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17 ottobre 2022

Dante nel racconto di Pupi Avati

 



Riprese iniziate nel 2021 dopo un’attesa di anni – ben diciotto – prima che il progetto vedesse finalmente la luce. Un copione in prima bozza a lungo tenuto in un cassetto. Pupi Avati nel frattempo si dedica a molto altro ma continua a sentire l’urgenza di quella scrittura. Un’incubazione protratta nel tempo e mai accantonata che non deve sorprendere, perché il cinema di Avati è fatto di delicata poesia, di tracce poetiche scomparse, violate o esiliate dai cambiamenti sociali, dal distacco che l’uomo contemporaneo sembra essersi imposto verso tutto ciò che è richiamo sentimentale, intimità, evocazione. Diceva lo scrittore Hermann Broch che c’era forse da temere che l’umanità fosse caduta in una fase di psicopatia – lui si riferiva all’ascesa dei totalitarismi e alla conseguente carneficina della seconda guerra mondiale. E in effetti la scomparsa – o quasi – dell’anima poetica, presa al laccio della comunicazione istantanea, delle pubblicità patinate che chiudono fuori dalla porta un mondo impoverito e belligerante, dei tam-tam mediatici, della svendita di valori, identità, radici, del prevalere dell’urlo, della polemica, della parola superficiale sulla pacatezza e la profondità del dire, innegabilmente s’intreccia con una decadenza della nostra epoca – in generale di ogni epoca umana che abbia deciso di non “cantare”. La poesia, si sa, ha bisogno di cuore e di tempo, è un rito con cui la smemorata frenesia dell’oggi mal si concilia – dunque di ancor più tempo ha forse bisogno la sua traslazione in immagini. Recitarla, o meglio recitare una vita in poesia com’è stata quella di Dante, significa saper tornare a raccogliersi, saper trovare accenti sommessi, recuperare la chiave di un racconto, anzi una sonorità, che adesso tende a sfuggirci. Del resto, il nostro sommo poeta fu vittima di odi sociali, di un ostracismo verso la poesia e i suoi rappresentanti, di quella psicopatia sterile e violenta di cui si è detto, che già secoli fa allignava nel collettivo. In sottotraccia questo parallelo tra lo smarrimento e l’ignoranza di ieri e di oggi che comporta la messa al bando dei poeti, è qualcosa che il regista ci addita come un monito, specchio di maniacalità e conflitti ovunque accesi in ogni tempo.
E forse proprio per la difficoltà a tornare a una purezza di sguardo che un film sulla poesia comporta, così da far risuonare la poesia prima di tutto in noi, sgombrando il campo dal rumore di fondo che lo invade, non sono molti i lavori cinematografici che la raccontano, sorprendentemente pochi i tributi del cinema italiano ai nostri letterati. Pensiamo al Leopardi di Martone. Solo nel 2014 abbiamo avuto un film sul nostro grande. Ma Pupi Avati ha nella propria narrazione la capacità di recuperare quell’animo perturbato e commosso che ci manca. C’è poesia nel cinema di Avati – quanto mi ha incantata la sua Festa di laurea, protagonista un intenso Carlo Delle Piane, ritratto di un’impoetica e svuotata borghesia contro la spontaneità sentimentale di chi ha poco o nulla, da un punto di vista materiale, ma può ancora contare su una straordinaria ricchezza emotiva.

L’opera su Dante è ambientata nel settembre 1350, alla soglia del trentesimo anniversario della sua morte, e mette in scena un serrato raffronto fra Boccaccio, narratore dotto e affezionatissimo a quello che considera un padre, e il poeta della Commedia. Il primo studioso del poema dantesco, celebre anche per aver inaugurato le letture pubbliche a Firenze in cui ne recitava e commentava i canti, riceve l
incarico dalla propria città di portare alla figlia, monaca a Ravenna, un compenso in denaro a titolo di risarcimento tardivo per le sofferenze inflitte al padre e alla sua famiglia. Ne scaturisce una sorta di dialogo a distanza fra i due letterati, mentre Boccaccio calca fisicamente le orme del maestro, ripercorrendo i luoghi dell’esilio, raccogliendo testimonianze durante il tragitto che si legano anche alla storia di Firenze, prima e dopo la presenza dell’Alighieri. Con un evento spartiacque: la peste nera del 1348 che contribuì a sedare le faide, perché i lutti in ogni famiglia furono così numerosi che l’odio antico venne assorbito da una tragedia immensamente più grande. La torre del “guardamorto”, dove erano esposti i cadaveri che non si erano potuti riconoscere, si staglia in questa ricostruzione come una sorta di girone infernale; una specie di luogo dell’azzeramento che mostra tutta la nullità dell’essere umano, spazzato via nella sua ridicola superbia da forze che non è neppure in grado di immaginare. Anche qui, linee parallele con quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo.
Ad Alessandro Sperduti che abbiamo già visto in diversi lavori a carattere storico dove ha messo in luce tutta la sua bravura – Torneranno i prati di Olmi e poi le serie sui Medici e Leonardo da Vinci è toccato il compito non semplice di interpretare gli anni giovanili di Dante. Sia lui che il veterano Castellitto, nei panni di Boccaccio e recentemente anche in quelli di D’Annunzio, ci regalano belle sequenze di recitazione. È un Dante carnale fuori dagli stereotipi, a dimostrazione che la verità poetica – come scrissi parlando di Ungaretti – sta nel sangue e nel fango della materia. La poesia è tanto più profonda quanto più affonda le unghie nella pelle e immerge lo sguardo nelle bassezze della vita. Per Ungaretti fu la trincea, per Dante fu ugualmente la guerra, e poi la lordura della politica, la violenza del rovesciamento delle sorti, la povertà, la paura della continua persecuzione. Ma ebbe sempre dentro il dio della poesia a sollevarlo, provava cose che lo innalzavano oltre tutto il dolore, e che nell’intensità di quel dono lo riscattavano. Se una tregua c’è stata in questa vita, è proprio nell’immensità della parola poetica. È un qualcosa che il regista fa affiorare nell’intera rappresentazione, testimonianza di un bene che travalica ogni cattiveria.

