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19 maggio 2019

Palladio - «Una lunga fatica e gran diligenza ed amore»






Arriva nelle sale italiane, per tre giorni, il documentario su Andrea Palladio (Padova 1508 – Vicenza 1580), nome di punta dell’architettura cinquecentesca europea. Diretto dal regista milanese Giacomo Gatti, storico collaboratore di Ermanno Olmi, di cui dal 2006 ha seguito le preparazioni cinematografiche, questo film racconta, attraverso l’esperienza di un professore italiano a Bruxelles, Gregorio Maestri, l’opera del noto architetto padovano. Un dialogo-dibattito coi suoi studenti del primo anno, e un viaggio che dal Veneto porta agli Stati Uniti sulle tracce di un figura di cui si approfondisce la longeva eredità nell’immaginario contemporaneo. Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, figlio di un mugnaio, inizia come scalpellino, si forma lavorando in cantiere, e in breve tempo progetta alcuni dei più significativi edifici che hanno letteralmente disegnato il volto di città come Padova e Vicenza, e le loro campagne. Costruttore, scenografo, teorico – nel 1570 dà alle stampe i Quattro Libri dell’architettura, summa delle realizzazioni di una carriera quarantennale – è stato uno degli ingegni più versatili e richiesti dei suoi tempi. L’opera meritoria prodotta da Magnitudo film approfondisce una delle personalità cui più si sono ispirate le successive generazioni di architetti, tanto che Palladio può considerarsi l’iniziatore di una corrente che per tre secoli ha continuato a dar forma ai luoghi, dall’Italia all’estero. Ma questa proiezione si pone anche come mezzo per ragionare sul ruolo odierno dell’architettura, in una fase di crisi sentimentale delle umane capacità radicate nell’immaginazione, nella conoscenza e nella loro traduzione poetica. Laddove ci si affretta, si rende invece necessario soffermarsi, tornare a leggere il significato storico di quel che abbiamo intorno, sapervi attingere per trasporlo nell’oggi. Si tratta infine di cogliere la dialettica imprescindibile fra creatività e politica, che ha reso possibili le grandi imprese del rinascimento italiano e che ci esortano a riscoprire la forza della loro portata.

(Di Claudia Ciardi)

Regia di Giacomo Gatti. Un film con Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Antonio Foscari, Lionello Puppi, Gregorio Carboni Maestri.
Genere Documentario - Italia, 2019, durata 97 minuti.
Distribuito da Magnitudo con Chili.

In proiezione il 20, 21 e 22 maggio 2019.



«Di me stesso non posso prometter altro che una lunga fatica e gran diligenza, ed amore, che io ho posto per intendere e praticare quanto prometto», Andrea Palladio, Memorie.


