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7 giugno 2015

Roberto Carifi - Infanzia




Roberto Carifi,
Infanzia. Poesie 1980-1983,
Raffaelli Editore, 2012


Desidero spendere qualche parola su Infanzia, raccolta di versi di Roberto Carifi, lettore e traduttore dal francese ma anche studioso di Heidegger e di alcuni tra i maggiori poeti tedeschi del Novecento come Rilke e Trakl. Il volume, ristampato da Raffaelli nel 2012, contiene le poesie del primo Carifi, quello che all’inizio degli anni Ottanta tesseva la lezione onirica, quasi oracolare, del maestro Piero Bigongiari attorno alle sintesi rilkiane, soprattutto il Rilke vorticante delle Duinesi. Un connubio che in queste prove inaugurate nel 1980 e portate a maturazione tra l’81 e l’83,  s’impone al lettore per la capacità di generare immagini ad altissimo voltaggio, spesso di non facile comprensione.
Per Bigongiari, grande “fabbro” della lirica italiana novecentesca, purtroppo ancora latamente misconosciuto presso i suoi connazionali, Carifi nutre non solo l’ammirazione verso l’artista che con generosità gli ha fatto da mentore, ma anche una profonda riconoscenza, consapevole che la parola del poeta di Via del Vento ha certamente tracciato più di un solco nel suo stesso universo lirico, aiutandolo a trovare la propria strada. Avendo avuto il piacere di sentirmi recitare da lui i versi bigongiariani, posso testimoniarne tutta la devozione, che ha peraltro contribuito anche al mio personale approfondimento di quel cosmo, influendo in parte, in ragione di alcuni simbolismi comuni, sulla mia traduzione di Georg Heym.    
Infanzia, titolo derivante dalla sezione centrale del volume – centrale non solo perché sta esattamente in mezzo alle altre, ma perché ne è il centro tematico, giunto di trasmissione che scarica la sua forze evocativa al resto dell’architettura, è un viaggio regressivo ma non in senso temporale soltanto, è piuttosto il rifluire di un immaginario che desidera uscire da se stesso, dalle coordinate della propria esperienza e della storia in cui è stretto, per contemplarsi nella propria essenza, nel punctum originis, nel momento in cui la simbiosi col mondo è possibile, ma che in Carifi rimane sfuggente, chiusa nel dramma dell’abbandono, di una lacerante solitudine, una sorta di morirsi dentro. Emblematico il richiamo al tempo aoristo (nella lingua greca antica privo di connotazione temporale) che scandisce un frammento di vita, una camminata in una piazza, ma che più ancora sembra ritmare l’intero universo carifiano, in un monito a uscire dalla catena degli eventi, a cogliere “da fuori” un istante di se stessi: «Siate senza vergogna, esatti/ come quel punto che lacera la storia».
Poetica d’impianto complesso si diceva, che richiede non poche letture, innervandosi su modelli di per sé già criptici; molti dei passaggi di Carifi, a quelle sintesi commisti, vanno avvicinati lentamente, perché avvenga l’impercettibile travaso da cantore a ascoltatore. Nasce un senso di spossatezza nel visitare gli estremi della memoria, ricorre una nostalgia emorragica per una meta ardua da raggiungere e ancor più da sviscerare nell’elaborazione poetica.
Solitarie sere paesane, giardini immobili dove palpitano brandelli recisi di vita, stanze fredde, una madre cerca di vegliare sulla casa ma resta confinata nello strappo delle stagioni, istanti di gioco sui fondali della campagna, lumini che a stento si divincolano dalla notte e sembrano interrogarsi sulle assenze: «Dietro la casa il bosco/ un lumicino copre le macerie/ dove eravamo come due facce ritagliate/ il nulla quel puro suono ci vegliava/ lungo la scala mormorava il mese». Fantasticherie orfiche intridono i ricordi e virano al nero, l’ombra di Dino Campana si allunga di tanto in tanto sui panni carifiani. Così ad esempio la chiusa del testo appena citato, «e su volando nella piazza/ chi sanguinò dall’alto un albero stellato,/ mamma che voce ringhia nella notte» risente di un passo degli Orfici, «ed ecco sentiamo ansimare/ il cuore che ci amò di più!/ Guardiamo: di già il paesaggio/ degli alberi e l’acque è notturno/ il fiume va via taciturno…/ Pùm! mamma quell’omo lassù!».
Due costanti si aggirano per l’intera raccolta a rinserrare l’allegoria apolide e atemporale del poeta, la figura dell’angelo e quella del cortile, doni tratti l’uno da Rilke l’altro da Bigongiari. L’angelo è la creatura che non ha linguaggio (in sintonia con la totale immersione nell’infanzia che è in-fari, non ha cioè la facoltà verbale), lontano dalle passioni umane, tremendo nella sua perfezione, essere-luogo dove tutto cristallizza, annullandosi: «Si gettano nelle madri/ con i visini appesi alla mischia/ dove l’angelo li dissangua/ bocca senza battaglie che ordina di non crescere». Il cortile è il microcosmo che riflette il macrocosmo, spazio interiore ed esteriore che non ha centro e dunque neppure collocazione fisica, ma elemento nodale di ogni memoria: «come un’occhiata rossa/ nei cortili fingono gioia,/ stupore: viene per noi, sorella/ quella masnada scura…», peraltro vicinissimo alla clausola di Bigongiari «la morte è questa/ occhiata fissa ai tuoi cortili» (da Pescia-Lucca). 
Quadro irrisolto, discesa nella stagione della vita che ancora non possiede la parola, dunque esercizio del dire quel che non è stato detto ma è stato, inattingibile alfabeto dell’essenza poetica.