La stessa diafania di Beatrice – talento e bellezza di Carlotta Gamba – si sbilancia continuamente tra carnalità e ritratto gotico. È stilnovista e angelica solo perché bionda e con gli occhi azzurri. Ma per il resto un carattere fuori dai canoni – una sorta di baccante rassegnata al suo sacrificio, consapevole di tutto e della morte soprattutto. Le donne di Dante – anche quelle che ebbe durante l’esilio, prostitute comprese, a quel che se ne sa amava e molto il gentil sesso – sono qui tutt’altro che madonne indecifrabili. Condividono l’amore e il dolore del poeta, ne mordono il cuore.
Insomma Pupi Avati ha fatto piazza pulita di molti cliché che diversamente avrebbero allontanato e reso soporosa una lectura Dantis. Quindi non è condivisibile a mio parere chi vede nel film uno scivolamento didascalico. Mentre affermo che, proprio in osservanza della rottura degli stereotipi, per l’aspetto di Dante si poteva evitare quello del naso enorme e adunco; attenendosi piuttosto a quanto ci rivela l’affresco del Bargello, forse la sua più verosimile “fotografia”.

Questa breve riflessione sul meritorio e coraggioso impegno di Avati su Dante – perché portare adesso la poesia in sala e raccontare un poeta che ha letteralmente plasmato la nostra lingua richiede una certa dose di temerarietà – non può che concludersi con una dichiarazione rilasciata dal regista all’inizio delle riprese: «Attendi tanto. Diciotto anni prima che ti sia concesso di realizzare un film. Lo avevi nitido nel 2003 quando hai scritto la prima versione del soggetto. Nel frattempo hai fatto altro, molto altro, ma quell’impegno con Dante ti è rimasto dentro, tampellante, facendoti avvertire come una colpa il trascorrere del tempo. Poi, finalmente, incontri chi ti ascolta e non rimanda, chi apprezza l’idea e ti trovi “impreparato” a quell’assenso, a quell’accoglienza. Questo il mio stato d’animo di oggi, a poche ore dall’inizio delle riprese. Che si realizzi nell’Italia di oggi in cui le gerarchie di cosa e di chi conti sono dettate da ben altro, un film sulla vita di Dante Alighieri, ha dell’inverosimile. Non oso ancora crederci».»
E noi non possiamo che dire grazie.


(Di Claudia Ciardi)

 

19 maggio 2019

Palladio - «Una lunga fatica e gran diligenza ed amore»






Arriva nelle sale italiane, per tre giorni, il documentario su Andrea Palladio (Padova 1508 – Vicenza 1580), nome di punta dell’architettura cinquecentesca europea. Diretto dal regista milanese Giacomo Gatti, storico collaboratore di Ermanno Olmi, di cui dal 2006 ha seguito le preparazioni cinematografiche, questo film racconta, attraverso l’esperienza di un professore italiano a Bruxelles, Gregorio Maestri, l’opera del noto architetto padovano. Un dialogo-dibattito coi suoi studenti del primo anno, e un viaggio che dal Veneto porta agli Stati Uniti sulle tracce di un figura di cui si approfondisce la longeva eredità nell’immaginario contemporaneo. Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, figlio di un mugnaio, inizia come scalpellino, si forma lavorando in cantiere, e in breve tempo progetta alcuni dei più significativi edifici che hanno letteralmente disegnato il volto di città come Padova e Vicenza, e le loro campagne. Costruttore, scenografo, teorico – nel 1570 dà alle stampe i Quattro Libri dell’architettura, summa delle realizzazioni di una carriera quarantennale – è stato uno degli ingegni più versatili e richiesti dei suoi tempi. L’opera meritoria prodotta da Magnitudo film approfondisce una delle personalità cui più si sono ispirate le successive generazioni di architetti, tanto che Palladio può considerarsi l’iniziatore di una corrente che per tre secoli ha continuato a dar forma ai luoghi, dall’Italia all’estero. Ma questa proiezione si pone anche come mezzo per ragionare sul ruolo odierno dell’architettura, in una fase di crisi sentimentale delle umane capacità radicate nell’immaginazione, nella conoscenza e nella loro traduzione poetica. Laddove ci si affretta, si rende invece necessario soffermarsi, tornare a leggere il significato storico di quel che abbiamo intorno, sapervi attingere per trasporlo nell’oggi. Si tratta infine di cogliere la dialettica imprescindibile fra creatività e politica, che ha reso possibili le grandi imprese del rinascimento italiano e che ci esortano a riscoprire la forza della loro portata.

(Di Claudia Ciardi)

Regia di Giacomo Gatti. Un film con Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Antonio Foscari, Lionello Puppi, Gregorio Carboni Maestri.
Genere Documentario - Italia, 2019, durata 97 minuti.
Distribuito da Magnitudo con Chili.

In proiezione il 20, 21 e 22 maggio 2019.



«Di me stesso non posso prometter altro che una lunga fatica e gran diligenza, ed amore, che io ho posto per intendere e praticare quanto prometto», Andrea Palladio, Memorie.


10 dicembre 2018

La terra buona




Regia: Emanuele Caruso 
Con Lorenzo Pedrotti, Fabrizio Ferracane, Viola Sartoretto, Cristian Di Sante, Giulio Brogi. 
Genere: Drammatico 
Durata: 110 minuti
Produzione: Italia, 2018


