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12 marzo 2018

Nicholas Roerich - Montagne d'immaginazione



Nicholas Roerich è un personaggio molto particolare nel panorama artistico di fine Ottocento. Figura di transizione in un’epoca costellata da sommovimenti di ogni genere, la sua attività non è facilmente inquadrabile. Non foss’altro perché la pittura, per quanto componente ricchissima e vitale in tutto l’arco della sua esistenza, riveste solo uno dei molteplici interessi culturali cui si dedicò con straordinaria energia. Nato a San Pietroburgo nel 1874, studente di legge per volontà del padre, Roerich nutrì fin da giovane un’incontenibile inclinazione per le arti figurative, tanto da frequentare in parallelo le lezioni all’Accademia di Belle Arti, oltre ai corsi di architettura e archeologia. Furono proprio queste due discipline a fargli intraprendere una carriera professionale che gli consentì di raggiungere progressivamente la piena realizzazione artistica. 

Ottenuta nel 1898 una cattedra all’istituto imperiale archeologico, alla soglia del nuovo secolo era già un elemento di spicco nello scenario culturale pietroburghese, e non solo. Studioso dello stato di conservazione dei monumenti russi (chiese e cremlini), teneva conferenze e continuava a coltivare il disegno e le ricerche indirizzate al patrimonio folklorico del suo paese – interesse antico, risalente alle lunghe estati della sua adolescenza trascorse presso la tenuta di famiglia a Isvara. Ambito disciplinare che più o meno nello stesso periodo e in aree geografiche diverse aveva calamitato attorno a sé alcuni dei più eclettici ingegni operanti sul doppio fronte etnologico e letterario; tra gli italiani si pensi a Giuseppe Tucci (1894-1984) e Maria Savi Lopez (1846-1940), singolare personalità di letterata e antropologa, autrice, tra i numerosi altri, di un ampio volume sulle leggende alpine.
La straordinarietà di Roerich consiste nell’aver mantenuto costantemente vive tutte le proprie innumerevoli passioni culturali, sentendo il bisogno di non abbandonarne nessuna ma trovando di volta in volta stimoli nuovi in grado di dare un apporto e fare da collante all’intera sua attività, dall’impegno politico a quello antropologico. Fu innanzitutto un curioso, animato dalla volontà di conservare memorie del passato, così da inseguire quelle vestigia ancestrali dell’umanità nei luoghi più antichi del mondo, fin nel cuore pulsante e sperduto dell’Asia. La sua e quella della moglie, Elena, compagna e musa fedele, nipote del compositore Modest Mussorgskij e pronipote del generale russo Kutuzov, è la storia di un’unione complice in tutto che li portò a condividere viaggi, percorsi di ricerca, scoperte, e in generale armonia e bellezza, i due pilastri fondamentali di ogni manifestazione d’arte e sapienza. Secondo Roerich infatti: «Ogni cosa, da un atomo a una stella, da un fiore ad un uomo, contiene in sé parti positive e negative e l’attenzione dell’uomo, poiché l’energia segue il pensiero, chiama alla vita quelle su cui si sofferma. Creare la bellezza ovunque, ad ogni livello e con ogni mezzo, sottolinearla e darle valore, significa lavorare per la rigenerazione del mondo».
A questo si ispirano anche i suoi quadri. Nel 1920 poteva già vantare un corpus di duemilacinquecento opere, quando venne invitato a trasferirsi negli Stati Uniti, dopo una breve parentesi da esule in Finlandia e a Londra, a seguito dei rivolgimenti nella madrepatria  e tuttavia nelle primissime fasi della rivoluzione venne reclutato quale presidente del Comitato di artisti creato dallo scrittore Maksim Gorkij, tanta era la buona fama e il rispetto di cui godeva da ogni parte. Alla fine della sua esistenza si conteranno ben settemila tele, cui vanno aggiunti milleduecento manoscritti ispirati a svariati temi e discipline. La prima esposizione itinerante di suoi dipinti venne prorogata per due anni di fila e gli permise d’essere conosciuto da New York a San Francisco. Nel 1924, un anno dopo la fondazione del Roerich Museum, ottenne i finanziamenti necessari per la grande spedizione asiatica a seguito della quale furono rinvenuti reperti e testi antichissimi, d’inestimabile valore. Nei lunghi e faticosi itinerari che lo portarono dapprima nella Russia del sud, quindi in Turkmenistan e poi ancora nel Sikkim, in Tibet, Cina e Mongolia, trovò il tempo e la concentrazione per realizzare quadri straordinari in cui catturò quell’immortale magnetismo himalayano che è tra le manifestazioni di poesia più compiute e preziose cui l’umanità possa attingere. Come capita spesso quando si è di fronte a personaggi di cultura mossi da molteplici talenti, la foga di volerne restituire un ritratto categorico e quindi statico, finisce per disperdere proprio quel che hanno di più prezioso: la vivacità delle intelligenze che non si sono risparmiate in nessun istante della loro vicenda terrena. Nel caso di Roerich si eccede credo nel farne un profeta relegato a culti esoteristi di diversa natura. Fatto salvo che l’orientalismo, con tutto ciò che comporta e perfino nei suoi risvolti maggiormente spiritisti, è stato un settore di studi alla base della sua attività, di qui a dipingerlo come un santone irrazionale significa semplificare e banalizzare proprio i contenuti filosofici, religiosi, storici che hanno alimentato la sua stessa ascesa come intellettuale e pittore. E in generale perdere di vista quelle schegge di bellezza che invece i suoi quadri, se osservati senza troppe sovrapposizioni analitiche, sanno indiscutibilmente donare a chi li avvicina con purezza di sguardo e sentimenti, che poi è la vera essenza perseguita e divulgata dal loro autore.