(Di Claudia Ciardi)


Succhiano questo giallo di primavera
mentre si compie il giro
nel fracasso di ciglia
e le mani corrono dietro la nuca
finché la fanghiglia si alza,
piano, con un colpo di remi
invisibile
come una nascita… “urleranno dai pozzi
di marzo, stanati dalle prime rose”
animali trafitti nel sonno. Così fissano
i bambini, lucignoli nei cortili
di piombo e di lava
…quelle madri… chiameranno
da un capo all’altro, mischia
dei nati,
che fanno cenno dirigendosi
a Est

(Da Viaggi d’Empedocle, 1980)


Fuori dal tempo

Ciascuno ha un mistero, un ago
che lo ricuce al nulla
dove anche la notte è una luce
sventagliata sul mare
e vince
con decisione guerriera. Allora,
conficcati nell’esistenza,
guardano immobili la parola
che li trascina
fuori dal regno, di nuovo
spalancati nel marmo delle madri
sono l’orma che maledice
e fa tornare l’alba

(Da Infanzia, 1981)


Spalancati dalla luce

Forse un tempo aoristo è questa piazza
che ci raccoglie, piccoli passi
di chi farà a brandelli le stagioni
e ordina “siate senza vergogna, esatti
come quel punto che lacera la storia”
poi, spalancati dalla luce, abbiamo
un disastro da custodire
migliaia di anni in un dettato
che raduna le voci, i corpi
la pura forza gormogliata
dove il mondo è calmo
e lascia entrare il fuoco sulle terrazze
finché afferrati dall’amore stiamo,
sentinelle, sospesi all’angelo ferito

(Da Infanzia, 1980)


Related links:

Infanzia e Oriente - Kindheit und Orient

Esperienza e storia (riflessioni a partire da Giorgio Agamben, Infanzia e storia)

Piero Bigongiari - Cento anni di poesia

Holzwege - Questione di sentieri

Valerio Gelli - La poesia del disegno


8 luglio 2013

Il suono della montagna - Der Klang des Berges


Il suono della montagna - Der Klang des Berges

Il tempo si offre a chi, nel silenzio,
saluta tutti, a chi diventa una cosa sola
con la fiamma e con lo spazio, colui che non ritorna
che non è qui e tuttavia lo può
si offre a chi non è diventato niente
ed è chiamato con nomi di animali
e solo così è riconosciuto
piange con tutte le creature
e piange con tutti i sassi e le pietraie
con i laghi e le locuste
ed è così che egli è.

*****

I fitti castagni irrompono dalla terra
e si portano con sé le nebbie dell’est,
con gli animali che offrono il sangue,
la brughiera passata da una lama
e i pellegrini che hanno voci irriconoscibili,
che hanno dentro la propria malattia.
Sono stranieri che hanno lasciato terre,
bestie che divennero purissime,
templi che fanno una cosa sola
con le rocce dove furono costruiti.

Roberto Carifi, «Tibet», Le Lettere, 2011


Cover, Le Lettere ©


Il villaggio dei lama morti
*

«È nostro costume considerare tutte le idee sulla sopravvivenza del corpo come delle leggende, delle puerilità o delle follie. Ma non è in realtà più assurdo che credere che siamo composti di due, tre o molteplici corpi di natura assolutamente separata e che la morte restituisce, per la parte che riguarda ognuno di essi, ai loro destini particolari. Com’è assurdo d’altronde pensare quanto la scienza recentemente ci ha fatto apprendere, che il nostro corpo sensibile e materiale sarebbe un formidabile composto di molecole, separate attraverso spazi immensi, immensi considerata la loro esiguità. E che queste molecole siano trascinate a una velocità prodigiosa all’interno di un corpo che ci sembrava eccezionale per la sua inerzia, ecco qualcosa, appunto, per la quale vale la pena di sprofondarci in abissi di riflessione».

[…]

«In mezzo a un boschetto di alberi completamente spogli a causa del calore e che ergevano da tutte le parti verso il cielo il loro gigantesco tronco calcinato, si elevavano delle specie di enormi alveari, da cui sgorgavano, a tratti, dei rumori di raganella, ardenti onomatopee e curiose melodie. L’aria, intorno agli alveari, era letteralmente oscurata da sciami erranti e neri di zanzare e mosche avvelenate. Vinsi la nausea che mi suscitava un simile spettacolo e penetrai in uno di quegli alveari; e mi accorsi di essere entrato, in realtà, in un tempio, o piuttosto in una sorta di locale, annesso a una lamasseria, dove soltanto un cadavere di Lama, in piena decomposizione, continuava a ricevere le devozioni dei fedeli.
In una specie di nicchia, attorno alla quale erano appesi abiti e oggetti sacerdotali che gli erano serviti in vita, il corpo imbalsamato del Lama si inclinava in un atteggiamento di benedizione, la testa coronata da una sorta di tiara, sulla quale erano dipinte immagini che richiamavano, per il loro colore e le loro posture, le immagini dell’iconografia cristiana».

* Questa breve prosa apparsa nel 1932 nella rivista «Voilà», non è stata da allora più ripubblicata, neppure in Francia.