Ambientata negli scenari selvaggi della Valle Grande, in Piemonte, estesa riserva naturale a sessanta chilometri dalla Svizzera dove non vi è traccia d’intervento umano, la seconda prova cinematografica di Emanuele Caruso non delude. Centra le aspettative già create col suo precedente lavoro, E fu sera e fu mattina, esordio del 2014 tutto girato nell’Alta Langa, sostenuto da una raccolta fondi di successo, ben compensata dagli ottimi riscontri di pubblico. Una bell’impresa ripetuta con La terra buona, narrazione poetica commovente sui tracciati di Ermanno Olmi e Giorgio Diritti, dai quali il regista attinge per affinare gli accenti della sua espressione, fra i più singolari nel panorama italiano attuale. Prendendo le mosse da una storia vera, il film esorta con delicatezza lo spettatore a riflettere su temi importanti, quali il confronto coi ritmi naturali dell’esistere, il bisogno di recuperare una dimensione spirituale autentica, l’imprescindibile necessità di raccoglimento senza la quale l’essere umano è sbilanciato, incapace di pensare, di farsi e fare del bene.
Nel quadro di un luogo all’apparenza ostico, ma subito accogliente non appena si entra in sintonia col suo respiro, si ritrovano Padre Sergio De Piccoli, monaco benedettino, che in Valle Maira, nel cuneese, ha realmente raccolto sessantamila volumi così da costituire la biblioteca più “alta” d’Europa, un terapeuta che sperimenta cure alternative per malattie terminali, una ragazza in cerca di guarigione e il suo amico d’infanzia che si offre di accompagnarla in questo difficile cammino. Mastro, il medico che non si stanca d’insegnare l’importanza del saper guarire interiormente come primo stadio di ogni terapia, e il suo aiutante Rubio, irascibile quanto concreto e geniale, si sono rifugiati da Padre Sergio perché il loro metodo è stato messo sotto accusa. Sono dei perseguitati, come lo sono, per motivi diversi, Gea e Martino, i due ragazzi che sfiniti e, quasi scacciati dal mondo, arrivano in valle. Gea, a causa della malattia, non ha quasi più risorse fisiche, ma anche la sua mente è indebolita – un rapporto complicato col padre scomparso recentemente e che dunque non è più recuperabile, la consuma anche più del suo male. Martino, che viene pure lui da Roma, come Gea, si sente altrettanto masticato e rigurgitato dalla metropoli dove non ha saputo realizzarsi sul piano economico e dov’è è costretto a guardare in faccia i suoi fallimenti. Fatica però a prendere coscienza di questa condizione, e perfino la sua nevrosi gli sfugge, attribuendola solo a quel che si trova a subire, come fosse qualcosa di esterno alla sua vita. La montagna lo aiuta lentamente a riconoscere se stesso, a riappropriarsi di un dialogo con quella parte della sua persona ammalata che nella fragilità, nel disadattamento continuo alle precedenti situazioni che ha attraversato, avrebbe voluto costringerlo a fermarsi. Ci riusciranno i silenzi e gli sguardi di padre Sergio, l’umile e umana comprensione di Gianmaria, il suo aiutante, il confronto con Mastro e quell’antro meraviglioso pieno di libri e di sogni, fiorito come per incanto in mezzo alle nuvole, in cui si trova all’improvviso catapultato.
È per certi versi una fiaba alchemica orientata alle energie che uomini e cose sono in grado di emanare; una ricerca dubitante nella quale interiore ed esteriore s’intersecano, generando materia vitale e inaspettate trasformazioni. È anche la storia di come i destini di queste persone vengano scossi inevitabilmente dal mondo esterno o estraneo, che non rimane certo quieto, relegato nella sua lontananza, ma risale a cercarli, esigendo da loro una presa di posizione, chi davanti alla vita chi davanti alla morte, marea che incalza e che spinge per cancellare le orme appena impresse. È la storia di un microcosmica comunità di caratteri che, pur diversi e sconosciuti fra loro, riescono per un momento a trovare un equilibrio, un po’ di normalità, e in questo momentaneo amalgamarsi raggiungono un affiatamento insperato. La separazione è un epilogo inevitabile ma non viene rappresentata come un semplice lacerarsi di legami, contiene un augurio più grande e profondo scritto intorno al richiamo essenziale che ognuno ha la sua missione da compiere e perciò si va avanti, si cammina, in cerca di qualcosa che, se anche non ci è chiaro, sa farsi ascoltare tra le fibre del nostro andare, e voltargli le spalle non si può.


(Di Claudia Ciardi)



Mastro e laiutante Rubio sotto il pergolato



Una scena



Alcuni componenti del cast


9 luglio 2015

Fury - La guerra dei carristi




Titolo originale: Fury
Regia: David Ayer
Nazione: U.S.A.
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 134'
Anno: 2014
Sito ufficiale: www.furymovie.tumblr.com/...


Cast: Brad Pitt, Scott Eastwood, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Jonathan Bailey, Jim Parrack, Eugenia Kuzmina, Brad William Henke, Branko Tomovic, Anamaria Marinca, Christina Ulfsparre