(Di Claudia Ciardi) 




Mount "M" - 1931



  Mount of five treasures (Two Worlds) - 1933



St. Sergius Chapel - 1936



Messanger from Himalayas - 1940



Sunsets



Gundla



Command of the Master - 1947*

è l'anno della scomparsa di Nicholas Roerich, morto in dicembre, le sue ceneri sono state tumulate ai piedi dell'Himalaya




28 luglio 2017

Il Museo della Montagna





È di sicuro uno dei luoghi più poetici di Torino, non solo per gli appassionati di montagna. Salire al Monte dei Cappuccini significa godere di una delle viste più belle della città e, se vogliamo, anche di una prospettiva un po’ insolita. Il punto panoramico sulla terrazza del museo permette di abbracciare l’intero abitato, con uno degli scorci migliori sopra il Po – i Murazzi nei pressi del ponte Vittorio Emanuele – davanti alla corona delle Alpi. Tuttavia le montagne non si concedono facilmente. Se si va lassù in estate, come ho fatto anch’io, è abbastanza probabile non vederle per nulla; foschia e inquinamento hanno di certo la meglio. E mi raccontava il responsabile di questo spazio che anche d’inverno le condizioni ottimali per un avvistamento nitido, senza velature né opacità, sono assai rare. La foto ufficiale che campeggia all’entrata del polo espositivo, realizzata nel 2011, ha richiesto sei mesi di appostamenti. Mentre mi beavo di questa singolare impresa, che grazie alle qualità del mio narratore si ammorbidiva nei toni della cullante garbatezza piemontese, immaginavo la vita del fotografo per così tante settimane in cerca dello scatto giusto. Ad ogni modo la resa finale è valsa sicuramente questo enorme, quasi monastico, esercizio di pazienza. 
So bene come vanno certe cose. Anche le Apuane da Boccadarno sono piuttosto volubili e capricciose. Talvolta si scoprono in maniera del tutto inaspettata, cogliendo di sorpresa i loro devoti ritrattisti che non riescono a organizzarsi in tempo per puntare gli obiettivi. Questione di poco, cambio di luce, un po’ di foschia dal mare e addio panorama. Tanto che quando cerco di descrivere ai forestieri l’esistenza di questo piccolo Tibet affacciato tra la foce dell’Arno e l’incantevole Marina, mi prendono per un’invasata che, causa un attaccamento puramente personale, tende a ingigantirne il fascino paesaggistico. Ma chi lo ha visto, sa. Può capitare pure che nel giro di una serata si scoprano i crinali del versante viareggino e allora, stando in piedi al centro della piazza del paese, si veda l’alpe accesa dal tramonto navigare letteralmente attraverso la foce e incombere sulle case. Eppure, lo ripeto, sono perle rare. Le montagne, ne sono sempre più convinta, ti sentono e si lasciano avvicinare solo se sai rispettarle e amarle. Questa considerazione l’ho letta in tanti libri di alpinisti – quelli veri – e per prima l’ho incontrata nei bei racconti di Mario Curnis, quando rivolgendosi all’Everest pronunciava questa sorta di preghiera «Ascoltami: stavolta siamo appena in due; due pellegrini e uno sherpa. Saremo tranquilli. Non ti disturberemo. Non sporcheremo le tue nevi. Però tu lasciaci venire su» [Annuario 2002 del Cai di Bergamo]. Quasi un incantesimo, appunto, che mi ha tanto commossa perché molto dice della sensibilità di chi lo ha pronunciato e del suo modo di avvicinare la natura. È lo stesso quando cerchi di rubare l’immagine perfetta a una cima; le montagne le vedi solo se lo meriti.    
Il museo torinese è un luogo accogliente, capace di trasmettere al visitatore il senso dell’avventura, della conquista, della sfida ai propri limiti, pur condotta con intelligenza e modestia, della non comune forza di volontà che richiede lo spingersi in alto – io amo chiamarla la religione del camminare – ma soprattutto mette al centro l’etica della montagna. L’allestimento consiste in un bel connubio tra storia delle spedizioni, pittura e fotografia di montagna dall’Ottocento a oggi, oltre al cospicuo lascito orientale della collezione di Mario Piacenza, costituito da vesti, statue del Buddha, oggetti rituali e d’uso domestico provenienti dal Ladakh, regione himalayana inesplorata fino al suo viaggio del 1913.   
Per quanto riguarda l’excursus fotografico hanno principalmente catturato la mia attenzione le gigantografie in seppia che narrano la lenta inesorabile salita alle cime agli albori dell’alpinismo, con una preferenza per quelle incentrate sulle donne, nei loro ingombranti gonnelloni d’epoca, affacciate ai punti d’osservazione dei rifugi sul Monte Bianco o il Cervino. Gli uomini le affiancano con assoluta naturalezza. Tutti sono rivolti alla montagna. Sono dei pionieri è evidente; anche se non si tratta di scalatori ma di semplici escursionisti, loro sono comunque i primi e sanno di esserlo. Un simile sentire trapela benissimo dalle immagini, e ancor più lo si nota nella postura delle donne, un atteggiamento che sa di orgoglio e di forte affermazione ma che forse tradisce anche un moto di libertà, un istinto naturale cui finalmente si è potuto dare corda.  
Nato nel 1874 come osservatorio dotato di cannocchiale annesso a uno spartano padiglione di legno, poi trasferito nei locali limitrofi dell’ex convento dei Cappuccini, le sale del museo hanno acquisito negli anni una fisionomia multidisciplinare e polifunzionale, spaziando dall’ambito scientifico a quello artistico e didattico, grazie alle mostre che vi si inaugurano nel corso di tutto l’anno e alla presenza della biblioteca nazionale del Club Alpino Italiano – in tutto trentaquattromila monografie e più di mille e seicento periodici a tema montagna.
A partire dal rilevante contributo del Duca degli Abruzzi, Luigi di Savoia, cui è intitolato, e poi con l’Esposizione Internazionale organizzata a Torino nel 1911, il complesso è venuto arricchendosi di materiali e prestigio. Nonostante qualche battuta d’arresto, questo luogo ha saputo traghettare ai giorni nostri ciò che è stato il sogno di tante generazioni passate che per prime lo hanno coltivato avvicinando l’ambiente e la cultura di montagna, e ha il merito di contribuire all’odierno dibattito sulla salvaguardia del patrimonio naturale e sui modi di raccontarlo attraverso la parola e l’immagine.


