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26 marzo 2020

Michal Rusinek su Wislawa Szymborska



Michal Rusinek, stravagante e sfaccettata personalità, è stato per più di quindici anni il segretario di Wislawa Szymborska. Ventiquattrenne neolaureato si presentò in casa della poetessa per l’incarico. Il colloquio si svolse in maniera molto bizzarra. Dicendosi esasperata dal telefono che squillava in continuazione, anche di notte, Rusinek risolse il problema semplicemente tagliando il filo con un paio di forbici. La Szymborska, confusa ma anche attratta da quella franca risolutezza, lo volle subito con sé. Da poco insignita del premio Nobel, aveva bisogno d’aiuto. Piuttosto schiva di carattere, si trovò d’improvviso sotto i riflettori, sommersa da una mole inattesa di corrispondenza, manoscritti, solleciti di ogni genere, inviti a presenziare a cerimonie ed eventi. 
Il giovane è stato un prezioso collaboratore di quell’intenso periodo sempre al centro dell’attenzione, ma anche un discreto custode di memorie. Dai suoi ricordi emerge il bisogno di solitudine come tratto ricorrente nell’esistenza della letterata, il modo in cui nascevano le sue poesie («Sosteneva che l’utensile più importante nella casa di un poeta fosse il cestino della cartastraccia») e quello in cui creava i suoi collage. Di notevole richiamo anche i complessi rapporti con l’altro grande Nobel polacco, Czesław Miłosz, profondo studioso della cultura mitteleuropea e della tradizione poetica del suo paese, oltre al racconto dei rituali della scrittura e di quelli, altrettanto minuziosi e sui generis, che precedevano qualunque spostamento.

(Di Claudia Ciardi)


Il libro di Michal Rusinek, Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere del quotidiano cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio “stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c'è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.



Il giorno dopo - senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte 
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente 
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi 
continuerà ad essere utile lombrello. 

Wislawa Szymborska

(Testo selezionato da Rita Bompadre)

Edizione consultata:

Michal Rusinek, Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi Edizioni, 2019
 

