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11 marzo 2020

Silvio Pellico - Le mie prigioni


Da alcuni anni mi ripromettevo di leggere integralmente questo libro. Ricordavo solo qualche brano in vecchie antologie scolastiche e poche frettolose notizie circa la biografia dell’autore. A gennaio, non so perché, ho sentito il bisogno di tornare a quelle pagine. In genere, quando vado verso qualcosa o qualcuno, passato gran tempo dal mio primo proposito, non è indifferente la ragione che mi spinge di nuovo a incontrarlo. Così, qualche settimana fa, ho avvertito che il libro di Pellico aveva finalmente da parlarmi.
Scriverne ora potrebbe suonare quasi beffardo, ma chi poteva presagire solo poche settimane fa la situazione che stiamo vivendo? Per prima cosa mi viene da pensare alle date, che un po’ mi ossessionano, dico la verità. Non sempre, ma ci sono dei momenti in cui sembrano portarci sprazzi del passato con toni più vividi, per correlazioni che forse son solo nella nostra testa ma che pure non riusciamo a ignorare del tutto. Così risalire a un evento è talvolta cercare le ragioni di un vissuto che riguarda noi o altri, almeno coltivare ipotesi di somiglianza, per così dire.
Silvio Pellico fu arrestato nell’ottobre del 1820. Nel suo rendiconto lascia talora spazio a strane coincidenze, pur non annoverate esplicitamente come tali, ma che registra in forma di episodi dai risvolti per certi aspetti premonitori. Intervengono è evidente lo stato psicologico del detenuto e la difficoltà di dominare le forti impressioni causate dall’arresto. Ricorda la piazzetta veneziana, nei pressi del palazzo del Doge, che un pover’uomo gli indicò quale luogo di sventura – mesi dopo Pellico e Maroncelli, suo compagno di prigionia, vi avrebbero ascoltato la sentenza.
Ma c’è anche l’attaccamento spontaneo, generoso e insperato, di molti: custodi, intendenti, civili che vivevano nei pressi delle prigioni e che lo incoraggiano rivolgendogli un saluto, furtive parole di affetto; immensa carità, lo scrive più volte, per un’anima stremata. Umano conforto che ritrova allo Spielberg nella persona del vecchio Schiller, il sorvegliante dai modi burberi ma di gran cuore, nelle guardie che lo accompagnano per l’ora d’aria, nei medici, nei cappellani. Proprio tale umanità gli permise di non recidere il filo sottile che lo legava alla vita, di non sconfortarsi oltre ogni limite, di reggere nel corpo e nello spirito, di superare le mancanze del cibo cattivo – non furono pochi i prigionieri italiani morti per malnutrizione – di vincere le malattie – stati febbrili, coliche, affezioni respiratorie che sovente lo affliggevano, contribuendo a demoralizzarlo.
La grandezza di questo memoriale sta nel raccontare i travagli del corpo, confinato in uno spazio angusto e svilito da ogni genere di tormento fisico e interiore, senza lamento, senza accuse postume. Lo scrittore si racconta, si mostra nei momenti più oscuri della caduta, a un passo dal cedere, ma ogni volta mette a fuoco, nella sofferenza, quei pochi eppure potentissimi elementi che gli permettono di sostenersi per uscire dal baratro. Perfino l’infermità di Maroncelli, che gli comporta la mutilazione di un arto, sopportata con coraggio, quasi sfidata, diviene un elemento che rafforza la complicità dei due condannati e li fa approdare a uno stato di quiete – non di pura rassegnazione – ma di calma nei confronti del mondo. Un libro scritto sulla pelle, in senso letterale.  
Al momento dell’arresto Silvio Pellico non era una figura così nota nel panorama culturale italiano. Eppure, quella notizia, riaccese l’attenzione sulla sua personalità e gli avvicinò tanti nelle ore complicate del processo e della condanna. Quello che era un mite e riservato autore di testi di teatro, uno dei quali, la Francesca da Rimini, giunto a un discreto successo popolare, l’attivista politico di cui poco si sapeva ma che a Milano frequentava i migliori elementi dell’aristocrazia illuminata e dell’intellettualità progressista italiana ed europea, conobbe, per un inquietante tiro del destino, proprio nelle sue ore peggiori, una specie di battesimo, un riconoscimento durevole, che alla liberazione si sarebbe accresciuto accompagnandolo per il resto della vita. Ne sono commovente testimonianza le folle che fanno da scorta al suo viaggio verso le carceri imperiali. Da quell’«immenso popolo» in preda al terrore, ma presente alla lettura pubblica della sentenza, dai paesani che salutavano