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24 maggio 2019

Note su Oz di Lyman Frank Baum


C’è chi lo ha definito romanzo occultista per eccellenza, chi vi ha scorto attinenze con le allegorie massoniche o le ritualità legate in generale alla sfera dell’esoterismo e dell’alchimia, chi ne ha fornito un’interpretazione analitica dove luoghi e personaggi rappresenterebbero i diversi stadi della coscienza. Ci sono infine quelli che, nel rovesciamento geniale di un mondo magico con le sue insidie e i premi per coloro che osano avventurarsi, hanno privilegiato la rappresentazione delle turbolenze nella società americana dell’ultimo decennio dell’Ottocento, scossa da problemi economici, tensioni fra agrari e industriali, crisi del sistema aureo. Nato nel 1856 a Chittenango, una piccola località nello stato di New York, il cui nome basterebbe da solo a ispirare un racconto di fantasia, Lyman Frank Baum, conosciuto per essere l’autore di Il meraviglioso mago di Oz, sperimenta precocemente lo scontro con l’autorità del padre, un ricco petroliere sordo ai suoi guizzi creativi e che vorrebbe farne un allievo modello all’accademia militare. Baum figlio si ribella dunque all’ingombrante personalità del genitore, prendendo una strada molto diversa. Davanti a lui, al pari dei protagonisti che animano le sue storie, si apre una via difficile in cerca di se stesso, tra lavori di fortuna e voglia di dire la sua nel mondo letterario. L’impiego presso l’«Aberdeen Saturday Pioneer», dove diviene in breve editorialista apprezzato e influente, gli cambia decisamente le cose. Questa posizione rispettabile, vicina alle sue attitudini, gli offre una relativa tranquillità economica, consentendogli di non rinunciare alla scrittura in proprio. Inoltre, il mestiere di giornalista lo immerge completamente nelle vicissitudini del suo paese, sulle quali si trova ad avere uno sguardo privilegiato. Nel 1887 il Kansas, terra di piccoli agricoltori che resistono alle grandi concentrazioni fondiarie, vive una crisi drammatica. La lunga siccità e le condizioni sempre più sfavorevoli poste dalle banche, vedono il fallimento di una media di tre fattorie su quattro, schiacciate dal peso delle ipoteche. Tale episodio è l’immagine plastica dei cambiamenti in atto negli Stati Uniti lanciati verso un periodo transitorio all’apparenza ingovernabile, nel quale la politica tenta d’inserirsi con nuove proposte per recuperare milioni di cittadini estromessi violentemente dalla contrattazione democratica. Si tratta del cosiddetto populismo americano di fine Ottocento che vede la partecipazione di William Jennings Bryan, il maggior esponente di partito, a tre consecutive elezioni presidenziali, nel 1896, 1900 e 1904. Se Bryan venne sconfitto, non riuscendo a saldare le istanze degli operai del nord-est, impiegati nei nascenti grandi poli industriali del paese, sul malcontento del ceto contadino che pure costituiva ancora la base produttiva della nazione, è pur vero che il populismo portò un vento nuovo da cui gli assetti politici uscirono profondamente cambiati. Metaforicamente si è inteso vedere nei personaggi di Oz la stratificazione di quel momento storico, un eccentrico affresco dove lo spaventapasseri è il simbolo del mondo rurale, cocciuto e senza cervello – secondo gli attacchi dei detrattori di allora insofferenti alla sua adesione compatta al programma populista – mentre l’uomo di latta personifica la classe operaia che non viene in minima parte toccato o scalfito da ciò che preme per un rovesciamento degli equilibri. Tuttavia, stando allimpianto narrativo di L. F. Baum, che tra l’altro fu anche un teosofo molto seguito (dal 1892, quindi due anni dopo l’uscita del celebre romanzo di fantasia, risultando ufficialmente iscritto alla Società teosofica insieme alla moglie) si vede come questo capitolo di un’America conflittuale in cerca di una terza via politica per comporre le proprie lacerazioni e mediare l’impenetrabilità del monopolio bancario, ipotecario, ferroviario, petrolifero, sia raccontata con una certa indulgenza, considerando le possibilità concrete dell’utopia. Un tornado si leva improvviso nella grigia e sterminata prateria del Kansas, è il vento politico