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26 novembre 2017

L. Mamino e D. Regis - Il Cuneo gotico





Non soltanto saggio di architettura ma neppure semplicemente guida. Quello che Lorenzo Mamino e Daniele Regis ci consegnano è il frutto incantato e trasversale di una collaborazione serrata quanto scrupolosa che da una parte introduce alle stratificazioni culturali di un territorio – il cuneese, qui passato al setaccio per i suoi edifici, volto multiforme in grado di raccontare cambiamenti politici e di costume – dall’altra ragiona sui modi dello scrivere, del tradurre le immagini in segno e viceversa, del restituire al patrimonio storico il dinamismo creativo che gli ha dato forma. Ciò in nome di una divulgazione ampia e multidisciplinare, laddove la progettualità architettonica richiama a sé tradizioni, usi, moti libertari, volontà di rappresentazione nel dialogo e nella sfida col paesaggio, fino alle più essenziali necessità del vivere, una fabbrica governata da quell’essere “poligrafi” tanto caro al sentire di Roberto Gabetti.
Di questa fluttuante incursione attraverso i generi e le categorie del sapere è già testimonianza il titolo della monografia che sovrappone spazio fisico e immaginativo. Cuneo, affascinante regno del gotico e del neogotico, luogo destinato a sconfinare di continuo in un passato-presente dal sapore fiabesco, di generare decine di percorsi reali e altrettante suggestioni, si pone al centro di un itinerario complesso mischiando, a tratti in modo capriccioso quando non in toni addirittura improbabili, le solide origini di un patrimonio storico con una bizzarra polifonia che un po’ declama un po’ forza la storia, quasi nella mimica di una riscrittura romanzesca. Impronta territoriale dalle radici fatate, perché il nuovo stile è in grado di saldarsi con insolita naturalezza e finanche spontaneità su un corpo architettonico antico, innescando metamorfosi o più blandamente amalgami dagli esiti piuttosto anarchici, destinati a sfuggire a ogni catalogazione, anche quelle meno sommarie. Il neogotico irrompe al di là degli schemi classicisti, rassicuranti ma ormai abbastanza esauriti, come del resto poteva dirsi la stagione degli esperimenti barocchi, in un inizio di Ottocento per l’Italia molto problematico, laddove l’accademia guardava al passato senza volontà né energie disponibili al rinnovamento, in un contesto di arretratezza per l’architettura costruita, in certo senso superata e sminuita dal trionfo del disegno, da una progettualità tutta d’invenzione, ferma al raffinatissimo caleidoscopio di Giovanni Battista Piranesi puntato su metà Settecento.
Mentre nel contesto internazionale, Inghilterra e Francia soprattutto, il neogotico s’impone già nella seconda metà del Settecento con caratteri definiti, nobilitato da personaggi di spicco, Horace Walpole in testa, così da entrare precocemente anche nelle grandi committenze di Stato, nel nostro paese s’infiltrerà come elemento esotico, presenza dal carattere addirittura clandestino, assimilato dall’estero in maniera incostante e senza la benedizione dell’ortodossia accademica. Nel caso dei grandi progettisti, per il Piemonte legati alla costruzione delle tenute reali e alla sistemazione dei parchi ad esse collegati, da Ernest Melano a Pelagio Palagi, dai fratelli Roda a Antonius Xavierius Kurten, operanti all’interno dei cosiddetti beni-faro, a Racconigi, Pollenzo, Busca, si tratta di una frequentazione piuttosto breve, in loco, col gotico parigino e londinese. Per tutti gli altri, geometri, piccoli professionisti, maestranze diffuse nelle diverse province del cuneese, si tratterà di un’assimilazione fai da te, derivata in parte dalla manualistica, soprattutto francese, di ascendenza illuminista, dov’erano raccolti innumerevoli esempi di strutture ispirate alla nuova architettura, in parte affidata al gusto personale, dando così all’eclettismo locale un profilo estremamente variegato, e perciò altrettanto singolare, difficile perfino da censire in tutte le sue espressioni. Se per i reali si trattava di codificare