Segnalato tra i dieci migliori film dell’anno dal «National Board of Review», con un costo di lavorazione di 80 milioni di dollari, il war movie Fury, diretto da David Ayer, è uscito in America lo scorso novembre, posizionandosi subito in testa al box office US. Ambientata nel ’45, in una Germania ormai sotto assedio e disperatamente rabbiosa, la storia si svolge senza squilli di carica né moine patriottiche, cui ci hanno invece abituati le celebrazioni di campagne vittoriose come il D-Day, l’offensiva delle Ardenne. Qui non c’è nulla di epico, non si riesce neppure ad abbracciare con lo sguardo il terreno di battaglia. Tutto appare frammentato, sconvolto, tragicamente assurdo come fu del resto in quelle settimane impossibili prima che ogni cosa giungesse a conclusione.
L’esercito americano ha l’ordine di avanzare fino alla centrale del potere tedesco. Ovunque arrivino le forze d’invasione, il paesaggio si dispiega come una raccapricciante no man’s land. E il regista, per dirci cosa sia la guerra, sceglie proprio questo livello, la strada, dove il basso ventre dei carri armati macina polvere e vite umane. È una narrazione che rasenta la claustrofobia. Lo spettatore, costretto a focalizzarsi sulla forzata precaria convivenza di cinque uomini dentro una tale macchina della morte, sente sulla sua pelle la crudezza della guerra. In un recente passato cinematografico questa prossimità tra chi osserva e chi recita la parte di soldato la si è potuta notare ad esempio nella rappresentazione di scontri fra sottomarini – anche lì spazi angusti, uomini costretti a guardare in faccia i loro limiti, comandanti capaci di azioni eroiche ma in genere soccombenti alle umane debolezze. Da un simile punto di vista, l’ultimo lavoro di Olmi si è spinto ancora più avanti, facendoci letteralmente entrare in trincea. Olmi ha messo in scena l’azzeramento dello spazio-tempo in un avamposto della Grande Guerra, inchiodando l’orizzonte sentimentale di quanti fino a allora si sono confrontati con questo tema. Come ha scritto Alessandra Kezich su «La Stampa» del 24 maggio 2015: «Con Torneranno i prati Ermanno Olmi porta a estrema astrazione la denuncia dell’inutile strage, inscenando un allucinato Kammerspiel in uno sperduto avamposto sulle vette innevate dove nulla ha più senso, a parte una residua fiammella di spirito umano. Chi un giorno vorrà riprendere il racconto dell’indicibile orrore della guerra, dovrà ripartire da qui».
Insomma, una nuova via tesa a scandagliare il profilo psicologico di quanti si trovano risucchiati da un conflitto è aperta. David Ayer aggiunge a sua volta un tassello importante. Prima di tutto perché sceglie di collocare la vicenda in un periodo storico piuttosto inesplorato, per non dire trascurato, che riguarda appunto le ultime spasmodiche contrazioni dell’impero nazista. Poche le realizzazioni filmiche, ma non così cospicue neppure le stesure libresche. Accanto all’eccellente saggio-romanzo di Antony Beevor sulla battaglia di Berlino, che coordina elementi tecnici e testimonianze personali poggiandosi saldamente su basi storiche, il resto è affidato piuttosto al resoconto militare oppure alle annotazioni diaristiche, spesso senza che le due cose siano tra loro comunicanti. In secondo luogo il regista americano si avventura in un universo altrettanto poco conosciuto che è la vita (e la guerra) dei carristi. Piccola digressione storica. I carri armati sono cosa sconosciuta ai teatri bellici fino alla prima guerra mondiale. Fanno la loro comparsa sulla Somme (novembre del ’16 – gennaio ’17), in Francia, luogo di uno dei più efferati massacri di tutti i tempi; resteranno sul campo più di un milione di soldati, contendendo il triste primato a Stalingrado. Richiesti dagli inglesi nel ’16, furono inviati in Francia in appositi imballaggi che recavano il nome di tanks (cisterne), come se si trattasse di una spedizione di contenitori d’acqua. Ritirati quasi subito per le pessime condizioni del terreno, vennero poi utilizzati in massa nel’17-’18. Tra i maggiori teorici e divulgatori della tattica dei carri va ricordato il generale tedesco Heinz Guderian (1888-1954) che nel ’38 venne nominato comandante di truppe corazzate, segnalandosi nella campagna di Francia, con le operazioni di sfondamento a Sedan; quindi come comandante di armata corazzata partecipò alla campagna di Russia e alla battaglia di Mosca. Nella seconda guerra mondiale i Panzer tedeschi erano sul piano meccanico e della potenza di fuoco superiori agli Sherman americani. Le perdite tra gli alleati furono dunque ingenti, aggravate dall’ostinazione del nemico. 
I protagonisti del film si sono lasciati alle spalle lo sbarco in Normandia e lo sfondamento delle linee francesi, che riaffiorano nei loro discorsi solo come immane macelleria – il puzzo della carne in putrefazione, carcasse di uomini e cavalli lasciate marcire sul terreno. Non c’è nulla di epico, nessun inno alla vittoria, solo la voglia di finirla presto, una disperata stanchezza che talora eccita il morale del gruppo per poi gettarlo nel più desolato sconforto. È interessante l’attenzione che viene riservata proprio allo stato d’animo, apparentemente contraddittorio, che più investe chi combatte mentre si scopre gravato dalla solitudine e dalla desolante consapevolezza della morte. Un misto di entusiasmo e abbattimento per una situazione che riguarda da vicino la propria fine, nella quale anzi è nitidamente stagliata la fine. Lo si coglie ad esempio nelle parole del sergente Don Collier (Brad Pitt), che in una pausa tra commilitoni non esita a definire l’occupazione del carrista “la cosa più bella da fare”. Consegnato senza difese alla violenza e alla precarietà dell’esistere, l’uomo si ripiega in se stesso alla disperata ricerca di un senso. Ci sono cose simili nei diari dal fronte di Robert Musil, quando descrive l’attesa dell’impatto dei proiettili e l’irrefrenabile pulsione edonistica che coglie chi sta sotto e che inconfessabilmente quasi vorrebbe andargli incontro. 
Nel film gli uomini sono prostrati, abbrutiti, snervati dall’accanita resistenza tedesca, che ancora è in grado di infliggere perdite rilevanti alle forze d’invasione. I rari momenti di tregua non bastano a ripristinare un clima se non di serenità almeno di fiducia. Pitt fa la parte del leone, in un ruolo che gli calza a pennello, sebbene non sia da annoverare fra le sue prove migliori. A conferma, se mai ve ne fosse bisogno, di non essere unicamente un bello da copertina ma un attore capacissimo e di grande versatilità.   
Altrettanto bravo ma un po’ meno credibile nel ruolo, la giovane recluta catapultata tra i veterani. Il battesimo del fuoco è per lui rapido quanto devastante. In questo caso si indulge troppo forse al giovane immacolato che spara recitando il Vangelo, già visto in altre salse, e quindi a rischio stereotipia. Fin da quando fa il suo ingresso l’inesperto Norman (Logan Lerman), sorretto dalla forza della fede, porta con sé l’aura della salvezza. Troppo scontato. Io lo avrei sporcato un po’ di più. Per il resto comunque una buona nuova pagina di cinema di guerra. 

(Di Claudia Ciardi)

   

25 marzo 2015

Intervista a Andrea Brancolini

Con Andrea Brancolini ho uno scambio che dura da diversi anni e che risale più o meno alla pubblicazione di alcuni miei articoli sul sito di «Lankelot» (*adesso «Lankenauta»), di cui è collaboratore di lungo corso. In questa sezione trovate tutti i contributi che ha firmato dal 2006 a oggi, tra i quali mi sono spesso addentrata con piacere perché mi fido del suo gusto letterario – Andrea è un lettore onnivoro, nel senso di chi legge in maniera non settoriale né pregiudiziale, con il raro pregio di attraversare i libri in profondità. I suoi pezzi trasmettono una passione sincera e scrupolosa per quel che gli gira tra le mani.
Ha partecipato a diversi progetti dedicati alla scrittura, tra i quali lo spazio di BombaSicilia, nato all'interno della mailing list di Bombacarta, associazione culturale romana, che a dispetto o in virtù del suo nome, vedete voi, ha rappresentato nel suo percorso una della compagini più vitali e stimolanti sul piano creativo. A me piace ricordare, peccando forse di un pizzico di autoreferenzialità, la bella recensione che ha dedicato al mio Georg Heym, uscita su WSF qualche anno fa.
Nei suoi confronti nutro da sempre una grande stima, tanto più che quando capita di discutere su una traduzione o un episodio legato all’attualità, la sua parola finisce per mettere in luce aspetti che non avevo notato affatto. Lo spunto per il nostro confronto qui viene dal romanzo di Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre (2013)*, sul quale Andrea mi segnalò mesi or sono un suo intervento. La stesura delle mie domande, con cui già da tempo avrei voluto coinvolgerlo, fu ulteriormente quanto inaspettatamente stimolata dai temi toccati in quel suo breve scritto. L’intervista che segue è dunque un tributo a Andrea come articolista, e ancor più come persona. Da queste poche riflessioni emerge infatti un’estrema pacatezza, mai però troppo lieve o rassegnata, nell’osservare e “leggere” la realtà attraverso le sue pieghe abitudinarie o insolite, pur comunque alienanti, dove anche il linguaggio rischia di divenire strumento alieno, scomodo, inservibile, subordinato all’isteresi, bandito dalla gioia narrante, destinato ai robivecchi. In attesa che qualcuno abbassi il volume, mettendosi a cercare in quella montagna di cose in disuso, magari ritrovandovi un senso o almeno un suono capace di farci recuperare una misura di umanità.

