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12 marzo 2018

Nicholas Roerich - Montagne d'immaginazione



Nicholas Roerich è un personaggio molto particolare nel panorama artistico di fine Ottocento. Figura di transizione in un’epoca costellata da sommovimenti di ogni genere, la sua attività non è facilmente inquadrabile. Non foss’altro perché la pittura, per quanto componente ricchissima e vitale in tutto l’arco della sua esistenza, riveste solo uno dei molteplici interessi culturali cui si dedicò con straordinaria energia. Nato a San Pietroburgo nel 1874, studente di legge per volontà del padre, Roerich nutrì fin da giovane un’incontenibile inclinazione per le arti figurative, tanto da frequentare in parallelo le lezioni all’Accademia di Belle Arti, oltre ai corsi di architettura e archeologia. Furono proprio queste due discipline a fargli intraprendere una carriera professionale che gli consentì di raggiungere progressivamente la piena realizzazione artistica. 

Ottenuta nel 1898 una cattedra all’istituto imperiale archeologico, alla soglia del nuovo secolo era già un elemento di spicco nello scenario culturale pietroburghese, e non solo. Studioso dello stato di conservazione dei monumenti russi (chiese e cremlini), teneva conferenze e continuava a coltivare il disegno e le ricerche indirizzate al patrimonio folklorico del suo paese – interesse antico, risalente alle lunghe estati della sua adolescenza trascorse presso la tenuta di famiglia a Isvara. Ambito disciplinare che più o meno nello stesso periodo e in aree geografiche diverse aveva calamitato attorno a sé alcuni dei più eclettici ingegni operanti sul doppio fronte etnologico e letterario; tra gli italiani si pensi a Giuseppe Tucci (1894-1984) e Maria Savi Lopez (1846-1940), singolare personalità di letterata e antropologa, autrice, tra i numerosi altri, di un ampio volume sulle leggende alpine.
La straordinarietà di Roerich consiste nell’aver mantenuto costantemente vive tutte le proprie innumerevoli passioni culturali, sentendo il bisogno di non abbandonarne nessuna ma trovando di volta in volta stimoli nuovi in grado di dare un apporto e fare da collante all’intera sua attività, dall’impegno politico a quello antropologico. Fu innanzitutto un curioso, animato dalla volontà di conservare memorie del passato, così da inseguire quelle vestigia ancestrali dell’umanità nei luoghi più antichi del mondo, fin nel cuore pulsante e sperduto dell’Asia. La sua e quella della moglie, Elena, compagna e musa fedele, nipote del compositore Modest Mussorgskij e pronipote del generale russo Kutuzov, è la storia di un’unione complice in tutto che li portò a condividere viaggi, percorsi di ricerca, scoperte, e in generale armonia e bellezza, i due pilastri fondamentali di ogni manifestazione d’arte e sapienza. Secondo Roerich infatti: «Ogni cosa, da un atomo a una stella, da un fiore ad un uomo, contiene in sé parti positive e negative e l’attenzione dell’uomo, poiché l’energia segue il pensiero, chiama alla vita quelle su cui si sofferma. Creare la bellezza ovunque, ad ogni livello e con ogni mezzo, sottolinearla e darle valore, significa lavorare per la rigenerazione del mondo».
A questo si ispirano anche i suoi quadri. Nel 1920 poteva già vantare un corpus di duemilacinquecento opere, quando venne invitato a trasferirsi negli Stati Uniti, dopo una breve parentesi da esule in Finlandia e a Londra, a seguito dei rivolgimenti nella madrepatria  e tuttavia nelle primissime fasi della rivoluzione venne reclutato quale presidente del Comitato di artisti creato dallo scrittore Maksim Gorkij, tanta era la buona fama e il rispetto di cui godeva da ogni parte. Alla fine della sua esistenza si conteranno ben settemila tele, cui vanno aggiunti milleduecento manoscritti ispirati a svariati temi e discipline. La prima esposizione itinerante di suoi dipinti venne prorogata per due anni di fila e gli permise d’essere conosciuto da New York a San Francisco. Nel 1924, un anno dopo la fondazione del Roerich Museum, ottenne i finanziamenti necessari per la grande spedizione asiatica a seguito della quale furono rinvenuti reperti e testi antichissimi, d’inestimabile valore. Nei lunghi e faticosi itinerari che lo portarono dapprima nella Russia del sud, quindi in Turkmenistan e poi ancora nel Sikkim, in Tibet, Cina e Mongolia, trovò il tempo e la concentrazione per realizzare quadri straordinari in cui catturò quell’immortale magnetismo himalayano che è tra le manifestazioni di poesia più compiute e preziose cui l’umanità possa attingere. Come capita spesso quando si è di fronte a personaggi di cultura mossi da molteplici talenti, la foga di volerne restituire un ritratto categorico e quindi statico, finisce per disperdere proprio quel che hanno di più prezioso: la vivacità delle intelligenze che non si sono risparmiate in nessun istante della loro vicenda terrena. Nel caso di Roerich si eccede credo nel farne un profeta relegato a culti esoteristi di diversa natura. Fatto salvo che l’orientalismo, con tutto ciò che comporta e perfino nei suoi risvolti maggiormente spiritisti, è stato un settore di studi alla base della sua attività, di qui a dipingerlo come un santone irrazionale significa semplificare e banalizzare proprio i contenuti filosofici, religiosi, storici che hanno alimentato la sua stessa ascesa come intellettuale e pittore. E in generale perdere di vista quelle schegge di bellezza che invece i suoi quadri, se osservati senza troppe sovrapposizioni analitiche, sanno indiscutibilmente donare a chi li avvicina con purezza di sguardo e sentimenti, che poi è la vera essenza perseguita e divulgata dal loro autore.