la propria presenza al di fuori della capitale attraverso un linguaggio nuovo che guardava all’Europa pur senza cessare mai del tutto di confrontarsi con le istanze classiciste, per la piccola aristocrazia provinciale fino ai notabili borghesi lo slancio neogotico era da un lato un modo di testimoniare la vicinanza agli stilemi e, dunque, ai messaggi propugnati nell’ambiente di corte, dall’altro una meravigliosa frontiera in cui sentirsi liberi di stimolare al massimo grado il gioco dei rimandi, del bello in sé non necessariamente funzionale ma in più di un caso superfluo, perfino senza senso. Uno iato ancor più riconoscibile nella destinazione d’uso degli edifici qui presi in considerazione. Se le tenute reali sono il simbolo di un potere che vuole presentarsi come moderno, illuminato e progressista, cercando perciò anche nell’avanguardia dei linguaggi architettonici la chiave del proprio consolidamento politico, non vengono meno tuttavia gli scopi pratici per cui sono progettate; produzione agraria, studi botanici di alto livello, allevamento di bestiame. Definite anch’esse in una cornice modernista che contemplava l’introduzione degli ultimi ritrovati tecnici per favorire al meglio la resa dei terreni, dei greggi e delle piante. Le serre del Roccolo – anche se non si tratta propriamente di una dipendenza reale, per quanto frequentata da casa Savoia – e con caratteristiche assai più vistose quelle imponenti ed elegantissime di Racconigi, confermano il delicato equilibrio raggiunto tra bellezza e utilitas in questa singolare interpretazione del neogotico.
Per gli innumerevoli castelli disseminati sul territorio vale un discorso a sé. Qui i nobili hanno dato nel tempo una personale interpretazione poetica, o in qualche situazione si potrebbe  dire eccentrica, della storia, tra sublime e giocoso. Venendo meno la funzione difensiva del castello, quale presidio militare strategico di un luogo, avendo disponibile un archivio a cielo aperto fatto di rovine e leggendarie gesta che in mezzo a quelle si erano aggirate tramandandosi nei secoli attraverso la memoria viva delle proprie comunità o nelle pagine di qualche ciclo epico, la fantasia aristocratica ispirata dal desiderio di darsi un tono corrispondente anche a un gusto internazionale, crea dei capolavori d’ingegno e d’arte unici nel loro genere. Il Castello Allara Nigra, quello di Envie e Marene, sono alcuni tra gli esempi più alti di questa estrema avventura dell’immaginazione che proietta la tradizione storica dei luoghi verso un’autocelebrazione di sé, affidandosi alla grazia atemporale della poesia, della fantasia e dell’ornamento in tutto ciò che viene edificato ex novo ma anche solo recuperato. Disegnare, progettare, costruire divengono tre momenti scaturiti da una bizzarra sala degli specchi dove i riflessi non si lasciano completamente cogliere né catturare, consistenze effimere che tuttavia attraggono con inaudita forza. Tra decadentismo e inquietudine gioiosa degna di una corsa in labirinto, questi edifici superano la stessa idea romantica di rovina come stratificazione del tempo storico ben formulata da Marc Augé in uno dei suoi saggi più pregevoli, introducendo a una durevole acronica mutevolezza dell’umana creatività.        
Una sosta particolare in questo itinerario comporta Dogliani e l’autore dell’ingresso monumentale al suo cimitero, Giovanni Battista Schellino (1818-1905), una delle personalità più estrose e inafferrabili della stagione neogotica, interprete di un eclettismo onirico a tratti esorbitante, plasmato in modo spiccatamente soggettivo, attitudine testimoniata dalla sua vasta e polimorfica biblioteca-archivio dove accanto ai robusti tomi canonici si scoprono raccolte di poche pretese e manualetti d’artigianato popolare. Apice creativo di una mente in continuo movimento, Dogliani è in buona parte il concretarsi dell’immagine romantica di attinenza filosofica che vede nel gotico una pietrificazione della natura. Il progetto e il suo realizzarsi nello spazio fisico si dipanano pur sempre entro sponde fantastiche, nel rimando erudito e allo stesso tempo svincolato dell’architetto che vuole prendere su di sé la tradizione salvo poi sparigliarne le carte, da una parte piegato alle necessità pratiche della committenza dall’altro deciso a non rinunciare a un dialogo colto, avido di riferimenti letterari – la fiammeggiante città di Dite di dantesca memoria – e di una stilizzazione estetica, impegnata più a ingaggiare una battaglia sul piano della mimesi, che al rispetto razionale di presunti ordini o rapporti.