19 aprile 2018

Non tradite le parole




L’infinito di Giacomo Leopardi in greco



È una riflessione che ho in animo da tempo. L’articolo di Edoardo Boncinelli uscito su «La lettura» dell’8 aprile 2018 ha contribuito a ricordarmene l’urgenza. Un ragionamento sulla necessità di non sprecare le parole, di non tradirle, e sulle conseguenze antropologiche derivanti dal quotidiano esercizio al sovvertimento, alla destituzione dei loro confini segnati, ingenerando quella confusa irresolutezza tra ciò che significano e ciò che tendono ad adombrare, troppo spesso sobillato per ottunderle ed estinguerle quasi.
Lo studio delle lingue antiche ha fatto sì che sviluppassi fin dall’adolescenza anticorpi abbastanza efficaci verso certe banalizzazioni linguistiche. È pur vero, però, che il bombardamento di banalità cui siamo sottoposti, scempi verbali e non solo, giacché il linguaggio è veicolo e sismografo di quel che una società ha scelto di divenire, insomma questo coacervo superficialissimo e dissonante, filtra ovunque, anche laddove pensiamo di aver costruito argini sicuri. Mi son chiesta spesso: se io che mi son forzata a studi del genere e ho ascoltato quel che avevano da dirmi le cosiddette lingue “morte” – ma solo nel senso di non esser più parlate da un paio di millenni, eppure vive ancor più della lingua che parliamo adesso – se io stessa fatico a suscitare nelle parole un più autentico spirito, legante del linguaggio, come possono altri cui manca anche un tale confronto? Una lingua morta oggi ha più facilità di riconciliarci con un uso verbale coerente e onesto, di quanto non vi riesca la comunicazione di tutti i giorni.
La risposta che mi son data sulle mie stesse inadeguatezze a fronte degli studi classici, è piuttosto incalzante; anche questi studi risentono, fenomeno inevitabile, dell’epoca in cui son condotti, che da una parte è respingente, se non ostile, alla loro sopravvivenza, processando tutto secondo le categorie dell’inutilità e dell’utilità. Dall’altra, orientata com’è al generale abbassamento del livello culturale, insidia anche chi con encomiabile resilienza queste materie continua a divulgarle. 
No, non son proprio più i tempi degli «studi leggiadri», di Bessarione e dei grandi maestri bizantini venuti in Europa dopo il crollo dell’impero d’oriente, di quella mirabile, incredibile commistione di antico e moderno che prima diede forma al volgare, portato al trionfo dai grandi del Trecento, quindi accompagnandosi alla piena riscoperta del greco religiosamente destinato alla crescita della letteratura, che tra Cinquecento e Ottocento contribuì a scolpire una visione del mondo. Nel bene e nel male non si tratta ormai più di quella cultura certamente elitaria, anzi elitarissima, a sua volta fin troppo settaria, ma che ha anche prodotto nella nostra lingua capolavori eccelsi.
Ai nostri giorni è perfino nata – orrore – la letteratura commerciale dell’antico, definita talentuosa e innovativa da alcuni tra i più prestigiosi organi di stampa occidentali e tradotta addirittura nei templi stessi dell’antico. Come si vede il morbo è in estensione. Perché oggi tutto deve sforzarsi di essere comunicativo. Nei tempi dello sdoganamento di internet sorgono strane figure che si dicono animate da sana e disinteressata divulgazione, in realtà investite, oltre il limite di guardia, da un insano accanimento verso le pratiche comunicative. Nascono i censimenti dei poeti – e quanti bei nomi mancano all’indice – e le poesie attente alla comunicazione, a come dovranno