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27 febbraio 2021

Declinazioni di solitudine (Sofocle)

 
La guerra non poteva finire senza l’arco e le frecce di Eracle, così aveva detto l’oracolo. Dunque agli Achei, da dieci anni bloccati nell’assedio di Ilio, occorreva recuperare da Filottete, il pastore del Monte Eta figlio di Peante, depositario delle eroiche armi, quelli che il fato indicava per l’appunto come strumenti della vittoria. Ma perché il combattente greco non era coi suoi? Il mito narra che durante il viaggio che condusse i Greci a Troia, in occasione di uno scalo per un sacrificio ad Apollo sull’isola di Crise, venne ferito al piede. Qualcuno dice che si colpì incidentalmente con una delle sue frecce avvelenate, oppure urtò contro un altare, o ancora fu morso da un serpente. In un primo momento venne soccorso dai commilitoni e imbarcato di nuovo. Tuttavia, le sue grida di dolore erano così atroci e l’odore della piaga tanto insopportabile che si risolsero ad abbandonarlo sull’isola di Lemno, affidandolo alle cure di sacerdoti-medici – in quanto vi era un santuario dedicato alle ferite di serpente o solo perché il luogo sembrava più appropriato di altri a causa della maledizione delle sue abitatrici. Afrodite infatti, vedendo trascurato il proprio culto, aveva inflitto alle donne di Lemno la condanna a trasudare un cattivo odore (δυσοσμία) dalla pelle, cosicché fossero inavvicinabili. L’affinità del morbo rendeva quindi lisola il miglior ricovero per lo sventurato guerriero. Fin qui l’antefatto. La tragedia, rappresentata da Sofocle nel 409 a. C. all’età di ottant’anni, l’unica nella sua produzione di cui si conosca la data precisa e che gli valse il primo premio alle Dionisie, si apre con Odisseo e Neottolemo, il figlio di Achille, impegnati in uno stratagemma per rubare l’arco a Filottete. Tuttavia, Neottolemo, in preda al rimorso, decide di rivelare il piano; non se la sente di lasciare l’eroe greco senza difese, condannandolo a una solitudine ancora più fosca e rinnovando la vigliaccheria dei compagni. L’azione sembra a questo punto conclusa: Filottete non andrà a Troia e la guerra non si concluderà con favore per gli Atridi. Ma Eracle, giungendo come deus ex machina, lo indurrà a cedere e a collaborare alla distruzione della città.

I molteplici livelli del testo ne fanno uno dei drammi per eccellenza della solitudine. L’espulsione dell’infermo dalla comunità che non vede altro modo di affrontare il male se non respingendolo da se stessa, la scoperta che bisogna far ritorno nel luogo dell’abbandono e il prevalere in questa necessità delle ragioni strumentali che intendono aggirare il recupero dell’uomo. Si vuole liquidare lo sfortunato eroe ancora una volta, reiterando il tradimento già commesso nei suoi confronti. Ed ecco dall’altra parte lisolamento di Filottete, respinto, condannato a una vita da selvaggio, consapevole del suo regresso a una condizione di belva, ma pur sempre pervaso dal desiderio di riabbracciare lumano, distrutto dal rovello del suo stato, per cui non ha spiegazioni e non trova pace. Eppure è una solitudine in cui giganteggia, lui, l’offeso, doppiamente ferito, destinatario di una crudeltà che nei fatti offende chi gliel’ha imposta e che infine trova un giusto contrappeso nel moto di coscienza del più giovane Neottolemo.
Procedendo nell’excursus sulla tragedia greca inaugurato coi Persiani di Eschilo, Alessia Rovina ci guida in un’avvincente lettura del capolavoro sofocleo, perché se la solitudine è il sentimento della marginalità o dell’emarginazione che dir si voglia, è anche capace di produrre un potente rinnovamento nella personalità che l’affronta e in coloro che riconoscendola in qualcuno decidono di farsene carico.

* Per approfondire i temi del Filottete di Sofocle anche nella tradizione pre-sofoclea, suggerisco inoltre la lettura del dettagliato articolo di Martina Giuliano, Il linguaggio della ferita, in “Figure dell’immaginario. Rivista internazionale online”, I numero, gennaio 2014: Il corpo offeso tra piaghe e pieghe.