Antonin Artaud
La razza degli uomini perduti e altre prose
a cura di Pasquale Di Palmo,
Via del Vento edizioni,
collana «I quaderni di Via del Vento»
novembre 2012
ISBN 978-88-6226-065-7



                          Cover, Via del Vento edizioni ©


Il Tao La Via dell’acqua che scorre

Alan W. Watts

«Il problema di districarsi con le variabili è duplice. Primo: come riconosciamo ed identifichiamo una variabile o un processo? Per esempio, possiamo noi pensare il cuore come qualcosa di separato dalle vene o i rami dal tronco? Quali sono le esatte delineazioni che distinguono il processo dell’ape dal processo del fiore? Queste distinzioni sono sempre qualcosa di arbitrario e convenzionale, anche quando vengono descritte con un linguaggio molto preciso, per il fatto che le distinzioni risiedono più nel linguaggio che non in quel che descrive. Secondo: non esiste un limite conosciuto al numero di variabili che possono avere a che fare con un qualunque avvenimento naturale o fisico – come lo schiudersi di un uovo. Il guscio di una conchiglia è duro e definito, ma quando cominciamo a pensare a questo, ci trascina in considerazioni di biologia molecolare, clima, fisica nucleare, tecnica di allevamento, sessuologia ornitologica, e così via fino a quando ci rendiamo conto che questo “singolo evento” dovrebbe – se noi ne fossimo in grado – venir considerato in relazione con tutto l’universo».

[…]

«Per molti anni mi sono esercitato nella calligrafia cinese, ma non sono ancora un esperto in quest’arte, che si potrebbe descrivere come una danza col pennello e l’inchiostro su carta assorbente. Per il fatto che l’inchiostro è soprattutto acqua, la calligrafia cinese – nel suo controllare lo scorrere dell’acqua con il pennello leggero in quanto distinto dalla penna dura – richiede che si segua la corrente. Se si esita, trattenendo il pennello per troppo tempo in un punto, o se si va troppo in fretta, o si cerca di correggere ciò che si è già scritto, i difetti sono troppo evidenti. Ma se si scrive bene si ha allo stesso tempo la sensazione che il lavoro stia avvenendo di per sé, che il pennello stia scrivendo tutto per conto suo – come un fiume, seguendo la linea della minor resistenza, compie eleganti curve. La bellezza della calligrafia cinese è perciò la stessa bellezza che noi possiamo riconoscere nel muoversi dell’acqua, nella schiuma, negli spruzzi, nei vortici, nelle onde, così come nelle nubi, nelle fiamme e nell’ondeggiare del fumo alla luce del sole. I cinesi chiamano questo tipo di bellezza il seguire del li, un ideogramma che originariamente si riferiva alle venature della giada e del legno, che Nedham traduce in modello organico, anche se è assai più generalmente inteso come la ‘ragione’ o il ‘principio’ delle cose. Li costituisce il modello di comportamento che viene fuori quando si è in accordo con il Tao, la corrente della natura. I modelli dell’aria in movimento sono dello stesso genere, ed è per questo che l’idea cinese di eleganza viene espressa con Feng-liu, lo scorrere del vento».




Feng Shui

*****

«Mi metto a osservare la linea dell’orizzonte e i miei piedi sono ben saldi su un sentiero sterrato. L’argine coronato dai canneti scende ripido fino al fiume. Torpide facciate restano in silenziosa attesa alle mie spalle; somigliano a vecchie tartarughe che dopo un secolo e più tornano per necessità e nostalgia alle rive dove il loro viaggio è cominciato. Queste case vegliano un tempo sprecato, le loro stesse architetture confinano altrove, in uno spazio che rinuncia ai suoi contorni. Qui tutto sembra chiedere: quanto ancora?
Dove la strada sale leggermente, prima del sentiero, due esili colonnini custodiscono il passo e contemplano il misero lastricato. Le rade pietre aggredite dagli anni giacciono rugose e quasi dissolte, grezzi monili usciti dalla tasca di un mercante. Vi si cammina come in un giardino di ex voto. Sasso dopo sasso ci si accorge che non si avanza soltanto: nulla è destinato a rimanere uguale. Ecco quel che ci viene offerto in questi pochi metri, tra il candore levigato di un paio di cippi e l’occhio di una lampada chinata come un ramo, sola superstite reliquia della prima illuminazione cittadina. Allora le luci erano coperte con bianchi cappucci e somigliavano a pallidi bucaneve. Queste lanterne ammiccavano gentili, spandendo un’aria turchina attorno al loro morbido copricapo, misteriose fioriture dei vicoli.
In quest’angolo sboccia adesso l’ultima crisalide. Illumina una traballante scaletta, un portone verde la saluta poco più in alto, e così pure fa il tetto di una baracca, dove un gatto nero ama sostare. Là davanti un debole alberino trema insieme alla sua ombra. La sera diviene perfino umano. Ha una sua voce il frusciare delle foglie che si accompagna al dolce dondolio del giovane fusto e al chiaro delle rade finestre.
Guadolongo ha nome quest’ansa solitaria e selvatica, e nelle sillabe è racchiusa la cadenza del luogo. Le Apuane navigano nell’incanto dell’inverno, arca innevata e magnifica, giace da qualche parte il candore di San Matteo, emanazione della pura luce che indugia lassù, e il Duomo quasi specchio delle cime. Con identica forza, nel medesimo contrasto mi si offrì anni fa la vista del Gran Sasso, bianco, immobile vegliardo davanti al verde Adriatico trascinato dal vento. Senso d’infinita pace che scuote e protegge, che ho ritrovato guardando la montagna pistoiese e la culla dell’Abetone. E sempre, anche quando ero lontana, ho avvertito l’aria che entra in questa taciturna città dell’interno e s’ingolfa agli incroci dei vicoli, visitando i muri secolari, forzando i portoni, spazzando i cortili; io so che è il suo respiro. Dall’alto inviolato delle balze cala sulle cime rotonde e sui colli, visita i quieti paesini, custodisce i piccoli cimiteri di campagna e viene in città, striscia sulla Sala, si mischia agli aromi del mercato, si attacca ai vestiti e dà stordimento. Questo è il mio Taishan, in ognuno di questi paesaggi io ho la mia montagna incantata, le sue notti risuonano in me e i miei sogni sono vicini ai suoi».
(Claudia Ciardi, Guadolongo, febbraio 2013) 

