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5 maggio 2022

La veggenza dell'olmo

 

Gian Giacomo Gavo da Schio, Madonna dell'Olmo, aprile 1530 - dipinto su tavola dellomonimo santuario a Thiene (Vicenza)

Gli olmi (famiglia delle Ulmacee) crescono allo stato spontaneo solo nell’emisfero boreale. Reperti fossili rinvenuti in Asia hanno permesso di appurare la loro presenza sul nostro pianeta fin dal Miocene. L’Italia ospita sia la specie campestre che quella montana, diffuse nei boschi dell’intera penisola. Dagli esemplari spontanei hanno avuto origine varietà entrate nelle coltivazioni. L’olmo campestre, di legno rosso, è ricercato nei lavori di ebanisteria. Cresce ai margini dei boschi e si produce per dissemina anemofila (dal greco “amica del vento”, che bella parola!), ossia per mezzo dei semi alati dispersi dal vento. Può svilupparsi fino a oltre trenta metri di altezza ed è molto longevo, può arrivare a vivere anche cinquecento anni. Nell’antichità si riteneva che le foglie facessero scomparire il cattivo umore. E sempre secondo i nostri antenati, per affinità con tale virtù, l’olmo avrebbe la caratteristica di trasferire agli esseri umani il bisogno di mantenere una “mente incantata” che vada al di là dei ragionamenti ordinari. Dunque, un protettore dell’energia vitale e del potere immaginativo.

Nonché pianta amica e alleata della vite, sacra a Dioniso – e quale altro vasto e tumultuoso immaginario qui si spalanca! L’olmo ci insegna a fidarci delle nostre capacità sognanti, essendo il depositario dell’ancestrale, delle forze più profonde e primitive che ci abitano. Che l’albero che si erge ai bordi delle campagne, ai confini del vigneto, da lontano e dall’alto vegliandolo, sia dunque un seguace botanico di Dioniso non è poi un caso. Perché il frutto della vite racchiude in sé i medesimi caratteri, donando sfrenatezza e dolcezza insieme, qualità tutte dionisiache che in parte ispirano anche lolmo (si veda a questo proposito Jean-Pierre Vernant, Figure, idoli, maschere, passim).

Nella tarda primavera si usa (usava) portare i bambini nei campi a cercare i “Rubilli” (ovvero quello che i Romani chiamavano “Ervum” e i Greci “Orobos”; da Orobos, poi divenuto Robo, Robiglia – parola del tardo XVI secolo – quindi Rubilli). Ossia le “borse” dell’olmo, da cui si estrae un liquido acquoso, zuccherino e ceroso che funziona come medicamento. In particolare, nella Val d’Orcia, quest’ultime sono alla base di un preparato che viene detto “Olio di pilatro” (la gente dell’Orcia chiama “pilatro” l’iperico):

Le sommità di iperico (Hipericum perforatum) vengono raccolte e triturate. Quindi le galle o borse dell’olmo, anch’esse da triturare alla buona. Si immerge il composto in una quantità di olio d’oliva sufficiente a coprirlo. Si fa riscaldare l’olio a fuoco molto lento, e magari si aggiunge un po’ di acqua o vino bianco, in modo che non “soffrigga” troppo. Infine – il tempo della cottura cambia a seconda delle famiglie che lo preparano – si filtra e si conserva per l’uso. Una sorta di olio di iperico ma potenziato dai tannini dell’olmo, in grado di disinfettare e curare ferite e piaghe.

Ecco come Plinio il Vecchio, comandante navale ed enciclopedista, e Galeno, medico e amico personale dell’imperatore Marco Aurelio, celebrano nei loro scritti le virtù dell’olmo.