(Di Claudia Ciardi)   


*Presso la Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano (Salita al Cai, Museo della Montagna - Torino) si trovano le copie del mio volumetto di ambito tirolese, Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino, Via del Vento edizioni, 2016.



Il Monte dei Cappuccini dal Po
 

* Fotografie di Claudia Ciardi
©


8 aprile 2017

Alle Gallerie di Trento la grande fotografia d'autore




Trento si è candidata capitale italiana della cultura per il 2018. Un titolo che sarebbe stato meritatissimo a giudicare dall’offerta che la città sta mettendo in campo, non solo in occasione delle tante ricorrenze e iniziative ispirate dal centenario della Grande Guerra.
Un salto al centro espositivo delle Gallerie – località Piedicastello, circa un chilometro dalla stazione – poliedrico crocevia di arti e storie, è una tappa obbligata, direi, per qualsiasi visitatore di passaggio. 
Sono qui in corso tre grandi mostre, tutte a ingresso libero – viene richiesto un contributo minimo qualora si desideri acquistare il materiale messo a disposizione dai curatori – cataloghi, digitalizzazione di immagini, stampe.
Il primo degli eventi che desidero segnalare riguarda la suggestiva rassegna fotografica sul Nepal, raccontato dagli scatti di Giuseppe Benanti, Giacomo d’Orlando, Paolo Piechele, che riserva uno spazio particolare al disastroso terremoto del 25 aprile 2015. L’economia già fragile di questo paese, in seguito al violento sisma, subisce un ulteriore durissimo colpo. I numeri del dramma sono davvero sconvolgenti, in termini di perdite di vite umane e distruzioni materiali: ottomila morti, tre milioni di sfollati, novecentomila abitazioni distrutte o lesionate.  

