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4 febbraio 2017

Guida insolita delle Dolomiti


Guglie del Latemar dal Lago di Carezza

La guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni, personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire a proprio agio i suoi visitatori.
E proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi, spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti della vita in cui capita dimbattersi, senza che si ripetano. Cenni al folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli abiti tradizionali dei valligiani.        
Dino se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente valere.
Leggere queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di un territorio.   

(Di Claudia Ciardi)

   Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano


Dino Dibona,
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton Compton editori, 2000  


Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)


Related links:

I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton

Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna

Sosta d'autunno


6 gennaio 2017

Rupi e boschi incantati





Gettando una luce insolita e vivace sulle radici di un territorio altrimenti poco noto, le fiabe delle Apuane raccolte dall’anglista Paolo Fantozzi, appassionato di folclore e cultura dei territori montani di Garfagnana, entroterra versiliese e Lunigiana, contribuiscono a risvegliare una sana attenzione per un ambiente che ha bisogno di essere tutelato, se vuole conservare la propria identità e integrità fisica nell’immediato futuro. Perché l’Italia, in quanto culla degli italici, nasce e si sviluppa essenzialmente attorno alle sue valli, nella lotta aspra e magnifica delle comunità montane che col passare dei millenni hanno resistito in questi territori difficili. Scriveva lo storico Appiano che la penisola non tanto risultava divisa tra nord e sud ma ancor più longitudinalmente, dall’Appennino, confine tra aree e popolazioni assai diverse. E però questa imponente barriera naturale, per gli antichi in larga parte impenetrabile, ha da sempre incarnato anche l’ossatura del paese, una singolare quanto vitalissima colonna vertebrale in grado di mettere in circolo energie, risorse, visioni del mondo e dunque quella somma di immaginari che non è esagerato definire il nostro cuore pulsante.
Come fa notare Paolo Rumiz nell’introduzione a uno dei suoi testi più noti, La leggenda dei monti naviganti, è nelle nostre valli che si gioca anche la prossima sfida politica: «In questi spazi la parola – il logos – sembra riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica. […] Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei principi della vita. Senza questi invisibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe desertificata da tempo. […] Che i politici scendano dai loro elicotteri e imparino a camminare; o l’Italia diverrà in breve una terra di locuste e avremo non una, ma mille periferie di furore. Le periferie bastonate si vendicano, e la montagna è periferia». È periferia ma anche centro, se appunto si impara a camminarci e incontrarla. Per un territorio come quello italiano dove il mare e i monti sono cardine e decumano di una tra le più poliedriche avventure culturali che si siano viste affacciarsi nel mondo, si tratta di unimprescindibile dialettica. Nei giorni che ho recentemente trascorso in Val di Fassa e Val di Fiemme, sforzandomi di vivere la montagna soprattutto nella sua dimensione più autentica e meno omologata, che oggi forse si fatica a cogliere, ho cercato il contatto con i valligiani e soprattutto ho osservato. E tra i diversi incontri ce n’è uno che mi ha fatto riflettere più di altri. Tra le vie quasi deserte di Predazzo, dopo un’escursione di qualche ora sopra labitato, nei pressi di una fonte dove intendevo rinfrancarmi mi sono sentita guardata. E in effetti, dietro una finestra ho scorto per un attimo un paesano che mi teneva d’occhio. C’era in lui chiaramente la curiosità di vedere chi fosse “sceso dall’alpe” –  quindi immagino un certo stupore da parte sua nell’essersi trovato davanti una mezza sciagurata lì da sola con una precaria attrezzatura da trekking. Ma posso anche aggiungere, senza sbagliarmi, che il tipo mi stesse puntando come per dire “vedi di non combinare qualcosa alla fonte o sono guai”. Penso di aver capito