Erich Heckel
Spaziergänger am Grunewaldsee, 1911
Tempera auf Leinwand

13 aprile 2013

Il cielo sopra Pistoia


Il cielo sopra PistoiaDer Himmel über Pistoia

Pistoia in parole. Passeggiate con gli scrittori in città e dintorni
Collana “Città firmate” a cura di Alba Andreini
introduzione Roberto Carifi,
edizioni ETS, Pisa, 2012
Euro 24,00
Scheda/ card


«Ma al cuore della città mi riporta il Globo, suo centro. Il Globo, oltre che un bar, è il centro della città. Da lì si partiva per le nostre imprese, mare e monti, e nelle nostre imprese qualcuno finiva con l’innamorarsi. Pistoia è una città perlopiù di strade strette, una città rocciosa, come affermava Bigongiari, a ridosso – appunto – delle montagne, e quando c’è il sole s’illumina tutta e il cielo terso pare dipinto in un acquerello».

[…]

«Pistoia è da benedire perché benedico tutto, e la città che mi ha dato i natali va benedetta in particolare perché mi dà modo di vivere la vita. Ciascuno dovrebbe fare così, dovrebbe cantare la città qualunque sia la vita che gli è riservata. Ognuno è promesso alla morte, ma prima viene la vita e la nascita. Per questo le città vanno benedette, anche Pistoia che ogni tanto si incupisce, si chiude in se stessa per poi fiorire di nuovo. Perché Pistoia diventa grigia, specialmente in inverno, si inasprisce e lungo i muri perde ogni colore, diventa quasi nera come un quadro di Schiele. Poi, all’improvviso, si colora come d’autunno, con quelle foglie rossastre, e allora la devi benedire».

[…]

«…godo nel vedere i colori della vita, che poi sono i colori della mia città, i cieli color cobalto, i monumenti anneriti, le stradine che sono belle d’estate e d’inverno».

Roberto Carifi, Luoghi e figure dell’anima

***

«Le parole della poesia sono come le pietre incastonate tra un portone e l’altro di via del Vento, nel freddo della perenne lotta con le origini, con il tempo, e sono le parole che restano sempre vive, a volte stanche, a volte vecchissime ma vive come lo sono le cose che esse nominano. Parole che danno la vita anche se parlano della morte, perché vita e morte hanno qualcosa di sacro quando entrano nelle parole, quando appartengono alla poesia. Bigongiari era come queste pietre incastonate, anche lui era in cerca delle origini, ma lo era perché sapeva che nominare era un po’ come creare, come dare vita alle cose, a tutte le cose, quelle vive e quelle morte».

Da Favola e altre poesie, Via del Vento edizioni, 2007
Postfazione
di Roberto Carifi


To the catalogue: Piero Bigongiari,  Favola - Via del Vento edizioni 

Piero Bigongiari

L’epigrafe scelta per guidare il lettore è più che programmatica: «La memoria non è mai futile» (Gianfranco Contini). A questa “passeggiata pistoiese” non poteva che introdurci Roberto Carifi, il quale nelle prime righe del suo intervento richiama la figura del maestro, il poeta Piero Bigongiari, voce altissima, protagonista di un’infanzia ‘epica’ a Pistoia, nume tutelare delle «pietre incastonate tra i portoni» nelle vie della città, cantore della piazza d’Armi, mondo fatato di popolani girovaghi racchiuso nel carro del circo Gleigh. 
Cosa sia per me questa città profumata di castagni, col sole che investe le sue case, le lunghe ombre bagnate in un’ocra arrossata, riverbero dei monti, cosa siano i suoi tetti, i vecchi comignoli somiglianti a sentinelle barbute, gli sguardi antichi e assorti delle Madonne votive agli angoli delle strade, e le notti, le notti specialmente piovigginose e solitarie, che s’insinuano scalze nei vicoli deserti. La Fortezza sollevata in trionfo dall’estate, coi suoi alberi che sfumano nella caligine, liquidi e sacri, come in un quadro di Corot; le stradine attorno a S. Paolo e al Viale Arcadia che non amano la curiosità del visitatore e solo timidamente incrociano la storia. Cosa sia la chiesa di S. Pier Maggiore, morbida e sognante come un tempio nepalese, e tutta la via S. Pietro, chinata come un dio a ricevere la luce più bella di Pistoia, e i monti, tutti i suoi monti azzurri e selvatici che le baciano i fianchi, schiariscono l’aria e la raggelano come acqua in una fonte.
Non so né oserei dirlo, so soltanto che questa città mi abita come un ricordo che trascende il tempo, riavvicinandomi ai primi alfabeti dell’infanzia, e nei suoi vicoli ritrovo certe creature che forse già mi sono appartenute altrove ma forse qui più autentiche e vive. Per questo, sì, anch’io benedico Pistoia e le voci che me l’hanno fatta amare.
(di Claudia Ciardi)