il passaggio della carrozza e che le guardie facevano fatica a tenere lontani, agli amici che vengono a congedarsi. Struggente l’episodio degli attori di una compagnia teatrale che a Udine si travisano da inservienti e preparano la stanza dove Pellico e Maroncelli trascorreranno la notte prima di passare il confine. Uno sfiorarsi di mani, una stretta rubata lungo le scale, in silenzio, coi visi rivolti a terra per dissimulare i gesti e non farsi scoprire dalle guardie. Quanta poesia in ogni riga di questo episodio. Il contatto, negato per regolamento ai prigionieri, talvolta possibile grazie alla condiscendenza delle guardie, torna a più riprese, sprigionando una forza che si trasmette al lettore senza filtri retorici. Una sensazione che con immediatezza passa dal protagonista a chi ripercorre i fatti insieme a lui; potere irrefrenabile del gesto, l’umano che travalica la parola e di là dal linguaggio comunica tutto se stesso.
Nell’agosto del 1820 l’Austria aveva emanato un editto assai duro contro i reati politici, che contemplava la pena di morte per gli affiliati alla Carboneria. Chi incappava nella giustizia si aspettava allora il peggio. La polizia austriaca avrebbe comminato pene esemplari, per fiaccare l’adesione ai moti patriottici. Pellico lo sa e non teme tanto per se stesso, quanto per il dolore che ne avrebbero avuto i genitori una volta venuti a conoscenza della sua esposizione politica.
Il raffronto tra la pacifica condizione di intellettuale attivo nei circoli milanesi, fino all’anno che precede la sventura, e l’abbrutimento generato dalla prigionia, con l’angoscia che si addensa sui giorni trascorsi in cella, è uno dei centri radiali della narrazione. In questo spossante contrasto, la figura di Pellico è sul punto di spezzarsi. Eppure, quando ormai pare non potersi riprendere, trova energie nuove dentro di sé, riuscendo a risollevarsi. Il pensiero dei propri cari, la convinzione di non aver smarrito i principi guida della morale in ogni scelta compiuta, la consolazione della fede.            
Le memorie di quest’uomo minuto, la cui fisicità lo faceva apparire inerme ai disagi della reclusione, ma che aveva una forza nella propria mente, una disposizione caratteriale che gli hanno permesso di non sgretolarsi mai, di parare i colpi della sorte e volgere gli eventi alla propria salvezza, si sono mostrate un faro acceso nella tempesta. All’inizio dell’anno, quando ho ripreso in mano quest’opera, le sue parole sono giunte inaspettate, l’eco di un tempo trascorso che però a tratti mi pareva anche estremamente contiguo al mio. E poi, le immagini della sua vicissitudine affidate a una prosa così asciutta, incisiva, dove il resoconto di fatti monotoni e angoscianti – la lunga carcerazione in Moravia e prima ancora il fermo a Milano e le fasi dell’interrogatorio fino alla sentenza a Venezia – apre poeticissimi squarci che sorprendono il lettore proprio perché calati in un contesto ossessivo, di claustrofobica incertezza. Due righe bastano a circoscrivere un fatto, l’espressione di una persona, l’attimo di una giornata trascorsa nella più fosca disperazione in mezzo alla quale una voce cade improvvisa, recando sollievo al prigioniero.   
Quando si decise a divulgare la sua esperienza del carcere, era il 1832. La stesura iniziò nell’estate del 1831 e il manoscritto fu dato alle stampe dall’editore Bocca di Torino ai primi di novembre del 1832. L’opera ebbe un riscontro di pubblico immediato, non solo in Italia. Le traduzioni si moltiplicarono ovunque anche se ciò non significò un incremento dei guadagni da parte dell’autore – per contratto Pellico si vide corrisposte le sole 900 lire dovute alla consegna del libro. Anche questa una storia molto italiana, purtroppo. Entusiasmo e apprezzamenti arrivarono da tanti personaggi di spicco – Puškin lesse il libro pervaso da ammirata riverenza per colui che definì “il martire mansueto”, la nobiltà piemontese gli offrì la propria amicizia, Luigi Filippo di Francia lo richiese come precettore del suo ultimo figlio. Metternich invece nelle settimane di quel successo masticava amaro. Fu tentato inutilmente il sequestro censorio, vennero scritte due confutazioni da parte austriaca – una delle quali di pugno del governatore della Moravia – ma si decise di non pubblicarle, pervennero note di protesta ad alcuni governi, tra cui ovviamente la monarchia piemontese. Si provvide a un ritiro pro forma del volume che nei fatti continuò a circolare.