Questi fotografi coniugano l’amore per il luogo all’impegno umanitario. Il progetto Maheela (“donna” in nepalese), di cui sono promotori, cerca di offrire assistenza ai nuclei familiari, facendo leva soprattutto sulle figure femminili. Una scuola di lavorazione dei tessuti, l’avvio alla coltivazione di pochi ortaggi permette a una donna di raggiungere un’autonomia economica minima in grado di risollevarla dallo stato di estrema povertà; il che fa una grande differenza, specie nella profonda crisi in cui è scivolato il paese dopo l’evento sismico. Le mani ruvide di queste figure arcaiche, i loro sguardi levigati dai gesti quotidiani e dai singolari contrasti del paesaggio nepalese, e poi i silenzi sacri, quasi tangibili, dei rituali per i defunti o dei momenti riservati alla preghiera. E su tutto lo sguardo distaccato e meditabondo delle cime himalayane, altri occhi, innevati, lontani, catturati dentro un groviglio di nubi, mentre più sotto fioriscono i verdi campi da tè. Opposizioni cromatiche chiamate ad armonizzarsi in uno spicchio di terra dalle caratteristiche inconsuete quanto affascinanti. 

Segnalo quindi le altre due emozionanti esposizioni costruite intorno al binomio conflitti-profughi, tema di portata enorme nelle vicende umane e, purtroppo, di triste attualità. Da una parte, Fabio Pasini con una tecnica di esposizione insolita ci regala bianchi e neri sfuocati delle montagne trentine. Il Sass de Stria e le dolomiti di Sesto, per citare solo alcuni dei gruppi fotografati, affiorano con i loro profili ammorbiditi e fiabeschi. L’aspetto sognante, quasi spiritato, dei monti ci restituisce intatta l’avventura umana, nei suoi risvolti positivi legati alle scalate e alla scoperta di passi e vie nuove – il prima della guerra che aleggia come termine cronologico indefinito, inattingibile – insieme a quelli più foschi, destinati a divenire preminenti, suscitati dal conflitto, quando sulle vette correva la linea del fronte.

Nell’assenza di soggetti, Pasini mette volutamente al centro il paesaggio in quanto collettore di memorie tra chi all’ombra delle montagne ha vissuto e chi sulle creste si è trovato a combattere. Perciò non sorprende che le sue vette ci parlino con voce umana e che l’osservatore si trovi a dialogare con questi ritratti esattamente come farebbe di fronte a volti in carne e ossa. Di notevole interesse anche la sua idea di documentare la taiga siberiana, altri scatti di abbacinante solitudine, immagini come grandi murales in evidente collisione con la scelta minimalista dei quadri montani. L’autore ha voluto infatti evocare la perdita di punti di riferimento dei profughi di guerra dell’impero austroungarico, dispersi in Siberia e da lì costretti a estenuanti viaggi di ritorno – si pensi al celebre romanzo di Joseph Roth, Fuga senza fine. Mancava una restituzione visiva di questa vicenda, passata quasi sotto silenzio, e Pasini è riuscito, lasciando parlare la natura e la sua apparente, ma solo apparente, immobilità, a generare un transfert emotivo e diretto con i recenti naufragi della storia.

   
Per chiudere, infine, la mostra “Gli spostati” geniale già dal titolo, sui trentini costretti alla fuga e al trasferimento a causa dell’avanzare del fronte di guerra. Le foto delle distruzioni a Rovereto e in Vallarsa danno la dimensione tangibile di una catastrofe che inevitabilmente sradicò migliaia di persone dai propri territori (il programma avviato dal Comando italiano tra il ’15 e il ’17 implicò il ricollocamento di trentacinquemila civili in trecento comuni della penisola). A moltissimi altri toccò in sorte la deportazione forzata nei territori dell’impero: si tratta delle comunità che occuparono i cosiddetti “villaggi di legno”, agglomerati di baracche dove si faceva la fame e spesso si moriva. Lager ante litteram, chi riuscì a cavarsela in questi posti lo dovette alla fortuna e alla capacità di arrangiarsi; mestieri e ogni genere di abilità aiutarono a guadagnare quel poco che serviva a mangiare e vestirsi. Attraverso le foto e le lettere degli spostati si è ricostruita una testimonianza intima e diretta delle vicissitudini affrontate da ciascuna delle comunità disperse dallo scoppio della guerra.

(Di Claudia Ciardi)


All’entrata del polo sono presenti anche le mie due monografie di inediti tedeschi:

Robert Musil, Narra un soldato e altre prose, a cura di Claudia Ciardi, traduzione di Claudia Ciardi e Elisabeth Krammer, Via del Vento edizioni, 2012.
(Presente in poche copie in quanto il lavoro risale al 2012. Si tratta di una “fine tiratura” che mi sembrava buona cosa condividere in questa sede).