sospinto a sua volta dal vento della storia, è il sollevarsi di una società che interroga se stessa sul cammino da intraprendere. Dorothy – dal greco “doron”, dono – è l’inconsapevole ambasciatrice delle nuove istanze in un mondo sconosciuto, da esplorare e rifondare nei suoi centri di potere. Trasportata verso l’ignoto, a bordo della sua precaria casetta di legno scossa da tutte le parti, alla fine del viaggio atterra proprio sopra la strega dell’est, uccidendola all’istante. La morte della strega cattiva (banche e capitale che voltano le spalle ai bisogni delle persone) libera i Munchkins (la piccola gente) e conferisce a Dorothy il possesso delle scarpe d’argento. Tuttavia Dorothy, i Munchkins e la strega buona del Nord ne ignorano il potere. Se solo sapesse di cosa sono capaci, la bambina potrebbe tornare in Kansas con uno schiocco di dita – ed ecco farsi avanti un’altra grande metafora, quella della via breve che di solito si nega al viaggiatore (ecco Dante che si smarrisce nella selva ed è ostacolato dalle tre fiere) innescando la lunga avventura che gli schiude la conoscenza. Va così nella fabula antica, dal corpus delle milesie a Luciano di Samosata ad Apuleio – si pensi all’emblematica novella di Eros e Psiche – fino agli intrecci moderni, per restare entro i confini della narrativa d’infanzia, con Pinocchio o La fabbrica di cioccolato. E in effetti Baum nella sua prefazione si definisce un modernizzatore di fiabe, esercizio necessario, dice, per traghettare un patrimonio di tradizioni e significati verso una nuova capacità di comunicarsi ai propri ascoltatori. 
Affinché si attui completamente il disegno di cui la bambina fa parte, occorre avanzare sulla strada di mattoni gialli e perdersi e rischiare i propri compagni di viaggio e sfidare con coraggio i nemici. Così la strega dell’ovest sarà battuta né a Oz comanderà più il potentissimo mago, che poi si scopre essere uno stanco vecchietto nascosto dietro un paravento alla spasmodica ricerca di trucchi con cui impressionare i suoi sudditi. Nell’utopia pacifista di Oz il popolo contadino recupera infine il proprio posto nel mondo. Baum scrisse altri tredici libri, sebbene di minor successo, delineando una sorta di saga incentrata su quel regno magico e i suoi personaggi. Un materiale che riscosse per più di un secolo le attenzioni di un pubblico trasversale ed eterogeneo, tanto che perfino l’intelligence statunitense nel 1940 lo utilizzò in uno dei suoi protocolli, oltre a essere di continua ispirazione per i cultori del fantasy, non solo in letteratura, ma anche nel cinema. Architetture oniriche, paesaggi allucinati, un simbolismo del colore che è un richiamo fin troppo allettante per la resa filmica. Dalla gioiosa suspence del musical diretto da Fleming alla cupa decadenza gotica del seguito di Walter Murch, voluto dalla Disney nel 1985. Non certo un racconto per bambini quest’ultimo ma in ogni caso una pellicola con alcune trovate geniali, a partire dal fatto che si prosegue nell’allegoria di Baum laddove Dorothy è chiamata a ristabilire l’armonia nel regno di Oz, nuovamente sovvertito e minacciato da forze oscure. Qualcuno peraltro ha visto nelle scenografie di Murch più di uno spunto tratto dal reale stato di abbandono del parco dei divertimenti creato a tema nel North Carolina; e il regista indugia volutamente qui sulle rovine di uno scenario post atomico perché l’ambiente sia a tutti gli effetti quinta emotiva della perdita del sé in un mondo ostile. Tra citazioni vere o presunte, sul filo del fraseggio psicoanalitico – la protagonista infatti entra ed esce dalle proprie fantasie a causa di uno stato post-traumatico – si coglie in sottotraccia anche in questo lavoro degli anni Ottanta l’allegoria moralizzatrice della lotta del bene col fine di strappare gli spazi della vita a ciò che impoverisce e corrompe. Più di un secolo fa uno scrittore ci ha consegnato una storia che ad oggi non ha esaurito i suoi significati ma è anzi capace di rigenerarsi nelle nostre molteplici realtà conflittuali. Potrebbe di nuovo levarsi improvviso il vento che porta ad Oz e decidere il destino di chi persevera nella pratica di un potere elitario, esclusivista e avverso all’umano.  