«Le foglie, la corteccia e i rami hanno la virtù d’ “ingrossare” [indurire, nel senso di cicatrizzare] e di serrare le ferite. La parte della corteccia interna guarisce la scabbia, e lo stesso fanno le foglie applicatevi con aceto. Assunta la corteccia al peso di un denario [che corrisponde più o meno ad una dracma ovvero circa 4-4gr e mezzo] in una “hemina” (270 ml) di acqua fresca, purga il corpo, cacciandone fuori specificamente la flemma [muco] e l’acquosità.
Il liquore che distilla dall’albero [probabilmente l’essudato spontaneo che cade dai tessuti linfatici spontaneamente lesi; il che succede con molti alberi], si mette sugli ascessi, sulle ferite, sulle ustioni, alle quali giova anche la lavanda o l’applicazione dei vapori del decotto. L’“humore” che nasce nelle vesciche [le borse] di questo albero, fa splendida e bella la pelle e fa la faccia molto più graziosa.
Le gemme delle prime foglie, cotte nel vino, applicate sanano le tumefazioni e i gonfiori, dissolvendoli insensibilmente attraverso i pori della pelle.
Le foglie triturate e impastate con acqua, si applicano come impiastro nei piedi gonfi ed edematosi. L’“humore” che geme dal midollo quando si taglia la cima o i rami, se applicato sulla testa fa ricrescere i capelli e conserva quelli che sono rimasti in modo che non cadano più».

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, Libro XXIV, 8.

E Galeno (medico ed amico personale di Marco Aurelio, rimase a corte fino a Settimio Severo, morendo ultraottuagenario) nel suo Virtù dei medicamenti semplici:

«Ho qualche volta sanato le ferite fresche con le sole foglie dell’olmo, confidando nella loro virtù costrettiva ma anche astersiva [che pulisce asciugando; tipica delle piante antipurulente] che posseggono.
La corteccia è più amara e più astringente e perciò sana, applicata con Aceto anche la scabbia. Oltre a ciò, legata fresca a modo si fascia sopra le ferite, le può agevolmente saldare. Stesse proprietà hanno le radici; perciò alcuni ne fanno lavande con la loro decozione per far presto il callo dove si saldano le fratture delle ossa». 

E nella letteratura è celebrata come pianta liminale, comunicante tra vivi e morti, guardiana dei sogni, di ciò che si pone oltre il reale, simbolo dellimmaginazione.

Proprio l’olmo è al centro del vestibolo dell’Ade nel VI dell’Eneide, non a caso il libro più ultraterreno e profetico di tutto il poema, dove Sibille, Eumenidi, Gorgoni, Arpie si danno convegno.

…tum consanguineus Leti Sopor et mala mentis

Gaudia, mortiferumque adverso in limine Bellum,

ferreique Eumenidum thalami et Discordia demens

vipereum crinem uittis innexa cruentis.

In medio ramos annosaque bracchia pandit

ulmus opaca, ingens, quam sedem Somnia vulgo

vana tenere ferunt, foliisque sub omnibus haerent.

Multaque praeterea variarum monstra ferarum,

Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes

et centumgeminus Briareus ac belva Lernae

horrendum stridens, flammisque armata Chimaera,

Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae.

 

…poi il Sonno, parente della Morte, e le cattive passioni della mente

e la Guerra, portatrice di morte, davanti sulla soglia

e i ferrei letti delle Eumenidi, quindi la pazza Discordia,

che annoda la chioma con bende insanguinate.

Nel mezzo un olmo spande i rami e le annose braccia,

enorme, ombroso dove, dicono, i vani sogni

risiedono attaccati a tutte le foglie.

Inoltre molti mostri di strane forme bestiali,

i Centauri che hanno le loro stalle sulle porte,

le Scille biformi, il centimane Briareo, l’idra di Lerna,

che orrida stride, e la Chimera, armata di fiamme,

le Gorgoni, le Arpie e la creatura che unombra manda tricorpore.

(Eneide, VI, 278-289; traduzione di Claudia Ciardi)

E ancora una caratterizzazione rituale dell’olmo, albero custode del sacro e della memoria.

«Sotto al grande olmo, accanto alla chiesa di Custoza, mi trattenni un poco di tempo con il curato del villaggio. Bramavo vedere nel camposanto i resti disseppelliti di più di mille soldati, deposti colà aspettando la costruzione dell’ossario monumentale…».