Thomas Mann, Sedute spiritiche e un'altra prosa inedita, cura e traduzione di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, 2016.
(Diverse copie, trattandosi di una pubblicazione recente. Quindi chi è in zona o capita qui, si faccia avanti).



Maheela, mostra fotografica sul Nepal, fino al 28 aprile 2017


Fabio Pasini, Dalle Alpi alla Siberia, fino al 25 giugno 2017


Gli spostati. Guerra e profughi trentini, fino al 3 dicembre 2017


Segnalo anche La Gran Vera - La Grande Guerra, Galizia-Dolomiti presso il polo museale del Teatro Navalge di Moena fino al 28 ottobre 2017


28 luglio 2016

Thomas Stearns Eliot «Non c'è neppure solitudine fra i monti»




Si vuole qui commentare brevemente la chiusa del The Waste Land, oscillante tra allucinazione colta, miraggio onirico e profetismo nietzschiano, del quale si coglie un riflesso nel titolo, Ciò che disse il tuono, ma che nei fatti risulta subito disinnescato da un’attitudine alla miniatura ironica e scomposta, in linea col resto del poema. Riconosciuto all’unanimità come pietra angolare della poesia novecentesca, che con questo lavoro di Eliot si allarga a nuovi orizzonti sul piano tecnico e dei suoi principi ispiratori, in riferimento alla mia esperienza personale posso dire di averlo letto una dozzina di volte in italiano e altrettante in inglese. E di non esserne ancora sazia, direi anzi per nulla. Il fotomontaggio per frammenti che Eliot ha concepito sfugge e allo stesso tempo attrae in virtù della sua assoluta compiutezza. Le intersezioni letterarie, il loro peso immaginifico, ma ancor più la disinvoltura con cui vengono fatte cadere nel grembo dell’opera, le assicurano il costante ritorno di chi legge.
Lode del frammento, della rovina, dell’abbandono, di ciò che non si riesce compiutamente a raccontare di sé, come lautore non manca di ribadire in una delle strofe finali che introducono non a caso l’immagine dantesca della prigione di Ugolino. È chiara, soprattutto, l’amarezza per il poeta che non sa trasmettere agli altri il momento della resa (a moment’s surrender), quando spiritualmente diviene unisono col mondo raggiungendo quelle altezze interiori che l’ordinarietà delle cose disperde: «La terribile audacia d’un momento d’abbandono/ che una vita di prudenza non potrà mai revocare». Disfatta e attesa di rigenerazione in un aprile “non crudele”, questi i due centri radiali che tengono a battesimo l’intero ragionamento poetico. 
Tali tematiche si prestano all’entrata in scena di quelle ombre rituali ed escatologiche che si addensano attorno a buona parte della lirica anglosassone del primo Novecento. Lo smembramento di Osiride-Dioniso, metafora dell’atomizzazione della storia dopo la prima guerra mondiale, la morte di Cristo, associato a Tammuz e alle altre figure divine della fertilità, che raccoglie su di sé l’idea di una palingenesi, cui spesso si accompagna l’alternarsi delle stagioni imperniate sulla primavera, come metafora di rinascita. Anche qui infatti l’origine è aprile, sebbene di un tempo sovvertito si tratti, doloroso snodo di memoria e desiderio dove tutto si rimescola. A ciò vanno aggiunte l’allegoria dell’ascesa al monte e la sacralità che circonfonde il paesaggio di montagna, così come il viaggiatore che gli si avvicina. Nel caso del passo di Eliot, tutto risulta amplificato dall’accumulo di altri indizi pertinenti con l’immaginario sacro orientale: il Gange, il fiume della vita e della morte, asse dell’induismo, il riferimento esplicito all’Himavant, una delle cime dell’Himalaya che presiede alla manifestazione del tuono, e le citazioni dalle Upanishad, che Eliot era in grado di padroneggiare avendo studiato sanscrito ad Harvard nel 1911-’13. Una propensione all’orientalismo che attraversa la cultura europea dalla fine del Settecento, continuando a ramificarsi nelle più recenti espressioni della creatività letteraria. Pensiamo ad esempio al soggiorno di W. B. Yeats a Palma di Majorca in compagnia di uno Swami indiano, Shri Purohit, al fine di tradurre insieme le maggiori Upanishad.
Si consideri la frequenza con la quale simili riferimenti affiorano tra le pagine dei Pisan Cantos di Ezra Pound, la cui elaborazione risale al termine della seconda guerra mondiale ma che evidentemente sviluppano motivi già incardinati nel ciclo dei Cantos inaugurato nel 1919. Uno su tutti, la sovrapposizione tra il Taishan, il complesso montuoso venerato in Cina, e i Monti Pisani che fanno da sfondo alla prigionia del poeta. Allegoria, quella della salita al monte, che nell’immaginario poundiano si salda sull’essenza femminile in quanto mistica portatrice di un principio di creazione: «To be gentildonna in a lost town in the mountains» (Canto 78).
Sui nomi di Eliot, Pound, Yeats confluiscono dunque interessi che attengono al medesimo sostrato culturale, dagli spunti mitologici all’esoterismo, dal modo di dialogare con l’antico e in generale con le lingue all’insegna del pastiche fino al gioco onomatopeico. Letterati che strinsero tra loro rapporti di amicizia e che forse, proprio per questo, si ritrovarono anche nella trasposizione di una memoria autobiografica, oggetto di scavo simbolico e depositaria di una sintassi parallela a quella del mito.
Le opere dove più sono vivi i contatti cui si accennava originano peraltro nel medesimo arco di anni. Il The Waste Land vide la luce nel ’22, ultimo in ordine di tempo. Dell’inizio dei Cantos si è già detto; li precedette di poco la raccolta I cigni selvatici a Coole di Yeats (’17). Costruiti attorno alla sagoma della vecchia torre normanna di Ballylee, sua amata residenza raggiungibile a piedi da Coole House, dimora dell’amica e protettrice Lady Gregory, i versi di Yeats nella loro soffusa rappresentazione di un cosmo primitivo dal quale dipende l’alchimia spirituale che sorregge l’intera architettura poetica, esprimono probabilmente una delle più profonde consonanze con il poema di Eliot. Quell’accenno à la tour abolie, la torre infranta, su cui si chiude La terra desolata appare quasi un tributo iniziatico alle simbologie del grande poeta irlandese. 