(Di Claudia Ciardi) 




Mount "M" - 1931



  Mount of five treasures (Two Worlds) - 1933



St. Sergius Chapel - 1936



Messanger from Himalayas - 1940



Sunsets



Gundla



Command of the Master - 1947*

è l'anno della scomparsa di Nicholas Roerich, morto in dicembre, le sue ceneri sono state tumulate ai piedi dell'Himalaya




29 novembre 2015

Die goldene Adele



Foto di Maria Altmann - Sullo sfondo il ritratto della zia Adele Bloch-Bauer


“Adele in oro” è il titolo di uno dei più famosi ritratti eseguiti da Gustav Klimt, su incarico di Adele Bloch-Bauer, moglie di un noto industriale ebreo austriaco. L’opera fece molto parlare di sé nel 2006, quando dopo una lunga vertenza legale, la signora Maria Altmann, erede e nipote di Adele, riprese possesso del quadro. In quell’occasione la tela e altre opere klimtiane appartenute ai coniugi Bloch-Bauer passarono dalla galleria del Belvedere agli Stati Uniti, patria adottiva della Altmann dagli anni della seconda guerra mondiale. 
La vicenda è ora tornata alla ribalta grazie al toccante film girato da Simon Curtis, che per il ruolo della protagonista ha scelto la bravissima Helen Mirren. Al di là della trama e dei dettagli che riguardano la realizzazione della pellicola, quanto mi preme sottolineare in queste poche frasi, è l’idea di “spirituale”, anzi volendo essere precisi, quella di appropriazione spirituale nel senso mirabilmente attribuito da Thomas Mann a tale concetto, che esce fuori dal lavoro di Curtis. Dipanare il filo di una memoria è forse uno dei compiti più ardui dal punto di vista cinematografico. Se poi a questa memoria si pretende di dare spessore storico, di collocare ogni suo fotogramma all’intersezione tra individualità narrante e epoca cui si richiama, allora le difficoltà aumentano di molto. In effetti lo sfondo Jugendstil del quadro, diviene una quinta allargata della cosiddetta età dell’oro nella cultura viennese. Un mondo elitario, perfino sfarzoso, alla cui affermazione l’interessamento e il denaro dei raffinati committenti ebrei diede un significativo contributo e forse anche una sua fisiognomica. Tutto questo è reso in modo essenziale, senza sbavature né eccessi retorici. Non ci si sofferma sul pianto per la razzia nazista né narcisisticamente si indugia troppo sulla bellezza di quella stagione, pure indubbia per non dire abbagliante. Questo tempo spazzato via dalla furia della dittatura, e quindi della guerra, emerge in via frammentaria, discontinua, un flashback interrotto singhiozzante, che riflette la fatica della protagonista ad avvicinare il passato causa il nodo emotivo che vi incombe.
Se come dice Giorgio Agamben, riprendendo un celebre assunto benjaminiano, il dramma dell’oggi consiste nell’incomunicabilità dell’esperienza, la Altmann è più che mai anello di congiunzione riluttante, quando non del tutto avverso, tra l’ammutolimento provocato dalla guerra, con le sue irrisarcibili lacerazioni, e un dopo che ha preteso ogni energia perché la vita riprendesse a scorrere nel suo alveo. Due fasi alle quali non si riesce a guardare senza sentirsi braccati, estinti. E così non sorprende che questo volgersi all’indietro avvenga all’insegna di un libro per l’infanzia, la storia di un ragazzo rapito dal vento e trascinato verso una straordinaria avventura, che la Altmann leggeva insieme allo zio, la cui copia gualcita ma salva esce fuori tra gli oggetti della sorella appena deceduta. Una novella echeggiata in quelle stesse stanze della grande casa viennese, dove Adele, creatura fiabesca di malinconica femminilità, sedeva in posa davanti a Klimt, e dove le porte in modo assai simbolico, quasi in ogni ricordo, si aprono per poi richiudersi alle spalle dei protagonisti. Un dentro-fuori che è anche un prima-dopo. Spazio e tempo tendono l’uno all’altro ma non si toccano, non conservano quell’intimità dialogante che di solito appartiene alla memoria, piuttosto emergono a loro volta come quadri staccati, senza cornice, troppo rapidi perché lo sguardo riesca a soffermarsi.    