Camillo Boito, architetto e scrittore italiano (1836 – 1914)


Infine il cromatismo peculiare di Georg Trakl, che pone l
immagine dellaureo olmo a chiasmo di una sorta di divinazione interiore, in un paesaggio rovinoso e decadente con campiture espressioniste, non solo in senso letterario ma ancor più pittorico.  


Wieder wandelnd im alten Park,

o! Stille gelb und roter Blumen.

ihr auch trauert, ihr sanften Götter,

und das herbstliche Gold der Ulme.

Reglos ragt am bläulichen Weiher

das Rohr, verstummt am Abend die Drossel.

O! dann neige auch du die Stirne

vor der Ahnen verfallenem Marmor.


Di nuovo vagando nell’antico parco,

oh, calma dei gialli e rossi fiori,

anche voi in lutto, voi dolci dèi,

e l’oro autunnale dell’olmo.

Immobile spicca nel ceruleo stagno

il canneto, a sera ammutolisce il tordo.

Oh! La fronte allora china anche tu

dinnanzi al marmo sbrecciato degli avi.

 
Im Park, Georg Trakl, poeta austriaco (1887 – 1914); traduzione di Claudia Ciardi

* Per la rubrica «Arboreto salvatico»


(Di Claudia Ciardi) 

11 marzo 2020

Silvio Pellico - Le mie prigioni


Da alcuni anni mi ripromettevo di leggere integralmente questo libro. Ricordavo solo qualche brano in vecchie antologie scolastiche e poche frettolose notizie circa la biografia dell’autore. A gennaio, non so perché, ho sentito il bisogno di tornare a quelle pagine. In genere, quando vado verso qualcosa o qualcuno, passato gran tempo dal mio primo proposito, non è indifferente la ragione che mi spinge di nuovo a incontrarlo. Così, qualche settimana fa, ho avvertito che il libro di Pellico aveva finalmente da parlarmi.
Scriverne ora potrebbe suonare quasi beffardo, ma chi poteva presagire solo poche settimane fa la situazione che stiamo vivendo? Per prima cosa mi viene da pensare alle date, che un po’ mi ossessionano, dico la verità. Non sempre, ma ci sono dei momenti in cui sembrano portarci sprazzi del passato con toni più vividi, per correlazioni che forse son solo nella nostra testa ma che pure non riusciamo a ignorare del tutto. Così risalire a un evento è talvolta cercare le ragioni di un vissuto che riguarda noi o altri, almeno coltivare ipotesi di somiglianza, per così dire.
Silvio Pellico fu arrestato nell’ottobre del 1820. Nel suo rendiconto lascia talora spazio a strane coincidenze, pur non annoverate esplicitamente come tali, ma che registra in forma di episodi dai risvolti per certi aspetti premonitori. Intervengono è evidente lo stato psicologico del detenuto e la difficoltà di dominare le forti impressioni causate dall’arresto. Ricorda la piazzetta veneziana, nei pressi del palazzo del Doge, che un pover’uomo gli indicò quale luogo di sventura – mesi dopo Pellico e Maroncelli, suo compagno di prigionia, vi avrebbero ascoltato la sentenza.
Ma c’è anche l’attaccamento spontaneo, generoso e insperato, di molti: custodi, intendenti, civili che vivevano nei pressi delle prigioni e che lo incoraggiano rivolgendogli un saluto, furtive parole di affetto; immensa carità, lo scrive più volte, per un’anima stremata. Umano conforto che ritrova allo Spielberg nella persona del vecchio Schiller, il sorvegliante dai modi burberi ma di gran cuore, nelle guardie che lo accompagnano per l’ora d’aria, nei medici, nei cappellani. Proprio tale umanità gli permise di non recidere il filo sottile che lo legava alla vita, di non sconfortarsi oltre ogni limite, di reggere nel corpo e nello spirito, di superare le mancanze del cibo cattivo – non furono pochi i prigionieri italiani morti per malnutrizione – di vincere le malattie – stati febbrili, coliche, affezioni respiratorie che sovente lo affliggevano, contribuendo a demoralizzarlo.