diffondersi e incontrare il gusto del lettore e farsi notare; con l’imbarazzante risultato, non occorre neanche dirlo, di comunicare molto poco. Un Eugenio Montale, un Dino Campana, un Alfonso Gatto, non si son preoccupati di esser comunicabili al di là dei loro versi, eppure son ben lontani dal veder esaurita nella loro opera la potenza di una significazione. E se penso a un personaggio ingombrante e assai più rumoroso come Gabriele D’Annunzio, che molto ha voluto comunicare di sé e dei modi del suo esercizio creativo, non posso comunque fare a meno di considerare l’infinito raccoglimento che è alla base del Notturno e l’intimismo colto dell’Alcyone: entrati di diritto nella letteratura italiana. Possa piacere o no il personaggio, ma nelle sue esternazioni, anche le più ridondanti, vi era una volontà comunicativa ispirata da una visione, che ha anche saputo ritrarsi, quand’era il caso. Nulla a che fare con il rumore di fondo di tanti odierni cosiddetti comunicatori dell’essere illetterati. 
Ho raccolto, saranno passati non più di tre o quattro anni, alcune espressioni che mi è capitato di sentir ripetere con insopportabile frequenza, esempi a mio parere di quello scadimento della lingua, e quindi dell’etica del parlante, che dicevo all’inizio. Le elenco qui brevemente a suffragio del ragionamento che motiva questo scritto.
L’abuso dell’aggettivo epocale. Nelle belle pagine del saggio di Paolo Chiarini sull’espressionismo tedesco suonava storicamente motivato e animato, se vogliamo, da una sua grazia letteraria. Da dopo aver letto questo libro, sarà stata una pura coincidenza, anzi di certo lo è stata, “epocale” divenne quasi tutto. Notai che l’aggettivo era usato con una disinvoltura agghiacciante che ottundeva qualsiasi concetto: anche la passeggiata del cane del vicino aveva in qualche racconto un che di epocale. Il risultato fu, ed è ancora, che mi son quasi vergognata di averlo utilizzato per la recensione di Chiarini e forse per un paio d’altri articoli.
Come tralasciare quindi il sempreverde scontro di civiltà, che torna puntuale nel dibattito oriente-occidente. E un’espressione del genere, non occorre dirlo, non aggiunge nulla al dibattito. Segue a ruota l’ossessione per il populismo, chiave di lettura sempre pronta all’uso e spauracchio di ogni analisi politica. Nella vacuità imperversante delle analisi bisognava inventarsi un riempitivo.
Prima o poi arriva chi si è rimboccato le maniche. Un modo di dire proprio insipido, in senso etimologico. Si è soliti sentirla pronunciare nelle difficoltà che non hanno visto concretarsi alcun aiuto. Dunque, chi fa da sé si rimbocca le maniche, oppure bisogna convincersi che, siccome di aiuto non se ne parla, anche quando sarebbe dovuto, “è necessario rimboccarsi le maniche”. Alter ego dell’italico arrangiarsi; la crisi economica ha inchiodato queste espressioni alla loro misera incapacità senza via d’uscita. Nei tempi attuali, che tu ti rimbocchi le maniche o tu ti arrangi, è sempre abbastanza dura. Ripetuto tante volte, come avviene nel marasma linguistico dell’ora e adesso, diventa sintomatico di un’impotenza collettiva scoraggiante.
