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17 ottobre 2022

Dante nel racconto di Pupi Avati

 



Riprese iniziate nel 2021 dopo un’attesa di anni – ben diciotto – prima che il progetto vedesse finalmente la luce. Un copione in prima bozza a lungo tenuto in un cassetto. Pupi Avati nel frattempo si dedica a molto altro ma continua a sentire l’urgenza di quella scrittura. Un’incubazione protratta nel tempo e mai accantonata che non deve sorprendere, perché il cinema di Avati è fatto di delicata poesia, di tracce poetiche scomparse, violate o esiliate dai cambiamenti sociali, dal distacco che l’uomo contemporaneo sembra essersi imposto verso tutto ciò che è richiamo sentimentale, intimità, evocazione. Diceva lo scrittore Hermann Broch che c’era forse da temere che l’umanità fosse caduta in una fase di psicopatia – lui si riferiva all’ascesa dei totalitarismi e alla conseguente carneficina della seconda guerra mondiale. E in effetti la scomparsa – o quasi – dell’anima poetica, presa al laccio della comunicazione istantanea, delle pubblicità patinate che chiudono fuori dalla porta un mondo impoverito e belligerante, dei tam-tam mediatici, della svendita di valori, identità, radici, del prevalere dell’urlo, della polemica, della parola superficiale sulla pacatezza e la profondità del dire, innegabilmente s’intreccia con una decadenza della nostra epoca – in generale di ogni epoca umana che abbia deciso di non “cantare”. La poesia, si sa, ha bisogno di cuore e di tempo, è un rito con cui la smemorata frenesia dell’oggi mal si concilia – dunque di ancor più tempo ha forse bisogno la sua traslazione in immagini. Recitarla, o meglio recitare una vita in poesia com’è stata quella di Dante, significa saper tornare a raccogliersi, saper trovare accenti sommessi, recuperare la chiave di un racconto, anzi una sonorità, che adesso tende a sfuggirci. Del resto, il nostro sommo poeta fu vittima di odi sociali, di un ostracismo verso la poesia e i suoi rappresentanti, di quella psicopatia sterile e violenta di cui si è detto, che già secoli fa allignava nel collettivo. In sottotraccia questo parallelo tra lo smarrimento e l’ignoranza di ieri e di oggi che comporta la messa al bando dei poeti, è qualcosa che il regista ci addita come un monito, specchio di maniacalità e conflitti ovunque accesi in ogni tempo.
E forse proprio per la difficoltà a tornare a una purezza di sguardo che un film sulla poesia comporta, così da far risuonare la poesia prima di tutto in noi, sgombrando il campo dal rumore di fondo che lo invade, non sono molti i lavori cinematografici che la raccontano, sorprendentemente pochi i tributi del cinema italiano ai nostri letterati. Pensiamo al Leopardi di Martone. Solo nel 2014 abbiamo avuto un film sul nostro grande. Ma Pupi Avati ha nella propria narrazione la capacità di recuperare quell’animo perturbato e commosso che ci manca. C’è poesia nel cinema di Avati – quanto mi ha incantata la sua Festa di laurea, protagonista un intenso Carlo Delle Piane, ritratto di un’impoetica e svuotata borghesia contro la spontaneità sentimentale di chi ha poco o nulla, da un punto di vista materiale, ma può ancora contare su una straordinaria ricchezza emotiva.