31 luglio 2018

Czeslaw Milosz - La testimonianza della poesia



Di origini lituane, Czeslaw Milosz (1911-2004) ha scritto e si è sempre espresso in polacco, la lingua del paese che durante la sua infanzia comandava sul Baltico, in senso politico e culturale. Il saggio La testimonianza della poesia raccoglie le lezioni tenute all’università di Harvard, in questo caso in lingua inglese, all’indomani del Nobel per la letteratura ricevuto nel 1980. Si tratta di una serie di riflessioni che incrociano le fasi salienti della storia europea tra le due guerre mondiali cui si lega il destino stesso della poesia, pendolo meraviglioso oscillante su gorghi e naufragi.
È anche l’occasione per l’autore di tornare alle radici, della propria lingua, dei suoi cantori, del dissidio oriente-occidente, fatto di distanze ma pure di travasi, dal classicismo al rinascimento, alla cultura francese ottocentesca adottata dall’aristocrazia russa. In questa lunga esplorazione per epoche, luoghi e nomi della frontiera mitteleuropea affacciata a oriente, Milosz rileva la frattura che attraversa il poeta del Novecento in rapporto alla comunità umana. A differenza del romanticismo, quando il legame era ancora forte, l’avvento dell’idea di progresso nella seconda metà del secolo, sostenuto dall’ottimismo fideistico nelle scienze e, di contro, responsabile di un arretramento dell’immaginazione, soccombente alla misura razionale che riempie ogni spazio del vivere, generatrice di una coppia di opposti spartita fra esattezza e sogno, causa il distacco definitivo della poesia dalla cosiddetta grande anima popolare. Il poeta non sente più come una necessità la rappresentazione di un’esperienza condivisa, il suo intento non è più portare alla luce qualcosa in grado di entrare in sintonia coi suoi simili, ma dilegua, si chiude in un individualismo autoreferenziale e malato. Crede infatti – agisca per protesta o per convinzione elitaria – che l’arte debba parlare da sé, svincolata da un mondo che si è fatto fosco, violento e indecifrabile. Un secessus mundi in piena regola nella vana speranza che  allontanarsi equivalga a salvarsi.
Milosz ci spiega che è questa una fuga effimera, riflesso peraltro di un rapporto con la cultura che è divenuto troppo funzionale, freddamente e meccanicamente, ai dettami della società. Fin dai programmi scolastici si assiste a un incasellamento delle attitudini del bambino, cui si sommano le aspettative degli adulti, che spesso soffocano le sue reali potenzialità con effetti deleteri per tutti, se di nuovo vogliamo pensare in chiave collettiva e non solipsistica. Un avvocato che voleva esser falegname, e magari mettere su una ditta, insomma fare l’artigiano, può darsi che sia diventato ugualmente un bravo professionista come può essere di no. In quel caso affronterà tante frustrazioni, che peraltro non gioveranno a tutti coloro che avranno a che fare con lui. E questo esempio non va interpretato nel senso della tipica dicotomia attività d’intelletto o manuali, perché anzi nella società sempre più complessa in cui ci troviamo son cose ormai destinate a intersecarsi in modo crescente. Va assunto nel suo portato psicologico. Sterminare una sensibilità e costringerla in un’altra direzione non è un atto privo di conseguenze.
È così che Milosz ci ricorda il potere dell’immaginazione, non misurabile secondo regole scientifiche, ma forza creatrice immanente al tutto, sostanza millenaria dell’avventura umana che non può essere imbrigliata, ignorata né ridotta a un esercizio solitario di pochi. Perché questa corrente immaginifica e per certi versi visionaria scorra è infatti necessario tenere l’orecchio attaccato alla terra e a quelli che ci camminano. Non è un caso che all’inizio della dissertazione parli di una credenza popolare. Da giovane uccise una serpe d’acqua, animale depositario di una sacralità unanimemente riconosciuta dalle sue parti, e ammette di essersi trascinato per molto tempo il senso di colpa originato dall’aver tradito un culto pagano, cui riconosce una capacità di condizionarlo in profondo, perfino più dell’educazione cattolica, che pure è stata preminente nella sua vita. Ciò serve a dimostrare la stratificazione che compone i nostri immaginari e dunque quella potenza mai completamente enunciabile che nutre il dettato poetico.
La storia europea del primo Novecento, che particolarmente per la Polonia e i paesi che da lei dipendono irrompe sotto l’aspetto di un regno di rovine e annientamento, diviene un banco di prova per i letterati, spinti dal bisogno di restituire un significato a una realtà in fuga, attorta e quasi astratta in conseguenza del suo sconfinato sovvertimento. Si tratta di elaborare l’esperienza, una dura impronunciabile esperienza, e un’intera generazione di poeti e scrittori polacchi fa proprio questo, non senza mettere in discussione la cultura occidentale e le sue strutture, ritenute responsabili di aver generato il catastrofico inganno che ha preso le sembianze della guerra.
Nella letteratura la poesia soprattutto, per una capacità quasi divinatoria che ne è elemento sostanziale, ha il compito di farsi ponte e allo stesso tempo gettare uno sguardo al di là, non chiudersi in se stessa ma indicare altre sponde, dare un segnale di vita, anche nella distruzione. «Lo stato della poesia in una determinata epoca può dunque testimoniare il dinamismo o il prosciugamento delle sorgenti vitali di una civiltà. […] L’atto poetico cambia a seconda di quanta realtà la coscienza del poeta abbraccia come sfondo. Nel nostro secolo lo sfondo è dato, secondo me, dalla fragilità di tutto ciò che chiamiamo civiltà o cultura. Quello che ci circonda, qui, ora, non è più garantito. Potrebbe scomparire: e l’uomo costruirebbe la poesia con i resti rinvenuti tra le rovine».
Messaggio di perseveranza e fedeltà al grande sogno umano, a patto che non venga meno la sensazione di condividere le sorti di un organismo unico e di abbandonarsi al suo respiro colmo di tutte le epoche del mondo.   

(Di Claudia Ciardi)


Edizione:

Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia. Sei lezioni sulle vulnerabilità del Novecento, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, 2013


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Poeti russi oggi (a cura di Annelisa Alleva)


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