Procedo con una memoria personale, un colloquio con un imprenditore orafo e la sua servizievole segretaria, donna di consolidata incompetenza e senza alcuna attitudine per lo stare al pubblico – a questo punto arriva l’altro tipico pensiero maschile, che sussume molte aggiuntive banalità e pregiudizi divulgati dalla nostra cultura “bella donna?”. No, non era una bella donna. Al termine del nostro confronto – cercavo uno sponsor per un’iniziativa culturale – è giunta la conclusione che nulla intendeva concludere: «ma io voglio vedere i risultati!». Questa affermazione ho avuto modo di ascoltarla e soppesarla diverse volte, in contesti apparentemente lontani, e non ha smesso di trasmettermi la sua abbacinante inutilità quando non si ha nulla da argomentare.
Infine poche altre perle di saggezza. L’inflazionatissimo, soprattutto da parte femminile, “mettersi in gioco” – a un certo punto c’è sempre una donna che ha voglia di mettersi in gioco. E quindi? Provate ad ascoltare una qualsiasi trasmissione televisiva, arriverà senza farsi attendere troppo. Sono qui perché mi sono voluta mettere in gioco…E allora? Il fastidio di questa salottiera autodafé sta nel fatto che si tira dietro in automatico la domanda di chi la subisce: e a me che…? Abbiamo poi, in chiusura, il celeberrimo “purtroppo c’è crisi” – lo abbiamo sentito fino allo sfinimento in questi anni di risposte mancate a qualsiasi richiesta – l’isterico “d’altra parte si vive una volta sola”, il gelido e inquietante, per l’associazione che instaura con un’ipotetica pandemia, “è diventato virale”.
Ci sono poi, e anche qui non basterebbe scrivere un manuale, le pseudo dialettiche da social. Una discussione, se mirata all’attacco personale, si svolgerà sempre tirando dentro le stesse identiche argomentazioni – provate a scorrere un qualsiasi alterco tra due utenti: sarai mica permalosa (se fai notare che ti hanno scritto un’imbecillità), vai fuori argomento, denoti debolezza, hai un livello proprio…e poi scattano le offese, perché quello era il proposito (e la provocazione) iniziale, ovviamente.
Aperta questa parentesi sulle peggiorate condizioni della lingua, sui suoi innumerevoli tic, e i limiti culturali e psicologici di una parte consistente degli interlocutori coinvolti, desidero evidenziare un epilogo ulteriore di questo generale scadimento. È una conseguenza ben introdotta a mio avviso dal citato articolo di Boncinelli, quando ci fa presente che nel riferimento, ad esempio, alla parola natura non sappiamo più a che cosa vogliamo richiamarci, e tutto si riduce molto spesso a uno sconcertante guazzabuglio semantico.
La conseguenza, dicevo, altrettanto confusa e pericolosa è la facilità con cui si ricorre nel ragionare agli anestetici. Mi spiego meglio: se alla parola guerra non riesco ad attribuire il senso che la guerra ha effettivamente, ogni discorso contro o a favore è suscettibile di una reazione neutra. Come posso schierarmi se in quello che si afferma non vi è contenuto, contesto, storia, polemica, insomma un vissuto? Mi sono molto arrabbiata leggendo ultimamente certe discussioni sugli aiuti ai terremotati. Secondo alcuni opinionisti parlare di certi problemi è sciacallaggio politico. Al che sono intervenuti alcuni residenti nel cratere sismico, giustamente risentiti – chi più di loro ha diritto di parlare? – sostenendo che la discussione, perfino lo scontro, a livello di istituzioni è vitale e non significa strumentalizzazione. Quel che uccide, direi in generale, è proprio questo anestetico a buon mercato che vuole smussare le opinioni, abbassare i toni ed esser gentile, ma nelle risultanze ha il volto efferato dell’ignoranza e dell’indifferenza. Dire una parola e tradirla, dare una parola e non mantenerla. Sintomo di paralisi culturale, etica ed economica. E di tanta scrittura e letteratura che non sono proprio, neppure lontanamente, né l’una né l’altra.   