 *Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre, a cura di Giovanni Capecchi, Associazione Libreria dell’Orso edizioni, Pistoia, 2007 [Ristampato da Tarka, 2017 e in formato EPUB da Nilalienum]


Vorrei iniziare questo nostro confronto sui temi di patria e memoria ricorrendo a un passo di Arturo Stanghellini tratto dal suo romanzo di guerra, Introduzione alla vita mediocre, cui hai dedicato non molto tempo fa una bella recensione, anche se credo sia riduttivo definire così il tuo lungo articolo.
Stanghellini a un certo punto si sofferma "sull'ultimo morto di guerra", dando vita a una descrizione di grande realismo e crudezza, che aiuta a capire molto di ciò che era stata quella tragedia, giunta alla sua conclusione: «In val di Nos poco sotto la croce di Sant’Antonio ho visto l’ultimo morto di guerra. Era disteso supino sul margine della strada che strapiomba nella valle tortuosa ed aveva coperta la faccia e il petto da un telo da tenda insanguinato. Gli uscivano fuori le mani così piccole e così bianche che non potei trattenere il desiderio di scoprirgli il viso.
Pareva che la guerra avesse ucciso l’ultima giovinezza, avesse voluto congedarsi con il delitto più crudele, in quel bambinone biondo dai riversi occhi d’oliva ove due pezzetti di cielo s’erano spenti nella velata fissità della morte. Gli usciva dal petto una larga ferita rilevata di nero sangue aggrumato» (Finis Austriae, 1 novembre 1918).
C’è in questo brano la fotografia di una mattanza, di una sciagura che per cinque anni si è abbattuta e accanita sugli uomini, della quale le generazioni successive non sembrano aver colto fino in fondo il peso. Alla luce delle tante iniziative dedicate agli eventi della Grande Guerra, nell’anno del centenario, quali aspetti, secondo te, sono da stigmatizzare in questa rumorosa e forse fin troppo ingombrante architettura della memoria?

Non credo che questa “architettura della memoria” che si attiva in occasione di anniversari, com’è accaduto per il 2014, o in occasione di giornate – penso alla Giornata della Memoria, ma persino a manifestazioni meno imponenti come possono essere le varie Giornate della Poesia, la Festa della Donna, etc – per cui molte persone sembrano risvegliarsi da un torpore, diventare partecipi, sia da stigmatizzare nei suoi aspetti esteriori, per quanto possano sembrare rumorosi e ingombranti. Il tentativo di accensione dell’interesse delle persone riguardo qualcosa che ha colpito i nostri paesi, l’intera Europa, un secolo fa, e che molto spesso, confrontata alla seconda guerra mondiale, sembra avere un’importanza relativa, sembra quasi sia stata una guerra da poco, è meritorio, a mio avviso. Da questo punto di vista, ben venga un po’ di rumore che faccia scoprire quanto crudele sia stata la Grande Guerra, quanto abbia significato per il mondo, per le persone che l’hanno attraversata. A proposito di quel che dici sulle generazioni successive, che non hanno forse colto fino in fondo il peso, lo stesso Stanghellini ne parla in quel suo romanzo-diario. L’autore pistoiese racconta di come sia impossibile, per chi è tornato dal fronte, far comprendere la propria esperienza a chi non l’ha vissuta. L’intero suo libro combatte contro questo scoglio, lo scoglio dell’incomunicabilità di un’esperienza tanto pervasiva e crudele. Se ne rese conto, appena tornato, di quanto fosse incomprensibile a chi era rimasto a casa la vita dei soldati in trincea e racconta l’episodio di un commilitone: «Quando si desidera farsi conoscere si presenta la parte migliore di noi. La parte migliore gli sembrava il dovere compiuto davanti alla morte. Per parlare di felicità, per entrare nel regno della felicità ove tanti mediocri sono domiciliati fin dalla nascita senza accorgersene, gli pareva bello dire: io vengo dal dolore... Gli pareva. Un giorno la fidanzata lo interruppe: «Ma tu non sai parlare altro che di guerra!».» (pag. 176)
La guerra è stata la loro introduzione alla vita mediocre, la vita di tutti i giorni, dove la morte ci è vicina, sì, ma senza consapevolezza, e viviamo come non coscienti. Stanghellini ricorda, tra l’altro, come il suo libro arrivi ben in ritardo rispetto alla proliferazione di memorie di guerra che c’era stata subito dopo la fine del conflitto. Proprio, penso io, per il suo tentativo di rendere comunicabile ciò che sentiva come incomunicabile, sapendo che sarebbe stato comunque sconfitto. Se già allora chi era stato al fronte comprendeva bene quanto fosse difficile far capire persino ai propri cari ciò che aveva vissuto, penso che ancora più difficile sia farlo oggi. La domanda che mi pongo è se davvero si possa considerare “architettura della memoria” ciò che viene fatto. I due termini, architettura e memoria, presuppongono una durata nel tempo e una permanenza nell’individuo che, al contrario, le iniziative “memoriali” non hanno. Sono ripetute, magari ogni anno, ma non legate tra loro; sembrano essere pensate per esaurirsi in se stesse, per il breve termine e non per il lungo. Questo è l’aspetto che si può stigmatizzare, a mio avviso. Che si tirino su edifici temporanei e non si dia il la ad una vera e propria architettura della memoria, architettura che dovrebbe avere fondamenta ben più ampie rispetto a quelle che sembrano essere reputate sufficienti.