Nel turbamento con cui Silvio Pellico ripercorre i dieci anni di carcere, colpisce l’attenzione per tanti minimi dettagli che tuttavia s’impongono alla vista come preziosi intarsi. Dopo dieci anni la sua memoria è integra, nitida, non ha rimosso niente, non risparmia persone e circostanze. Il dolore per non aver potuto salutare un compagno, la pena per l’essere impedito dall’alleviare le sofferenze di qualcuno. Altra stupenda poesia: il vecchio Schiller che ormai malato si trascina in un piccolo cortiletto a leggere e riposare; la fine è vicina. Pellico lo intravede, lo segue qualche attimo con lo sguardo, vorrebbe sorreggerlo. Così l’Austria sfumerà in un’immagine rothiana fermata nel parco di Schönbrunn. Alla scarcerazione i prigionieri, accompagnati per Vienna affinché prendano atto della magnificenza dell’impero asburgico, passeggiano per le vie della residenza imperiale. D’improvviso «ne’ magnifici viali […] passò l’imperatore, ed il commissario ci fece ritirare, perché la vista delle nostre sparute persone non l’attristasse». 
Al dramma della prigione sottentrano quindi le limpide memorie dell’infanzia e della giovinezza, il caro parente che gli dà riparo a Lione, quando la bottega del padre a Torino inizia ad andar male, provvedendo alla sua educazione umanistica. Lo studio e la conoscenza di coltissimi amici a Milano, dove incrocia i nomi di punta che collaboravano al «Conciliatore» e dove lui stesso diviene precettore nella casa del conte Luigi Porro Lambertenghi.  
Nelle attuali dialettiche cui la politica e l’opinione pubblica attingono per rappresentarsi, appare chiaro come si faccia ricorso molto più frequentemente alla resistenza che al risorgimento. Non solo per una vicinanza generazionale, a mio avviso. La semplificazione del dibattito comporta una lettura più comoda e facilmente utilizzabile dei fatti relativi alla resistenza, laddove il risorgimento si configura come lotta nazionalista. Negli stessi racconti relativi alla resistenza gli elementi patriottici tendono a essere ridimensionati, sfumati in una guerra più grande e complessa in cui convivevano diverse istanze. E va bene, ma liberarsi dagli oppressori era liberare la patria. Nel Novecento come un secolo prima. Questo contenuto nazionalista ci si pone come un divieto, oggi. E divide fortemente gli intellettuali. Opere come Le mie prigioni e i tanti scritti prodotti da quella cultura resistente e congiunta nello sforzo di unire l’Italia, sono percepiti quasi come letteratura minore; dove ci sono i primi tasselli di una memoria collettiva, voltiamo le spalle, convinti che non si tratti di cose poi tanto importanti. Ma è l’ignoranza di quei testi, il fatto che ci si tiene a distanza dalle fonti, a non farci acquisire un giudizio storico schietto, che sappia guardare agli avvenimenti per ciò che realmente hanno prodotto. Peggio ancora, è questa ignoranza del fatto storico e dei suoi protagonisti che impedisce di ricordarci a noi stessi.
La decisione di scrivere l’autobiografia del decennio passato in carcere fu tutt’altro che semplice per Silvio Pellico. Era tornato in famiglia a Torino con molti problemi fisici. Impiegò più di due anni per riprendersi dalle artriti e dai problemi polmonari. Nei cosiddetti capitoli aggiunti parla delle difficoltà di ristabilirsi completamente e di come la madre, preoccupata, vegli di continuo sul suo stato di salute, perfino mentre dorme. C’è anche qui un momento di poesia assoluta. La prima notte di settembre del 1830, a casa, dopo un lungo viaggio affrontato tra febbri e timori che la liberazione venisse ritardata a causa dei moti occorsi in Francia alla fine di luglio. La madre si aggira per le stanze e vigila sul sonno del figlio, assicurandosi che stia bene. Questa scena, seguita subito dopo dal risveglio e dall’abbraccio tra i due, nel silenzio assoluto del mattino, placa di colpo tutte le angosce patite, i dolori, le asprezze di quei miseri anni di separazione. Simili doni che non pensava più di ricevere, permettono al prigioniero di riscattarsi, di rientrare a poco a poco nella propria vita.
Le polemiche sulla sua conversione in carcere, gli attacchi politici, anche veementi a mezzo stampa, di chi non aveva voluto comprendere il suo memoriale, non lo fiaccarono. Si tenne alla larga dalle contrapposizioni, lasciò che si esaurissero. L’essere tornato al centro dei propri affetti, l’aver lottato con dignità, la crescente risonanza pubblica bastarono al suo messaggio.     

