16 novembre 2018

Lorenzo Viani - Poesie


Questa edizione delle misconosciute poesie di Lorenzo Viani, pittore versiliese espressionista di idee anarchiche, al pari di un’erba selvatica non si lascia facilmente classificare né piegare a usi affrettati o distratti. Leggendo, i versi scaturiscono nel solco fosco e tormentato delle sue cose dipinte o incise. Sullo sfondo di una Viareggio dinamica, alla moda, stimolata dall’espansione primo novecentesca, l’occhio e il sentimento di Viani si staccano rocciosi, ironici e fatali. L’artista coltiva un arcaismo che si direbbe in lui profondamente connaturato, riversato nell’ossessivo intreccio cromatico del nero. Perché nero è il fondale su cui si staglia l’andare dei suoi personaggi: così le vedove del mare, il navarca, lo spiritato. Tutti uniti al destino del vàgero, l’archetipo umano dormiente nelle pieghe della nostra incoscienza e da lui dissepolto. Scrive Fabrizio Zollo in un volumetto fondamentale che raccoglie alcuni pensieri del Viani: «Il vàgero è l’errabondo ribelle nel nostro mare terreno, alla continua ricerca di una felicità negata». Quel mare terreno che per il pittore era il Tirreno, qui visione ricorrente, a sua volta archetipica, di un naufragio a occhi aperti. Sono versi dell’erranza, poesie transumanti, di coloriture e musicalità ribelli, smisurate, promiscue. Tra questi orti e muri sbrecciati, tra ciurme immaginate e reti salpate e “città calcinate dal sole”, s’appende il sogno di una levigata pesantezza. E in quel sogno s’incontrano strane incarnazioni che sembrano prese a prestito da un capriccio di Goya, o ancora ombre, tante ombre fluttuanti, imprecise, sommarie, come se ne avvistano nei versi di Campana, Caproni o Montale. C’è qui la grazia oracolare di un tempo avviato all’evanescenza, che la poesia di Viani vorrebbe, anche solo a sprazzi, fermare nella solida profondità di un ritratto.
Ma lincanto di questo libro sta anche in una riflessione da parte dell’editore che sottoscrivo alla lettera, la quale impreziosisce a mio parere l’idea della presente pubblicazione, e vale anche per molto altro che si fabbrica troppo velocemente e si pretende di voler subito sdoganare nella nostra epoca di commerci: «Un tempo l’editoria non esisteva. C’era solo la scrittura. Quella dell’amanuense protetto dal silenzio del chiostro che investiva l’intera sua vita copiando, miniando, perpetuando la saggezza. O quella di chiunque altro che, chiuso in una stanza, cercava dentro di sé una qualche conoscenza a giustificazione del proprio esistere. Scriveva; non sapeva per chi né sapeva se quello che scriveva potesse avere veramente un valore. Seguitava a farlo in forza d’un dovere inesplicabile. Poi sono venuti gli editori; a volte mecenati (ma erano altri tempi); non si rassegnavano all’idea che la saggezza potesse restarsene inattiva e sepolta nei cassetti; guai se certe scritture non venivano lette da altri, non diventavano patrimonio comune! Ora capita di pensare ad un editore come ad un segugio sguinzagliato nelle riserve di caccia della letteratura; uno snidatore di opere di successo, spesso né assennate né belle. Oppure lo si immagina intento ad oleare mastodontiche macchine editoriali per conto terzi che spesso non sono neppure scrittori. Si è così in buona parte smarrita la sua originaria vocazione di stampatore di talento, interamente dedito alla bellezza del libro, disposto a mettersi veramente al servizio della libertà inventiva di chi scrive».
Il recupero delle dieci poesie di Viani, che l’artista aveva affidato a una cartella persa nella corrente delle sue creazioni, affiorata soltanto nel 1938 a due anni dalla sua morte per entrare nel Quaderno numero nove di «Poeti d’oggi», anche in virtù di questa dedizione a un’idea di stampare per far conoscere qualcosa di bello che si è manifestato senza clamore e che rischiava di scomparire, contribuisce a un libro pregevole, da incontrare in punta di piedi e su cui meditare senza fretta.