Riprendendo il ragionamento precedente, fissare una “data del ricordo”, relegare cioè in un giorno o entro un lasso di tempo comunque limitato dinamiche complesse e assai più estese che attengono al sedimentarsi del vissuto di una comunità o di un popolo intero, dal mio punto di vista rischia di mettere alla porta un autentico processo di comprensione e innesto di certe vicende nella memoria collettiva.
Nel caso della Grande Guerra il pregio di tutto il parlare che se n’è fatto nel corso del 2014, sta magari nell’aver riscoperto storie personali, altrimenti sconosciute, il che ha anche contribuito a nuovi studi e ricerche. Ma che buona parte di queste cose siano progredite a compartimenti stagni, e in maniera perfino un po’ dispersiva, resta in me un’impressione preponderante. Qual è la tua opinione al riguardo?

La mia opinione è che la prossima volta che se ne parlerà così diffusamente sarà forse nel 2114. Come accennavo prima, il fatto è che non si sta creando una architettura della memoria, ma un’accozzaglia di elementi distinti e per certi versi autoportanti che non comunicano tra loro, e per questo non creano fondamenta. È una questione molto ampia da trattare perché sembra essere in atto un movimento di delega da parte dell’umano nei confronti della tecnologia, per cui anche la memoria finisce con il poggiare su elementi tecnici che riescono a dare, sì, punti di appoggio, ma non a legarli insieme. Si tende, credo, a pensare di creare reti senza rendersi conto che, in realtà, osserviamo e basta i puntini delle figure nel gioco della Settimana enigmistica senza unirli. Quando cerchiamo di unirli, si lascia quasi che sia la tecnologia a tratteggiare i vari segmenti. Le varie “date del ricordo” sono questi puntini, ma non si danno alle persone gli strumenti per unirli insieme e per vederne la storia. Si danno le nozioni, ma non la chiave per interpretarle. Sappiamo tantissime cose, ma non le facciamo essere presenti nella nostra vita, rimangono staccate. Per cui possiamo essere a conoscenza del fatto che bruciare la plastica sia dannoso per noi e per l’ambiente e farlo comunque; possiamo sapere che costruire su terreni in cui sono presenti falde acquifere è pericoloso e al tempo stesso farlo; possiamo forare montagne e prosciugare sorgenti, in altre parole distruggere il territorio anche se sappiamo che questo porterà problemi gravi a tutta la popolazione... Nonostante la nostra supposta conoscenza ci comportiamo da ignoranti.

In un paragrafo su Curzio Malaparte, lo storico palermitano Roberto Giardina, autore di una monografia assai densa dal titolo L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, scrive:
«Tra il padre tedesco e la madre toscana, l’adolescente Kurt Suckert sceglie la mamma. In tedesco, patria è il neutro Vaterland, che incute timore, in italiano è femminile e materna. Ma ti spinge ugualmente alla guerra e alla morte».
La frase allude evidentemente all’ondata di patriottismo che attraversò l'Europa, spingendola all’avventura della guerra. Una cosa che a leggerne ora ci risulta quasi incomprensibile ma che in quel momento fu una calamita per tanti. Perfino il fronte socialista si incrinò, arretrando malamente davanti alla necessità di difendere gli interessi nazionali. Fu l’elemento di trazione per convincere gli uomini all’impossibile, cioè morire.
Accostando l’abbaglio di allora a certe retoriche odierne, attorno a cui si è costruito uno degli artifici a mio avviso più assurdi quale “la guerra umanitaria” per dirne uno, quali considerazioni ti sentiresti di fare?

Nell’ultimo periodo ho avuto occasione di leggere un libro di Stefan Zweig, Tempo e mondo (conferenze e saggi 1914-1940; traduzione di Emilio Picco), edito da Piano B edizioni, che raccoglie articoli, discorsi per conferenze dell’intellettuale austriaco risalenti agli anni tra le due guerre. Sono riflessioni su quei tempi che finiscono per essere più che valide anche oggi. A proposito dell’entrata in guerra, racconta di come fino a poco prima sembrasse impossibile che potesse accadere una cosa del genere, che niente in apparenza faceva prevedere ciò che sarebbe successo, e che quando venne dato l’ultimatum tutti avevano comunque continuato a pensare che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Parla anche, altrove nello stesso libro, di Bertha von Suttner, una delle prime pacifiste della storia, scrittrice di Giù le armi! e attivista per la pace morta poco prima dello scoppio della guerra. È un articolo molto interessante perché pone l’accento sull’importanza di una “organizzazione della pace”, idea che von Suttner, secondo Zweig, ha rubato proprio alla guerra. Come c’è una “organizzazione della guerra”, così ci doveva e ci deve essere una “organizzazione della pace”. Il Novecento come secolo della tecnica e della tecnologia, di guerra e di pace. Più della prima che della seconda, per questioni temo di semplicità. Distruggere all’essere umano sembra estremamente più facile e persino gradevole che, non dico costruire, ma almeno mantenere. Per questo abbiamo la “guerra umanitaria”, le “forze di pace”, e via discorrendo. La “guerra umanitaria” è forse il simbolo più forte degli anni che stiamo vivendo: una evidente contraddizione in termini per rendere accettabile alla società la guerra. Non esiste guerra che possa dirsi umanitaria, ma affianchiamo queste parole per ipocrisia, per giustificare il mezzo con un supposto buon fine. La società civile si dichiara contro la guerra, ma fa un compromesso in casi ritenuti eccezionali. C’è da dire che non è facile, di fronte a qualcuno che usa la forza, la violenza, per affermarsi ed è totalmente disinteressato ad ascoltare l’altro, parlare, comunicare in modo pacifico. Basta guardarsi intorno, mettere su un canale tv a caso o leggere un giornale, ascoltare conversazioni per strada e si nota subito che, in quest’era di comunicazione, in realtà non si comunica quasi mai, ma si cerca di sovrastare l’altro con il tono di voce. Figurarsi riuscire a discutere con chi ha in mano le armi. In un mondo che sta tornando al pre-verbale, in cui le parole acquistano significato solo grazie al volume con cui vengono espresse, trovo sia molto difficile dare spazio a qualcosa di tanto civile come la pace.