(Di Claudia Ciardi)




Oz di Victor Fleming



Ritorno a Oz di Walter Murch 



Ritorno a Oz di Walter Murch II

11 dicembre 2016

Thomas Mann - Sedute spiritiche




La casa editrice Via del Vento raccoglie e traduce per la prima volta in Italia i resoconti delle sedute spiritiche cui Thomas Mann assistette tra la fine del 1922 e l’inizio del ’23. In una Germania assediata dai fantasmi della sconfitta nella prima guerra mondiale e scossa sempre più violentemente dall’incubo dell’inflazione, l’occultismo trovò terreno fertile.
Mann decide di partecipare in veste di dotto osservatore, affascinato dall’idea del paranormale. Scettico e perfino maldisposto sulle prime – il timore di prendere parte a un mero esercizio di ciarlataneria gli guasta da subito l’umore – resta invece colpito dalle abilità del giovane medium, talentuoso praticante della telecinesi.
Al di là dei dettagli tecnici i resoconti sono un chiaro ritratto delle emozioni provate dallo scrittore davanti a quest’insolita esperienza. Oltre a rappresentarci fedelmente la singolarissima atmosfera che si respirava dal barone Schrenck, animatore delle serate. Una Monaco promiscua dal punto di vista umano e sociale ne affollava la biblioteca in attesa che il medium si esibisse. Pittori, psicologi, professori universitari, musicisti, attenendosi al regolamento dettato dal padrone di casa, s’immergevano nel buio della sala e per un paio d’ore seguivano i bizzarri prodigi che prendevano corpo sotto i loro occhi.
Non di queste sedute ma degli esperimenti, tenuti sempre in casa del barone, dalla sedicente Eva Carrière, alias Marthe Béraud, esiste peraltro una vasta documentazione fotografica. L’usanza di scattare istantanee di tali eventi era piuttosto diffusa. La Bértaud aveva precedentemente operato ad Algeri in casa del generale Noël, dove avrebbe evocato il fantasma del sacerdote egizio Bien-Boa, con tanto di paramenti sacri e folta barba nera, episodio anche questo documentato da foto. Il tutto si sarebbe poi rivelato una clamorosa montatura, per ammissione della stessa autrice.
È in un simile contesto che Mann, evidentemente trascinato da simili racconti, decide di avvicinarsi, pur con i tanti scrupoli del caso, alle serate del barone. Le prose qui tradotte, cui si aggiunge l’interessantissimo affresco dedicato alla penisola di Nida, luogo incline al surrealismo, a quella stessa liminalità occulta che si coglie nei resoconti e che infiltra le narrazioni maggiori dello scrittore premio Nobel, hanno dunque un alto valore documentale e testimoniano l’eclettismo della sua vena.

