Visualizzazione post con etichetta leggende. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leggende. Mostra tutti i post

27 marzo 2018

Enrico Camanni - L'incanto del rifugio






È una parola con un’ampia diffusione nella lingua, che a partire dalla sua etimologia, il latino refugere, implica un moto di ritrazione, un andare all’indietro, e all’interno, verso una meta che sappiamo sicura per fuggire immediati pericoli e altre minacce che mettano a rischio la nostra integrità. Di rifugio si parla in molti contesti, tra loro anche lontani, e ciò basta a farne un vocabolo ponte che unisce aree differenti dell’operare umano e del pensiero che vi trae origine. Riparo per chi fugge da una tormenta o da una tempesta, per chi vinto dalla stanchezza ha smarrito la via, esiste il rifugio di montagna e il porto di rifugio. Nel medioevo erano gli ospizi dei monaci che rifocillavano i viandanti, strappandoli alle insidie delle bufere e delle notti sui valichi. Quindi sono divenute le strutture, prima assai spartane, tanto in qualche caso da farli preferire “la bella stella”, poi accessoriate e tecnologiche, per i temerari delle cime. In epoca di più o meno forzate economie e crisi ricorrenti si fa un gran parlare di “beni rifugio”, anche questi ormai desolatamente ai più fuori portata. In gergo militare si definisce così una struttura sotterranea attrezzata per resistere agli attacchi del nemico. E infine nelle litanie lauretane l’espressione “refugium peccatorum” risulta essere uno degli epiteti della madonna.
Col suo librino per escursionisti e curiosi Enrico Camanni offre un compendio utile sia ai cultori che ai profani della montagna, e lo fa con la sua scrittura agile e accattivante che io ho imparato ad apprezzare attraverso le pagine intensissime di Il fuoco e il gelo, poetico incrocio di storia e letteratura, per me una delle pietre miliari nella narrativa contemporanea. Giornalista torinese, alpinista, autore raffinato, profondo studioso e conoscitore della montagna, sua la consulenza per l’allestimento del Museo delle Alpi a Forte di Bard che ho avuto modo di visitare in tempi recenti, nonché curatore dei progetti per il Museo del Forte di Vinadio e il Museo della Montagna di Torino. Camanni sa avvicinare alla montagna senza clamore né sovrabbondanti mitizzazioni. Racconta storie col piglio del montanaro esperto che non ha bisogno di abbellire né di cucire fronzoli a quanto descritto, perché si nutre della cosa più preziosa, l’esperienza del luogo, la pazienza della sua coperta.
Quell’andare lento per cose lente, che occorrerebbe rimettere al centro delle nostre abitudini, nei rapporti quotidiani che intratteniamo con le persone ma pure con gli oggetti, come anche quando ci distacchiamo da questi per coltivare insolite lontananze in cerca d’altre conferme. Precisamente da qui scaturisce l’incanto di Enrico Camanni, che già in virtù di un simile atteggiamento ci introduce al più bello dei rifugi, quello in cui sostare per il tempo necessario a ritrovarci. Il rifugio, è bene averlo presente e l’autore non manca occasione di ribadirlo, ha infatti per chi lo raggiunge una natura transitoria. Guai pensare di abitarlo, guai portarvi le abitudini e i difetti dell’abitare. Quell’illusione di stabilità finirebbe col rivoltarsi contro di noi. Solo nella sua dimensione di passaggio in grado di soccorrere, anche di salvare la vita in casi estremi, o più in generale di offrire quel che serve per procedere oltre con maggior forza e convinzione, solo così il rifugio assolve correttamente il proprio compito.
Questo “piccolo elogio della notte in montagna” – è il sottotitolo del libro – potrebbe dunque leggersi come una guida filosofica del camminare e del fermarsi in attesa quali svolte essenziali nella conoscenza del sé, un po’ in scia alle solitarie passeggiate di Rousseau.
C’è spazio nelle belle pagine di Camanni per le imprese memorabili dell’alpinismo, da Balmat a Gervasutti, ma anche per aneddoti e riflessioni più profonde sui cambiamenti climatici e la conservazione dell’ambiente. Emblematico e di grande impatto descrittivo il crollo del seracco pensile del Monviso, vissuto in presa diretta da due scalatori miracolati, rimasti incolumi. E poi ancora, miti e leggende alpine, le voci dei tanti che la montagna l’hanno salita e discesa coi loro sogni, le loro sfide e, cosa più che umana, le loro paure. Perché avvicinare la montagna equivale a una liturgia. Bisogna sentirlo profondamente questo rito e averne rispetto nel compierlo. Camanni parla infatti di “momento liturgico” del rifugio, associandolo al ritorno dall’ascensione. Quasi stato di grazia, perché la mente è sgombra, le tensioni andate e tutti i pensieri son disponibili a godersi quel senso assolutamente particolare di ospitalità e accoglienza che appartiene solo a spazi simili. Non è una cosa che si può spiegare. Quando si arriva, anche dopo una lunga camminata sulla neve fresca, immersi nei silenzi della montagna addormentata, e fa già quasi buio e alla fine del sentiero trovare una porta aperta, magari una stufa accesa e forse qualcuno che ti serve un tè caldo. Un momento così te lo porti dentro sempre, è una poesia incisa nella cadenza infinita di una cosa troppo grande e perfetta per essere trascritta: è la natura con cui ti sei appena riconciliato.
Questo librino, lo si è detto, tocca e condensa ogni genere legato al racconto di montagna, dai diari, alle cronache d’imprese memorabili, dalle biografie dei personaggi che hanno aperto le prime vie alle fantasie di fuochi fatui e angeli sterminatori venuti a punire l’avidità umana. Tutto vi è rappresentato col tocco lieve e allo stesso tempo sapiente del grande scrittore esperto di uomini e terre alte, che in punta di penna ci accompagna fin dove i nostri passi e magari, ancor più, la nostra immaginazione, avranno voglia di spingersi.   
       