in quel preciso istante, ben al di là di tante vane blaterazioni, cosa significhi per la gente di montagna l’attaccamento alle proprie risorse, che passa di necessità attraverso il presidio e la conservazione del territorio. E questo è anche il motivo per cui mi vanno stretti certi esercizi intellettualistici in cui si enunci di ridar vita ai borghi montani abbandonati usando la leva dell’immigrazione, senza parlare di infrastrutture, investimenti e progetti concreti. Non dimentichiamo infine che queste comunità, per loro indole solidali, hanno pur sempre una connotazione etnica propria con cui non si può non confrontarsi. L’integrazione, che già di per sé è un processo lento, quando si vuole realizzare davvero, perché passa attraverso la conoscenza, l’avvicinamento e la negoziazione di identità diverse, qui dovrebbe adattarsi ai ritmi ancora più lenti imposti dalla montagna. Chi arriva bisogna che sia accettato prima di tutto dalla legge non scritta della vita in quota – il che non è un automatismo – quindi dalle comunità territoriali.
Aggiungo infine che se certi borghi si sono spopolati, nonostante una secolare presenza contadina, non è solo colpa delle sirene del capitalismo. In alcune frazioni della Lunigiana mi raccontavano anni fa che la vita si faceva di anno in anno più dura essendo l’acqua sempre più scarsa. Molte fonti erano ormai prosciugate e si era quindi creato un problema di approvvigionamento quotidiano. Così torniamo all’infrastruttura e alle risorse. Senza i necessari investimenti la montagna muore. 
Il libro di Paolo Fantozzi mi è molto caro perché si pone come studio antropologico che intende salvare una memoria territoriale tra le più importanti. Il patrimonio fiabesco è infatti il collettore di una tradizione contadina che attraverso i suoi riti e i simboli espressi nel racconto orale definisce le coordinate della propria storia. Così queste fiabe apuane, raccolte negli anni Ottanta dalla voce degli abitanti dei principali borghi alpini, sono un mezzo d’elezione per comprendere vita e fisionomia di un territorio frastagliato e complesso, dove oggi la parola dei vecchi tende ad affievolirsi e scomparire mentre le nuove generazioni sono chiamate ad assumere sulle proprie spalle scelte complesse, circa uno sfruttamento sostenibile del territorio e le modalità di traghettare la cultura dell’alpe raccogliendo le sfide del nuovo millennio.       
Si tratta, dicevo, di un libro a cui sono affezionata anche per il modo in cui l’ho scoperto. A passeggio per Pontremoli, caposaldo sulla Via Francigena, paese incantevole e incantato di cui consiglio caldamente la frequentazione a chi non lo conosca. Fra pellegrini muniti di bordone e conchiglia di riconoscimento che attraversano la piazza, graziose librerie vecchio stile che tradiscono una passione antica per la carta stampata e in generale per l’editoria, risalente a secoli addietro, quando i contadini riempivano le gerle di viveri e manoscritti in cerca di acquirenti che nella colta e curiosa Lunigiana non era arduo trovare, non resterete delusi.
Le fiabe apuane fanno volare la nostra immaginazione fin sugli alpeggi del Corchia, della Tambura, del Pisanino. In mezzo a grotte presidiate da fate e maghi capaci di rapire, imprigionare o compensare con tesori meravigliosi, nel vortice di incantesimi che sovvertono la realtà e mettono alla prova l’indole di giovani donne e uomini che si avventurano sui crinali, tra fantasmi, animali parlanti, castelli fantastici, tocchiamo con mano l’indole di queste genti montanare, misteriose e un po’ arcigne come le creature che popolano i loro racconti.   
E scortati dalle loro parole prendiamo confidenza con un mondo che diversamente ci sarebbe precluso. I nomi delle Alpi divengono pian piano familiari, punti di uno spazio letterario capace d’invenzioni sorprendenti in cui il lettore, dopo i primi brani, non fa fatica a muoversi, penetrando con disinvoltura in una mentalità arcaica che tuttavia ha il dono di attrarre, manifestando una versatile, spiazzante modernità.  

(Di Claudia Ciardi)

  
Paolo Fantozzi,
Rupi e boschi incantati. Fiabe dalle Alpi Apuane,
Apice libri,
2016


Salendo per Bosco Fontana (sopra Predazzo)


Related links:

Rivista Meridiani - Montagne. Alpi Apuane - Numero 31 - Editoriale Domus



Disegni I / Disegni II – su «Il chiosco del flâneur»


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