(Di Claudia Ciardi)


* Le foto a corredo di questo articolo sono di Daniele Regis ©

La foto di copertina ritrae la tomba di Silvio Pellico al Cimitero Monumentale di Torino



Edizione consultata: 

Silvio Pellico, Le mie prigioni, a cura di Angelo Jacomuzzi, Mondadori, Milano 2012 [prima edizione 1986]

*molto valida per il ricco apparato di note provvisto dal curatore





 









 

Per i cosiddetti "capitoli aggiunti":

Edizioni Paoline, Bari 1951 




Iscrizione celebrativa della stesura di Le mie prigioni in Via Barbaroux a Torino, presso quella che fu labitazione di Silvio Pellico





Via Barbaroux - Torino

18 febbraio 2019

Galileo Chini - Orizzonti d'acqua


Al Palp di Pontedera in scena un’articolata mostra sulla produzione pittorica e manifatturiera – vasi, utensili, piastrelle – di uno degli artisti italiani più eclettici e internazionali del primo Novecento. Fino al 28 aprile, nell’elegante sede di Palazzo Pretorio, rivive il mondo fiabesco di Galileo Chini, interprete raffinato e originale di tante correnti che animarono il panorama delle arti di fine Ottocento. Muovendosi tra diversi indirizzi creativi – dall’impressionismo al simbolismo dei Nabis, passando per il divisionismo, fino ad approdare, nell’ultima parte della sua produzione, a certe inquietudini piscologiche di tono espressionista –  Chini trasse i semi di un linguaggio estremamente innovato per il panorama italiano a lui contemporaneo.
Di tale propensione poliedrica sono testimonianza sia i pezzi ceramici prodotti a partire dal 1896 nella ditta “L’arte della ceramica”, dieci anni dopo trasferita a Borgo San Lorenzo, per adattarsi al più ampio giro di committenze che la crescente fama gli andava procurando, sia molte delle sue opere pittoriche con cui intese dar vita a un linguaggio ponte fra tendenze simboliste e suggestioni derivate dal secessionismo viennese.
L’aver preso parte alla IV Biennale di Venezia nel 1901, dove incrociò lo scultore Rodin che gli fece dono di un suo gesso raffigurante una danaide, fu l’inizio di una collaborazione molto proficua e continua negli anni con la celebre rassegna lagunare. Ciò gli aprì le porte di numerosi altri eventi espositivi nazionali ed esteri, attirandogli l’attenzione di grandi personaggi dell’arte, con cui strinse sodalizi durevoli, e perfino di regnanti. Nel 1902 la zarina Alessandra, in visita all’esposizione di Torino, scelse alcune sue ceramiche e il re del Siam, Rama VI, gli commissionò gli affreschi per la nuova sala del trono a Bangkok (1911). I due anni del soggiorno thailandese di Chini non rappresentano solo il punto più alto del suo riconoscimento internazionale, cui seguì la richiesta di Puccini per i bozzetti di Turandot, ma si configurano nella sua biografia d’artista come un’esperienza formativa unica. L’incontro con l’oriente gli consentì di rimeditare alcuni caratteri manierati della pittura d’avanguardia e di quella stessa moda orientalista che lambiva il liberty e certe melanconiche intenzioni preraffaellite e secessioniste. L’ingresso nella vera luce orientale, nelle sue architetture, nei costumi della sua gente lo sollecitarono a nuove sintesi e perfino a cromatismi più accesi e contrastati in un esercizio divisionista del tutto personale. Nacquero capolavori come L’ora nostalgica sul Me Nam, Canale a Bangkok, Danzatrice Monn, Danzatrice giavanese e molti altri ricordi di viaggio che animarono opere successive al suo rientro, quali le numerose cineserie e i soggetti che intrecciano maschere orientali e nature morte. 