La grandezza di questo memoriale sta nel raccontare i travagli del corpo, confinato in uno spazio angusto e svilito da ogni genere di tormento fisico e interiore, senza lamento, senza accuse postume. Lo scrittore si racconta, si mostra nei momenti più oscuri della caduta, a un passo dal cedere, ma ogni volta mette a fuoco, nella sofferenza, quei pochi eppure potentissimi elementi che gli permettono di sostenersi per uscire dal baratro. Perfino l’infermità di Maroncelli, che gli comporta la mutilazione di un arto, sopportata con coraggio, quasi sfidata, diviene un elemento che rafforza la complicità dei due condannati e li fa approdare a uno stato di quiete – non di pura rassegnazione – ma di calma nei confronti del mondo. Un libro scritto sulla pelle, in senso letterale.  
Al momento dell’arresto Silvio Pellico non era una figura così nota nel panorama culturale italiano. Eppure, quella notizia, riaccese l’attenzione sulla sua personalità e gli avvicinò tanti nelle ore complicate del processo e della condanna. Quello che era un mite e riservato autore di testi di teatro, uno dei quali, la Francesca da Rimini, giunto a un discreto successo popolare, l’attivista politico di cui poco si sapeva ma che a Milano frequentava i migliori elementi dell’aristocrazia illuminata e dell’intellettualità progressista italiana ed europea, conobbe, per un inquietante tiro del destino, proprio nelle sue ore peggiori, una specie di battesimo, un riconoscimento durevole, che alla liberazione si sarebbe accresciuto accompagnandolo per il resto della vita. Ne sono commovente testimonianza le folle che fanno da scorta al suo viaggio verso le carceri imperiali. Da quell’«immenso popolo» in preda al terrore, ma presente alla lettura pubblica della sentenza, dai paesani che salutavano il passaggio della carrozza e che le guardie facevano fatica a tenere lontani, agli amici che vengono a congedarsi. Struggente l’episodio degli attori di una compagnia teatrale che a Udine si travisano da inservienti e preparano la stanza dove Pellico e Maroncelli trascorreranno la notte prima di passare il confine. Uno sfiorarsi di mani, una stretta rubata lungo le scale, in silenzio, coi visi rivolti a terra per dissimulare i gesti e non farsi scoprire dalle guardie. Quanta poesia in ogni riga di questo episodio. Il contatto, negato per regolamento ai prigionieri, talvolta possibile grazie alla condiscendenza delle guardie, torna a più riprese, sprigionando una forza che si trasmette al lettore senza filtri retorici. Una sensazione che con immediatezza passa dal protagonista a chi ripercorre i fatti insieme a lui; potere irrefrenabile del gesto, l’umano che travalica la parola e di là dal linguaggio comunica tutto se stesso.
Nell’agosto del 1820 l’Austria aveva emanato un editto assai duro contro i reati politici, che contemplava la pena di morte per gli affiliati alla Carboneria. Chi incappava nella giustizia si aspettava allora il peggio. La polizia austriaca avrebbe comminato pene esemplari, per fiaccare l’adesione ai moti patriottici. Pellico lo sa e non teme tanto per se stesso, quanto per il dolore che ne avrebbero avuto i genitori una volta venuti a conoscenza della sua esposizione politica.
Il raffronto tra la pacifica condizione di intellettuale attivo nei circoli milanesi, fino all’anno che precede la sventura, e l’abbrutimento generato dalla prigionia, con l’angoscia che si addensa sui giorni trascorsi in cella, è uno dei centri radiali della narrazione. In questo spossante contrasto, la figura di Pellico è sul punto di spezzarsi. Eppure, quando ormai pare non potersi riprendere, trova energie nuove dentro di sé, riuscendo a risollevarsi. Il pensiero dei propri cari, la convinzione di non aver smarrito i principi guida della morale in ogni scelta compiuta, la consolazione della fede.            