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consultata:

Enrico Camanni,
L’incanto del rifugio. Piccolo elogio della notte in montagna,
Ediciclo Editore, 2017


12 marzo 2018

Nicholas Roerich - Montagne d'immaginazione



Nicholas Roerich è un personaggio molto particolare nel panorama artistico di fine Ottocento. Figura di transizione in un’epoca costellata da sommovimenti di ogni genere, la sua attività non è facilmente inquadrabile. Non foss’altro perché la pittura, per quanto componente ricchissima e vitale in tutto l’arco della sua esistenza, riveste solo uno dei molteplici interessi culturali cui si dedicò con straordinaria energia. Nato a San Pietroburgo nel 1874, studente di legge per volontà del padre, Roerich nutrì fin da giovane un’incontenibile inclinazione per le arti figurative, tanto da frequentare in parallelo le lezioni all’Accademia di Belle Arti, oltre ai corsi di architettura e archeologia. Furono proprio queste due discipline a fargli intraprendere una carriera professionale che gli consentì di raggiungere progressivamente la piena realizzazione artistica. 

Ottenuta nel 1898 una cattedra all’istituto imperiale archeologico, alla soglia del nuovo secolo era già un elemento di spicco nello scenario culturale pietroburghese, e non solo. Studioso dello stato di conservazione dei monumenti russi (chiese e cremlini), teneva conferenze e continuava a coltivare il disegno e le ricerche indirizzate al patrimonio folklorico del suo paese – interesse antico, risalente alle lunghe estati della sua adolescenza trascorse presso la tenuta di famiglia a Isvara. Ambito disciplinare che più o meno nello stesso periodo e in aree geografiche diverse aveva calamitato attorno a sé alcuni dei più eclettici ingegni operanti sul doppio fronte etnologico e letterario; tra gli italiani si pensi a Giuseppe Tucci (1894-1984) e Maria Savi Lopez (1846-1940), singolare personalità di letterata e antropologa, autrice, tra i numerosi altri, di un ampio volume sulle leggende alpine.
La straordinarietà di Roerich consiste nell’aver mantenuto costantemente vive tutte le proprie innumerevoli passioni culturali, sentendo il bisogno di non abbandonarne nessuna ma trovando di volta in volta stimoli nuovi in grado di dare un apporto e fare da collante all’intera sua attività, dall’impegno politico a quello antropologico. Fu innanzitutto un curioso, animato dalla volontà di conservare memorie del passato, così da inseguire quelle vestigia ancestrali dell’umanità nei luoghi più antichi del mondo, fin nel cuore pulsante e sperduto dell’Asia. La sua e quella della moglie, Elena, compagna e musa fedele, nipote del compositore Modest Mussorgskij e pronipote del generale russo Kutuzov, è la storia di un’unione complice in tutto che li portò a condividere viaggi, percorsi di ricerca, scoperte, e in generale armonia e bellezza, i due pilastri fondamentali di ogni manifestazione d’arte e sapienza. Secondo Roerich infatti: «Ogni cosa, da un atomo a una stella, da un fiore ad un uomo, contiene in sé parti positive e negative e l’attenzione dell’uomo, poiché l’energia segue il pensiero, chiama alla vita quelle su cui si sofferma. Creare la bellezza ovunque, ad ogni livello e con ogni mezzo, sottolinearla e darle valore, significa lavorare per la rigenerazione del mondo».
