Questa
edizione delle misconosciute poesie di Lorenzo Viani, pittore versiliese espressionista
di idee anarchiche, al pari di un’erba selvatica non si lascia facilmente classificare
né piegare a usi affrettati o distratti. Leggendo, i versi scaturiscono nel solco fosco e tormentato delle sue cose dipinte o incise. Sullo sfondo di una
Viareggio dinamica, alla moda, stimolata dall’espansione primo novecentesca, l’occhio
e il sentimento di Viani si staccano rocciosi, ironici e fatali. L’artista
coltiva un arcaismo che si direbbe in lui profondamente connaturato, riversato
nell’ossessivo intreccio cromatico del nero. Perché nero è il fondale su cui si
staglia l’andare dei suoi personaggi: così le vedove del mare, il navarca, lo
spiritato. Tutti uniti al destino del vàgero, l’archetipo umano dormiente nelle
pieghe della nostra incoscienza e da lui dissepolto. Scrive Fabrizio Zollo in
un volumetto fondamentale che raccoglie alcuni pensieri del Viani: «Il vàgero è
l’errabondo ribelle nel nostro mare terreno, alla continua ricerca di una
felicità negata». Quel mare terreno che per il pittore era il Tirreno, qui visione
ricorrente, a sua volta archetipica, di un naufragio a occhi aperti. Sono versi
dell’erranza, poesie transumanti, di coloriture e musicalità ribelli,
smisurate, promiscue. Tra questi orti e muri sbrecciati, tra ciurme immaginate
e reti salpate e “città calcinate dal sole”, s’appende il sogno di una levigata
pesantezza. E in quel sogno s’incontrano strane incarnazioni che sembrano prese
a prestito da un capriccio di Goya, o ancora ombre, tante ombre fluttuanti,
imprecise, sommarie, come se ne avvistano nei versi di Campana, Caproni o Montale.
C’è qui la grazia oracolare di un tempo avviato all’evanescenza, che la poesia di
Viani vorrebbe, anche solo a sprazzi, fermare nella solida profondità di un ritratto.
Ma l’incanto di questo libro sta anche in una riflessione da
parte dell’editore che sottoscrivo alla lettera, la quale impreziosisce a mio
parere l’idea della presente pubblicazione, e vale anche per
molto altro che si fabbrica troppo velocemente e si pretende di voler subito sdoganare nella nostra epoca di
commerci: «Un tempo l’editoria non esisteva. C’era solo la scrittura. Quella
dell’amanuense protetto dal silenzio del chiostro che investiva l’intera sua
vita copiando, miniando, perpetuando la saggezza. O quella di chiunque altro
che, chiuso in una stanza, cercava dentro di sé una qualche conoscenza a
giustificazione del proprio esistere. Scriveva; non sapeva per chi né sapeva se
quello che scriveva potesse avere veramente un valore. Seguitava a farlo in
forza d’un dovere inesplicabile. Poi sono venuti gli editori; a volte mecenati
(ma erano altri tempi); non si rassegnavano all’idea che la saggezza potesse
restarsene inattiva e sepolta nei cassetti; guai se certe scritture non
venivano lette da altri, non diventavano patrimonio comune! Ora capita di pensare ad un editore come ad un segugio sguinzagliato nelle
riserve di caccia della letteratura; uno snidatore di opere di successo, spesso
né assennate né belle. Oppure lo si immagina intento ad oleare mastodontiche
macchine editoriali per conto terzi che spesso non sono neppure scrittori. Si è
così in buona parte smarrita la sua originaria vocazione di stampatore di
talento, interamente dedito alla bellezza del libro, disposto a mettersi
veramente al servizio della libertà inventiva di chi scrive».
Il
recupero delle dieci poesie di Viani, che l’artista aveva affidato a una cartella
persa nella corrente delle sue creazioni, affiorata soltanto nel 1938 a due
anni dalla sua morte per entrare nel Quaderno numero nove di «Poeti d’oggi»,
anche in virtù di questa dedizione a un’idea di stampare per far conoscere
qualcosa di bello che si è manifestato senza clamore e che rischiava di
scomparire, contribuisce a un libro pregevole, da incontrare in punta di piedi
e su cui meditare senza fretta.
(Di Claudia Ciardi)
Primavera fredda
Tremito
verde d’erbe intenerite,
verniciate
d’acqua piovana,
sarmenti
di vite
sulla
siepe-reticolato ferro spinoso,
sanguinolento,
rugginoso,
acciaiato
dal sinibbio.
Nibbio
sui
nidi.
Teste
rosate,
impolpate
di terra sangue:
rape;
verdi capelli di fogliame.