(Di Claudia Ciardi)

 
 

Il silenzio prepara i germogli – Fotografia di Alessia Rovina ©


Declinazioni di solitudine II: Filottete
(Filottete – Sofocle)
Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

La tradizione epica greca è concorde nel presentarci Lemno come una delle isole più inospitali dell’Egeo. Situata tra la Tessaglia e l’Ellesponto, la sua misera fama potrebbe scaturire dalla punizione che un tempo Afrodite impose all’isola, rendendola sterile e aizzando l’odio nei cuori delle sue abitanti, spinte a compiere gesti tremendi, trucidando senza pietà tutti i maschi, come ci racconta con abile artificio letterario l’Apollodoro delle Argonautiche (I, 636 ss.). L’inospitalità propriamente geografica dell’area, enfatizzata attraverso la descrizione delle aguzze rocce nere che rendono impossibile l’attracco di Argo – un preavviso piuttosto eloquente della durezza delle Lemniadi – e della distesa pianeggiante in cui dalle pietre non riescono ad emergere i germogli della vegetazione, è stata spesse volte associata ad una tradizione mitica parallela, che vedrebbe l’effetto della punizione della Dea nello sprigionamento da parte delle isolane di un fetore insopportabile, che i commentatori e gli scoliasti antichi hanno collocato nelle più svariate porzioni anatomiche delle Lemniadi, ma che per gli studiosi e gli antropologi dall’Ottocento in poi hanno ricoperto un significato molto più enigmatico e indubbiamente affascinante. Il primo intellettuale moderno ad operare uno studio sistematico sulla situazione politico-sociale del mondo antico a partire dal mito delle Lemniadi e delle Amazzoni è stato lo svizzero J. J. Bachofen, in questa medesima sede virtuale meravigliosamente analizzato e recensito da Claudia, il quale nel XVI Congresso dell’Associazione dei Filologi svizzeri del 1856 illustrò i capisaldi della sua tesi sulla struttura sociale del mondo antico, la quale, prima di conoscere lo stato patriarcale che a tutti noi è noto, avrebbe attraversato un primitivo stadio matriarcale, in cui il potere era in definitiva nelle mani delle donne. Questa ginecocrazia, in certi contesti, avrebbe spinto le donne – proverbiale è l’esempio delle Amazzoni al rifiuto e alla ripugnanza delle nozze e dell’unione carnale, la quale avrebbe potuto generare figli in grado di usurpare il loro potere. La manifestazione concreta di questo inselvatichimento delle donne si avrebbe con la δυσοσμία che colpisce le Lemniadi: l’emanazione di un puzzo insopportabile, che le allontana da tutto e da tutti.

Attorno al 409 a. C. circa uno dei grandi tragediografi ateniesi, Sofocle, raccoglie questo inestimabile patrimonio mitico che ruota attorno all’isola di Lemno ed alla tradizione del ciclo troiano per unire l’elemento dell’alienazione e della solitudine incarnate dalla sgradevolezza del sé che si estroflette nell’inospitalità circostante. Proprio a Lemno difatti abita da una decina d’anni uno sventurato vecchio eroe, Filottete, immerso quotidianamente nell’acredine e nella lenta putrefazione fisica causatagli da una ferita al piede che gli impedisce la tranquillità, e fomenta in lui l’odio per i responsabili di questa situazione ignominiosa: gli Achei.

Appare tra le aguzze rocce della scogliera un vecchio ed opulento eroe, nientemeno che Odisseo, il quale con la sua veste dorata guarda con disgusto il panorama desolante dell’isola: è stato lui, ammette senza troppi rimorsi, ad abbandonare il dolorante Filottete, eroe acheo senza macchia della guerra di Troia, in quel deserto, ormai nauseato assieme ai compagni dal puzzo che la ferita cancerosa esalava. Filottete è vittima della δυσομία (v. 876), che lo rende insopportabile a tutti. Non è casuale l’utilizzo del medesimo termine già ritrovato nella tradizione del mito di Lemno: il marcescente connota una categoria antropologica collocabile nel più ampio contesto culturale dello sbagliato. Come evidenziato dallo studio di Marcel Detienne (I giardini di Adone, 1972) relativamente alla cultura degli aromi nel mondo antico, il puzzo rinvia all’idea di disgiunzione sia dal consorzio civile, la sfera della Terra, sia dalla benevolenza degli dèi, ovvero la sfera del Cielo. Naturalmente, la malattia di Filottete non poteva che essere vista come foriera di malaugurio, come maledizione divina, nonché doverosamente da eliminare, relegando la sua piaga divisoria nel contesto più avulso dal mondo, che già aveva esperito l’isolamento massimo: Lemno.