Gianna Manzini – Cielo di Pistoia

«Una volta arrivò un equilibrista famoso. Teso un filo fra i tetti di due palazzi in una piazza, offrì, di notte, uno spettacolo raro: con una lentezza tragica, passava sospeso nel cielo: e fu lunghissima quella traversata contenuta nella stessa pausa di respiro in tutti gli spettatori.
Il viso della mia città si svelò in quel silenzio trepidante.
L’aria cresputa dell’Appennino e il verde imminente la rendono ilare e ansiosa. Se s’alza una bandiera su una torre o un coro di voci in una strada, essa con tutte le sue chiese i suoi palazzi la sua storia si solleva, come certe donne innamorate quando sospirano. Ma guai se una cortina di pioggia la separa dai monti che la esaltano: allora tocca terra davvero; si sconforta, si schiaccia; e vive giorni e giorni di penitenza.
Palazzi quasi tutti a due o tre piani: eppure sembran alti: oltre che per la nobiltà che li rende incuranti del traffico cotidiano, per le finestre che bramano i monti: e dove un vicolo costringerebbe le case a un cupo visavì, i terrazzi allacciano ponti fra una facciata e l’altra, inventano passaggi confidenziali da salotto a salotto, rallegrati dal tenero lasciarsi andare dei tralci di geranio: per cui è facile dimenticarsi della vita incassata, rigagnolo d’ombra, e vivere a mezz’aria, dove si allargano le voci dei venditori ambulanti».



To the catalogue: Gianna Manzini, Cielo di Pistoia - Via del Vento edizioni

21 febbraio 2013

Infanzia e poesia - Kindheit und Poesie

«Immaginiamo un bambino del dopoguerra che gioca in uno spiazzo sterrato desolato, circondato da edifici sventrati e cadenti. Questi segni gli parlano di una guerra che non ha conosciuto e i suoi occhi guardano verso il cielo nello spasimo di amarne la trasparenza. Sarà così per sempre, come lo è stato per me: abitare le tracce di un ignoto disastro e offrire ogni cosa ad una vertigine vuota e distante. Così il sogno della poesia. Un atto di fedeltà ad un Angelo bruciato e la fedeltà altrettanto rigorosa a una terra desolata e secca. Il bambino è cresciuto, le macerie della sua infanzia sono ancora lì, cifre di un conflitto che il mito può illuminare ma non redimere. Allora il mito non può che essere debole, come la montaliana “creatura di un attimo” che la poesia lascia intravedere, angelica sembianza di una salvezza che è sempre a venire. Ecco, le ragioni della poesia si riducono a questa adesione alle cose morte e scheletrite, un atto d’amore pietoso che può almeno confortarle con la luce del mito, della sua mitezza. Oggi, nell’epoca delle rovine, la poesia è più che mai il canto dell’Amico, del bambino che gioca in uno spazio desolato e vorrebbe congiungere il cielo alla sua terra ferrigna e scalcinata. Parlo della bellezza, ed anche dell’orrore: la poesia conosce da sempre questa soglia, questo confine. Accogliere tutto, e inginocchiarsi davanti a tutto: chi non vede la terra, la sua polvere e il suo cemento, non vede nemmeno la trasparenza del cielo. L’infanzia, ripostiglio di bambole dell’anima di piombo, scena di angeli e paure: tempo della gioia e della sventura, del pianto e delle madri, barlume di parole dettate da una voce che ordina. Tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale, di corse eroiche e sanguinanti. Il mito, appunto, di un’infanzia custodita nel fondo del linguaggio come luogo primordiale della sua voce più dolorosa ed esatta: quella dei poeti, dei “più dicenti”, come li ha chiamati Heidegger. Questo dettato, la sua parola erratica e mai perduta, mantiene la poesia sui bordi di una vertigine tragica e gioiosa, nella responsabilità di quel dire esigente che è il poetico. Un ripostiglio, un solaio di bambole sottili e inerti in cui si raduna, come diceva Rilke, ciò che esistendo disgiungiamo. Forse è in questi stanzini di buio e di pianto che abbiamo appreso ad amare angeli impossibili, davanti a questi immobili contenitori dell’umano dove la precarietà sembra annullata nella rigida fissità della morte. E chi conserva dentro di sé quei bambolotti, il mistero di poveri angeli intravisti e invocati come sembianze di vita mischiata con la morte, conserva anche la debolezza che lo farà inginocchiare davanti alla tragica e gioiosa armonia di terra e di cielo: in una parola la poesia».
Roberto Carifi, Infanzia e poesia - Nel ferro dei balocchi
*****