L’opera su Dante è ambientata nel settembre 1350, alla soglia del trentesimo anniversario della sua morte, e mette in scena un serrato raffronto fra Boccaccio, narratore dotto e affezionatissimo a quello che considera un padre, e il poeta della Commedia. Il primo studioso del poema dantesco, celebre anche per aver inaugurato le letture pubbliche a Firenze in cui ne recitava e commentava i canti, riceve l
incarico dalla propria città di portare alla figlia, monaca a Ravenna, un compenso in denaro a titolo di risarcimento tardivo per le sofferenze inflitte al padre e alla sua famiglia. Ne scaturisce una sorta di dialogo a distanza fra i due letterati, mentre Boccaccio calca fisicamente le orme del maestro, ripercorrendo i luoghi dell’esilio, raccogliendo testimonianze durante il tragitto che si legano anche alla storia di Firenze, prima e dopo la presenza dell’Alighieri. Con un evento spartiacque: la peste nera del 1348 che contribuì a sedare le faide, perché i lutti in ogni famiglia furono così numerosi che l’odio antico venne assorbito da una tragedia immensamente più grande. La torre del “guardamorto”, dove erano esposti i cadaveri che non si erano potuti riconoscere, si staglia in questa ricostruzione come una sorta di girone infernale; una specie di luogo dell’azzeramento che mostra tutta la nullità dell’essere umano, spazzato via nella sua ridicola superbia da forze che non è neppure in grado di immaginare. Anche qui, linee parallele con quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo.
Ad Alessandro Sperduti che abbiamo già visto in diversi lavori a carattere storico dove ha messo in luce tutta la sua bravura – Torneranno i prati di Olmi e poi le serie sui Medici e Leonardo da Vinci è toccato il compito non semplice di interpretare gli anni giovanili di Dante. Sia lui che il veterano Castellitto, nei panni di Boccaccio e recentemente anche in quelli di D’Annunzio, ci regalano belle sequenze di recitazione. È un Dante carnale fuori dagli stereotipi, a dimostrazione che la verità poetica – come scrissi parlando di Ungaretti – sta nel sangue e nel fango della materia. La poesia è tanto più profonda quanto più affonda le unghie nella pelle e immerge lo sguardo nelle bassezze della vita. Per Ungaretti fu la trincea, per Dante fu ugualmente la guerra, e poi la lordura della politica, la violenza del rovesciamento delle sorti, la povertà, la paura della continua persecuzione. Ma ebbe sempre dentro il dio della poesia a sollevarlo, provava cose che lo innalzavano oltre tutto il dolore, e che nell’intensità di quel dono lo riscattavano. Se una tregua c’è stata in questa vita, è proprio nell’immensità della parola poetica. È un qualcosa che il regista fa affiorare nell’intera rappresentazione, testimonianza di un bene che travalica ogni cattiveria.

La stessa diafania di Beatrice – talento e bellezza di Carlotta Gamba – si sbilancia continuamente tra carnalità e ritratto gotico. È stilnovista e angelica solo perché bionda e con gli occhi azzurri. Ma per il resto un carattere fuori dai canoni – una sorta di baccante rassegnata al suo sacrificio, consapevole di tutto e della morte soprattutto. Le donne di Dante – anche quelle che ebbe durante l’esilio, prostitute comprese, a quel che se ne sa amava e molto il gentil sesso – sono qui tutt’altro che madonne indecifrabili. Condividono l’amore e il dolore del poeta, ne mordono il cuore.
Insomma Pupi Avati ha fatto piazza pulita di molti cliché che diversamente avrebbero allontanato e reso soporosa una lectura Dantis. Quindi non è condivisibile a mio parere chi vede nel film uno scivolamento didascalico. Mentre affermo che, proprio in osservanza della rottura degli stereotipi, per l’aspetto di Dante si poteva evitare quello del naso enorme e adunco; attenendosi piuttosto a quanto ci rivela l’affresco del Bargello, forse la sua più verosimile “fotografia”.