Nei tarocchi la carta della torre, emblema della ragione, ci mostra un fulmine che si abbatte sulla sommità dell’edificio. Monito a non salire troppo in alto, guidati dalla superbia – richiamo al meden agan greco – ma di nuovo pure aspirazione al cambiamento, alla conquista della libertà. La folgore distrugge le strutture del pensiero e in tal senso l’autore guarda con una specie di accondiscendenza al capitolare del proprio stesso lavoro. Il suo sforzo di traduzione imperfetta e incompleta dell’umano sentire, del travaglio di intelligenza e cultura che è alla base della civiltà, trova rifugio e autentica comprensione in una pace che travalica l’esercizio raziocinante.

(Di Claudia Ciardi)  


Ciò che disse il tuono
(Parte V – The Waste Land)

Dopo la luce rossa delle torce su volti sudati
dopo il silenzio gelido nei giardini
dopo langoscia in luoghi petrosi
le grida e i pianti
la prigione e il palazzo e il suono riecheggiato
del tuono a primavera su monti lontani
colui che era vivo ora è morto
noi che eravamo vivi ora stiamo morendo
con un po di pazienza

Qui non cè acqua ma soltanto roccia
roccia e non acqua e la strada di sabbia
la strada che serpeggia lassù fra le montagne
che sono montagne di roccia senzacqua
se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
fra la roccia non si può né fermarsi né pensare
il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia
vi fosse almeno acqua fra la roccia
bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare
non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere
non cè neppure silenzio fra i monti
ma secco sterile tuono senza pioggia
non cè neppure solitudine fra i monti
ma volti rossi arcigni che ringhiano e sogghignano
da porte di case di fango screpolato

Se vi fosse acqua
e niente roccia
se vi fosse roccia
e anche acqua
e acqua
una sorgente
una pozza fra la roccia
se soltanto vi fosse suono dacqua
non la cicala
e lerba secca che canta
ma suono dacqua sopra una roccia
dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini
drip drop drip drop drop drop drop
ma non cè acqua

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
cè sempre un altro che ti cammina accanto
che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
io non so se sia un uomo o una donna
- ma chi è che ti sta sull'altro fianco?

Cosè quel suono alto nellaria
quel mormorio di lamento materno
chi sono quelle orde incappucciate che sciamano
su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata
accerchiata soltanto dal piatto orizzonte
qual è quella città sulle montagne
che si spacca e si riforma e scoppia nellaria violetta
torri che crollano
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
irreali

Una donna distese i suoi capelli lunghi e neri
e sviolinò su quelle corde un bisbiglio di musica
e pipistrelli con volti di bambini nella luce violetta
squittivano, e battevano le ali
e strisciavano a capo all'ingiù lungo un muro annerito
e capovolte nellaria cerano torri
squillanti di campane che rammentano, e segnavano le ore
e voci che cantano dalle cisterne vuote e dai pozzi ormai secchi.