Non è un caso se il film si apre su Klimt, di cui noi vediamo solo le mani e sentiamo la voce, lenta, calda, in una sala poco illuminata. La sequenza è dominata da toni in seppia, una vecchia fotografia dimenticata in un cassetto. Il pittore è già creatura spirituale, prima emanazione di una sfera quasi mistica, quella dell’arte, cui partecipa anche chi con lui entra in contatto. Perciò anche le altre scene in cui appare Adele sono dominate dai chiaroscuri, a voler definire una presenza che si intravede soltanto. Come se tutto, persino nel momento stesso in cui stava accadendo, non fosse completamente di questo mondo. Dunque non un semplice artificio per marcare la lontananza temporale di quell’incontro di anime ma precisa scelta espressiva per parlare di un qualcosa che travalica il sentire comune. Ed è proprio questo elemento, colto e ravvivato in un’orchestrazione perfetta, grazie anche al tema musicale composto da Hans Zimmer e Martin Phipps, a rendere convincente l’opera di Curtis. Un’appropriazione spirituale, si diceva, che libera la sua carica emotiva in un crescendo ad alta intensità, dall’addio ai genitori – ultima porta che si chiude definitivamente sugli anni spensierati della giovinezza  – fino al ritorno catartico nella vecchia casa dove i volti di familiari e amici si fanno di nuovo incontro alla protagonista, così come li aveva lasciati. Qui il cerchio si chiude, con quel che è andato perduto e quello che si è cercato di recuperare in un mutilo risarcimento postumo. Da alcuni punti di vista, il narrare di Curtis mi ha suggerito le atmosfere e la struggente pacatezza di Il posto delle fragole di Bergman, soprattutto nel commiato della protagonista dai genitori. Pur essendo scene concepite in modo assolutamente diverso, si può dire che una sensibilità di fondo le avvicini, almeno questa è stata la mia impressione. Tra l’altro solo pochi giorni prima, mi era capitato di vedere per la prima volta Kundun, il tributo di Martin Scorsese al Tibet. Devo dire che è stata una piccola fortuna, perché ne ho tratto tutto il fascino sprigionato da un sincretismo di opposti dove spirito e natura si congiungono in quell’unicum annunciato da Mann come piena affermazione dell’umano. E ancora una volta, in modo per l’appunto casuale, ciò mi ha evidenziato una singolare sintonia sentimentale con la storia della Altmann. Attimi di autentica strappati con sempre maggiore difficoltà all’incedere fragoroso del quotidiano e che facciamo fatica pure a riconoscere, qualora qualcuno riesca nell’impresa affatto scontata di raccontarceli. Non mi hanno quindi stupita alcuni commenti piuttosto freddi, che dimostrano l’aver ignorato del tutto lo scavo emotivo compiuto dal regista. Per me un’appropriazione spirituale è quando in autunno all’imbrunire mi capita di passeggiare rasentando il muro dell’orto botanico a Pisa, immersa in un silenzio e una luce irreali, oppure quando la domenica in campagna, a casa dei miei, sento entrare dalla finestra le note imprecise e ripetitive di un violino, e starei ore ad ascoltarlo, o ancora quando a Barcola, sul golfo di Trieste, mi ha sorpresa un temporale. Oppure… ma va bene, non c’entra granché o forse sì. Sono cose che non si possono insegnare; si sentono o non si sentono. Magari basterebbe a volte soffermarsi un po’ di più.