Sofocle, magnifico cantore dell’ακμή della classicità greca, drammaturgo degli autentici valori periclei, con estrema intelligenza raccoglie gli elementi del mito per costruire il suo dramma dell’eroe-solo, topos certo condiviso dalla grande tragedia antica, ma nel Filottete declinata in un’insolita facies. Qui, la figura di Filottete diviene paradigma di uno specifico codice di valori, posto agli antipodi rispetto alla cinica γλῶσσα e al δόλος di Odisseo (v. 97/101), i cui discorsi traboccano di lemmi riferibili all’inganno, alla malizia, al furto e simili. Posto al centro, tra questi due personaggi antinomici presentati quasi come eloquenti modelli educativi, è il giovane Neottolemo, figlio dell’illustre Achille, compagno e amico di Filottete (v. 242), impegnato in una scelta difficilissima: obbedire al χρήσιμον, l’utile, incarnato dalla dialettica di Odisseo, formalmente suo capo, raggirando dunque il malcapitato per impossessarsi dell’arco infallibile di Eracle e condurlo a Troia per adempiere alla profezia e dunque vincere la guerra, oppure obbedire alla sua φύσις, la sua natura, di giovane onesto e leale nei confronti del prossimo e degli dèi, natura in prima istanza derisa dal borioso figlio di Laerte, rivelando la verità a Filottete e conducendolo a Troia con limpidezza, e non con l’imbroglio. Al nostro sguardo non sfuggono certo i punti di contatto che questo dramma intrattiene con il dilagare della Prima Sofistica, movimento dialettico profondamente inviso all’animo dei personaggi più illustri, qui spudoratamente rappresentata da Odisseo, il quale ammaestra con altezzosità il giovane Neottolemo che, come ebbe molto opportunamente a dire Giovanni Cerri, dovrà «recitare ‘a soggetto’», fingendo non solo una menzogna, il σόφισμα (v. 14) del canovaccio di Odisseo, ma anche dei sentimenti e dell’affetto nei confronti del vecchio eroe malato. Le crepe della recita che Neottolemo, debolmente convinto, imbastirà si faranno in realtà sempre più irreparabili nel momento in cui, a partire dal verso 219, entra in scena il nostro protagonista: Filottete. Sorpreso dalle armature elleniche del Coro e di Neottolemo, invita i sorprendenti ospiti della «terra senz’alberi» (v. 221) a non essere intimoriti dal suo aspetto selvaggio, a non scansarsi, ma anzi di avere pietà di un uomo così sciagurato e così solo (v. 227), «un reietto, così miserabile, così senza amici» (v. 228). Grande è la pateticità di questo eroe decaduto ed abbandonato, claudicante e maleodorante, che così si rivolge ai primi volti che vede dopo una decade di miseria. La solitudine di Filottete, resa ancora più impressiva dalla vecchiaia e dalla condizione fisica – spesso teatralmente resa con bende e fasce macchiate di sangue – è stata arbitrariamente imposta da altri. Con una decisione della massa lui è stato esiliato per puro disgusto e fastidio, e questo ha generato nel suo cuore un odio viperino nei confronti degli Achei, specialmente di Odisseo, che lo induce a sputare sentenze durissime: «[…] invece costoro, che a spregio di ogni legge divina si son sbarazzati di me / ridono, e mantengono il silenzio […] / io sono il figlio di Peante, Filottete, quello che / i comandanti ed il re dei Cefalleni / gettarono vergognosamente in questa desolazione, / mentre mi consumava la maligna piaga […] / e così mi abbandonarono […] / possano loro stessi ricevere ciò che ho ricevuto io!» (vv. 254-275).