Quanto Benjamin c’è in queste parole. Quanto aggirarsi dell’ “angelo” sulle macerie del tempo. Il viaggio a ritroso alla ricerca dei simboli dell’infanzia coincide con lo sguardo dell’angelo della storia: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato». (Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 9).
L’infanzia è il luogo della nostalgia ma anche della deflagrazione emotiva. Il poeta è un bricoleur che nella pratica del verso assembla relitti di un sentire acerbo e irrisolto, e il suo tentativo di rendere produttivo e ‘organico’ uno strato tanto fluido quanto indecifrabile viene immancabilmente respinto.
La sintassi dell’infanzia, tempo mitico di ogni essere umano, sfugge continuamente a ogni riorganizzazione significativa. Il piacere del ritorno alle immagini e agli oggetti che si sono preservati dalla “maledizione dell’essere utili” è subito frustrata da una sorta di consapevolezza alienante, l’essere qui e ora che impedisce di essere là, il compromesso con la maturità ordinata e forzata del giudizio critico che ci porta a isolare come poco affidabile la suggestione proveniente da un mondo chiuso in sé, un po’ hortus conclusus un po’ giardino alchemico per iniziati.
E tuttavia senza questa estraneità, senza questo esproprio dal passato non ci sarebbe neppure lo slancio del volgersi indietro (ich kehre gern zurück, dice Gershom Scholem in Gruss vom Angelus), non ci si sentirebbe attratti a osservare quei frammenti dispersi eppur vitali né se ne saprebbe cogliere la devastazione dolorosa alla luce del nostro vissuto, al quale già tendevano i loro misteriosi richiami, prima che ce ne allontanassimo.

Entrare nella casa del poeta è come alzare la cortina che ci separa dall’ingresso in un tempio orientale. Lo studio affollato di statue del Buddha è un antro di una sacralità propizia a celebrare il rito della poesia.
La raccolta Infanzia (Raffaelli editore, 2012) comprende poesie che Carifi ha composto tra il 1980 e l’ ’83, attorno ai trentadue anni.
Questi versi scivolano nel lettore come oracoli o come la corrente di un fiume, si fanno avvicinare con la medesima devozione con cui il fedele mette in movimento le “ruote della preghiera” in un santuario buddhista. L’evocazione suscita uno sguardo doloroso e affascinato su stagioni, giochi, giardini, cancellate, mura, cortili, un cosmo primitivo denso di immaginari e recuperi in cui il poeta si aggira in preda a uno smemoramento fiabesco, dove tutto sembra preludere a una qualche epifania.
(Di Claudia Ciardi)



Roberto Carifi, Infanzia, Raffaelli editore, 2012


Benjamin micro-narratore

di Giulio Schiavoni
«In particolare anche queste conferenze radiofoniche [il riferimento è alle Rundfunkgeschichten tenute da Benjamin tra il ’29 e il ’32 alle radio di Berlino e Francoforte] confermano la centralità dell’interesse benjaminiano per le problematiche pedagogiche e per il mondo non ancor deformato dell’infanzia e della fantasia creatrice, posto al centro delle proprie costellazioni simboliche e recuperato con stupore e reverenza in chiave materialistica e antiidealistica dopo la delusione nei confronti delle “Jugendbewegungen” evidenziatasi in prossimità della Prima Guerra Mondiale, al punto che si potrebbe idealmente ravvisare nel percorso figurale benjaminiano un passaggio d’interesse “dalla Jugend alla Kindheit”, ossia dalle potenzialità della Gioventù a quelle dell’Infanzia. (Gli sforzi di penetrare concettualmente tale universo sono documentati anche dalla Strada a senso unico e dall’Infanzia berlinese intorno al 1900), dagli articoli pubblicati da Benjamin sulla “Frankfurter Zeitung” nella prima metà degli anni Venti e dalla sua attenzione per l’opera di Proust, il luogo in cui egli ha visto intrecciarsi nella maniera più perfetta il mondo dell’adulto a quello del bambino».

Walter Benjamin, Burattini, streghe e briganti. Illuminismo per ragazzi (1929-1932)
Il Melangolo, 1993

Titolo originale/ Original title: Rundfunkgeschichten für Kinder, Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main, 1989