(Di Claudia Ciardi) 



 Lorenzo Viani, Le vedove del mare, 1915-'16


Primavera fredda

Tremito verde d’erbe intenerite,
verniciate d’acqua piovana,
sarmenti di vite
sulla siepe-reticolato ferro spinoso,
sanguinolento, rugginoso,
acciaiato dal sinibbio.
Nibbio
sui nidi.
Teste rosate,
impolpate di terra sangue:
rape; verdi capelli di fogliame.
Fioretti gialli come lupini,
come i lumicini
a olio delle tombe.
Cimitero cipressato sul crinale,
un corvo batte l’ale,
sulle coccole amare come il veleno.

Fiammelle verdi sui pioppelli d’argento,
in batufoli di cotonina,
uccelletti gialli fenaticina,
ciuciulìo spento
dal vento.
Gelsi di ferro battuti dal vento,
gemmati col tagliolo,
magliolo
ricolto sulla calocchia.
Una biscia straocchia
una verla
che sverla d’amore.

Un fiore di ruta
saluta
una rondine, venuta dal mare.


Tramagli tesi alle stelle

Vele gialle crocisegnate,
donne nere rassegnate,
fissate
sul mare.

Sulla barca
un vecchio navarca,
viso di terra cotta,
guida il timone, tesa la scotta.

Triangolo di reti distese,
schelmo, timone, calcese.
Cielo turchino,
rami di stelle in cammino,
impigliate
nelle reti, orate,
pesci luna,
lene,
sul bordo
sciabordo
oleastro
verde astro.
Fredda palpitazione di mare
sciare,
arare,
sarpare.


Orto dei frati

Giugno tufagna
martuffagna dei poveri
che s’appastano
s’impastano nell’orto dei frati
orto, cimitero, cenacolo,
bevacolo.

Mezzogiorno e mezzo
intermezzo
di morte
entro le porte
della città calcinata dal sole
parole
spente
nella mattonaia della casa
come la calce ardente.

Cibo di mezzogiorno e mezzo
intermezzo di morte
chiuse le porte
accallate le imposte
tritumio di croste
pane com’ossa
che richiama la fossa.

Sulle prode ne l’orto fuga
d’olivi
sui clivi
verdastri
lattuga carnosa
ravanelli color rosa
una rosa
all’edicola della madonnina
tutta verde d’erba cedrina.
Pampane
campane
salici del pianto
sul camposanto
piccolo come un orticello
un fraticello
svelge l’ortica
che insidia l’ellera amica
dei marmi tombali
una clessidra con l’ali
insidia sopra una pietra
stetra
la morte
che bussa alle porte
serrate
alle imposte accallate.


Insonnia

Insonnia: vita, vita! A occhi sgranati
allucinati
tenebrati
dal sonno;
spasimo letargico dell’intelligenza
quintessenza del pensiero espressa
sotto la pressa
del torcolo vita
a giro strettoio di vite.

Insonnia: grappa
che strappa
liquore estratto dai raspi delle cervella
brucati dalla frappa
su cui giace Morfeo.

Latitudine inusitata
marcata
dalla lancetta intelligenza
sull’ennesima potenza mistero.

Dalle doghe dello strettoio
il pensiero viziato vizzo
cola caglio come vino di strizzo
rosso ecchimosato di celeste e d’elleboro verde
che disperde
il sonno nelle tenebre dell’anima.

La civetta funerale
l’orologio di San Pasquale
che scandisce i tocchi della morte
sacrificata alle porte
della vita,
il vipistrello dell’ale
a ombrello accenciato
il gufo sfiatato
stantufo sincopato
l’upupa
cupa
uccelli tutti di triste presagio
di tempesta di naufragio
starnazzano intorno al capo
dell’insonnia sonnambolo
preambolo
ai voli siderali
eternali.

La tartaruga discreta, il baco da seta,
la serpe prudente
tragittano sul cervello rovente:
sonno scritto
lento tragitto
nel mondo dei sogni.


Sera sul mare

Il sole spirato,
sparito,
nel mare, giù nei fondali
interdetti ai mortali,
gli squali
di fredd’argento
sguisciano sull’astro spento.

Lontano, un veliero,
un’isoletta celeste come una conchiglia,
la chiglia recide i fondali
conturba gli squali.

La ciurma acchiocciata
sull’opera morta,
pensa alla gente morta
inabbissata,
nel mare.

La bandiera,
freddo alito della sera,
tomba ammainata
in coverta
aperta.

Mencia
s’accencia.



Lorenzo Viani, La signora del crisantemo, 1911



Edizione consultata:
Lorenzo Viani, Scriverò un libro di poesie. Così tutti mi chiameranno poeta
Mauro Baroni editore, 1991.

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