(Di Claudia Ciardi)



Maria Altmann Theme (soundtrack) 

Related links:

Klimt a Milano (La mostra di Palazzo Reale organizzata in collaborazione col Belvedere di Vienna)

Gustav Klimt - Secession

24 maggio 2015

Dal Karakorum a Sarajevo



Non è un’avventura conosciuta dal largo pubblico, eppure ha avuto un notevole valore tanto che ancora oggi chi per motivi di ricerca si addentra nell’Asia profonda, non può prescindere dalle monumentali relazioni frutto di quell’esperienza. Si tratta della missione guidata attraverso l’Himalaya da Filippo De Filippi, medico torinese ma soprattutto esploratore, con lo scopo di provvedere alla mappatura di valli, vette, ghiacciai tra l’altopiano del Tibet, l’impenetrabile Karakorum e il Turkestan cinese (oggi Xinjiang). 
Nel 2013, in concomitanza con la seconda mostra organizzata dalla Società di studi geografici di Firenze, presso cui è raccolta la maggior parte del materiale riportato dal viaggio, la casa editrice Corbaccio ha pubblicato un testo importante che ne ripercorre le tappe a cento anni dal compimento.  
Potendo contare su un finanziamento di 250.000 lire, cifra affatto indifferente per i tempi, messa a disposizione dal re e da istituti come l’Accademia dei Lincei, la Reale Società Geografica, il Governo dell’India, e la Royal Society di Londra, ente pionieristico nelle campagne di esplorazione del globo, De Filippi si imbarca a Marsiglia con la sua «compagna picciola» composta da colleghi italiani e britannici, direzione Bombay (Mumbai). Valendosi del supporto di tecnici indiani e portatori locali, questo eclettico studioso che aveva già al suo attivo importanti successi al fianco di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, insieme al quale aveva quasi raggiunto il K2 e si era spinto fino in Alaska, ha dato vita a una vera e propria impresa. La sua è oggi considerata la prima e più grande spedizione organizzata dall’Italia. Seguiti da 200-250 portatori che dovevano sovrintendere al trasporto di 235 casse, di cui una settantina contenenti solo strumentazione scientifica, dall’agosto del 1913 al dicembre ’14, De Filippi e i suoi percorrono duemila chilometri, spesso in condizioni estreme. Il serpentone di uomini e mezzi si snodava lunghissimo nel silenzio delle valli. Durante le tappe però, la carovana sovente si divide in gruppi per motivi logistici, soprattutto per attraversare in maniera più agevole un territorio così difficile e insidioso. Gli incidenti non mancano ma anche in virtù della perizia di due guide alpine valdostane che scortavano il gruppo non vi sono perdite umane. 
Mi è capitato di vedere una volta in un documentario – e ancora mi interrogo su come l’operatore abbia saputo districarsi con la telecamera in una situazione simile – in che modo queste popolazioni attraversano i fiumi ghiacciati. In quel caso era un padre che insegnava al figlio a riconoscere, aiutandosi con indizi visivi e perfino attraverso l’olfatto, se il ghiaccio potesse tenere: il padre metteva al corrente il figlio del pericolo mortale legato a una caduta, e il ragazzino imparava a muovere con lentezza i suoi primi passi. Ora, immaginarsi come questi uomini siano riusciti, appesantiti dal bagaglio, a fare i medesimi movimenti, dà la misura della loro straordinaria tenacia.