La dipendenza di Filottete dall’altrui potere decisionale funge da continuo pungolo per l’animo di Neottolemo, il quale, affezionandosi profondamente alla bontà d’animo dello sventurato, nonché ai suoi modi amabilmente paterni, lascerà sprigionare le contraddizioni della sua improvvisazione maldestra, finendo per essere annientato lui dal suo medesimo inganno, rivelato infine in un serratissimo dialogo tra generazioni, tra, potremmo dire, discepolo e maestro, in cui le parti vinte paiono entrambe: Filottete, nella fiducia che  aveva concesso, dunque nella sua ultima speranza di poter tornare in patria sorretto dall’affettuoso custode a lui legato, e Neottolemo nel suo cuore, nella sua essenza più profonda, ora compromessa dall’accettazione della lezione di Odisseo, un’anima ora tormentata e ferita, che ammette l’errore ed è aggravata da una verità che lapidaria viene pronunciata dal vecchio e prostrato Filottete: «Ho ricevuto il male da chi il male non sembrava conoscerlo» (v. 960). Sulla ripida e nera scogliera di Lemno due sono le solitudini che si consumano: Filottete il tradito e Neottolemo il traditore di se stesso. Odisseo arriverà in scena, approfittando dello squilibrio etico creatosi, per portare definitivamente a termine l’inganno. Ma la sua apparente scaltrezza sarà beffata dal coraggioso Neottolemo, che definitivamente cederà alla bontà della sua natura e di nuovo tornerà sulla nera spiaggia, davanti alla grotta in cui Filottete si è rinchiuso pieno di paura del mondo, e chiamandolo gli chiederà dolcemente di avere nuova fiducia nelle sue parole, parole di lui che gli è divenuto φίλος, un amato amico che non più lo raggirerà, ma anzi, rivelandogli il volere degli dèi sul vecchio eroe, ancora destinato a farsi valere in battaglia presso i nemici, svelerà un fato ancora più intrigante e prodigioso: solo fidandosi, solo uscendo dal suo covo di nera acredine e accettando di lasciare la solitudine imposta, in ultima istanza Filottete guarirà dal proprio male, riacquisterà la dignità umana che ha perduto, e così verrà riabilitato agli occhi di se stesso e degli dèi, che non mancheranno di benedire il resto della sua vita. L’esitazione di Filottete sarà grande, il disagio della tracotanza superba di Odisseo ancora si imporrà, ma alfine, quando l’apparizione celeste di Eracle dialogherà direttamente con Filottete, la scelta tra il rancore desolato e gangrenoso e la promessa di guarigione e gloria e fedele amicizia non sarà più oscurata dai dubbi. Anche Filottete dovrà liberarsi dal buio e dalla vera ferita e scegliere la sua autentica natura.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa e appassionata di teatro, 20 febbraio 2021)


Si veda anche:

Declinazioni di disolitudine (Eschilo)