From the book:

«Seguirono gli spasmi del risveglio. Si riaccese la luce bianca. Willi giacque ancora per un po’ accovacciato sul braccio di uno dei controllori. Mi avvicinai, gli picchiai sulla spalla e gli espressi la mia soddisfazione, al che restando muto mi rivolse uno sguardo assonnato e un sorriso tra il bonario e il malinconico. L’insieme rispondeva quasi a una fisionomia da imbroglione.
Nei fatti ogni pensiero di frode nel senso consueto e furbastro della parola si prospettava assurdo. Dietro l’atto di afferrare, scuotere e gettar via la campana non c’era verosimilmente nessuno. Non avrebbe potuto compierlo Willi, perché le sue estremità erano trattenute e del resto se ne stava abbandonato nel suo sonno ipnotico a un metro e mezzo di distanza. Chi o che cosa sollevò il fazzoletto, deformandolo dall’interno? Io non lo so, eppure l’ho visto, come tutti, con i miei occhi al riparo da condizionamenti, i quali allo stesso modo erano disposti a non vedere nulla, qualora non ci fosse stato nulla da vedere».

(Di Claudia Ciardi)


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La recensione di Amedeo Anelli su «Il Cittadino», quotidiano di Lodi. 
  










Sulla rivista «Incroci» n. 34  (dicembre 2016), i versi inediti del giovane poeta tedesco Alfred Lichtenstein morto nella Grande Guerra. Con un saggio di accompagnamento: Un poeta costretto a essere soldato (a cura di Claudia Ciardi).

  