(Di Claudia Ciardi)

9 giugno 2017

Calderón de la Barca - La vita è sogno




Goya - Los Caprichos


Calderón de la Barca, personalità eclettica e geniale in quel mirabolante barocco spagnolo delle arti assediato da rovesci e disastri sociali di ogni ordine e grado, scrisse La vita è sogno con intento monitorio, forse vagamente ma molto vagamente rassicurante, nel 1635. Il dramma, destinato al nobile spettatore del Palazzo Reale di Madrid, riflette i tanti conflitti che sbandavano allora il paese. La mancanza di investimenti produttivi, i costi esorbitanti della monarchia e della politica di palazzo ingessata dai vetusti protocolli asburgici, avevano finito per creare una situazione d’allarme nei conti pubblici. Il mercato fibrillava, governato dalla volubilità di interessi extranazionali che nel giro d’un giorno crollavano senza appello, mentre le continue svalutazioni, attuate nel vano tentativo di risanare le finanze erodevano i capitali privati. In questo impoverimento generale, in cui il quadro politico si presentava senza spunti gettando semi a casaccio, contribuendo semmai al naufragio, nell’assoluta incapacità di innovare davvero le architetture più deboli e superate del sistema, s’inserisce la colta dialettica teatrale di de la Barca. E per chi legge ora il suo fraseggio a tratti svolazzante nella ricerca di continui doppi sensi, provocatorio nell’esternazione dei capovolgimenti di sorte e dei destini incrociati che ci scorrono sotto gli occhi, tutto questo modo di procedere insomma può risultare perfino stucchevole, addirittura pretenzioso.
Suo intento è la strenua difesa della cultura contro le pulsioni di natura non disciplinate da una giusta regola di vita che preveda l’accettazione dei propri simili e l’integrazione in mezzo a loro. La storia è quella di un giovane principe infelice, tale Sigismondo, che a causa di un cattivo oroscopo interpretato con eccesso di rigore dal padre, viene giudicato inadatto al futuro incarico di regnante e per questo rinchiuso nella torre dei prigionieri, dove cresce solo e selvatico. 
C’è da chiedersi se de la Barca creda fino in fondo alla sua lezione moralizzatrice. Leggendo tra le righe, quando con appassionata tenerezza descrive l’abbrutimento in cui per egoismo e malignità dei suoi Sigismondo è stato gettato, caratterialmente un Filottete o un Oreste moderno in una lettura parallela col teatro antico, l’impressione che se ne ricava è di una difesa in punta di penna. Insisto anzi nel dire che queste parti sono le più toccanti, quando il figlio si scaglia contro il padre accusandolo della sua brutalità ma al contempo lasciando che a parlare, al di là della sua irruenza, sia il tormento degli anni scivolati via tra dolore e miseria. In tal senso anche la graduale assimilazione di Sigismondo nella sfera della cultura a scapito dell’isolamento di natura, appare se vogliamo più problematica di quel che si può pensare all’inizio. Il giovane erede al trono alla fine consolida le sue virtù perché queste erano già in lui, la sua nobiltà d’animo preesisteva alla sua condizione di abietto. E si può dunque pensare che pure l’esser stato confinato fuori dalla società, l’esistenza in un assoluto di natura che ha precluso il legame con gli altri, non si sarebbe determinato come elemento auto deflagrante se non in quanto esacerbato dalla cattività.
Insomma la moralizzazione dello scrittore appare temperata da aspetti strutturali che l’evolvere della trama porta con sé. È certo che quel che gli preme sia comporre il conflitto messo in scena e ciò non può che avvenire con il riconoscimento ufficiale di Sigismondo, la sua partecipazione al costume cortigiano, che poi coincide con quello dei contemporanei dell’autore. Che per Calderón de la Barca il messaggio edificante non fosse però chiamato in alcun modo a oscurare il costrutto letterario, inteso come rifugio, come ultimo baluardo di resistenza alle intemperie del mondo lo dimostrano la scelta del motivo di fondo e del luogo. Tutto accade alla corte di una Polonia immaginaria di cui non scorgiamo quasi nulla tranne qualche angolo tra vette, dirupi vertiginosi, boschi impenetrabili, una torre per i condannati e una reggia fisicamente e simbolicamente speculare ad essa. In questa particolarissima cornice incline al sogno, il motore principale del racconto non poteva che essere la costante incertezza tra sonno e veglia che sembra assediare la vita umana. Tema orientale per eccellenza, dalla filosofia cinese a Le mille e una notte, de la Barca esaspera qui il senso di labilità che si accompagna ai gesti e alle umane sensazioni, trascinando il lettore sulle sabbie chiare di un mare immobile che nel migliore dei miraggi finisce per scomparire ma che magari è servito per qualche attimo a riposare.