Questa breve riflessione sul meritorio e coraggioso impegno di Avati su Dante – perché portare adesso la poesia in sala e raccontare un poeta che ha letteralmente plasmato la nostra lingua richiede una certa dose di temerarietà – non può che concludersi con una dichiarazione rilasciata dal regista all’inizio delle riprese: «Attendi tanto. Diciotto anni prima che ti sia concesso di realizzare un film. Lo avevi nitido nel 2003 quando hai scritto la prima versione del soggetto. Nel frattempo hai fatto altro, molto altro, ma quell’impegno con Dante ti è rimasto dentro, tampellante, facendoti avvertire come una colpa il trascorrere del tempo. Poi, finalmente, incontri chi ti ascolta e non rimanda, chi apprezza l’idea e ti trovi “impreparato” a quell’assenso, a quell’accoglienza. Questo il mio stato d’animo di oggi, a poche ore dall’inizio delle riprese. Che si realizzi nell’Italia di oggi in cui le gerarchie di cosa e di chi conti sono dettate da ben altro, un film sulla vita di Dante Alighieri, ha dell’inverosimile. Non oso ancora crederci».»
E noi non possiamo che dire grazie.


(Di Claudia Ciardi)

 

29 settembre 2021

In morte dei fratelli Lorenzetti

 

Ambrogio Lorenzetti, San Michele Arcangelo nel Trittico di Badia a Rofeno (1337 circa)



Durante le mie perlustrazioni nei rapporti incrociati fra letteratura e arte, ho riscoperto le prose di Paolo Volponi sulla peste del 1348. Scrittore politicamente impegnato, acuto interprete dei divari tracciati dal neocapitalismo nella società italiana fra il dopoguerra e gli anni Settanta, la narrazione del contagio è per lui metafora di una sindrome degenerativa che svuota l’organismo dall’interno privandolo di valori, forza, sentimento.
Quando mi sono avvicinata a quest’opera ho immaginato che avrei letto una vicenda completamente inventata, un’epidemia dai contorni surreali scoppiata in un luogo imprecisato, una peste psicologica alla Camus, il grande affrescatore moderno dell’alienazione e delle volontà malate. Aspetti che ci sono pure qui, tant
è che Volponi cosparge di tale semenza il suo terreno ma lo fa attingendo a un primitivismo descrittivo inconsueto, dove in parte si colloca anche la prosa di Verga, cui non a caso dedicò le sue curiose letture giovanili, elaborandolo in un tratto assolutamente peculiare della propria identità letteraria. Il risultato è una sconcertante sovrapposizione di accenti antichi che si dispongono su una partitura di stampo espressionista. Tetri presagi, strani lampi di luce, sangue di uomini e animali, sembra il crescendo della fosca agonia virgiliana nelle Georgiche (chiusa del libro III), quando un’inspiegabile strage cominciata nel Norico, una Totentanz bestiale, travolse la regione alpina, speculare a un altro contagio, le infauste premonizioni della guerra civile («armorum sonitum toto Germania caelo/ audiit, insolitis tremuerunt motibus Alpes», chiusa del libro I) che avrebbe cambiato per sempre i connotati dellimpero. E il volto ancor più enigmatico di questa scrittura è nel suo repentino precipitarsi in mezzo alle cose, una febbrile caduta nel gorgo della storia, per cui dopo poche frasi ecco aprirsi inaspettatamente davanti a noi la disperata oscurità della stanza in cui i fratelli Lorenzetti, Ambrogio e Pietro, stanno morendo di peste a Siena. Ormai spossati i loro corpi non hanno più la forza di niente, perfino le lenzuola nell’arsura che divora la carne sono gravose. Il lettore si sente come inghiottito, scagliato da un’immagine all’altra. Le poche frasi pronunciate dai due pittori prima della perdita dei sensi sono un canto abbandonato sul precipizio. Non doveva la peste mietere vittime solo fra i più poveri? Si diceva che i derelitti, i malnutriti sarebbero stati preda del contagio, che sarebbe durata poco e soltanto costoro ne avrebbero sofferto. Segue poi il rammarico per le opere non finite e le idee rimaste chiuse nella mente. Segue ancora il silenzio, lo schianto di un albero nell’orto, la morte. Ma non c’è alcuna tregua nella fine, perché subito giungono i monatti e un avido mercante che vorrebbe depredare la casa dei ricchi artisti. Sullo sfondo il fumo continua ad alzarsi dietro le mura cittadine, segno che il morbo non recede. In simili effetti coloristici e nella violenta isteresi dei comportamenti umani aleggia un’allegoria infernale, un girone dei dannati che dunque anche nella resa letteraria cerca i suoi modelli nel medioevo, con un sostanziale tributo ai toni danteschi.
Eppure, lungo le rive del fiume apocalittico che tutto trascina non c’è tempo per pensare. La morte dei pittori sfuma, è già lontana, sovrastata dall’istinto predatorio dei vivi e poi ancora degli animali, i veri padroni incontrastati della scena che subentrano all’uomo e fanno apparire logora, insensata la sua lotta per la sopravvivenza. Simbolo conturbante di disgregazione e catarsi un ariete, la cui forza bruta s’impone su ogni altra, figura sacrificale dai contorni ultraterreni ritualmente predestinata a scandire i momenti parossistici dell’epidemia e, quindi, la sua fine.
Nella prosa successiva e contigua si torna ancora sui temi della grande peste, sul suo potere indiscusso di palingenesi, signora che dà la morte e dà la vita. Al centro la figura di un monatto che non si mostra mai in volto e concentra in sé i più bassi istinti; l’avidità, la lussuria, e ancora una volta la violenza, cardine del racconto di Volponi, che intende così mostrare su quali ostacoli s’infranga l’utopia sociale.