«Bighellonare e contemplare (das Flanieren) è come leggere la via […]. La precipitazione degli altri vi purifica come un bagno nella schiuma del mare». Così Franz Hessel fotografa la sensazione di girare a piedi per Berlino. La metropoli, all’inizio degli anni ’20, è una fabbrica per l’immaginazione, irresistibile agli occhi dell’artista che l’attraversa. Uno strano magnetismo scorre a fiotti tra le sue vie, un misto di inquietudine e seducente vivacità sembra posarsi sulle sue architetture a un ritmo contagioso, lasciando senza fiato.  
Potsdamer Platz è stata per almeno un trentennio il simbolo della “città in movimento”. Dal Café Josty si poteva avere un colpo d’occhio sull’intero spazio, di cui scattanti uomini d’affari e signore slanciate dai loro graziosi cappellini rappresentavano un inesauribile corteo rituale. Questo movimento vorticoso, questa energica continua corrente di persone, andava incanalandosi lungo i binari del tram per convergere attorno al semaforo-orologio della piazza, eccentrica struttura di pentagono immolata a una scansione quasi onirica del traffico e del tempo. E proprio nel nodo di geometrie e forme irrisolte che da sempre intridono gli sfondi della metropoli sta l’enigmatica sensualità dei labirinti berlinesi, in cui si tiene a battesimo il più invidiabile degli smarrimenti speculativi.
Lo stesso Robert Walser, che tanto amava alimentare la sua scrittura di uno struggente disorientamento, si fece rapire volentieri dalla frenesia della Potsdamer, e proprio lì, un giorno, nel solito ubriacante via vai di teste incontrò Walther Rathenau. Vi è al riguardo un bel passo del ritratto che W. G. Sebald gli dedica ne Il passeggiatore solitario (Le promeneur solitaire. Zur Erinnerung an Robert Walser, cf. pp. 51-54 dell’edizione italiana), oltre alla descrizione che Walser dà di questa circostanza nel suo romanzo Il Brigante.
Spazieren in Berlin di Franz Hessel, con cui abbiamo cominciato il nostro articolo, è una delle grandi opere destinate ad arare un altro fecondo immaginario, quello dell’amico filosofo e scrittore, Walter Benjamin. Franz, padre di Stéphane, autore del pamphlet che ha invitato le giovani generazioni a indignarsi con i responsabili dell’attuale crisi economica, era un osservatore attento e sensibile, non a caso affascinato da Proust, nel quale pure Benjamin vedeva un grande bricoleur delle età storiche e umane. L’opera di Proust è il caleidoscopio che permette di esplorare l’interiore, “das Innen”, la prima tessera dipinta con cui il bambino filtra le proprie associazioni mentali per comprendere la realtà che lo circonda, come Benjamin non manca di sottolineare in una delle sue più toccanti poesie, dove i ricordi dello “Heim” consacrato all’infanzia si sovrappongono a quelli delle amicizie giovanili. Anche Berlino ha i suoi passages nei manifesti pubblicitari e nelle insegne abbaglianti dei grandi magazzini, ovunque contrasti cromatici e giochi di luce che fanno largo ai deliri visionari di Heinrich Kley, le cui bizzarre creature siedono sulle cuspidi di imponenti facciate neoclassiche, alfieri di fumose diagonali e misteri beffardi impigliati nel sottosuolo delle stazioni metropolitane. Di queste atmosfere si ritrovano alcuni intensi fotogrammi proprio nei discorsi radiofonici di Benjamin. Le Rundfunkgeschichten, tenute tra il 1929 e il ’32, rappresentano per certi versi un revival nostalgico di “storia della metropoli”, uno spaccato del floruit della “vita berlinese” che volge alla fine insieme all’esperienza weimariana, e anche un tentativo di recuperare i frammenti di un vissuto che rischia di essere disperso, insieme al suo valore insostituibile di testimonianza. Da studioso impegnato nella salvezza di frammenti di storia, attitudine che si spinge fino alla conservazione di oggetti considerati di utilità marginale, quali ad esempio i giocattoli o i libri per bambini, Benjamin intende sottrarre alla regola del mercato quelli che ha felicemente definito i “relitti di un mondo di sogno”. A tale riguardo, nell’articolata introduzione ai discorsi radiofonici, Giulio Schiavoni osserva: “Materiali che si direbbe costituiscano un humus ancora fertile, ponendosi come reliquie di una tramontata ingenuità, e che – nella prospettiva benjaminiana – paiono come albergare quella promesse du bonheur che tanti adulti hanno smarrito o tradito.” (p. 19)
La collaborazione con la radio di Berlino e di Francoforte, oltre a metterne in evidenza le notevoli doti di comunicatore rivela per intero il suo progetto pedagogico, che vuole sottrarre i ragazzi alle mire di un processo educativo interessato e consumista, dal quale “la delicata e chiusa fantasia del bambino viene intesa, senza scrupoli di sorta, come domanda psicologica nel senso di una società produttrice di merci, e nella quale con squallida disinvoltura l’educazione viene considerata come lo sbocco coloniale per lo smercio di beni culturali.” (p. 16; in tedesco si veda W. Benjamin, Kolonialpädagogik, 1929)
Per Benjamin è fondamentale, in una fase storica che offre molti allettamenti e altrettanti messaggi confusi e nevrotizzati, fornire ai più giovani, nella maniera meno invasiva e autoritaria, quegli strumenti necessari allo sviluppo di una solida e indipendente capacità critica. Solo diventando osservatori coscienti infatti saranno in grado di percepire a pieno il ruolo di attori sociali che l’ingresso nell’età matura li chiamerà a ricoprire. Benjamin formula in termini straordinariamente attuali la responsabilità dell’educatore nella formazione di individui consapevoli e preparati ad essere cittadinanza e umanità attiva e impegnata.

(Di Claudia Ciardi, 2011)

Sulle atmosfere della Berlino del primo trentennio del ‘900 e le sue collisioni artistiche si veda la voce dedicata al Café des Westens: http://it.wikipedia.org/wiki/Caf%C3%A9_des_Westens
Interessante spazio di discussione (in lingua inglese) dove una comunità di appassionati si confronta sui libri ispirati dal “mood” di Berlino, con un'attenzione particolare agli anni ’20 e ’30 - Books about Berlin: http://www.toytowngermany.com/lofi/index.php/t68483.html


Si veda anche:
Claudia Ciardi -  Appunti sulla teoria della distruzione di Winfried Sebald - Helios mag

Georg Heym - Ci invitarono i cortili (Die Höfe luden uns ein) a cura di Claudia Ciardi in collaborazione con Angela Staude Terzani, Via del Vento edizioni, dicembre 2011



Franco Benesperi, settimanale «La Vita», 27 - 1- 2013

30 luglio 2012

Generazioni e conflitti


Generazioni e conflitti
Generationen und Konflikte


Disoccupati e quadri superiori, commercianti e insegnanti: i manifestanti contro Vladimir Putin
non possono essere racchiusi in una sola categoria
(di Alexander Bikbov)

«In un prossimo futuro, la classe media dovrà diventare una maggioranza sociale», preannunciava Vladimir Putin il 29 febbraio 2012, poco prima di essere rieletto alla presidenza della Russia, mentre da tre mesi gli oppositori manifestavano in strada per denunciare elezioni segnate dalle frodi.