Ma una prova ancora più difficile li attendeva, una prova che avrebbe colto tutti di sorpresa, sparigliando le carte di un progetto che stava procedendo al meglio e sembrava destinato a un clamoroso successo. È il 16 agosto del 1914, un bel pomeriggio sull’altopiano del Depsang (Tibet), De Filippi sta gustando un tè insieme ai colleghi. Nell’accampamento l’atmosfera è serena, tutto scorre secondo i piani, un’occhiata a mappe e appunti, il tempo per distendersi e ridere di qualche disavventura. Sono sulla via del ritorno e credono che la parte più complicata del viaggio sia ormai alle spalle. All’improvviso vedono avvicinarsi cinque messaggeri a cavallo, incaricati di recapitare al gruppo la corrispondenza. Le buste non promettono nulla di buono: dispacci dai comandi militari. Che diavolo sta accadendo? Le dita corrono veloci sulla carta, i gesti si fanno stranamente concitati. In Europa è scoppiata la guerra. L’Italia non è ancora coinvolta ma gli ufficiali vengono richiamati; sebbene manchino pochissime tappe alla conclusione dei lavori, i britannici devono abbandonare.
Anche tra le cime e le nevi perenni dell’Himalaya, per quanto in ritardo, è giunto l’eco degli spari di Sarajevo. Il clima tra i presenti volge al peggio, si rompe qualcosa. Questa la notazione di De Filippi: «Da ora in poi, tutto fu cambiato per noi. Privi di qualunque notizia per mesi interi, vivemmo col pensiero assillante di quello che poteva accadere nelle nostre patrie».
Il resto è la cronaca di un rientro complicato, tra sospetti, controlli di frontiera inaspriti dall’evento bellico, e un morale estremamente basso. Raggiunto il Turkestan Orientale, dove gli esploratori erano arrivati nell’autunno del ’14, il governo locale vuole controllare in maniera scrupolosa tutto il bagaglio, esigendo spiegazioni dettagliate circa gli strumenti e non mancando di chiedere se vi fosse qualcosa in grado di prevedere il destino del vecchio continente.   
La vera sfida fu in effetti rientrare in Europa. I pericoli corsi sulle vette tibetane al confronto sembravano cose da nulla. Nel Turkestan russo De Filippi è costretto a lasciare parte dei propri materiali scientifici, essendo la Russia un paese già coinvolto nelle ostilità. Non senza momenti di apprensione, attraverso Odessa, via Balcani, alla fine i nostri rimpatriano.
Ma le vicissitudini non sono ancora esaurite. Complice la lunghezza della Grande Guerra, essendo completamente cambiate le priorità del paese in quegli anni di sforzi ed enormi sacrifici, fu impossibile richiamare l’attenzione sui risultati raggiunti in Asia. Ci è voluto un secolo esatto per tirare fuori dall’oblio tutti i dati legati alle scoperte fatte lungo quell’incredibile cammino, la documentazione fotografica (circa quattromila scatti eseguiti da Cesare Antilli) e i diari di De Filippi. Dal 2008 al 2013 si può dire che sia stato finalmente reso l’onore dovuto a quegli incoscienti sognatori. 