In questa desolata spelonca fra i monti
nella fievole luce della luna, lerba fruscia
sulle tombe sommosse, attorno alla cappella
cè la cappella vuota, dimora solo del vento.
non ha finestre, la porta oscilla,
aride ossa non fanno male ad alcuno.
Soltanto un gallo si ergeva sulla trave del tetto
chicchirichì chicchirichì
nel guizzare di un lampo. Quindi unumida raffica
portatrice di pioggia

Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate
attendevano pioggia, mentre le nuvole nere
si raccoglievano molto lontano, sopra lHimavant.
La giungla era accucciata, ingobbita in silenzio.
allora il tuono parlò
DA
Datta: che abbiamo dato noi?
Amico mio sangue che scuote il mio cuore
lardimento terribile di un attimo di resa
che unèra di prudenza non potrà mai ritrattare
secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo
che non si troverà nei nostri necrologi
o sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico
o sotto i suggelli spezzati dal notaio scarno
nelle nostre stanze vuote
DA
Dayadhvam: ho udito la chiave
girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione
pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione
solo al momento in cui la notte cade, rumori eterei
ravvivano un attimo un Coriolano affranto
DA
Damyata: la barca rispondeva
lietamente alla mano esperta con la vela e con il remo
il mare era calmo, anche il tuo cuore avrebbe corrisposto
lietamente, invitato, battendo obbediente
alle mani che controllano

Sedetti sulla riva
a pescare, con la pianura arida dietro di me
riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
poi sascose nel foco che gli affina
quando fiam uti chelidon - O rondine rondine
le Prince dAquitaine à la tour abolie
con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
bene allora vaccomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih sbantih sbantib