(Di Claudia Ciardi)  



Edizione consigliata:
Calderón de la Barca, La vita è sogno, a cura di Cesare Acutis, traduzione di Antonio Gasparetti, Einaudi, 1980 (ristampe)       
   









10 febbraio 2016

P. B. Shelley - In difesa della poesia




Composta dal poeta Percy Bysshe Shelley nel 1821, un anno prima della morte, la Defence of Poetry nasce da una provocazione lanciata al grande letterato inglese da Thomas Peacock, autore di uno scritto che aveva inteso dimostrare l’inutilità della poesia. Infuriato dalla temerarietà dell’argomento, «per vendicare l’offesa alle Muse» Shelley stese una replica in forma di trattato breve, destinato a divenire non solo il suo testamento spirituale ma anche quello di un’intera generazione di artisti che seppero infondere nuove energie alla loro epoca. Quelle forze creatrici continuamente evocate nel saggio, uniche per il magnetismo che sprigionano e in grado di recare in sé la sintesi suprema di tutte le conoscenze umane.
Lo slancio cui l’autore attinge, frutto di una lotta serrata con il crescente affermarsi delle scienze, dell’esercizio della ragione svincolata da ogni impulso sentimentale, dalla sincera meditazione dei saperi acquisiti, si riverberò ancor più nei tempi a venire, quando la stagione del romanticismo inglese poté dirsi conclusa. Forse la più chiara dimostrazione circa la bontà delle tesi divulgate nel suo libello. Se infatti, come Shelley sosteneva, poeta è colui che compie un atto rivelatore, è un interprete capace di trascendere le correnti della storia e perciò di dare alle parole una dimensione mantica, allora può anche essere il narratore di qualcosa che è di là da venire. Intreccio di componenti istintuali e immaginative, la scrittura poetica e in generale l’animo poetico non seguono i dettami della volontà e della coscienza ma infrangendo i limiti entro cui queste cose sono solite operare, tendono a risolvere la parzialità del contingente nel flusso emozionale di idee che da sempre alimenta il mondo. Proprio in virtù di un simile corrispondersi di sensibilità che accomuna latitudini e momenti storici pur tra loro discontinui, i popoli ritrovano i segni della bellezza che credevano smarrita. Muovendo le corde più profonde dell’umano i poeti vegliano affinché l’immaginazione non smetta in loro di vibrare. E proprio all’elemento fantastico il discorso shelleyano attribuisce la forza durevole della poesia. Non vi è compimento creativo senza il manifestarsi di questa facoltà, in grado di eternare chi la esercita e coloro che con lui, attraverso la sua opera, entrano in sintonia. Il nozionismo che ci sommerge manca di influire positivamente sulla realtà che viviamo perché non suffragato da alcuna immaginazione: «Possediamo più conoscenze nel campo morale, politico e storico, di quante siamo in grado di metterne in pratica; le nostre conoscenze scientifiche ed economiche sono esorbitanti rispetto a quelle che sarebbero necessarie a garantire un’equa distribuzione della ricchezza. In questi sistemi di pensiero la poesia è sepolta sotto il cumulo di fatti e di processi computazionali. […] Quello che ci manca è la facoltà creativa di immaginare quello che conosciamo; ci manca l’impulso generoso che attualizza ciò che immaginiamo; quello che ci manca è la poesia della vita». Qui peraltro risuona più di un accento che rivestì l’ossatura della celebre orazione inaugurale tenuta da Ugo Foscolo all’università di Pavia, nel gennaio del 1809, per il suo insediamento nella cattedra di eloquenza. Un intervento dove molti sono i passi riservati alla grandezza della capacità immaginifica, passata al setaccio anche per il suo potere illusorio, obliante, mistico, la sola che quasi sollevi l’uomo al rango di un dio: «E la fantasia del mortale, irrequieto e credulo alle lusinghe di una felicità ch’ei segue accostandosi di passo in passo al sepolcro, […] rappresenta piaceri perduti che si sospirano, offre alla speranza e alla previdenza i beni e i mali trasparenti nell’avvenire; moltiplica ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente alla imitazione dell’uomo; tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato; e quasi per compensare l’umano genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai prestigi dell’opinione ed alla clava della forza, crea le deità del bello, del vero, del giusto, e le adora; crea le grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interroga e interpreta  il suo freddo silenzio; precorre le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed aspira all’eternità; sdegna la terra, vola oltre le dighe dell’oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle”». 
E il riconoscimento di una simile religiosità che attiene all’immaginazione, dunque alla poesia che su questa si incammina, ha sovente stabilito un parallelo tra poeti e profeti. Nel mondo antico i cosiddetti filosofi naturali scrivevano in versi e le conoscenze di cui erano in possesso ne facevano i detentori di una sapienza se vogliamo oracolare. In alcuni momenti il poeta tocca altezze tali da concentrare su di sé lo spirito del passato e quello che ancora è avvolto nell’indeterminatezza del futuro. Questo per certi aspetti lo avvicina alle figure di grandi rivoluzionari e predicatori. Un parallelo che riaffiora in diversi punti del fraseggio di Shelley e piuttosto frequentemente nel dire dei poeti. Così Yeats, di cui peraltro è nota la fascinazione per l’occulto e il simbolismo alchemico e che appena trasferito a Londra conobbe e frequentò il mago MacGregor Mathers e la teosofa Madame Blavatsky; interessi legati alla sua idea di letteratura, e di poesia in particolare, come massima forma di religione dal carattere universale: «Qualunque cosa avessero affermato i poeti nei loro momenti migliori, ciò costituiva il punto più vicino possibile ad una religione autorevole, e la loro mitologia, i loro spiriti del vento e dell’acqua, non erano che verità letterale».