Le memorie di quest’uomo minuto, la cui fisicità lo faceva apparire inerme ai disagi della reclusione, ma che aveva una forza nella propria mente, una disposizione caratteriale che gli hanno permesso di non sgretolarsi mai, di parare i colpi della sorte e volgere gli eventi alla propria salvezza, si sono mostrate un faro acceso nella tempesta. All’inizio dell’anno, quando ho ripreso in mano quest’opera, le sue parole sono giunte inaspettate, l’eco di un tempo trascorso che però a tratti mi pareva anche estremamente contiguo al mio. E poi, le immagini della sua vicissitudine affidate a una prosa così asciutta, incisiva, dove il resoconto di fatti monotoni e angoscianti – la lunga carcerazione in Moravia e prima ancora il fermo a Milano e le fasi dell’interrogatorio fino alla sentenza a Venezia – apre poeticissimi squarci che sorprendono il lettore proprio perché calati in un contesto ossessivo, di claustrofobica incertezza. Due righe bastano a circoscrivere un fatto, l’espressione di una persona, l’attimo di una giornata trascorsa nella più fosca disperazione in mezzo alla quale una voce cade improvvisa, recando sollievo al prigioniero.   
Quando si decise a divulgare la sua esperienza del carcere, era il 1832. La stesura iniziò nell’estate del 1831 e il manoscritto fu dato alle stampe dall’editore Bocca di Torino ai primi di novembre del 1832. L’opera ebbe un riscontro di pubblico immediato, non solo in Italia. Le traduzioni si moltiplicarono ovunque anche se ciò non significò un incremento dei guadagni da parte dell’autore – per contratto Pellico si vide corrisposte le sole 900 lire dovute alla consegna del libro. Anche questa una storia molto italiana, purtroppo. Entusiasmo e apprezzamenti arrivarono da tanti personaggi di spicco – Puškin lesse il libro pervaso da ammirata riverenza per colui che definì “il martire mansueto”, la nobiltà piemontese gli offrì la propria amicizia, Luigi Filippo di Francia lo richiese come precettore del suo ultimo figlio. Metternich invece nelle settimane di quel successo masticava amaro. Fu tentato inutilmente il sequestro censorio, vennero scritte due confutazioni da parte austriaca – una delle quali di pugno del governatore della Moravia – ma si decise di non pubblicarle, pervennero note di protesta ad alcuni governi, tra cui ovviamente la monarchia piemontese. Si provvide a un ritiro pro forma del volume che nei fatti continuò a circolare.
Nel turbamento con cui Silvio Pellico ripercorre i dieci anni di carcere, colpisce l’attenzione per tanti minimi dettagli che tuttavia s’impongono alla vista come preziosi intarsi. Dopo dieci anni la sua memoria è integra, nitida, non ha rimosso niente, non risparmia persone e circostanze. Il dolore per non aver potuto salutare un compagno, la pena per l’essere impedito dall’alleviare le sofferenze di qualcuno. Altra stupenda poesia: il vecchio Schiller che ormai malato si trascina in un piccolo cortiletto a leggere e riposare; la fine è vicina. Pellico lo intravede, lo segue qualche attimo con lo sguardo, vorrebbe sorreggerlo. Così l’Austria sfumerà in un’immagine rothiana fermata nel parco di Schönbrunn. Alla scarcerazione i prigionieri, accompagnati per Vienna affinché prendano atto della magnificenza dell’impero asburgico, passeggiano per le vie della residenza imperiale. D’improvviso «ne’ magnifici viali […] passò l’imperatore, ed il commissario ci fece ritirare, perché la vista delle nostre sparute persone non l’attristasse». 