24 maggio 2015

Dal Karakorum a Sarajevo



Non è un’avventura conosciuta dal largo pubblico, eppure ha avuto un notevole valore tanto che ancora oggi chi per motivi di ricerca si addentra nell’Asia profonda, non può prescindere dalle monumentali relazioni frutto di quell’esperienza. Si tratta della missione guidata attraverso l’Himalaya da Filippo De Filippi, medico torinese ma soprattutto esploratore, con lo scopo di provvedere alla mappatura di valli, vette, ghiacciai tra l’altopiano del Tibet, l’impenetrabile Karakorum e il Turkestan cinese (oggi Xinjiang). 
Nel 2013, in concomitanza con la seconda mostra organizzata dalla Società di studi geografici di Firenze, presso cui è raccolta la maggior parte del materiale riportato dal viaggio, la casa editrice Corbaccio ha pubblicato un testo importante che ne ripercorre le tappe a cento anni dal compimento.  
Potendo contare su un finanziamento di 250.000 lire, cifra affatto indifferente per i tempi, messa a disposizione dal re e da istituti come l’Accademia dei Lincei, la Reale Società Geografica, il Governo dell’India, e la Royal Society di Londra, ente pionieristico nelle campagne di esplorazione del globo, De Filippi si imbarca a Marsiglia con la sua «compagna picciola» composta da colleghi italiani e britannici, direzione Bombay (Mumbai). Valendosi del supporto di tecnici indiani e portatori locali, questo eclettico studioso che aveva già al suo attivo importanti successi al fianco di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, insieme al quale aveva quasi raggiunto il K2 e si era spinto fino in Alaska, ha dato vita a una vera e propria impresa. La sua è oggi considerata la prima e più grande spedizione organizzata dall’Italia. Seguiti da 200-250 portatori che dovevano sovrintendere al trasporto di 235 casse, di cui una settantina contenenti solo strumentazione scientifica, dall’agosto del 1913 al dicembre ’14, De Filippi e i suoi percorrono duemila chilometri, spesso in condizioni estreme. Il serpentone di uomini e mezzi si snodava lunghissimo nel silenzio delle valli. Durante le tappe però, la carovana sovente si divide in gruppi per motivi logistici, soprattutto per attraversare in maniera più agevole un territorio così difficile e insidioso. Gli incidenti non mancano ma anche in virtù della perizia di due guide alpine valdostane che scortavano il gruppo non vi sono perdite umane. 
Mi è capitato di vedere una volta in un documentario – e ancora mi interrogo su come l’operatore abbia saputo districarsi con la telecamera in una situazione simile – in che modo queste popolazioni attraversano i fiumi ghiacciati. In quel caso era un padre che insegnava al figlio a riconoscere, aiutandosi con indizi visivi e perfino attraverso l’olfatto, se il ghiaccio potesse tenere: il padre metteva al corrente il figlio del pericolo mortale legato a una caduta, e il ragazzino imparava a muovere con lentezza i suoi primi passi. Ora, immaginarsi come questi uomini siano riusciti, appesantiti dal bagaglio, a fare i medesimi movimenti, dà la misura della loro straordinaria tenacia.
Ma una prova ancora più difficile li attendeva, una prova che avrebbe colto tutti di sorpresa, sparigliando le carte di un progetto che stava procedendo al meglio e sembrava destinato a un clamoroso successo. È il 16 agosto del 1914, un bel pomeriggio sull’altopiano del Depsang (Tibet), De Filippi sta gustando un tè insieme ai colleghi. Nell’accampamento l’atmosfera è serena, tutto scorre secondo i piani, un’occhiata a mappe e appunti, il tempo per distendersi e ridere di qualche disavventura. Sono sulla via del ritorno e credono che la parte più complicata del viaggio sia ormai alle spalle. All’improvviso vedono avvicinarsi cinque messaggeri a cavallo, incaricati di recapitare al gruppo la corrispondenza. Le buste non promettono nulla di buono: dispacci dai comandi militari. Che diavolo sta accadendo? Le dita corrono veloci sulla carta, i gesti si fanno stranamente concitati. In Europa è scoppiata la guerra. L’Italia non è ancora coinvolta ma gli ufficiali vengono richiamati; sebbene manchino pochissime tappe alla conclusione dei lavori, i britannici devono abbandonare.
Anche tra le cime e le nevi perenni dell’Himalaya, per quanto in ritardo, è giunto l’eco degli spari di Sarajevo. Il clima tra i presenti volge al peggio, si rompe qualcosa. Questa la notazione di De Filippi: «Da ora in poi, tutto fu cambiato per noi. Privi di qualunque notizia per mesi interi, vivemmo col pensiero assillante di quello che poteva accadere nelle nostre patrie».
Il resto è la cronaca di un rientro complicato, tra sospetti, controlli di frontiera inaspriti dall’evento bellico, e un morale estremamente basso. Raggiunto il Turkestan Orientale, dove gli esploratori erano arrivati nell’autunno del ’14, il governo locale vuole controllare in maniera scrupolosa tutto il bagaglio, esigendo spiegazioni dettagliate circa gli strumenti e non mancando di chiedere se vi fosse qualcosa in grado di prevedere il destino del vecchio continente.   
La vera sfida fu in effetti rientrare in Europa. I pericoli corsi sulle vette tibetane al confronto sembravano cose da nulla. Nel Turkestan russo De Filippi è costretto a lasciare parte dei propri materiali scientifici, essendo la Russia un paese già coinvolto nelle ostilità. Non senza momenti di apprensione, attraverso Odessa, via Balcani, alla fine i nostri rimpatriano.
Ma le vicissitudini non sono ancora esaurite. Complice la lunghezza della Grande Guerra, essendo completamente cambiate le priorità del paese in quegli anni di sforzi ed enormi sacrifici, fu impossibile richiamare l’attenzione sui risultati raggiunti in Asia. Ci è voluto un secolo esatto per tirare fuori dall’oblio tutti i dati legati alle scoperte fatte lungo quell’incredibile cammino, la documentazione fotografica (circa quattromila scatti eseguiti da Cesare Antilli) e i diari di De Filippi. Dal 2008 al 2013 si può dire che sia stato finalmente reso l’onore dovuto a quegli incoscienti sognatori. 

(Di Claudia Ciardi)




Bibliography
:

Filippo De Filippi, Der Forschungreise S.K.H. des Prinzen Ludwig Amadeus von Savoyen, herzogs der Abruzzen, nach dem Eliasberge in Alaska im Jahre 1897, J. J. Weber, Leipzig, 1900.

Filippo De Filippi, I viaggiatori italiani in Asia, con proemio di Giovanni Gentile, Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, Roma, 1934.

Filippo De Filippi, Storia della spedizione scientifica italiana in Himalaya, Karakorum, Turkestan cinese (1913 - 1914), Bologna, Nicola Zanichelli, 1924

Stefano Ardito, La grande avventura. Filippo de Filippi e la sua spedizione attraverso le montagne dell’Asia (1913-1914), Corbaccio, 2013

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Press:

  • “Karakorum. Che ci faccio io qua?” di Jacopo Pasotti su «Focus», n. 97, novembre 2014, pp. 56-61
  • “Cent’anni fa la Grande Guerra cambiò il mondo”. Supplemento di sedici pagine su «La Stampa», 16 gennaio 2014
  • “Cent’anni fa l’Italia entrava in guerra”. Speciale su «La Stampa», 24 maggio 2015 

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