(Di Claudia Ciardi)




Bibliography
:

Filippo De Filippi, Der Forschungreise S.K.H. des Prinzen Ludwig Amadeus von Savoyen, herzogs der Abruzzen, nach dem Eliasberge in Alaska im Jahre 1897, J. J. Weber, Leipzig, 1900.

Filippo De Filippi, I viaggiatori italiani in Asia, con proemio di Giovanni Gentile, Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, Roma, 1934.

Filippo De Filippi, Storia della spedizione scientifica italiana in Himalaya, Karakorum, Turkestan cinese (1913 - 1914), Bologna, Nicola Zanichelli, 1924

Stefano Ardito, La grande avventura. Filippo de Filippi e la sua spedizione attraverso le montagne dell’Asia (1913-1914), Corbaccio, 2013

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Press:

  • “Karakorum. Che ci faccio io qua?” di Jacopo Pasotti su «Focus», n. 97, novembre 2014, pp. 56-61
  • “Cent’anni fa la Grande Guerra cambiò il mondo”. Supplemento di sedici pagine su «La Stampa», 16 gennaio 2014
  • “Cent’anni fa l’Italia entrava in guerra”. Speciale su «La Stampa», 24 maggio 2015 

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8 luglio 2013

Il suono della montagna - Der Klang des Berges


Il suono della montagna - Der Klang des Berges

Il tempo si offre a chi, nel silenzio,
saluta tutti, a chi diventa una cosa sola
con la fiamma e con lo spazio, colui che non ritorna
che non è qui e tuttavia lo può
si offre a chi non è diventato niente
ed è chiamato con nomi di animali
e solo così è riconosciuto
piange con tutte le creature
e piange con tutti i sassi e le pietraie
con i laghi e le locuste
ed è così che egli è.

*****

I fitti castagni irrompono dalla terra
e si portano con sé le nebbie dell’est,
con gli animali che offrono il sangue,
la brughiera passata da una lama
e i pellegrini che hanno voci irriconoscibili,
che hanno dentro la propria malattia.
Sono stranieri che hanno lasciato terre,
bestie che divennero purissime,
templi che fanno una cosa sola
con le rocce dove furono costruiti.

Roberto Carifi, «Tibet», Le Lettere, 2011


Cover, Le Lettere ©


Il villaggio dei lama morti
*

«È nostro costume considerare tutte le idee sulla sopravvivenza del corpo come delle leggende, delle puerilità o delle follie. Ma non è in realtà più assurdo che credere che siamo composti di due, tre o molteplici corpi di natura assolutamente separata e che la morte restituisce, per la parte che riguarda ognuno di essi, ai loro destini particolari. Com’è assurdo d’altronde pensare quanto la scienza recentemente ci ha fatto apprendere, che il nostro corpo sensibile e materiale sarebbe un formidabile composto di molecole, separate attraverso spazi immensi, immensi considerata la loro esiguità. E che queste molecole siano trascinate a una velocità prodigiosa all’interno di un corpo che ci sembrava eccezionale per la sua inerzia, ecco qualcosa, appunto, per la quale vale la pena di sprofondarci in abissi di riflessione».