Un versante che l’autore aveva percorso fin dalla gioventù con una precoce iniziazione fra le campagne dell’Appennino. L’incontro con Adriano Olivetti nel 1949, grazie alla intermediazione di Franco Fortini, allora presidente dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration)-CASAS (Comitato Amministrativo di Soccorso ai Senza tetto), aveva infatti generato da subito nella sua quotidianità molti cambiamenti, innescando esperienze in luoghi significativi per la sua maturazione letteraria. Olivetti lo assunse con il compito di svolgere inchieste nel Mezzogiorno, in Abruzzo, Basilicata – dove conobbe Carlo Levi e Rocco Scotellaro – Calabria e Sicilia. All’inizio degli anni Cinquanta venne inviato negli Appennini a coordinare, da Roccaraso a Cassino, le inchieste sulle condizioni sociali delle campagne e dei paesi devastati dalla guerra.
Successivi furono gli incarichi aziendali a Ivrea e a Torino, che gli diedero modo di sperimentare da un altro punto di vista, quello della vita di fabbrica con le relative tensioni politiche ed economiche, crisi e strappi nei quali si dilaniava la città e più latamente l’Italia, e che finirono per coinvolgere anche lui. Assunto dapprima con l’incarico di amministratore delegato in Fiat venne espulso per aver dichiarato il suo appoggio al partito comunista, che peraltro in quello stesso periodo (amministrative del 1975) ebbe una fortissima affermazione.
Che simili conflitti siano affiorati nelle sue stesure degli anni Settanta non stupisce. La peste è una compagna antica e insieme presente. Una volta passata l’epidemia, come lava vulcanica che incendia, dissecca e bonifica la terra, anche qui alla morte subentra la bellezza, dal dolore, dal sangue versato scaturisce una scintilla di vita. È la lezione, l’essenza di tutto il mito greco che lo scrittore estrae perché scorra nelle vene di una storia moderna in cui ha scelto uno spartiacque incredibile della modernità, la peste nera del ’48. Anno zero nella storia dell’arte perché molti talenti furono falcidiati e, secondo alcuni storici, vero inizio dell’umanesimo. Un riassetto fulminante, un dérapage di equilibri, uno spostamento di ricchezze che rimescolò la società. Da lì in poi nulla fu come prima. Un episodio che ci dice come il vero nuovo inizio passi per un brutale scuotimento perfino delle forze creative. Quale incredibile eco del nostro tempo e come si avverte vacua in queste pagine la retorica del vecchio potere che pretende per sé la vittoria e la possibilità di officiare la rinascita, senza accorgersi che è già stato superato dagli eventi.
Questo squarcio biografico rappresenta infine un punto di vista certo inusuale ma anche molto affascinante, per stimolarci a riscoprire l’opera dei Lorenzetti, che una volta incontrata ha un potere davvero ipnotico. Allora, grazie Paolo Volponi, che nel dramma di queste tue prose ci hai ricordato pure uno sfolgorante prodigio nell’arte, la sfortunata vicenda dei due fratelli geniali che pur così malamente sorpresi, quando vengono raggiunti dalla peste hanno già donato al mondo i loro capolavori.