Schellino è forse la piena e più interessante incarnazione delle tante anime del neogotico che hanno preso forma nel cuneese. Da quella di ascendenza più alta, e verrebbe da definirla altisonante, ad una più sommessa, magari soffusa, che continuerà a strisciare e rinnovarsi per tutta la provincia fino alla prima metà del Novecento e anche in manifestazioni contemporanee, che non appartengono già più alle rigide, piccole e grandi, ossessioni dello stile ma possono ormai considerarsi parte di un sentire più ampio, cifra culturale di un’area estremamente prolifica per il tipo di architettura oggetto di questa rassegna.
Tenute, castelli, torri, ma anche semplici torrette d’osservazione in mezzo a un giardino, padiglioni per feste o ricevimenti pomeridiani, chioschi di città, e poi ancora residenze per una villeggiatura rustica e salubre, in prossimità di terme e montagne, o ancora edifici per animali o essiccatoi per il rito autunnale della raccolta delle castagne, e infine tempietti, obelischi, edicole posizionate lungo i percorsi devozionali. Costruzioni per lo più minime, se vogliamo minimaliste, realizzate con materiali poveri, da maestranze di paese, nella penuria dei mezzi e senza troppe velleità, ma tutte accomunate dal bisogno di coltivare un rapporto intimistico, naturale e diretto col paesaggio, specchio del proprio esserci nel mondo. Un’idea ispirata alla fede e alle cose semplici del vivere, a metà tra slancio artistico, abbandono bucolico e calendario esiodeo da “opere e giorni”. Anche questo, anzi soprattutto questo, è il neogotico in provincia. Uno spazio, dicono Andreina Griseri e Roberto Gabetti nella loro magistrale Architettura dell’eclettismo (Einaudi, 1973), dove «l’uomo conta come una canna pensante su una muraglia cinese», a mio avviso la più lirica delle sintesi sugli ambienti neogotici.
Lorenzo Mamino e Daniele Regis, con infaticabile precisione, guidano il lettore in un cosmo denso di riferimenti geografici, storici, artistici, senza appesantimenti tecnici né astrattismi teorici, riuscendo gradualmente nella non facile impresa di coinvolgere sia il lettore poco avvezzo in materia d’architettura sia il viaggiatore meno familiarizzato con i luoghi descritti, tenendo saldamente legati i punti generali di questa loro densissima escursione ai dettagli affatto trascurabili che tanta parte delle presenze neogotiche hanno suffragato fino ai giorni nostri.
A chiudere il percorso del Cuneo gotico, l’atlante fotografico di Daniele Regis, galleria in bianco e nero dei volti salienti di questa immaginifica cavalcata tra illuminismo, romanticismo e sogno libertario, lucida fantasticheria che si compiace delle proprie origini storiche e attraverso la loro mediazione tutto vorrebbe abbracciare per conferire al territorio una dignitas internazionale, senza che i suoi connotati vadano smarriti. Nel confronto con modelli illustri, il citato testo sull’eclettismo di Gabetti-Griseri e poi ancora la grande fotografia di Ugo Mulas che a Dogliani ha dedicato uno dei suoi lavori più commoventi, l’atlante di Regis s’inserisce in quel dibattito mai sopito sulla funzione dell’immagine in architettura. Non elemento sostitutivo della visione diretta né strumento del tutto svincolato dalla scrittura, la foto è un supporto in grado di generare riflessione, un po’ per le sovrapposizioni che comporta con il reale, un po’ per le collisioni che vi introduce. Al lettore-spettatore il compito di avviarsi alla scoperta delle poliedriche facce, moltissime sommerse, di un tale avvincente laboratorio creativo.      