30 novembre 2020

Il canto della pietas


Riprendiamo il viaggio argonautico seguendo la rotta della pietas. Corrispondente all’italiano
pietà, nella cultura romana almeno fino all’epoca imperiale conservò il suo significato originario, talvolta usato anche nella nostra lingua; ad esempio nell’espressione la “pietas” di Enea, con riferimento al protagonista virgiliano. Nel linguaggio letterario, più vicino dunque al latino, indica una disposizione dell’animo a provare affetto, devozione, rispetto reverenziale per ciò che è considerato sacro: i genitori, la patria, le memorie per le proprie tradizioni familiari e civiche. Nella teologia morale la virtù, considerata parte della giustizia, per cui si tributa il doveroso e conveniente ossequio e la debita reverenza ai congiunti per sangue, ai proprî concittadini e al prossimo in generale.
Sentimento della misericordia e della comprensione, viene in soccorso all’essere umano per riscattarlo dall’efferato volgere dei tempi e consolarlo. Usare pietà significa infatti lenire le ferite e tendere una mano. Quale più attesa e nobilitante salvezza per l’uomo che sperimenta i rovesci del vivere, i colpi degli eventi, se non la possibilità di ritrovare se stesso, di avvertire di nuovo in sé la vaga ombra di quegli stati d’animo in cui avere riparo e avvicinare i propri simili che si credevano ormai allontanati, dispersi.
«La pietà nei confronti degli uomini era ciò che veniva sentito dai poeti dopo le grandi crisi, ad esempio dopo la Guerra del Peloponneso: coltiviamola il più possibile anche noi», così ci esorta Alessia in una sua recente riflessione, richiamando alla memoria uno dei fatti storici che forse più sono in grado di raccontarci in tema di lacerazioni interne, disgregazione sociale, crisi degli ideali, insanabile impoverimento materiale e culturale causato dal protrarsi del conflitto oltre ogni umana sopportazione. Il momento che stiamo attraversando non è meno complesso, in quanto segnato da pesanti incertezze e inevitabili battute d’arresto nel modus operandi delle strutture che reggono la nostra organizzazione. L’epidemia rischia di precipitarci in una conflittualità permanente, che in parte stiamo già sperimentando. I medesimi argomenti che attengono alla nostra salute, alle possibili strategie di uscita dall’emergenza sono oggetto di scontro, di faziosità, in buona sostanza di fitte incomprensioni. Prendiamo la delicatissima questione del vaccino. Prima dei tanti e disorientanti annunci, a mio avviso, si sarebbe dovuti provvedere alla divulgazione dei risultati su organi accreditati per l’informazione scientifica. Quindi procedendo a comparare i dati dare gli strumenti a esperti e non per formulare un giudizio svincolato, limpido, sereno se possibile. Di recente mi ha colpito l’intervento dell’Ordine dei medici e chirurghi di Forlì-Cesena (bollettino del 20 novembre) che ha diffuso un articolo approfondito su quanto – e non è poco! – non sappiamo per poter dire con certezza che disponiamo di un vaccino efficace. Non ultimo il campione dei testati. Allo stato attuale si rasenta a malapena il centinaio di volontari. Anche un campione di 30.000 sarebbe ancora un numerino; magari con 300.000 si potrebbero avere delle evidenze tali da sbilanciarsi un po’ di più sui risultati. Ma oggi non siamo neppure lontanamente in vista di tali cifre.
Illudere su cure e prevenzione, lo ha detto in diversi interventi lo psichiatra Paolo Crepet – con cui tuttavia dissento circa le posizioni di obbligo del vaccino, anche per le ragioni che ho appena esposto – rischia di innescare un pericoloso risentimento che si sommerebbe a un malessere più ampio. In momenti storici che si annunciano opachi e discontinui ci vogliono trasparenza e messaggi chiari da destinare alla collettività. Né la prossimità alla morte che l’epidemia impone sembra allentare le nostre ansie innescate dalla sveltezza consumistica. La preoccupazione di oggi a quanto pare non è l’umano che recede, ma il tempo perso, irrecuperabile al nostro dimenarci in superficie. Anche qui Paolo Crepet è stato tra i pochi a commentare le illuse pulsioni in cui da mesi ormai esorcizziamo il quotidiano morire, mostrando tutta la contraddizione che grava sui nostri comportamenti. Certo, non è restando aggrappati a questa contraddizione che ne usciremo.
Piuttosto sono le risorse della mente, gli strumenti del pensiero razionale e la poesia, il coraggio della poesia, veicolo di polarità inversa in confronto alle derive del mondo opaco, appiattito, ridotto a superficie, sono queste le cose che possono tirarci fuori dalla lunga guerra. È nel riparo sicuro di queste cose che germoglierà la pietas. Dunque, al modo della giovane brigata che si ritirò a novellare per cercare scampo dalla peste, lasciamo spazio alla narrazione, al potere curativo della narrazione, e ascoltiamo le toccanti parole scelte da Alessia per il suo contributo.     

(Di Claudia Ciardi)


Michelangelo - Pietà Rondanini


Il canto della pietas
Di
Alessia Rovina
Per la rubrica
«LArgonauta»

Come tradurre un concetto, quello abusato e dunque immancabilmente travisato di pietas, che lo stesso, grandissimo, Alfonso Traina definisce come «intraducibile»? [A. Traina, sub voce “pietas”, Enciclopedia virgiliana, IV] Come riportare alla sua valenza originaria ciò che il nostro umano bisogno di comunicare ci presenta come parola, e che invece è – come lo stesso grande latinista tiene a precisare – un sentimento? E poi, quale pietas proviamo noi, oggi, avventori spaesati di strade in cui la pietra d’inciampo quotidiana è sempre quella del rischio di assuefarci ai dolori altrui, ai corpi martirizzati, alle atrocità, all’odio, nella furia che serializza l’agonia e la miseria? Ebbene, nella più totale apertura, diamoci il permesso di indugiare sugli immortali capolavori letterari che ci sono stati donati, e permettiamo alle parole dei nostri mirabili antenati di interrogare i nostri cuori.
Virgilio, nella composizione del secondo libro della sua straordinaria Eneide, riporta il racconto della notte funesta che vide il giovane Enea perdere nel rogo la sua patria, costringendolo a fuggire radunando i suoi affetti, non prima di essersi scontrato con lo scoramento dell’anziano padre, Anchise, deciso ad indugiare nella tristezza d’un fato inesorabile. Per prodigioso intervento divino, però, la decisione del padre di Enea muta, e si pone la necessità di riparare al più presto sul monte sacro. Nella tempestività di tale decisione, il giovane indugia benevolo, e il Poeta così soavemente canta:

ergo age, care pater, cervici imponere nostrae;

ipse subibo umeris nec me labor iste gravabit;

quo res cumque cadent, unum et commune periclum,

una salus ambobus erit.