Vorrei continuare a riflettere sull’idea di patria, questa parola di discendenza paterna (in italiano è femminile ma sempre porta con sé il pater). Il tedesco, si diceva, ha Vaterland (e ancora vi incontriamo la figura del padre) ma anche Heimat, parola femminile composta dal neutro Heim (casa, dimora). E poi ancora un verbo interessante heimziehen (andarsene indistintamente, senza una meta).
Insomma, nella lingua tedesca da una parte abbiamo il luogo paterno (o paternalistico), quello del mito e della retorica, su cui lo stato poggia le sue fondamenta. Dall’altra una patria dal carattere più spirituale, centro degli affetti, spesso destinata a rimanere sfuggente perché non precisamente collocabile nelle coordinate di spazio e tempo, ma soprattutto perché incapace di generare alcun obbligo per i suoi abitanti, tranne un coinvolgimento sentimentale.
Forse, in questa distinzione il tedesco è più coerente. Quantomeno sembra ammettere l’inconciliabilità con una linea soltanto paterna. Che ne pensi?

Come dici anche tu, in italiano è femminile. Questo per me sta a significare che non è una linea solamente paterna. Il tedesco sarà forse più coerente, ma l’italiano allora diviene più europeo. Unendo il luogo paterno del mito e quello materno dello spirito si ottiene un posto che abbraccia lo stesso sguardo dell’essere umano, con la patria che coincide con l’orizzonte, rendendo inutili d’un botto la politica e i confini tratteggiati coi puntini o le linette. Come italiani ci siamo sentiti uniti, prima di esserlo politicamente, attraverso una lingua ideale (ancora Zweig, in un articolo che tratta dello scrittore austriaco, pone l’accento su come la lingua possa travalicare i confini, e uno scrittore austriaco sentirsi, come dire, tedesco in virtù della comunanza linguistica «Quando si interpolava una delimitazione tra il nostro operato e quello degli autori tedeschi, quando noi, che soltanto nella lingua tedesca abbiamo la nostra patria ideale, venivamo discriminati come qualcosa di estraneo, anche se affine, sulla base del certificato di nascita. Quando artificiosamente si voleva attribuirci una connotazione particolare e peculiare sulla scorta dell’appartenenza alla monarchia e in tal modo metterci a forza in contrasto con la grande arte tedesca. Certo: anche nelle nostre scuole abbiamo imparato che esiste un’arte austriaca. Scrittore austriaco – fosse tedesco o ceco o polacco – restava chi era nato entro i pali di confine gialloneri. Qualche piccolo incidente però mostrò ben presto quanto fosse inorganico e perciò privo di valore il tentativo di un simile assunto concettuale, perché il più grande prosatore italiano, Alessandro Manzoni, è, se si vuole, un autore austriaco, dato che Milano, all’epoca in cui è nato, apparteneva all’Austria...» pag. 6) . Abbiamo avuto una patria prima che questa fosse decisa sulle carte, carte che sono sempre provvisorie, dato che non impariamo niente dal passato e continuiamo ad ammazzarci. Purtroppo anche noi lo dimentichiamo, che le cartine contano relativamente, mentre la politica le utilizza a piacimento per i suoi scopi.

In relazione al suo film, e in generale parlando del ricordo dei caduti di guerra, Ermanno Olmi ha detto una delle poche cose sensate che ho ascoltato su questo tema: «Dovremmo essere degni di onorarli cambiando il nostro rapporto con la realtà e con gli altri».
Questi ragazzi, questi uomini sono stati mandati a disperdere le loro vite. Un mio parente è morto appena diciottenne. Non ha avuto il tempo di godere di nulla, non gli è stato dato. Non credo che ci sia un modo per risarcire un tale misfatto, però noi, ha ragione Olmi, dovremmo sentire di più il nostro impegno civile, essere una collettività investita di maggiore consapevolezza. Questa forse è una via, seppure insufficiente, per riscattarli.
Mi è capitato di rifletterci diverse volte. Vorrei sapere se anche per te è lo stesso e cosa ne pensi.

Mi chiedo cosa voglia dire impegno civile, essere una collettività, come scrivi tu. A volte credo dovremmo forse darci più da fare, dovremmo cercare più contatti con altre persone, altre invece penso che anche se ognuno di noi facesse solo quello in cui davvero crede basterebbe. Non so davvero. Per essere una collettività, credo si debba ascoltare e saper stare zitti, rispettare le parole e le azioni delle altre persone, che si condividano o meno. Quante volte si vede una cosa del genere? Quante volte invece si finisce con l’alzare la voce e cercare di prendere il sopravvento su chi ci sta di fronte? Quante volte invece di idee si sentono solo urla? Abbiamo la parola ma non la sappiamo usare. Parli di riscattare le persone che hanno subito un misfatto. Non so se sia possibile farlo collettivamente. Non so neppure se sia possibile farlo individualmente. Non subiamo poi forse anche noi dei misfatti? Pensiamo alle politiche dei governi cosiddetti civilizzati, pensiamo alle misure economiche, pensiamo a come sia slegato l’esercizio di chi decide cosa fare dalla realtà vissuta ogni giorno dalla stragrande maggioranza dell’umanità, non è forse un misfatto che noi stessi subiamo? Forse allora dovremmo riscattare noi stessi, per riscattare gli altri. Forse il misfatto più grande è far sentire necessario ciò che non lo è, che sia un’idea di patria (per me travisata) o uno smartphone, un tipo di economia o le visualizzazioni e i “like” per una propria foto, etc. Sembrerà di mescolare cose di varia gravità, ma è a piccoli passi, secondo me, che si spostano i limiti umani di accettazione di quello che viene proposto. Se lo smartphone è necessario, per esso posso compiere atti che, altrimenti, non avrebbero senso, come lo stare per ore e ore di notte davanti ad un negozio in attesa dell’apertura. Altro che file per il pane. Restiamo umani, diceva Arrigoni, ma forse dovremmo aggiornare quel verbo, cambiarlo e dire “diventiamo umani”, o forse meglio “torniamo umani” (se mai lo siamo stati pienamente) intendendo con umanità quella qualità che ci rende capaci di comprendere il mondo che ci circonda e gli altri esseri viventi, umani e non, e rispettarli. Diventiamo, torniamo umani, perché spesso oggi l’essere umano sembra più distante dall’umanità che non un albero, un insetto, un invertebrato.