(Di Claudia Ciardi)


Dati delledizione:

Lorenzo Mamino-Daniele Regis, Il Cuneo gotico. Temi e itinerari nella provincia di Cuneo.
Sagep editori, 2016

* La pubblicazione rientra nellambito delle iniziative culturali che nellultimo triennio hanno interessato la provincia di Cuneo, valorizzandone il diffuso patrimonio culturale. Dallarchitettura allarte, dalla letteratura alla musica sono tantissime le attività promosse sul campo nellottica di una condivisione sempre più ampia tra addetti ai lavori, residenti e visitatori. Cuneo è attualmente candidata a Capitale italiana della cultura per il 2020. 
Il lungo e articolato lavoro di studio del territorio, confluito nella monografia qui recensita, insieme ad altre iniziative che annualmente coinvolgono giovani studenti di architettura (ad esempio il progetto dellA.R.C.A, arte, ricerca, comunità, abitare) sono la manifestazione tangibile del fermento culturale con cui questo territorio ha recentemente inteso valorizzarsi.

** Allinterno dellatlante di Daniele Regis, da cui sono tratte le due immagini che aprono e chiudono questo articolo, si segnalano le foto Guglie, pinnacoli, alberi (Dogliani, cimitero monumentale), esposta in unedizione della Biennale di fotografia a Venezia, e Salone di ingresso (Busca, Castello del Roccolo), premiata nel contest bandito dalla prestigiosa rivista americana «Black and White» (sezione di architettura, edizione 2017/2018). 

*** Le foto che compaiono nel presente articolo sono state selezionate, elaborate e in parte realizzate dallautrice.



  
Il romanticismo, crocevia di suggestioni gotiche e neogotiche
Caspar David Friedrich, Cimitero nella neve, (1817-1819)



Tra chioschi, padiglioni e flâneurs. Il neogotico passa anche per queste piccole architetture frutto di un artigianato originale ed estemporaneo.
















Suggestioni preraffaellite, eclettismo di stili, virtuosismo di forme, ipertrofia della citazione.
Il Castello Allara Nigra come trionfo di un neogotico colto e immaginifico. 





  




«Il castello sembra emergere come idea sublimata, entro un quadro misterioso, in un clima esotico. Non è più un edificio tipo ancorato al passato ma unimmagine attuale, esaltante, pienamente nel clima del romanticismo; e il pittoresco entra in unidea in cui sia ledificio che il paesaggio si adattano e si abbelliscono lun laltro».
(Da Mamino-Regis, Il Cuneo gotico)

Il Castello Allara Nigra e quello di Marene a confronto con altre realtà regionali: Un oriente fantasioso e polifonico d’ispirazione moresca, rinascimentale e neogotica al Castello di Sammezzano in Toscana. Incrocio fiabesco sbocciato a fine Ottocento dal genio del marchese Ximenes.


Padiglioni come timide presenze di un sogno, casette per i custodi dei parchi, raffinati locali per feste e ricevimenti in giardino.
Larchitettura neogotica è il simbolo di un otium aristocratico colto e moderno.

























La levità architettonica delle serre di Racconigi, esempio di neogotico tra i più prestigiosi a livello internazionale, forse vagamente ispirate alla leggerezza di forme del Camposanto Monumentale di Pisa.


Non solo gotico ma anche romanico. Due stili che non smettono di parlarsi. Tra lAbbazia di Revello (Cuneo), la Chiesa di Cavallermaggiore (Cuneo, scelta per la copertina del libro) e San Giovanni Fuorcivitas (Pistoia).



John William Waterhouse, Lady of Shalott, 1915.
Ultimo dei preraffaelliti, si cimenta più volte in questo soggetto. La dama di Shalott, a causa di una maledizione, è costretta a vivere in una torre senza alcun contatto col mondo reale del quale può solo osservare il riflesso in uno specchio. Si tratta di una struggente allegoria, se vogliamo, di tutto il neogotico, stile investito di luce riflessa che imita, assorbe, innova i modelli del passato tra giocosa malinconia e fascino decadente.




Gotico di strada.
Porticine gotiche dinvenzione. Ingresso del settecentesco Teatro Rossi, Via del Collegio Ricci, antistante la facoltà di lettere e filosofia (Pisa).





8 aprile 2017

Alle Gallerie di Trento la grande fotografia d'autore




Trento si è candidata capitale italiana della cultura per il 2018. Un titolo che sarebbe stato meritatissimo a giudicare dall’offerta che la città sta mettendo in campo, non solo in occasione delle tante ricorrenze e iniziative ispirate dal centenario della Grande Guerra.
Un salto al centro espositivo delle Gallerie – località Piedicastello, circa un chilometro dalla stazione – poliedrico crocevia di arti e storie, è una tappa obbligata, direi, per qualsiasi visitatore di passaggio. 
Sono qui in corso tre grandi mostre, tutte a ingresso libero – viene richiesto un contributo minimo qualora si desideri acquistare il materiale messo a disposizione dai curatori – cataloghi, digitalizzazione di immagini, stampe.
Il primo degli eventi che desidero segnalare riguarda la suggestiva rassegna fotografica sul Nepal, raccontato dagli scatti di Giuseppe Benanti, Giacomo d’Orlando, Paolo Piechele, che riserva uno spazio particolare al disastroso terremoto del 25 aprile 2015. L’economia già fragile di questo paese, in seguito al violento sisma, subisce un ulteriore durissimo colpo. I numeri del dramma sono davvero sconvolgenti, in termini di perdite di vite umane e distruzioni materiali: ottomila morti, tre milioni di sfollati, novecentomila abitazioni distrutte o lesionate.  