Al dramma della prigione sottentrano quindi le limpide memorie dell’infanzia e della giovinezza, il caro parente che gli dà riparo a Lione, quando la bottega del padre a Torino inizia ad andar male, provvedendo alla sua educazione umanistica. Lo studio e la conoscenza di coltissimi amici a Milano, dove incrocia i nomi di punta che collaboravano al «Conciliatore» e dove lui stesso diviene precettore nella casa del conte Luigi Porro Lambertenghi.  
Nelle attuali dialettiche cui la politica e l’opinione pubblica attingono per rappresentarsi, appare chiaro come si faccia ricorso molto più frequentemente alla resistenza che al risorgimento. Non solo per una vicinanza generazionale, a mio avviso. La semplificazione del dibattito comporta una lettura più comoda e facilmente utilizzabile dei fatti relativi alla resistenza, laddove il risorgimento si configura come lotta nazionalista. Negli stessi racconti relativi alla resistenza gli elementi patriottici tendono a essere ridimensionati, sfumati in una guerra più grande e complessa in cui convivevano diverse istanze. E va bene, ma liberarsi dagli oppressori era liberare la patria. Nel Novecento come un secolo prima. Questo contenuto nazionalista ci si pone come un divieto, oggi. E divide fortemente gli intellettuali. Opere come Le mie prigioni e i tanti scritti prodotti da quella cultura resistente e congiunta nello sforzo di unire l’Italia, sono percepiti quasi come letteratura minore; dove ci sono i primi tasselli di una memoria collettiva, voltiamo le spalle, convinti che non si tratti di cose poi tanto importanti. Ma è l’ignoranza di quei testi, il fatto che ci si tiene a distanza dalle fonti, a non farci acquisire un giudizio storico schietto, che sappia guardare agli avvenimenti per ciò che realmente hanno prodotto. Peggio ancora, è questa ignoranza del fatto storico e dei suoi protagonisti che impedisce di ricordarci a noi stessi.
La decisione di scrivere l’autobiografia del decennio passato in carcere fu tutt’altro che semplice per Silvio Pellico. Era tornato in famiglia a Torino con molti problemi fisici. Impiegò più di due anni per riprendersi dalle artriti e dai problemi polmonari. Nei cosiddetti capitoli aggiunti parla delle difficoltà di ristabilirsi completamente e di come la madre, preoccupata, vegli di continuo sul suo stato di salute, perfino mentre dorme. C’è anche qui un momento di poesia assoluta. La prima notte di settembre del 1830, a casa, dopo un lungo viaggio affrontato tra febbri e timori che la liberazione venisse ritardata a causa dei moti occorsi in Francia alla fine di luglio. La madre si aggira per le stanze e vigila sul sonno del figlio, assicurandosi che stia bene. Questa scena, seguita subito dopo dal risveglio e dall’abbraccio tra i due, nel silenzio assoluto del mattino, placa di colpo tutte le angosce patite, i dolori, le asprezze di quei miseri anni di separazione. Simili doni che non pensava più di ricevere, permettono al prigioniero di riscattarsi, di rientrare a poco a poco nella propria vita.
Le polemiche sulla sua conversione in carcere, gli attacchi politici, anche veementi a mezzo stampa, di chi non aveva voluto comprendere il suo memoriale, non lo fiaccarono. Si tenne alla larga dalle contrapposizioni, lasciò che si esaurissero. L’essere tornato al centro dei propri affetti, l’aver lottato con dignità, la crescente risonanza pubblica bastarono al suo messaggio.     