(Di Claudia Ciardi)       




Edizione di riferimento:

Paolo Volponi, La pestilenza, a cura di Marco Rustioni, Via del Vento edizioni, collana Ocra gialla, 2002    


In copertina: xilografia di Lorenzo Viani

30 novembre 2020

Il canto della pietas


Riprendiamo il viaggio argonautico seguendo la rotta della pietas. Corrispondente all’italiano
pietà, nella cultura romana almeno fino all’epoca imperiale conservò il suo significato originario, talvolta usato anche nella nostra lingua; ad esempio nell’espressione la “pietas” di Enea, con riferimento al protagonista virgiliano. Nel linguaggio letterario, più vicino dunque al latino, indica una disposizione dell’animo a provare affetto, devozione, rispetto reverenziale per ciò che è considerato sacro: i genitori, la patria, le memorie per le proprie tradizioni familiari e civiche. Nella teologia morale la virtù, considerata parte della giustizia, per cui si tributa il doveroso e conveniente ossequio e la debita reverenza ai congiunti per sangue, ai proprî concittadini e al prossimo in generale.
Sentimento della misericordia e della comprensione, viene in soccorso all’essere umano per riscattarlo dall’efferato volgere dei tempi e consolarlo. Usare pietà significa infatti lenire le ferite e tendere una mano. Quale più attesa e nobilitante salvezza per l’uomo che sperimenta i rovesci del vivere, i colpi degli eventi, se non la possibilità di ritrovare se stesso, di avvertire di nuovo in sé la vaga ombra di quegli stati d’animo in cui avere riparo e avvicinare i propri simili che si credevano ormai allontanati, dispersi.
«La pietà nei confronti degli uomini era ciò che veniva sentito dai poeti dopo le grandi crisi, ad esempio dopo la Guerra del Peloponneso: coltiviamola il più possibile anche noi», così ci esorta Alessia in una sua recente riflessione, richiamando alla memoria uno dei fatti storici che forse più sono in grado di raccontarci in tema di lacerazioni interne, disgregazione sociale, crisi degli ideali, insanabile impoverimento materiale e culturale causato dal protrarsi del conflitto oltre ogni umana sopportazione. Il momento che stiamo attraversando non è meno complesso, in quanto segnato da pesanti incertezze e inevitabili battute d’arresto nel modus operandi delle strutture che reggono la nostra organizzazione. L’epidemia rischia di precipitarci in una conflittualità permanente, che in parte stiamo già sperimentando. I medesimi argomenti che attengono alla nostra salute, alle possibili strategie di uscita dall’emergenza sono oggetto di scontro, di faziosità, in buona sostanza di fitte incomprensioni. Prendiamo la delicatissima questione del vaccino. Prima dei tanti e disorientanti annunci, a mio avviso, si sarebbe dovuti provvedere alla divulgazione dei risultati su organi accreditati per l’informazione scientifica. Quindi procedendo a comparare i dati dare gli strumenti a esperti e non per formulare un giudizio svincolato, limpido, sereno se possibile. Di recente mi ha colpito l’intervento dell’Ordine dei medici e chirurghi di Forlì-Cesena (bollettino del 20 novembre) che ha diffuso un articolo approfondito su quanto – e non è poco! – non sappiamo per poter dire con certezza che disponiamo di un vaccino efficace. Non ultimo il campione dei testati. Allo stato attuale si rasenta a malapena il centinaio di volontari. Anche un campione di 30.000 sarebbe ancora un numerino; magari con 300.000 si potrebbero avere delle evidenze tali da sbilanciarsi un po’ di più sui risultati. Ma oggi non siamo neppure lontanamente in vista di tali cifre.
Illudere su cure e prevenzione, lo ha detto in diversi interventi lo psichiatra Paolo Crepet – con cui tuttavia dissento circa le posizioni di obbligo del vaccino, anche per le ragioni che ho appena esposto – rischia di innescare un pericoloso risentimento che si sommerebbe a un malessere più ampio. In momenti storici che si annunciano opachi e discontinui ci vogliono trasparenza e messaggi chiari da destinare alla collettività. Né la prossimità alla morte che l’epidemia impone sembra allentare le nostre ansie innescate dalla sveltezza consumistica. La preoccupazione di oggi a quanto pare non è l’umano che recede, ma il tempo perso, irrecuperabile al nostro dimenarci in superficie. Anche qui Paolo Crepet è stato tra i pochi a commentare le illuse pulsioni in cui da mesi ormai esorcizziamo il quotidiano morire, mostrando tutta la contraddizione che grava sui nostri comportamenti. Certo, non è restando aggrappati a questa contraddizione che ne usciremo.
Piuttosto sono le risorse della mente, gli strumenti del pensiero razionale e la poesia, il coraggio della poesia, veicolo di polarità inversa in confronto alle derive del mondo opaco, appiattito, ridotto a superficie, sono queste le cose che possono tirarci fuori dalla lunga guerra. È nel riparo sicuro di queste cose che germoglierà la pietas. Dunque, al modo della giovane brigata che si ritirò a novellare per cercare scampo dalla peste, lasciamo spazio alla narrazione, al potere curativo della narrazione, e ascoltiamo le toccanti parole scelte da Alessia per il suo contributo.     