Fioretti
gialli come lupini,
come
i lumicini
a
olio delle tombe.
Cimitero
cipressato sul crinale,
un
corvo batte l’ale,
sulle
coccole amare come il veleno.
Fiammelle
verdi sui pioppelli d’argento,
in
batufoli di cotonina,
uccelletti
gialli fenaticina,
ciuciulìo
spento
dal
vento.
Gelsi
di ferro battuti dal vento,
gemmati
col tagliolo,
magliolo
ricolto
sulla calocchia.
Una
biscia straocchia
una
verla
che
sverla d’amore.
Un
fiore di ruta
saluta
una
rondine, venuta dal mare.
Tramagli tesi alle stelle
Vele
gialle crocisegnate,
donne
nere rassegnate,
fissate
sul
mare.
Sulla
barca
un
vecchio navarca,
viso
di terra cotta,
guida
il timone, tesa la scotta.
Triangolo
di reti distese,
schelmo,
timone, calcese.
Cielo
turchino,
rami
di stelle in cammino,
impigliate
nelle
reti, orate,
pesci
luna,
lene,
sul
bordo
sciabordo
oleastro
verde
astro.
Fredda
palpitazione di mare
sciare,
arare,
sarpare.
Orto dei frati
Giugno
tufagna
martuffagna
dei poveri
che
s’appastano
s’impastano
nell’orto dei frati
orto,
cimitero, cenacolo,
bevacolo.
Mezzogiorno
e mezzo
intermezzo
di
morte
entro
le porte
della
città calcinata dal sole
parole
spente
nella
mattonaia della casa
come
la calce ardente.
Cibo
di mezzogiorno e mezzo
intermezzo
di morte
chiuse
le porte
accallate
le imposte
tritumio
di croste
pane
com’ossa
che
richiama la fossa.
Sulle
prode ne l’orto fuga
d’olivi
sui
clivi
verdastri
lattuga
carnosa
ravanelli
color rosa
una
rosa
all’edicola
della madonnina
tutta
verde d’erba cedrina.
Pampane
campane
salici
del pianto
sul
camposanto
piccolo
come un orticello
un
fraticello
svelge
l’ortica
che
insidia l’ellera amica
dei
marmi tombali
una
clessidra con l’ali
insidia
sopra una pietra
stetra
la
morte
che
bussa alle porte
serrate
alle
imposte accallate.
Insonnia
Insonnia:
vita, vita! A occhi sgranati
allucinati
tenebrati
dal
sonno;
spasimo
letargico dell’intelligenza
quintessenza
del pensiero espressa
sotto
la pressa
del
torcolo vita
a
giro strettoio di vite.
Insonnia:
grappa
che
strappa
liquore
estratto dai raspi delle cervella
brucati
dalla frappa
su
cui giace Morfeo.
Latitudine
inusitata
marcata
dalla
lancetta intelligenza
sull’ennesima
potenza mistero.
Dalle
doghe dello strettoio
il
pensiero viziato vizzo
cola
caglio come vino di strizzo
rosso
ecchimosato di celeste e d’elleboro verde
che
disperde
il
sonno nelle tenebre dell’anima.
La
civetta funerale
l’orologio
di San Pasquale
che
scandisce i tocchi della morte
sacrificata
alle porte
della
vita,
il
vipistrello dell’ale
a
ombrello accenciato
il
gufo sfiatato
stantufo
sincopato
l’upupa
cupa
uccelli
tutti di triste presagio
di
tempesta di naufragio
starnazzano
intorno al capo
dell’insonnia
sonnambolo
preambolo
ai
voli siderali
eternali.
La
tartaruga discreta, il baco da seta,
la
serpe prudente
tragittano
sul cervello rovente:
sonno scritto
sonno scritto
lento
tragitto
nel
mondo dei sogni.
Sera sul mare
Il
sole spirato,
sparito,
nel
mare, giù nei fondali
interdetti
ai mortali,
gli
squali
di
fredd’argento
sguisciano
sull’astro spento.
Lontano,
un veliero,
un’isoletta
celeste come una conchiglia,
la
chiglia recide i fondali
conturba
gli squali.
La
ciurma acchiocciata
sull’opera
morta,
pensa
alla gente morta
inabbissata,
nel
mare.
La
bandiera,
freddo
alito della sera,
tomba
ammainata
in
coverta
aperta.
Mencia
s’accencia.
Edizione consultata:
Lorenzo Viani, Scriverò un libro di poesie. Così tutti mi chiameranno poeta,
Mauro Baroni editore, 1991.
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