(Di Claudia Ciardi)


* Le foto a corredo di questo articolo sono di Daniele Regis ©

La foto di copertina ritrae la tomba di Silvio Pellico al Cimitero Monumentale di Torino



Edizione consultata: 

Silvio Pellico, Le mie prigioni, a cura di Angelo Jacomuzzi, Mondadori, Milano 2012 [prima edizione 1986]

*molto valida per il ricco apparato di note provvisto dal curatore





 









 

Per i cosiddetti "capitoli aggiunti":

Edizioni Paoline, Bari 1951 




Iscrizione celebrativa della stesura di Le mie prigioni in Via Barbaroux a Torino, presso quella che fu labitazione di Silvio Pellico





Via Barbaroux - Torino

14 luglio 2018

Klimt e le estati sull'Attersee


Se un qualsiasi percorso biografico e tematico su Gustav Klimt prende inevitabilmente le mosse da Vienna, centro radiale della sua attività e luogo deputato alla conservazione e divulgazione della maggior parte della sua opera, è pur vero che non bisogna trascurare un altro importantissimo spazio, che ha influito su quasi un quarto dell’intera produzione del genio secessionista. Il Salzkammergut in Alta Austria e in particolare le sponde dell’Attersee, incorniciato dai piccoli borghi montani e dalle Alpi. Dal 1900 in poi, grazie a Emilie Flöge, sua musa e amante che a questa regione austriaca lo iniziò, Klimt vi trascorse ogni estate, traendone ispirazione e componendo un altissimo numero di paesaggi. La sua pittura, concentrata sugli scorci lacustri, sulle vedute del bosco che ne abbraccia le sponde e sulle case coloniche dei dintorni, appare come un inno bucolico fuori dal tempo. Tra impressionismo, suggestioni derivate da van Gogh ed esiti apertamente divisionisti, questa lunga serie di quadri solo in apparenza si discosta o devia dal Klimt più noto.
L’Attersee era già considerato una località turistica durante l’impero, e nei decenni successivi, fino ad oggi, non ha fatto altro che mantenere questa vocazione, badando al rispetto del territorio e delle sue caratteristiche originarie. Non è quindi difficile ripercorrere, quasi alla lettera, i sentieri seguiti dall’artista austriaco in cerca di concentrazione e soggetti da immortalare. Si narra che anche da queste parti, per quanto meta vacanziera, procedesse con identica disciplina, vestito per lo più col suo tipico grembiule blu da lavoro e dedito a orari ferrei: sveglia molto presto e ritiro altrettanto presto. Durante le sue camminate non mancava mai di portare con sé il taccuino da disegno e studiava meticolosamente ogni idea attraverso il cosiddetto mirino, un cannocchiale ritagliato da un semplice pezzo di cartone, poi evolutosi in un disco d’avorio e infine in un binocolo da teatro. Ciò spiega l’eccezionalità delle “inquadrature” che si osservano in queste tele, frutto non di panoramiche ma basate sulla riproduzione di dettagli spesso colti puntando lo sguardo mediato da tale strumento sulla superficie dell’acqua.
Come già era accaduto per l’Adele in oro e le Case a Unterach, quest’ultimo appartenente alla cosiddetta serie dell’Attersee, in tempi recenti anche il famoso Litzlberg am Attersee è stato restituito ai legittimi eredi ebrei dal Museo di Salisburgo, che a differenza dei casi precedenti non ha fatto opposizione. Questo quadro è stato battuto da Sotheby’s nel 2011 per quaranta milioni di dollari. La storia delle restituzioni è un racconto nel racconto ed è utile non solo per rendere un po’ di giustizia, seppure postuma, a chi fin da subito apprezzò la bellezza di certe opere, al punto da acquistarle o anche, in molti casi, commissionarle, ma pure per conoscere attraverso simili vicissitudini i modi in cui il gusto di un’epoca si è orientato attorno a loro. Da persecutori senza quartiere, i nazisti ne divennero avidi collezionisti.
Di questi paesaggi klimtiani ho avuto modo di parlare in occasione della curatela di un bel racconto di Lou Andreas Salomé, ambientato negli stessi luoghi della villeggiatura del grande pittore austriaco, pubblicato per la prima volta in Italia da Via del Vento edizioni. Sono poi tornata ai temi della necessità per l’essere umano di preservare un contatto con la natura con altre tre traduzioni di testi inediti della Salomé, uscite quest’anno grazie a Stampa Alternativa. Le atmosfere campestri qui evocate sono per certi versi simili alla serie dipinta da Klimt sull’Attersee. Queste mie pubblicazioni saranno oggetto di una rassegna, concepita proprio nell’incontro fra letteratura e arti figurative, che intende rendere omaggio alle possibilità creative sperimentate e accolte nei luoghi di montagna, a partire da due grandi menti che tale immaginazione hanno trasfuso nella loro opera.


(Di Claudia Ciardi)  




Attersee - 1900



Laghetto quieto nel parco del castello di Kammer sull'Attersee



Viale del castello di Kammer



Il parco del castello di Kammer



Il castello di Kammer II - 1909



Il castello di Kammer III



Casa colonica sull'Attersee - 1914



Case a Unterach



Litzlberg sull'Attersee


Related links:

Attersee.at







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