Insegnante all’Accademia di Firenze, tra i suoi allievi più noti ci sono Ottone Rosai, Primo Conti e Marino Marini. Nella storica schiera dei collaboratori e amici più cari troviamo nomi del calibro di Plinio Nomellini, Moses Levy e Lorenzo Viani, cui lo accomunava il rapimento estatico per il mare e le spiagge delle Versilia, catturati in tante tele, sodalizio che ebbe il suo suggello con l’adesione al gruppo dell’Arte Toscana, costituito ai primo del Novecento. La loro fu anche pittura sociale, attenta ai ritmi di quel mondo contadino sempre più incalzato da un’industrializzazione che macinava vite, tradizioni, bellezza. Lavori dei campi, popolane, madri, frammenti di un’esistenza sfuggita dalle stesse mani che fino a poco prima avevano saputo carezzare e proteggere quei microcosmi. Un disagio e un distacco che avrebbero assunto il volto truce della guerra, così che Galileo Chini sentì ripetutamente il bisogno, tra i due conflitti mondiali, di approfondire l’idea della distruzione, raffigurata attraverso rovine e scheletri marini. Emblematica l’esposizione a Venezia nel 1920 del ciclo Il voto di quelli che non ebbero tomba, due grandi tele ispirate a un tardo divisionismo, vivido, quasi abbacinante, di forza segantiniana, dove il segno del colore diviso intendeva denunciare il dramma della guerra. E poi ancora negli anni Quaranta Ponte Santa Trinita – Rovine sull’Arno, I rifiuti del mare e Relitti in cui si colgono non pochi accenti che riportano a de Pisis.  


Su tutto l’immaginario acquatico, legato alla rinascita, rivelazione onirica delle origini, liquido amniotico che genera e germina, corrente evocatrice, motore creativo dal mito alle moderne opere idrauliche. Gran parte dell’opera di Chini ruota proprio attorno a mondi d’acqua, non solo per ciò che riguarda il paesaggismo ispirato al litorale versiliano, a Venezia o all’oriente ma ancor più per gli innumerevoli incarichi ricevuti, nel corso della carriera, in qualità di decoratore di centri termali. Raffinato maestro di marine, tra le più famose si ricordi Mare rosso al tramonto, opera datata 1911 e dedicata a Mario Nunes Vais, il fotografo fiorentino delle celebrità, ritrattista anche di Gabriele D’Annunzio, Chini divenne presto molto quotato anche come pittore e disegnatore di rivestimenti ceramici per le stazioni termali. Suo l’allestimento di Salsomaggiore, solo per citare uno dei più rinomati.

L’articolata mostra di Pontedera celebra le tante sfaccettature di un artista intriso di ammirevole versatilità, che attrasse lungo il suo cammino alcuni dei più rilevanti nomi del panorama culturale a lui contemporaneo, come fu per Klimt, impegnato nel 1910 alla sua prima individuale presso la biennale di Venezia. Con questo allestimento s’intende dunque omaggiare l’estro creativo di un grande nome dell’arte italiana novecentesca e ricordarne a pieno la caratura internazionale.  

(Di Claudia Ciardi)


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* Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra









La proletaria


Il voto ai dimenticati del mare


Produzione ceramica


Sale orientali I


Sale orientali II

12 agosto 2016

Annotazioni su Tonio Kröger e Tristano




Entrambi del 1903, Tonio Kröger e Tristano si possono annoverare fra i capolavori assoluti di Thomas Mann, insieme a La morte a Venezia (1913) e Mario e il mago (1929). Si tratta di romanzi brevi o racconti lunghi, come si preferisce, sviluppati attorno a temi comuni. Uno scrittore attraversa un periodo di crisi creativa e perciò decide di concedersi una vacanza che in realtà rende ancora più problematica la sua condizione; un caso estremizzato in La morte a Venezia, dove il già famoso Gustav Aschenbach trova la fine dei suoi giorni nell’atmosfera astratta e decadente del lido. Materia che si presta a una riflessione sull’osservanza delle regole borghesi da parte dell’artista, e su ciò che si determina in lui quando queste norme vengono meno. Chi non è in grado di aggirarne il peso contraddittorio che esercitano sul temperamento creativo, volta le spalle al compromesso ma abbracciando una simile radicalità, se non ha dentro di sé le risorse per dominarla, va incontro alla propria irrecuperabile caduta di creatore e di uomo. 