Questi fotografi coniugano l’amore per il luogo all’impegno umanitario. Il progetto Maheela (“donna” in nepalese), di cui sono promotori, cerca di offrire assistenza ai nuclei familiari, facendo leva soprattutto sulle figure femminili. Una scuola di lavorazione dei tessuti, l’avvio alla coltivazione di pochi ortaggi permette a una donna di raggiungere un’autonomia economica minima in grado di risollevarla dallo stato di estrema povertà; il che fa una grande differenza, specie nella profonda crisi in cui è scivolato il paese dopo l’evento sismico. Le mani ruvide di queste figure arcaiche, i loro sguardi levigati dai gesti quotidiani e dai singolari contrasti del paesaggio nepalese, e poi i silenzi sacri, quasi tangibili, dei rituali per i defunti o dei momenti riservati alla preghiera. E su tutto lo sguardo distaccato e meditabondo delle cime himalayane, altri occhi, innevati, lontani, catturati dentro un groviglio di nubi, mentre più sotto fioriscono i verdi campi da tè. Opposizioni cromatiche chiamate ad armonizzarsi in uno spicchio di terra dalle caratteristiche inconsuete quanto affascinanti. 

Segnalo quindi le altre due emozionanti esposizioni costruite intorno al binomio conflitti-profughi, tema di portata enorme nelle vicende umane e, purtroppo, di triste attualità. Da una parte, Fabio Pasini con una tecnica di esposizione insolita ci regala bianchi e neri sfuocati delle montagne trentine. Il Sass de Stria e le dolomiti di Sesto, per citare solo alcuni dei gruppi fotografati, affiorano con i loro profili ammorbiditi e fiabeschi. L’aspetto sognante, quasi spiritato, dei monti ci restituisce intatta l’avventura umana, nei suoi risvolti positivi legati alle scalate e alla scoperta di passi e vie nuove – il prima della guerra che aleggia come termine cronologico indefinito, inattingibile – insieme a quelli più foschi, destinati a divenire preminenti, suscitati dal conflitto, quando sulle vette correva la linea del fronte.

Nell’assenza di soggetti, Pasini mette volutamente al centro il paesaggio in quanto collettore di memorie tra chi all’ombra delle montagne ha vissuto e chi sulle creste si è trovato a combattere. Perciò non sorprende che le sue vette ci parlino con voce umana e che l’osservatore si trovi a dialogare con questi ritratti esattamente come farebbe di fronte a volti in carne e ossa. Di notevole interesse anche la sua idea di documentare la taiga siberiana, altri scatti di abbacinante solitudine, immagini come grandi murales in evidente collisione con la scelta minimalista dei quadri montani. L’autore ha voluto infatti evocare la perdita di punti di riferimento dei profughi di guerra dell’impero austroungarico, dispersi in Siberia e da lì costretti a estenuanti viaggi di ritorno – si pensi al celebre romanzo di Joseph Roth, Fuga senza fine. Mancava una restituzione visiva di questa vicenda, passata quasi sotto silenzio, e Pasini è riuscito, lasciando parlare la natura e la sua apparente, ma solo apparente, immobilità, a generare un transfert emotivo e diretto con i recenti naufragi della storia.

   
Per chiudere, infine, la mostra “Gli spostati” geniale già dal titolo, sui trentini costretti alla fuga e al trasferimento a causa dell’avanzare del fronte di guerra. Le foto delle distruzioni a Rovereto e in Vallarsa danno la dimensione tangibile di una catastrofe che inevitabilmente sradicò migliaia di persone dai propri territori (il programma avviato dal Comando italiano tra il ’15 e il ’17 implicò il ricollocamento di trentacinquemila civili in trecento comuni della penisola). A moltissimi altri toccò in sorte la deportazione forzata nei territori dell’impero: si tratta delle comunità che occuparono i cosiddetti “villaggi di legno”, agglomerati di baracche dove si faceva la fame e spesso si moriva. Lager ante litteram, chi riuscì a cavarsela in questi posti lo dovette alla fortuna e alla capacità di arrangiarsi; mestieri e ogni genere di abilità aiutarono a guadagnare quel poco che serviva a mangiare e vestirsi. Attraverso le foto e le lettere degli spostati si è ricostruita una testimonianza intima e diretta delle vicissitudini affrontate da ciascuna delle comunità disperse dallo scoppio della guerra.