[…]

«In mezzo a un boschetto di alberi completamente spogli a causa del calore e che ergevano da tutte le parti verso il cielo il loro gigantesco tronco calcinato, si elevavano delle specie di enormi alveari, da cui sgorgavano, a tratti, dei rumori di raganella, ardenti onomatopee e curiose melodie. L’aria, intorno agli alveari, era letteralmente oscurata da sciami erranti e neri di zanzare e mosche avvelenate. Vinsi la nausea che mi suscitava un simile spettacolo e penetrai in uno di quegli alveari; e mi accorsi di essere entrato, in realtà, in un tempio, o piuttosto in una sorta di locale, annesso a una lamasseria, dove soltanto un cadavere di Lama, in piena decomposizione, continuava a ricevere le devozioni dei fedeli.
In una specie di nicchia, attorno alla quale erano appesi abiti e oggetti sacerdotali che gli erano serviti in vita, il corpo imbalsamato del Lama si inclinava in un atteggiamento di benedizione, la testa coronata da una sorta di tiara, sulla quale erano dipinte immagini che richiamavano, per il loro colore e le loro posture, le immagini dell’iconografia cristiana».

* Questa breve prosa apparsa nel 1932 nella rivista «Voilà», non è stata da allora più ripubblicata, neppure in Francia.

Antonin Artaud
La razza degli uomini perduti e altre prose
a cura di Pasquale Di Palmo,
Via del Vento edizioni,
collana «I quaderni di Via del Vento»
novembre 2012
ISBN 978-88-6226-065-7



                          Cover, Via del Vento edizioni ©


Il Tao La Via dell’acqua che scorre

Alan W. Watts

«Il problema di districarsi con le variabili è duplice. Primo: come riconosciamo ed identifichiamo una variabile o un processo? Per esempio, possiamo noi pensare il cuore come qualcosa di separato dalle vene o i rami dal tronco? Quali sono le esatte delineazioni che distinguono il processo dell’ape dal processo del fiore? Queste distinzioni sono sempre qualcosa di arbitrario e convenzionale, anche quando vengono descritte con un linguaggio molto preciso, per il fatto che le distinzioni risiedono più nel linguaggio che non in quel che descrive. Secondo: non esiste un limite conosciuto al numero di variabili che possono avere a che fare con un qualunque avvenimento naturale o fisico – come lo schiudersi di un uovo. Il guscio di una conchiglia è duro e definito, ma quando cominciamo a pensare a questo, ci trascina in considerazioni di biologia molecolare, clima, fisica nucleare, tecnica di allevamento, sessuologia ornitologica, e così via fino a quando ci rendiamo conto che questo “singolo evento” dovrebbe – se noi ne fossimo in grado – venir considerato in relazione con tutto l’universo».

[…]

«Per molti anni mi sono esercitato nella calligrafia cinese, ma non sono ancora un esperto in quest’arte, che si potrebbe descrivere come una danza col pennello e l’inchiostro su carta assorbente. Per il fatto che l’inchiostro è soprattutto acqua, la calligrafia cinese – nel suo controllare lo scorrere dell’acqua con il pennello leggero in quanto distinto dalla penna dura – richiede che si segua la corrente. Se si esita, trattenendo il pennello per troppo tempo in un punto, o se si va troppo in fretta, o si cerca di correggere ciò che si è già scritto, i difetti sono troppo evidenti. Ma se si scrive bene si ha allo stesso tempo la sensazione che il lavoro stia avvenendo di per sé, che il pennello stia scrivendo tutto per conto suo – come un fiume, seguendo la linea della minor resistenza, compie eleganti curve. La bellezza della calligrafia cinese è perciò la stessa bellezza che noi possiamo riconoscere nel muoversi dell’acqua, nella schiuma, negli spruzzi, nei vortici, nelle onde, così come nelle nubi, nelle fiamme e nell’ondeggiare del fumo alla luce del sole. I cinesi chiamano questo tipo di bellezza il seguire del li, un ideogramma che originariamente si riferiva alle venature della giada e del legno, che Nedham traduce in modello organico, anche se è assai più generalmente inteso come la ‘ragione’ o il ‘principio’ delle cose. Li costituisce il modello di comportamento che viene fuori quando si è in accordo con il Tao, la corrente della natura. I modelli dell’aria in movimento sono dello stesso genere, ed è per questo che l’idea cinese di eleganza viene espressa con Feng-liu, lo scorrere del vento».