Non mancano i riferimenti autobiografici. È un dilemma che Mann sembra essersi posto molte volte in proprio e si capisce perché ami tornarci sopra, mostrando al riguardo una congeniale disinvoltura. Nel racconto di Mario e il mago, che è del tutto autobiografico, Mann si cala direttamente nei panni dello scrittore in vacanza e intesse il suo discorso giocando su presagi negativi che col passare dei giorni prendono corpo, fino al dramma dell’epilogo.
Furio Jesi dedica pagine di grande intensità alla messa in discussione del borghesismo da parte dello scrittore di Lubecca. Il celebre critico e studioso illustra molto bene lo stallo a cui giunge l’idea dell’artista come “eroe in tensione” nell’opera manniana. Per colui che si dedica al lavoro d’invenzione è necessario profondere in ciò che fa un’energia identica, governata dalle stesse forze che regolano il lavoro borghese. Solo così la sua esistenza potrà assumere pari dignità a quelle socialmente riconosciute come valide e produttive. Ma nel momento in cui il creativo abdica alla tensione che lo tiene avvinto alla materia, i simboli della borghesia gli si rivoltano contro, decretandone la rovina. Nei due scritti che qui intendiamo mettere in maggior evidenza, Tonio Kröger e Tristano, il tema della disfatta artistica viene a innestarsi sull’incompiutezza del desiderio d’amore e dell’unione erotica. I protagonisti sono infatuati da donne che puntualmente li ignorano e nel tempo, in maniera fallace, inconcludente, rabbiosa, coltivano gelosie e rancori che sfociano in assurde nefandezze o nella presa di coscienza del proprio annichilimento. Quando Tonio Kröger osserva da dietro una vetrata la festa da ballo, alla quale partecipa la bella Ingeborg Holm, suo amore di gioventù, è tutto concentrato nel proprio egoismo, in una narcisistica contemplazione dell’amore per l’amore. Sente quanto Ingeborg è lontana da lui – e lo è sempre stata – e non è un caso che abbia scelto per compagno il sereno e pragmatico Hans, altra passione dell’adolescente Tonio. Lui sapeva già ogni cosa, essendo una di quelle creature spirituali complicate che amavano rifugiarsi nelle tortuosità artistiche, mentre i compagni di scuola andavano avanti a viso aperto, senza perdersi in lunghe meditazioni o in spossanti letture di poesia. Quando ritrova i due amici cresciuti e felici con cui era solito passeggiare lungo i bastioni della città e prendere lezioni di ballo, gli sembra di rivivere ogni istante delle passate sensazioni; inadeguatezza, umiliazione, gelosia lo stordiscono ma non lo fanno arretrare di un passo dalla vetrata. Nota infine una ragazza pallida, di aspetto fragilissimo perfino un po’ curva di spalle che forse vorrebbe essere avvicinata da lui, perché sente di somigliargli. 
Tuttavia Kröger vuole torturarsi, non potrebbe farne a meno, sa perfettamente anche questo, e la ignora. È troppo preso dalla trionfale sconfitta della propria passione, nulla può distoglierlo. Così quando la timida e misteriosa ragazza sviene davanti al suo sguardo si limita a rianimarla con parole di circostanza, e tutto finisce lì. Nel processo di formazione dell’indole letteraria di Kröger – altro tema esplorato in profondità dalla narrativa di Thomas Mann – non casualmente l’autore colloca aspetti della propria metamorfosi iniziatica. I genitori di Tonio, la scuola, le passeggiate tra i vicoli dell’antica città che si arrampicano intorno al porto, ricordano non poco l’infanzia dello stesso Mann. Vi è perfino un passo dove si può cogliere un abbozzo del magistrale saggio autobiografico che lo scrittore darà alle stampe nel ’30, in un fascicolo dello storico editore Samuel Fischer. Ci si riferisce alla confessione del protagonista relativa al suo quaderno di versi che gli avrebbe rovinato la reputazione fra professori e studenti. Tali circostanze, soprattutto l’analisi della polarità caratteriale dei genitori – il pragmatismo da stimato commerciante del padre, la creatività di ascendenza mediterranea della madre – riecheggiano anche in altri scritti come ad esempio il Bajazzo.