(Di Claudia Ciardi)


All’entrata del polo sono presenti anche le mie due monografie di inediti tedeschi:

Robert Musil, Narra un soldato e altre prose, a cura di Claudia Ciardi, traduzione di Claudia Ciardi e Elisabeth Krammer, Via del Vento edizioni, 2012.
(Presente in poche copie in quanto il lavoro risale al 2012. Si tratta di una “fine tiratura” che mi sembrava buona cosa condividere in questa sede).

Thomas Mann, Sedute spiritiche e un'altra prosa inedita, cura e traduzione di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, 2016.
(Diverse copie, trattandosi di una pubblicazione recente. Quindi chi è in zona o capita qui, si faccia avanti).



Maheela, mostra fotografica sul Nepal, fino al 28 aprile 2017


Fabio Pasini, Dalle Alpi alla Siberia, fino al 25 giugno 2017


Gli spostati. Guerra e profughi trentini, fino al 3 dicembre 2017


Segnalo anche La Gran Vera - La Grande Guerra, Galizia-Dolomiti presso il polo museale del Teatro Navalge di Moena fino al 28 ottobre 2017


30 maggio 2016

Lou Andreas Salomé - Lungo il cammino




In occasione dei venticinque anni della casa editrice Via del Vento (1991-2016), siamo lieti di offrire ai lettori un nuovo racconto inedito in Italia di Lou Andreas Salomé. Lo spessore di questa prosa, ambientata nei maestosi scenari alpini del Tirolo e del Salzkammergut, illumina con un’intensità forse finora sconosciuta al pubblico italiano l’attitudine letteraria di un’intellettuale più nota per la produzione saggistica e i suoi scritti memoriali.

Sulla scia del lavoro di studio iniziato lo scorso anno, con la pubblicazione del racconto breve Una notte, si è qui proseguito lo scavo di quell’universo narrativo in cui è possibile cogliere molti nuclei simbolici che denotano un precoce interesse della Salomé per la psicoanalisi, assai antecedente al suo incontro con Freud.
Qui il tedesco dell’autrice cambia passo, liberando accenti poetici di straordinaria intensità. Si ha l’impressione di poggiare i piedi su un mosaico fluttuante e mutevole dove tuttavia paesaggi e persone parlano con una voce sola. Uno stato d’animo che trascende i protagonisti, immanente alla trama, perfino presago dei suoi esiti. In questo racconto di montagna è chiaro il senso iniziatico che ambientazione e caratteri assecondano. L’indecifrabile magnetismo dell’Attersee, punto d’approdo della vicenda, è anche uno snodo tra due mondi sospesi. Da una parte il tempo faticoso ma pure autentico della montagna dall’altro quello seducente quanto irrisolto della pianura. 
La stessa atmosfera che a Gustav Klimt, legatissimo a tali località, ispirò innumerevoli vedute che hanno segnato la storia dell’arte.

(Di Claudia Ciardi)


Di Lou Andreas Salomé, amica e compagna di numerosi intellettuali, quali Nietzsche, Rilke, Freud, moglie del noto orientalista Carl Andreas, studiosa eclettica e grande viaggiatrice, fra le pioniere della psicoterapia, queste edizioni presentano un racconto inedito in Italia.




Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino,
cura e traduzione di Claudia Ciardi,
Via del Vento edizioni, aprile 2016
ISBN 978-88-6226-090-9

Scheda del libro - Book snippet





From the book:


«I due giovani stesi sul muschio tacquero a lungo. Il sole spandeva il suo tepore primaverile tutt’intorno, gialle farfalle svolazzavano vicino alla genziana che stagliava il suo blu davanti a loro sull’impervio alpeggio, e sopra lo Schwarzensee si ergevano i picchi innevati nella luce dorata del mattino».

[…]

«Da lì fuori l’interno della malga somigliava a un buco nero e anche più scuro, e la preghiera meccanicamente recitata prima del pranzo attorno al focolare risuonava all’esterno come se provenisse dalla cupa cavità di un tempio. E dopo che anche l’ultima parola della preghiera si era spenta, ciascuno dei tre, stretti uno accanto all’altro sulla panca, immerse il suo cucchiaio di stagno nella scodella comune con così solenne lentezza che era come se proprio allora cominciasse la funzione sacra».