(Di Claudia Ciardi)


Michelangelo - Pietà Rondanini


Il canto della pietas
Di
Alessia Rovina
Per la rubrica
«LArgonauta»

Come tradurre un concetto, quello abusato e dunque immancabilmente travisato di pietas, che lo stesso, grandissimo, Alfonso Traina definisce come «intraducibile»? [A. Traina, sub voce “pietas”, Enciclopedia virgiliana, IV] Come riportare alla sua valenza originaria ciò che il nostro umano bisogno di comunicare ci presenta come parola, e che invece è – come lo stesso grande latinista tiene a precisare – un sentimento? E poi, quale pietas proviamo noi, oggi, avventori spaesati di strade in cui la pietra d’inciampo quotidiana è sempre quella del rischio di assuefarci ai dolori altrui, ai corpi martirizzati, alle atrocità, all’odio, nella furia che serializza l’agonia e la miseria? Ebbene, nella più totale apertura, diamoci il permesso di indugiare sugli immortali capolavori letterari che ci sono stati donati, e permettiamo alle parole dei nostri mirabili antenati di interrogare i nostri cuori.
Virgilio, nella composizione del secondo libro della sua straordinaria Eneide, riporta il racconto della notte funesta che vide il giovane Enea perdere nel rogo la sua patria, costringendolo a fuggire radunando i suoi affetti, non prima di essersi scontrato con lo scoramento dell’anziano padre, Anchise, deciso ad indugiare nella tristezza d’un fato inesorabile. Per prodigioso intervento divino, però, la decisione del padre di Enea muta, e si pone la necessità di riparare al più presto sul monte sacro. Nella tempestività di tale decisione, il giovane indugia benevolo, e il Poeta così soavemente canta:

ergo age, care pater, cervici imponere nostrae;

ipse subibo umeris nec me labor iste gravabit;

quo res cumque cadent, unum et commune periclum,

una salus ambobus erit.