Feng Shui

*****

«Mi metto a osservare la linea dell’orizzonte e i miei piedi sono ben saldi su un sentiero sterrato. L’argine coronato dai canneti scende ripido fino al fiume. Torpide facciate restano in silenziosa attesa alle mie spalle; somigliano a vecchie tartarughe che dopo un secolo e più tornano per necessità e nostalgia alle rive dove il loro viaggio è cominciato. Queste case vegliano un tempo sprecato, le loro stesse architetture confinano altrove, in uno spazio che rinuncia ai suoi contorni. Qui tutto sembra chiedere: quanto ancora?
Dove la strada sale leggermente, prima del sentiero, due esili colonnini custodiscono il passo e contemplano il misero lastricato. Le rade pietre aggredite dagli anni giacciono rugose e quasi dissolte, grezzi monili usciti dalla tasca di un mercante. Vi si cammina come in un giardino di ex voto. Sasso dopo sasso ci si accorge che non si avanza soltanto: nulla è destinato a rimanere uguale. Ecco quel che ci viene offerto in questi pochi metri, tra il candore levigato di un paio di cippi e l’occhio di una lampada chinata come un ramo, sola superstite reliquia della prima illuminazione cittadina. Allora le luci erano coperte con bianchi cappucci e somigliavano a pallidi bucaneve. Queste lanterne ammiccavano gentili, spandendo un’aria turchina attorno al loro morbido copricapo, misteriose fioriture dei vicoli.
In quest’angolo sboccia adesso l’ultima crisalide. Illumina una traballante scaletta, un portone verde la saluta poco più in alto, e così pure fa il tetto di una baracca, dove un gatto nero ama sostare. Là davanti un debole alberino trema insieme alla sua ombra. La sera diviene perfino umano. Ha una sua voce il frusciare delle foglie che si accompagna al dolce dondolio del giovane fusto e al chiaro delle rade finestre.
Guadolongo ha nome quest’ansa solitaria e selvatica, e nelle sillabe è racchiusa la cadenza del luogo. Le Apuane navigano nell’incanto dell’inverno, arca innevata e magnifica, giace da qualche parte il candore di San Matteo, emanazione della pura luce che indugia lassù, e il Duomo quasi specchio delle cime. Con identica forza, nel medesimo contrasto mi si offrì anni fa la vista del Gran Sasso, bianco, immobile vegliardo davanti al verde Adriatico trascinato dal vento. Senso d’infinita pace che scuote e protegge, che ho ritrovato guardando la montagna pistoiese e la culla dell’Abetone. E sempre, anche quando ero lontana, ho avvertito l’aria che entra in questa taciturna città dell’interno e s’ingolfa agli incroci dei vicoli, visitando i muri secolari, forzando i portoni, spazzando i cortili; io so che è il suo respiro. Dall’alto inviolato delle balze cala sulle cime rotonde e sui colli, visita i quieti paesini, custodisce i piccoli cimiteri di campagna e viene in città, striscia sulla Sala, si mischia agli aromi del mercato, si attacca ai vestiti e dà stordimento. Questo è il mio Taishan, in ognuno di questi paesaggi io ho la mia montagna incantata, le sue notti risuonano in me e i miei sogni sono vicini ai suoi».
(Claudia Ciardi, Guadolongo, febbraio 2013) 

Erich Heckel
Spaziergänger am Grunewaldsee, 1911
Tempera auf Leinwand

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