[…]

«Stavano giusto uscendo dall’atmosfera crepuscolare della gola montana, quando d’un tratto a una brusca curva del sentiero si schiuse davanti a loro, irradiato dal sole e in un bagliore beato, uguale a un dipinto del nord Italia, l’Attersee splendente d’azzurro immerso nella neve di maggio della corona dei suoi monti».


Related links:

Lou Andreas Salomé - Una notte.
Ritratto dell’orientalista Carl Andreas, marito della scrittrice, e cenni sul lavoro di traduzione per Via del Vento.

«Mantua me genuit» - Mantova capitale italiana della cultura 2016
Ringraziamenti al comitato organizzatore del premio letterario Terra di Virgilio, nellambito del Festival Internazionale di poesia, per limportante riconoscimento che mi è stato conferito.  




24 maggio 2016

«Mantua me genuit»



Con questo breve intervento, pur certa di non poter rendere giustizia alla densità emotiva che lo ispira, desidero ringraziare gli organizzatori del Premio Terra di Virgilio nell’ambito del Festival letterario internazionale che ha animato la città di Mantova, capitale italiana della cultura per il 2016.
Ringrazio il poeta Beppe Costa che ha voluto conferirmi un riconoscimento da cui mi sento particolarmente onorata, perché viene da una città di antiche nobili e solide tradizioni d’arte. La mia gratitudine va inoltre a Enrico Ratti, autore di un bellissimo commento che valorizza e lega la mia opera a coordinate simboliche tra le quali mi scopro a mio agio. A Enrico, alla sua cordialità e gentilezza, ripeto qui il mio grazie, di cuore. A Gilgamesh Edizioni, nella persona di Dario Bellini, il plauso per aver dato ulteriore lustro alle opere vincitrici e segnalate, attraverso l’antologia coordinata dai presidenti delle giurie e introdotta da una nota del sindaco di Mantova, fortemente impegnato nella valorizzazione del patrimonio artistico del capoluogo lombardo, tra passato e fermenti contemporanei. Rileggere le tante voci che si sono alternate nel pomeriggio trascorso alla Loggia del Grano è un dono che prolunga nel tempo un’esperienza altrimenti destinata solo alla memoria di chi vi ha partecipato. Come si dice “scripta manent”.
Ci tengo anche a sottolineare che la formula del premio, ma sarebbe forse più giusto definirlo un incontro di ingegni, orientato fra le altre cose alla valorizzazione dei talenti di persone affette da disabilità o con percorsi cosiddetti difficili, rappresenta uno scrigno di umanità davvero prezioso. Infine, la presenza di Eughèny Solonovich, italianista russo, da molti anni mantovano di adozione e grande traduttore di poesia italiana per il suo paese d’origine, mi è sembrata simile a quella di un nume tutelare che tutto ascolta e su tutto veglia, assicurandosi che ogni parola assolva il proprio compito. 
Non avrei saputo immaginarmi tra le vie di Mantova in un’occasione migliore e coglierne così la straniante atmosfera di città-sogno, caratteristica unica di fronte a cui si resta quasi sconcertati. Questa dimensione fiabesca di un tempo che continuamente sconfessa le sue cadenze, ha a che fare non poco coi miei versi, e direi in generale con la mia sensibilità. Ed è stato bello scoprirsi tanto affini. Sostengo da sempre che l’incontro con un luogo non è diverso da un incontro fra persone, perché di quelle parti spirituali diffuse in epoche e pensieri lontani il luogo è per l’appunto la somma. Quando poi una città ti accoglie indossando l’abito della festa – sole pieno, aria estiva, entusiasmo della gente – allora ci si sente ancora più vicini a quegli incantesimi che fanno della vita la meravigliosa avventura che è.

(Di Claudia Ciardi)


Mantova - Capitale italiana della cultura 2016

Antologia. Premio nazionale di poesia “Terra di Virgilio”, seconda edizione. Autori vari.
Gilgamesh Edizioni, maggio 2016
ISBN 978-88-6867-152-5



 La locandina dell'evento letterario

 Il giorno della premiazione alla Loggia del Grano di Mantova (21 maggio 2016)

 Il pubblico presente alla manifestazione

L'italianista russo Eughèny Solonovich invitato dalla giuria a prendere la parola

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