In Tristano il discorso sul fallimento di chi crede di essersi consacrato all’arte mentre se ne allontana senza rimedio, si sviluppa in una clinica privata per clienti facoltosi. Uno scenario che dunque ha stimolato l’estro manniano assai prima del sanatorio di Davos, alla base di La montagna incantata. Lo spazio del ricovero è la cornice ideale per la rappresentazione di quella maniacalità latente che affligge gli scrittori dannati usciti dalla sua penna. In questo perimetro di ossessioni prende forma l’oscuro signor Spinell, che gira e rigira fra le mani il manoscritto del proprio romanzo «di medie dimensioni, munito di un confusissimo disegno in copertina e stampato su una sorta di carta assorbente con caratteri tali che presi uno per uno sembravano una cattedrale gotica». La descrizione del tomo è in completa simbiosi con Spinell, si direbbe il suo naturale prolungamento. L’uomo riservato e falsamente educato quanto basta a renderlo indigesto al lettore, corteggia in maniera serrata ma senza approdare ad alcuna conoscenza biblica, l’ultima ospite arrivata alla clinica. Costei, la diafana e mite moglie di un commerciante del Baltico, viene così risucchiata suo malgrado nel vortice ossessivo dello scrittore frustrato. Una sera in cui la clinica è semiabbandonata per una gita che ha momentaneamente allontanato gli ospiti, i due si ritrovano seduti davanti al pianoforte, e Spinell incalza la gentile amica affinché esegua il Tristano di Wagner, opera per eccellenza del tormento d’amore. È una sera invernale di luce soffusa e arrendevole, che riflette il cupo bagliore della neve abbondante caduta nel giardino del ricovero. A un certo punto la porta si apre, i due supposti amanti clandestini, che però non riescono ad essere completamente amanti, sussultano. Truce, funerea messaggera di un qualcosa che sfugge alla comprensione terrena, la moglie del pastore Hölenrauch «che ha messo al mondo diciannove bambini e non è più assolutamente in grado di formulare un pensiero qualunque» attraversa la sala al braccio di un’infermiera, «trascinata da un’ebete forsennatezza». La loro improvvisata unione è quindi sancita dall’immagine stessa della malattia, perché malati sono ambedue i protagonisti che non a caso si incontrano sulla soglia del proprio male fisico e spirituale; ma pure qui i confini sono meno netti di quanto appaiano.  
Anche in questo caso le premure di Spinell nei confronti della donna sono un’allucinazione dei sensi, il rifugio dalla propria indolenza di uomo incompiuto a livello creativo e dunque esistenziale. Mentre la musa prescelta fatica a entrare in questo ruolo e, costretta a elucubrare su argomenti che le sfuggono, peggiora il suo stato di salute. Come nel poema medievale Tristano cerca di trovare consolazione all’amore infelice per Isotta, sposando un suo quasi doppio, Isotta dalle bianche mani, perché il nome e la bellezza gli ricordano l’altra, i personaggi di Mann portano in sé qualcosa di questo compiacimento per l’amore mimato e respinto, più o meno consapevoli della beffa ma incapaci di fare a meno di questa attrazione fatale. Non sorprende pertanto che il riferimento alla storia di Tristano affiori anche nell’articolato discorso di Tonio Kröger in cui tenta di definire l’essenza artistica.
Equivocare il proprio ruolo di artista attira sciagure, mina le convenzioni del quieto vivere, cosa che se già tende a verificarsi nei caratteri inclini alla creatività, rischia di deflagrare quando di tale elemento si fa un uso irresponsabile, alla stregua di un alchimista impazzito. Mann sembra giocare volentieri con simili componenti, alla ricerca di un suo personale equilibrio, per quanto ne abbia ben chiara la natura precaria e come soffra la pur minima oscillazione. Sa che ragionare attorno a questa materia gli consegna uno degli spunti più avvincenti per deformare, esasperandoli, aspetti e condizioni con cui in parte ha fatto i conti lui stesso, specie agli inizi della sua carriera. E se la cava  con estrema disinvoltura, visto che, lo ripeto, siamo di fronte ai suoi capolavori.   

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consigliata:

Thomas Mann, La morte a Venezia, Tonio Kröger, Tristano,
traduzione di Enrico Filippini, postfazione di Furio Jesi,
Feltrinelli, 2014

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