A questo si ispirano anche i suoi quadri. Nel 1920 poteva già vantare un corpus di duemilacinquecento opere, quando venne invitato a trasferirsi negli Stati Uniti, dopo una breve parentesi da esule in Finlandia e a Londra, a seguito dei rivolgimenti nella madrepatria  e tuttavia nelle primissime fasi della rivoluzione venne reclutato quale presidente del Comitato di artisti creato dallo scrittore Maksim Gorkij, tanta era la buona fama e il rispetto di cui godeva da ogni parte. Alla fine della sua esistenza si conteranno ben settemila tele, cui vanno aggiunti milleduecento manoscritti ispirati a svariati temi e discipline. La prima esposizione itinerante di suoi dipinti venne prorogata per due anni di fila e gli permise d’essere conosciuto da New York a San Francisco. Nel 1924, un anno dopo la fondazione del Roerich Museum, ottenne i finanziamenti necessari per la grande spedizione asiatica a seguito della quale furono rinvenuti reperti e testi antichissimi, d’inestimabile valore. Nei lunghi e faticosi itinerari che lo portarono dapprima nella Russia del sud, quindi in Turkmenistan e poi ancora nel Sikkim, in Tibet, Cina e Mongolia, trovò il tempo e la concentrazione per realizzare quadri straordinari in cui catturò quell’immortale magnetismo himalayano che è tra le manifestazioni di poesia più compiute e preziose cui l’umanità possa attingere. Come capita spesso quando si è di fronte a personaggi di cultura mossi da molteplici talenti, la foga di volerne restituire un ritratto categorico e quindi statico, finisce per disperdere proprio quel che hanno di più prezioso: la vivacità delle intelligenze che non si sono risparmiate in nessun istante della loro vicenda terrena. Nel caso di Roerich si eccede credo nel farne un profeta relegato a culti esoteristi di diversa natura. Fatto salvo che l’orientalismo, con tutto ciò che comporta e perfino nei suoi risvolti maggiormente spiritisti, è stato un settore di studi alla base della sua attività, di qui a dipingerlo come un santone irrazionale significa semplificare e banalizzare proprio i contenuti filosofici, religiosi, storici che hanno alimentato la sua stessa ascesa come intellettuale e pittore. E in generale perdere di vista quelle schegge di bellezza che invece i suoi quadri, se osservati senza troppe sovrapposizioni analitiche, sanno indiscutibilmente donare a chi li avvicina con purezza di sguardo e sentimenti, che poi è la vera essenza perseguita e divulgata dal loro autore.


(Di Claudia Ciardi) 




Mount "M" - 1931



  Mount of five treasures (Two Worlds) - 1933



St. Sergius Chapel - 1936



Messanger from Himalayas - 1940



Sunsets



Gundla



Command of the Master - 1947*

è l'anno della scomparsa di Nicholas Roerich, morto in dicembre, le sue ceneri sono state tumulate ai piedi dell'Himalaya




4 febbraio 2017

Guida insolita delle Dolomiti


Guglie del Latemar dal Lago di Carezza

La guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni, personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire a proprio agio i suoi visitatori.
E proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi, spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti della vita in cui capita dimbattersi, senza che si ripetano. Cenni al folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli abiti tradizionali dei valligiani.        
Dino se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente valere.
Leggere queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di un territorio.   

(Di Claudia Ciardi)

   Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano


Dino Dibona,
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton Compton editori, 2000  


Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)


Related links:

I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton

Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna

Sosta d'autunno


Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...