Publius Vergilius Maro, Aeneis, II, 707-710

Ecco la pietas tanto celebre di Enea, il quale invita il padre a salirgli in spalla, giacché la necessaria fatica fisica, «labor», comportata da questo gesto non gli sarà gravosa, perché, a conclusione, «uno e comune il pericolo,/ una salvezza ci sarà per entrambi». Nella morale che non cede al moralismo il genio virgiliano lascia aperte anche al nostro occhio le crepe che dilaniano Enea: la sua pietas totale, esercitata verso i parenti, verso i compagni, verso la patria, verso gli dèi, impone spesso il sacrificio di una di queste stesse componenti – la conseguenza più drammaticamente ricordata sappiamo essere l’epilogo della relazione con Didone, ma che in realtà accompagna nel suo languore accadimenti che si estendono per tutto il poema – ma soprattutto il sacrificio di sé.
Non esiste constatazione più tranchant: l’insorgere incontrollato di quel sentimento tanto profondo, tanto difficile da sperimentare così puramente, comporta necessariamente la rinuncia di qualcosa di noi. In che cosa questo coincida, a ciascuno di noi scoprirlo.
La bufera sta infuriando, e ogni superbia si scioglie sotto il cielo plumbeo della Britannia. Re Lear, magnifico ritratto immanente e trascendente tratteggiato da Shakespeare nell’omonima tragedia del 1605-1606, dopo i suoi accessi di vanità senile che riescono nel devastare il cuore dell’unica figlia fedele, Cordelia, riesce a ritornare uomo solo nel momento in cui sperimenta la nuda pietas nei confronti del Fool, il Matto di corte, metafora della sua stessa follia, resa eccellentemente da una delle pagine più alte del teatro, in cui il vecchio sovrano, chino e tremante, rivolge al sé stesso che vede dall’esterno queste parole:

Comincio a perdere il cervello. Vieni,

ragazzo mio. Come stai, ragazzo?

Hai freddo?

Ho freddo anch’io. Dov’è

questa paglia, amico? L’arte del bisogno è strana

e può rendere preziose cose vili.

Andiamo. Alla tua capanna!

Povero Matto e furfante,

nel mio cuore

c’è una parte che ancora soffre per te.

[traduzione di A. Lombardo]

W. Shakespeare, Re Lear, atto III, scena II

L’autentica vita di Re Lear, libera dalle angustie delle logiche del potere, pare avere principio proprio nel momento in cui egli ha compassione di se stesso, proprio come accade ad Ivan Il’ič poco prima di morire: un lampo di conoscenza di sé che rende essenziali ed irrinunciabili proprio gli ultimi istanti di vita. Vorrei significativamente concludere questo nostro breve riflettere sulla pietas letteraria con le parole del Manzoni, in quanto, dopo la mia angoscia di ex-liceale sopraffatta dalla monumentalità del ramo del lago di Como, riscopro solo ora l’inesplicabile altezza della prosa manzoniana, nonché la profonda bellezza spirituale, in grado di far percepire realmente l’inestimabile valore di ogni umanità ferita e accolta. Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. […] «oh!» disse: «che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!». «Rimprovero!» esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. «Certo, m’è un rimprovero,» riprese questo, «ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, da tante volte, avrei dovuto venir da voi io.». «Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?». […] «Dio grande e buono!» esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: «che ho fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perché Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio!» […] Così dicendo, stese le braccia attorno al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.».

A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXIII

Auguro a tutti quanti noi innominati di imparare a cedere, in nome di quella pura pietas che porta il nostro nome, «madre o mantice dell’amore» [G. Leopardi, Zibaldone, 3607].

(Di Alessia Rovina, classicista e studiosa di teatro, novembre 2020
account twitter: @rovina_alessia)


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