(Intervista di Claudia Ciardi)


14 novembre 2014

Torneranno i prati




Titolo: Torneranno i prati
Regia: Ermanno Olmi
Interpreti: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti
Genere: drammatico
Durata: 85 min.
Anno: 2014

Vigilia di Caporetto. Un avamposto in quota sul fronte nord-est. Dopo i disastrosi scontri del 1917, quel che resta dei contingenti giace sfiancato, sepolto sotto metri di neve. La trincea è un inferno sotterraneo, che la montagna si sforza di occultare. Assediata dai rigori dell’inverno, la guerra sembra non esistere più. Gli uomini sono occupati a sgombrare i passi ai portatori. Si sente solo il rumore cadenzato e metallico delle pale, e tra le valli il cupo brontolio dell’artiglieria, prima lontana, poi più vicina e invadente, a ricordare che sull’altopiano di Asiago si lotta ancora. 
È un film in punta di piedi, quest’ultimo girato da Ermanno Olmi. Laddove la guerra è clamore e spesso, nel cinema, ridondante spettacolarità, il regista sceglie un tono pacato, musicalmente si direbbe un pianissimo che anima sia le voci dei protagonisti, voci di fantasmi, di sopravvissuti, sia le immagini. La stessa colonna sonora di Paolo Fresu si limita a scortare l’indicibile quotidianità in cui tutti sono prigionieri, senza strappi senza enfasi. Fabio Olmi, figlio del maestro, compie un lavoro impeccabile sul piano fotografico, giocando il dentro-fuori in una quasi monocromia tra ocra e grigio, servendosi di colori desaturati che proprio nella loro sfocatura pongono in risalto la prostrazione degli uomini e la cornice alienante in cui le loro vite sono incastrate. Le montagne immense e spettrali non hanno nulla di rassicurante. Il canto del soldato napoletano che scalda i cuori dei commilitoni, e anche dei “vicini” di trincea austriaci, è appena un sussulto nato per caso dalla bellezza fiabesca del plenilunio. Ma come vanno le cose nelle fiabe, pure su questa breve tregua son più le ombre a gravare dei sentimenti positivi.    
Ci si attacca a quel poco che ancora, seppure flebilmente, lega al mondo: la corrispondenza – e c’è chi non riceve neppure quella perché ormai nessun familiare si ricorda di lui – un topo che gira in mezzo alle brande in cerca di molliche di pane, una volpe a caccia sul crinale, un larice sfogliato, apparizione estrema di una resistenza che pare compartecipe della sorte dei soldati.
Perfino la neve, per quanto sia un elemento così pervasivo sulla scena, ha un carattere sfuggente e in quel suo non essere mai del tutto bianca assume una connotazione infida, dove la morte sta acquattata in attesa di sorprendere le sue vittime. Tale straniamento accresce a dismisura l’inutilità dello stare lì e il senso di impotenza; la trincea è un buco claustrofobico, specchio delle ansie di chi la occupa, sempre sul punto di collassare. Nell’attesa snervante che tutto sia compiuto, senza che però se ne abbia un’idea precisa, l’avversario più temibile è il crollo emotivo. Quello che obbliga l’ufficiale a rinunciare ai gradi, consegnando il comando a un giovanissimo tenente. Il suo incarico è organizzare la difesa finché il comando provveda a inviare un sostituto adeguato. In un’ora la sua vita cambierà per sempre. Si troverà coinvolto nel martellamento dell’artiglieria nemica, avrà esperienza diretta di quanto la morte colpisca con cinica e sconvolgente rapidità e di come tutto ciò nella percezione di chi rimane in piedi finisca per divenire una sorta di abitudinaria perversione. 
La guerra obbliga a convivere con un abbrutimento bestiale di sé, perché è lei stessa «una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai», come si legge nella chiosa del pastore Toni Lunardi, alla fine del film.
La metamorfosi è dunque avvenuta, la neve sulla trincea si è fatta nera. Prima esisteva solo un’ipotesi del dramma, adesso la desolazione ha riempito tutti gli spazi. Già Monicelli aveva reso l'idea di ciò che poteva essere il bombardamento di una posizione. Ma il suo racconto si giocava sulla distanza. Sordi e Gassman, in missione per un carico di filo spinato, osservavano da una posizione arretrata quel che accadeva qualche metro sopra le loro teste. La mattina dopo si ritrovavano a camminare sui resti della loro trincea, scoprendo l’orrore della distruzione. Qui invece la furia della battaglia è narrata da dentro, dall’impetuoso cadere degli oggetti, dal tremore degli uomini, paralizzati o scaraventati per aria, dall’assordante sequenza dei colpi, cose che travolgono in blocco la sintassi della trama, imponendosi ancor più per l’esplicito contrasto col tono che le precede. 
Sulla traccia di Federico De Roberto, che dapprima fu favorevole alla guerra e poi si liberò della retorica statalista, pubblicando nell’immediato dopoguerra dei racconti estremamente incisivi, Olmi crea una sequenza densissima, all’insegna del rigore storico e dell’attinenza alle fonti, fedele alle atmosfere già disvelate in Il mestiere delle armi.
Restando sul versante letterario, oltre a La paura di De Roberto, vi è un bagno sulle rive surreali di Il deserto dei Tartari. Questa immersione nelle coordinate di Buzzati conferisce la cadenza alla guerra di Olmi. Tanto scavo psicologico, la trincea-labirinto si replica ossessivamente nei pensieri dei protagonisti, assediandoli più della guerra reale. Puro logoramento dei nervi dove anche la malattia con cui il film si apre, un’influenza che viene dai Balcani – «tutti i mali vengono dai Balcani» dice l’ufficiale mentre fa rapporto al Maggiore – è una febbre che toglie energie ma dà l’impressione di seminare dietro di sé, e soprattutto dentro chi ne è colpito, qualcosa di ben più atroce. Si intuisce che gli uomini, quelli che metteranno il capo fuori dalla catastrofe, non saranno mai più risanati.    
  
(Di Claudia Ciardi)




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Federico De Roberto - La paura nella Grande Guerra

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