempre uno degli obiettivi principali delle sue escursioni. Dalla Polonia aveva portato con sé un armamentario di imbuti cattura-suoni, registratori a piste, magnetofoni, apparecchi che ne solleticarono l’interesse a partire dai primi viaggi attraverso il continente europeo, quando era studente di agronomia applicata a Bruxelles. Anche di tale periodo si sa poco o nulla, non trovandosene traccia in annotazioni diaristiche o d’altro tipo, né Pryiemski vi indugia nel suo libro che potremmo definire di congedo, essendo il frutto di una testimonianza suscitata dall’incontro con Ballabio, nell’ultimissimo scorcio della propria avventura. Si può arguire che simili attrezzi e il progetto di catturare la voce della foresta, fossero il retaggio del suo personale confronto con le avanguardie europee del primo Novecento dove, tra le altre cose, si dette libero sfogo ai più vari e bizzarri esperimenti musicali. 
Immaginarlo in canoa, mentre scivola su fiumi in piena, in cerca di posizioni d’ascolto favorevoli, pare ben strano. E tuttavia, in questo conciso resoconto, la sua devozione per le voci della natura emerge con estremo vigore. È anzi il tratto distintivo di un carattere pervaso dall’attaccamento a un posto fragilissimo, i cui equilibri sono inesorabilmente minacciati. Proprio le notti divengono i momenti più vicini a quella rivelazione che Pryiemski sembra aver cercato nel corso della vita. Il Pantanal si fa allora centro di una solitudine sterminata ma anche di assoluta perfezione. Ornitologo colto e appassionato, le pagine più commosse le riserva all’osservazione e al canto degli uccelli amazzonici. Questi passi contengono perfino lampi di poesia. 
Restiamo dunque affascinati e confusi dal volo di gruppo della grande cicogna jaburè, dalle lunghe file di cormorani che sorvolano gli acquitrini, dagli stormi di anù che nelle prime ore dei pomeriggi assolati si cimentano in fragorosi concerti, dalla spietatezza dell’urubu nero, l’avvoltoio che si scaglia sulla vittima per finirla, dalla voce presaga della gallinella dei pantani, la saracura, che col suo nome di vaghe assonanze giapponesi si mette a cantare poco prima che inizi a piovere; e poi ancora l’anhuma, la chimera notturna il cui verso rimbalza lontano nell’oscurità, i neri cormorani appollaiati sugli alberi sbiancati dal guano, i biguasciri, di nuovo una parola che sa d’oriente, con cui i brasiliani si riferiscono a questi singolari posatoi d’uccelli. Scene di un aldilà orfico.
Ma vi è un ricordo che più di altri scopre i contorni dell’inconsueta sensibilità dell’autore. Un giorno, nella capanna di una famiglia india, due anatre si levano all’improvviso dal fiume e la bambina in braccio alla madre, tendendo le mani verso gli animali, dice in un soffio: «Mamma due anatre». Su uomini e cose scende l’armonia di chi ha appena afferrato un segreto. Pryiemski registra l’episodio come unico e irripetibile, l’attimo di una verità sciamanica. 
Sul rapporto con gli indios si sofferma non poco. Uomini disperatamente aggrappati a uno stile di vita messo in discussione, sopravvissuti ma non per molto ancora, ripete con sconforto quel bizzarro amico straniero, che ha deciso di condividere con loro cibo e sorte. Suo amico fraterno, l’indio Toenaro, è stato per lui una guida fedele, spalla, scorta, complice, maestro.
Non mancano infine delle sagge stilettate contro l’espansione demografica. Un problema di cui gli occidentali parlano con sconvolgente ipocrisia. Anzi, a essere precisi non ne parlano. È questo infatti un argomento tabù, perché l’essere umano nelle società considerate progredite è prima di tutto un consumatore, quindi serve virtualmente a mantenere elevata la domanda di beni – ma nel mondo globale nessuno è fuori dal meccanismo. Non ci viene mai in mente che le risorse di cui disponiamo sono limitate, e la terra non può reggere un aumento di popolazione più che esponenziale. Il vero attaccamento alla vita lo si dimostra con meno falsità su questi argomenti. Se la vita la vogliamo preservare davvero, insieme all’ambiente che la ospita – e non si tratta di due cose separate, come troppo spesso si lascia intendere – bisogna imparare a parlarne in maniera un po’ più svincolata da certi dogmi. Di quale benedizione dovrebbe trattarsi, se un bambino si affaccia in un mondo sfruttato, depredato, sovvertito, annientato?
Pryiemski ha il coraggio di porre queste domande a viso aperto e con estrema semplicità. Un punto di vista che in genere si riscontra in coloro che hanno sperimentato cosa significa vivere in natura, faticare per procurarsi il necessario, sapere che si può contare sulle proprie forze e poco altro. Una lezione che noi, inguaribili geocentrici veterocontinentali, abbiamo completamente smarrito.

(Di Claudia Ciardi)  


Estanislao Pryiemski
Le voci del Pantanal
A cura d Gino Ballabio
Piemme, 1998



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