10 febbraio 2016

P. B. Shelley - In difesa della poesia




Composta dal poeta Percy Bysshe Shelley nel 1821, un anno prima della morte, la Defence of Poetry nasce da una provocazione lanciata al grande letterato inglese da Thomas Peacock, autore di uno scritto che aveva inteso dimostrare l’inutilità della poesia. Infuriato dalla temerarietà dell’argomento, «per vendicare l’offesa alle Muse» Shelley stese una replica in forma di trattato breve, destinato a divenire non solo il suo testamento spirituale ma anche quello di un’intera generazione di artisti che seppero infondere nuove energie alla loro epoca. Quelle forze creatrici continuamente evocate nel saggio, uniche per il magnetismo che sprigionano e in grado di recare in sé la sintesi suprema di tutte le conoscenze umane.
Lo slancio cui l’autore attinge, frutto di una lotta serrata con il crescente affermarsi delle scienze, dell’esercizio della ragione svincolata da ogni impulso sentimentale, dalla sincera meditazione dei saperi acquisiti, si riverberò ancor più nei tempi a venire, quando la stagione del romanticismo inglese poté dirsi conclusa. Forse la più chiara dimostrazione circa la bontà delle tesi divulgate nel suo libello. Se infatti, come Shelley sosteneva, poeta è colui che compie un atto rivelatore, è un interprete capace di trascendere le correnti della storia e perciò di dare alle parole una dimensione mantica, allora può anche essere il narratore di qualcosa che è di là da venire. Intreccio di componenti istintuali e immaginative, la scrittura poetica e in generale l’animo poetico non seguono i dettami della volontà e della coscienza ma infrangendo i limiti entro cui queste cose sono solite operare, tendono a risolvere la parzialità del contingente nel flusso emozionale di idee che da sempre alimenta il mondo. Proprio in virtù di un simile corrispondersi di sensibilità che accomuna latitudini e momenti storici pur tra loro discontinui, i popoli ritrovano i segni della bellezza che credevano smarrita. Muovendo le corde più profonde dell’umano i poeti vegliano affinché l’immaginazione non smetta in loro di vibrare. E proprio all’elemento fantastico il discorso shelleyano attribuisce la forza durevole della poesia. Non vi è compimento creativo senza il manifestarsi di questa facoltà, in grado di eternare chi la esercita e coloro che con lui, attraverso la sua opera, entrano in sintonia. Il nozionismo che ci sommerge manca di influire positivamente sulla realtà che viviamo perché non suffragato da alcuna immaginazione: «Possediamo più conoscenze nel campo morale, politico e storico, di quante siamo in grado di metterne in pratica; le nostre conoscenze scientifiche ed economiche sono esorbitanti rispetto a quelle che sarebbero necessarie a garantire un’equa distribuzione della ricchezza. In questi sistemi di pensiero la poesia è sepolta sotto il cumulo di fatti e di processi computazionali. […] Quello che ci manca è la facoltà creativa di immaginare quello che conosciamo; ci manca l’impulso generoso che attualizza ciò che immaginiamo; quello che ci manca è la poesia della vita». Qui peraltro risuona più di un accento che rivestì l’ossatura della celebre orazione inaugurale tenuta da Ugo Foscolo all’università di Pavia, nel gennaio del 1809, per il suo insediamento nella cattedra di eloquenza. Un intervento dove molti sono i passi riservati alla grandezza della capacità immaginifica, passata al setaccio anche per il suo potere illusorio, obliante, mistico, la sola che quasi sollevi l’uomo al rango di un dio: «E la fantasia del mortale, irrequieto e credulo alle lusinghe di una felicità ch’ei segue accostandosi di passo in passo al sepolcro, […] rappresenta piaceri perduti che si sospirano, offre alla speranza e alla previdenza i beni e i mali trasparenti nell’avvenire; moltiplica ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente alla imitazione dell’uomo; tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato; e quasi per compensare l’umano genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai prestigi dell’opinione ed alla clava della forza, crea le deità del bello, del vero, del giusto, e le adora; crea le grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interroga e interpreta  il suo freddo silenzio; precorre le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed aspira all’eternità; sdegna la terra, vola oltre le dighe dell’oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle”». 
E il riconoscimento di una simile religiosità che attiene all’immaginazione, dunque alla poesia che su questa si incammina, ha sovente stabilito un parallelo tra poeti e profeti. Nel mondo antico i cosiddetti filosofi naturali scrivevano in versi e le conoscenze di cui erano in possesso ne facevano i detentori di una sapienza se vogliamo oracolare. In alcuni momenti il poeta tocca altezze tali da concentrare su di sé lo spirito del passato e quello che ancora è avvolto nell’indeterminatezza del futuro. Questo per certi aspetti lo avvicina alle figure di grandi rivoluzionari e predicatori. Un parallelo che riaffiora in diversi punti del fraseggio di Shelley e piuttosto frequentemente nel dire dei poeti. Così Yeats, di cui peraltro è nota la fascinazione per l’occulto e il simbolismo alchemico e che appena trasferito a Londra conobbe e frequentò il mago MacGregor Mathers e la teosofa Madame Blavatsky; interessi legati alla sua idea di letteratura, e di poesia in particolare, come massima forma di religione dal carattere universale: «Qualunque cosa avessero affermato i poeti nei loro momenti migliori, ciò costituiva il punto più vicino possibile ad una religione autorevole, e la loro mitologia, i loro spiriti del vento e dell’acqua, non erano che verità letterale».