Publius Vergilius Maro, Aeneis, II, 707-710

Ecco la pietas tanto celebre di Enea, il quale invita il padre a salirgli in spalla, giacché la necessaria fatica fisica, «labor», comportata da questo gesto non gli sarà gravosa, perché, a conclusione, «uno e comune il pericolo,/ una salvezza ci sarà per entrambi». Nella morale che non cede al moralismo il genio virgiliano lascia aperte anche al nostro occhio le crepe che dilaniano Enea: la sua pietas totale, esercitata verso i parenti, verso i compagni, verso la patria, verso gli dèi, impone spesso il sacrificio di una di queste stesse componenti – la conseguenza più drammaticamente ricordata sappiamo essere l’epilogo della relazione con Didone, ma che in realtà accompagna nel suo languore accadimenti che si estendono per tutto il poema – ma soprattutto il sacrificio di sé.
Non esiste constatazione più tranchant: l’insorgere incontrollato di quel sentimento tanto profondo, tanto difficile da sperimentare così puramente, comporta necessariamente la rinuncia di qualcosa di noi. In che cosa questo coincida, a ciascuno di noi scoprirlo.
La bufera sta infuriando, e ogni superbia si scioglie sotto il cielo plumbeo della Britannia. Re Lear, magnifico ritratto immanente e trascendente tratteggiato da Shakespeare nell’omonima tragedia del 1605-1606, dopo i suoi accessi di vanità senile che riescono nel devastare il cuore dell’unica figlia fedele, Cordelia, riesce a ritornare uomo solo nel momento in cui sperimenta la nuda pietas nei confronti del Fool, il Matto di corte, metafora della sua stessa follia, resa eccellentemente da una delle pagine più alte del teatro, in cui il vecchio sovrano, chino e tremante, rivolge al sé stesso che vede dall’esterno queste parole:

Comincio a perdere il cervello. Vieni,

ragazzo mio. Come stai, ragazzo?

Hai freddo?

Ho freddo anch’io. Dov’è

questa paglia, amico? L’arte del bisogno è strana

e può rendere preziose cose vili.

Andiamo. Alla tua capanna!

Povero Matto e furfante,

nel mio cuore

c’è una parte che ancora soffre per te.

[traduzione di A. Lombardo]

W. Shakespeare, Re Lear, atto III, scena II

L’autentica vita di Re Lear, libera dalle angustie delle logiche del potere, pare avere principio proprio nel momento in cui egli ha compassione di se stesso, proprio come accade ad Ivan Il’ič poco prima di morire: un lampo di conoscenza di sé che rende essenziali ed irrinunciabili proprio gli ultimi istanti di vita. Vorrei significativamente concludere questo nostro breve riflettere sulla pietas letteraria con le parole del Manzoni, in quanto, dopo la mia angoscia di ex-liceale sopraffatta dalla monumentalità del ramo del lago di Como, riscopro solo ora l’inesplicabile altezza della prosa manzoniana, nonché la profonda bellezza spirituale, in grado di far percepire realmente l’inestimabile valore di ogni umanità ferita e accolta. Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. […] «oh!» disse: «che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!». «Rimprovero!» esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. «Certo, m’è un rimprovero,» riprese questo, «ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, da tante volte, avrei dovuto venir da voi io.». «Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?». […] «Dio grande e buono!» esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: «che ho fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perché Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio!» […] Così dicendo, stese le braccia attorno al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.».

A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXIII

Auguro a tutti quanti noi innominati di imparare a cedere, in nome di quella pura pietas che porta il nostro nome, «madre o mantice dell’amore» [G. Leopardi, Zibaldone, 3607].

(Di Alessia Rovina, classicista e studiosa di teatro, novembre 2020
account twitter: @rovina_alessia)


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