Nonostante l’astio che alcune età le riservano, e sebbene nella deriva moderna corra il rischio di venire relegata ai margini della costruzione sociale, la poesia non abdica alla propria fede. Che gli impulsi corruttori liberati dagli uomini destabilizzino, offendendole, le norme sacre dell’interiorità, è un pericolo ancor più concreto nell’Inghilterra sedotta dalla rivoluzione industriale, e come del resto andrà affermandosi ovunque in Europa. Il poeta registra la portata tutt’altro che secondaria di tale passaggio e per primo lo definisce un discrimine in rapporto a quanto lo ha preceduto nella percezione e nel modo stesso di coltivare le arti. Con incredibile lungimiranza vuole mettere in guardia chi legge ma allo stesso tempo desidera sollevarlo, perché il piacere e la bellezza, anche se minacciate, non soccomberanno né si sottrarranno ai loro cantori. I periodi di decadenza – e c’è in questo un’eco dei cicli vichiani, accostamento suggerito dallo stesso Giuseppe Ungaretti che fu affezionato divulgatore della Defence –  le fasi cioè in cui le possibilità creative sembrano ripiegarsi su stesse, per quanto scoprano la rinuncia ai tratti fondamentali che in ogni civiltà hanno sollevato la mente umana, non rappresentano una capitolazione. Così come la corruttela non potrà estendersi fino a prosciugare le sorgenti che in sé preservano i divini doni della poesia: «Ma prima che la poesia possa estinguersi completamente è necessario che la corruzione abbia completato il disfacimento del tessuto della società umana». Compito morale dell’individuo è arginare ciò che vorrebbe sradicarlo da se stesso, impegnarsi perché dalla società non siano bandite le idee più nobili che ispirano il progresso culturale, la pace, il bello tutte necessariamente intrise di sostanza emotiva. Rifuggire questa componente, screditarla a favore di espressioni caduche e ingannevoli, non produrrà nulla di veramente valido nelle nostre vite. Ne avremo anzi un peggioramento della condizione personale e, quindi, collettiva. Il poeta è un essere solitario che però in ogni istante della sua solitudine non cessa di essere in comunione con quanto lo circonda. Per questo la sua parola incide con grazia e tensione inarrivabili la pietra dei sensi, perché irrompe nella consuetudine, nel gergo abituale cui affidiamo i nostri sguardi. Il gesto del poeta reca con sé la rivolta di quello che crediamo acquisito ai nostri orizzonti, fondandone di nuovi, irrompe nella regolarità, smaschera le rassicurazioni da cui siamo circonfusi e ne denuncia l’indecenza. Di qui il suo statuto morale, il più alto che sia dato conseguire a un uomo: «Riproduce l’universo di cui siamo parte e che percepiamo, e scosta dalla nostra pupilla interiore la patina della consuetudine che ci tiene nascosta la meraviglia del nostro essere. […] La poesia è il più indomito araldo, compagno e seguace del risveglio di un popolo, che opera benefiche trasformazioni della sensibilità e delle istituzioni».
L’assenza di poesia nel nostro vivere privato come nell’azione politica ha a che fare col concetto di giustizia sociale. Lo statista che non sia ispirato e non faccia dell’immedesimazione nell’altro il credo del proprio compito civile, fallirà. Leggere, adesso, queste pagine dedicate al divario fra chi detiene la ricchezza e chi è costretto in povertà, all’inganno che i fautori dell’utile traggono con sé, al calcolo che l’economista impone a fenomeni umani e leggi di natura, ci sottolinea quanto la denuncia di Shelley meritasse di venire raccolta. Ora che le dinamiche globali hanno amplificato a dismisura, esasperandoli, quegli squilibri che già si erano affacciati nell’Inghilterra di duecento anni fa. Ora che la dottrina dell’accumulo di beni materiali ha imposto al poeta, figura immateriale per eccellenza, il livellamento delle culture e del linguaggio, non più mezzo di catarsi e comprensione ma sorgente irrimediabilmente prosciugata. 
Nel 1975, di fronte all’Accademia di Stoccolma, Montale proseguiva questo dibattito chiedendosi se sarebbe riuscita a «sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa». Con Shelley anche lui ammise che «non c’è morte possibile per la poesia», ma era però palese che il consumismo, veicolato dalle odierne sirene pubblicistiche, mirasse ad «annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione», presupposti irrinunciabili dell’arte poetica e dei suoi fruitori. Lungi dall’aver esaurito il proprio messaggio, l’opera del poeta inglese si pone al centro di una discussione che oggi sembra investirci con urgenza perfino maggiore rispetto a quando venne composta.   
Sotto questo aspetto bisognerebbe forse ringraziare Mr Peacock per aver sollecitato a suo tempo la vibrante risposta di un grande umanista che nella sua disinvoltura antiaccademica sostenuta da immagini di immensa poesia ha il raro incantato potere, che solo i capolavori possiedono, di rassicurarci. 

(Di Claudia Ciardi)


P. B. Shelley, In difesa della poesia,
a cura di Vincenzo Pepe,
Mimesis edizioni, 2013


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