Nonostante l’astio che alcune età le riservano, e sebbene nella deriva moderna corra il rischio di venire relegata ai margini della costruzione sociale, la poesia non abdica alla propria fede. Che gli impulsi corruttori liberati dagli uomini destabilizzino, offendendole, le norme sacre dell’interiorità, è un pericolo ancor più concreto nell’Inghilterra sedotta dalla rivoluzione industriale, e come del resto andrà affermandosi ovunque in Europa. Il poeta registra la portata tutt’altro che secondaria di tale passaggio e per primo lo definisce un discrimine in rapporto a quanto lo ha preceduto nella percezione e nel modo stesso di coltivare le arti. Con incredibile lungimiranza vuole mettere in guardia chi legge ma allo stesso tempo desidera sollevarlo, perché il piacere e la bellezza, anche se minacciate, non soccomberanno né si sottrarranno ai loro cantori. I periodi di decadenza – e c’è in questo un’eco dei cicli vichiani, accostamento suggerito dallo stesso Giuseppe Ungaretti che fu affezionato divulgatore della Defence –  le fasi cioè in cui le possibilità creative sembrano ripiegarsi su stesse, per quanto scoprano la rinuncia ai tratti fondamentali che in ogni civiltà hanno sollevato la mente umana, non rappresentano una capitolazione. Così come la corruttela non potrà estendersi fino a prosciugare le sorgenti che in sé preservano i divini doni della poesia: «Ma prima che la poesia possa estinguersi completamente è necessario che la corruzione abbia completato il disfacimento del tessuto della società umana». Compito morale dell’individuo è arginare ciò che vorrebbe sradicarlo da se stesso, impegnarsi perché dalla società non siano bandite le idee più nobili che ispirano il progresso culturale, la pace, il bello tutte necessariamente intrise di sostanza emotiva. Rifuggire questa componente, screditarla a favore di espressioni caduche e ingannevoli, non produrrà nulla di veramente valido nelle nostre vite. Ne avremo anzi un peggioramento della condizione personale e, quindi, collettiva. Il poeta è un essere solitario che però in ogni istante della sua solitudine non cessa di essere in comunione con quanto lo circonda. Per questo la sua parola incide con grazia e tensione inarrivabili la pietra dei sensi, perché irrompe nella consuetudine, nel gergo abituale cui affidiamo i nostri sguardi. Il gesto del poeta reca con sé la rivolta di quello che crediamo acquisito ai nostri orizzonti, fondandone di nuovi, irrompe nella regolarità, smaschera le rassicurazioni da cui siamo circonfusi e ne denuncia l’indecenza. Di qui il suo statuto morale, il più alto che sia dato conseguire a un uomo: «Riproduce l’universo di cui siamo parte e che percepiamo, e scosta dalla nostra pupilla interiore la patina della consuetudine che ci tiene nascosta la meraviglia del nostro essere. […] La poesia è il più indomito araldo, compagno e seguace del risveglio di un popolo, che opera benefiche trasformazioni della sensibilità e delle istituzioni».
L’assenza di poesia nel nostro vivere privato come nell’azione politica ha a che fare col concetto di giustizia sociale. Lo statista che non sia ispirato e non faccia dell’immedesimazione nell’altro il credo del proprio compito civile, fallirà. Leggere, adesso, queste pagine dedicate al divario fra chi detiene la ricchezza e chi è costretto in povertà, all’inganno che i fautori dell’utile traggono con sé, al calcolo che l’economista impone a fenomeni umani e leggi di natura, ci sottolinea quanto la denuncia di Shelley meritasse di venire raccolta. Ora che le dinamiche globali hanno amplificato a dismisura, esasperandoli, quegli squilibri che già si erano affacciati nell’Inghilterra di duecento anni fa. Ora che la dottrina dell’accumulo di beni materiali ha imposto al poeta, figura immateriale per eccellenza, il livellamento delle culture e del linguaggio, non più mezzo di catarsi e comprensione ma sorgente irrimediabilmente prosciugata. 
Nel 1975, di fronte all’Accademia di Stoccolma, Montale proseguiva questo dibattito chiedendosi se sarebbe riuscita a «sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa». Con Shelley anche lui ammise che «non c’è morte possibile per la poesia», ma era però palese che il consumismo, veicolato dalle odierne sirene pubblicistiche, mirasse ad «annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione», presupposti irrinunciabili dell’arte poetica e dei suoi fruitori. Lungi dall’aver esaurito il proprio messaggio, l’opera del poeta inglese si pone al centro di una discussione che oggi sembra investirci con urgenza perfino maggiore rispetto a quando venne composta.   
Sotto questo aspetto bisognerebbe forse ringraziare Mr Peacock per aver sollecitato a suo tempo la vibrante risposta di un grande umanista che nella sua disinvoltura antiaccademica sostenuta da immagini di immensa poesia ha il raro incantato potere, che solo i capolavori possiedono, di rassicurarci. 

(Di Claudia Ciardi)


P. B. Shelley, In difesa della poesia,
a cura di Vincenzo Pepe,
Mimesis edizioni, 2013


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