Tra la nomenklatura onnipotente e il proletariato marginalizzato, la classe media si è rivelata una clientela fondamentale per le riforme politiche. Fin dagli anni 1992-1993, nell’immaginario dei sostenitori di una transizione all’eden post sovietico, essa ha assunto la doppia valenza di classe stabilizzatrice, in grado di impedire i conflitti tra gruppi sociali antagonisti, e di principale sostegno al nuovo regime politico.

Da allora, un dibattito ricorrente circa la sua importanza o la sua esistenza scandisce la storia della Russia, almeno sui settimanali e alla televisione. Così, la crisi finanziaria del 1998 avrebbe ipoteticamente soppresso questa ipotetica classe, prima che l’ascesa al potere di Putin, nel 2000, ravvivasse le speranze di uno sviluppo – speranze che la crisi economica del 2008-2009 ha di nuovo rimesso in discussione. La caccia alla classe media costituisce ormai una vera passione per i media.

Le recenti mobilitazioni contro il governo le hanno dato nuovo vigore. Solo a Mosca, diverse manifestazioni hanno raccolto decine di migliaia di persone dietro a slogan come «Non ho votato per queste carogne, ho votato per altre carogne» oppure «La frode è andata bene, nessun incidente.» Le interviste fatte ai manifestanti, in generale presentati come appartenenti alle classi medie, mostrano l’estrema diversità del modo di intendere questa identità. Durante la grande manifestazione del 4 febbraio 2012 a Mosca, ad esempio, un professionista delle pubbliche relazioni dichiarava: «Spero di appartenere alla classe media, ma, francamente, ho idee molto vaghe in proposito.» Un giornalista aggiungeva: «Non so…[faccio parte di] la classe media. Ma è tanto per dire.» «È possibile, a livello puramente teorico, che noi si sia la classe media», si arrischiava, da parte sua, un traduttore, mentre un imprenditore rivendicava fermamente la sua appartenenza alla «classe media, colta, creatrice.»

Il ventaglio delle posizioni sociali di coloro che dicono di comporre questa classe sembra molto ampio. Vi si trovano quadri superiori del settore bancario, con stipendi mensili di molte decine di migliaia di euro, giornalisti e traduttori precari, insegnanti che guadagnano da 300 a 600 euro al mese, o anche il caporeparto di una fabbrica di provincia che ne guadagna appena 500. Come è possibile che individui dagli status così diversi possano riconoscersi in una stessa categoria?

L’opposizione politica definita «liberale» non è né la sola né la prima a usare la nozione di classe media, anche per definire se stessa. Il governo se ne serve nei momenti critici, o per insistere sul ruolo «stabilizzatore», o per opporla al «popolo» fedele, come nel dicembre 2011, quando i contestatori vennero ridotti a «gente col visone». Ma, fin dai primi momenti delle mobilitazioni, sono i grandi media che spiegano chi sono a dei manifestanti visibilmente perplessi per come li si definisce. «Basta: la classe media è scesa in strada», proclama Zagolovki il 7 dicembre 2011. «Gli indignati sono la nostra nuova classe media», rincara tre giorni più tardi Kosmolskaya Pravda. Nei tre mesi successivi alle elezioni legislative del dicembre 2011, il numero di articolo sulla stampa scritta russa a proposito di questa famosa «classe», è quasi raddoppiato rispetto ai tre mesi precedenti. La stampa internazionale non è da meno: «Benché sostenuta da Putin, la classe media russa si è rivolta contro di lui», scrive The New York Times (11 dicembre 2011); «Il Cremlino ha un grosso problema quando i giovani russi della classe media si impegnano in politica», osserva The Indipendent (Londra, 12 dicembre 2011).
Secondo i primi risultati della nostra inchiesta, sembrerebbe che col succedersi delle manifestazioni le persone intervistate si riconoscano sempre più in questa definizione. L’operazione mediatica ha quindi avuto successo. «Dicono che qui è la classe media che manifesta. Allora siamo noi», riflette un’impiegata del settore privato. Assistiti da esperti di ogni genere, i giornalisti hanno creato di classe che i manifestanti possono prendere in prestito per affermarsi come comunità che prende posizione pubblicamente. È una dimensione che a volte si dichiara esplicitamente: «Appartengo a una frazione inferiore della classe media – spiega una rivenditrice di prodotti elettronici, demografa di formazione. Vivo abbastanza bene, continuo a lavorare come impiegata e sono di origine molto modesta. Ma ho ricevuto un’ottima formazione, ho esigenze culturali, opinioni politiche.» «Siamo la classe media, perché qui esprimiamo liberamente le nostre posizioni», riassume un’impiegata di banca.

Ma sono soprattutto i giornalisti mobilitati, a trovare nelle manifestazioni la conferma di una realtà che loro stessi hanno prefabbricato, ignorando la diversità di condizione sociale di coloro che prendono parte ai cortei. «Classe media» diventa così una nozione che nasce da un «prêt-à-penser (pensiero pronto all’uso)» comodo per un movimento che evita di approfondire questioni sociali potenzialmente conflittuali, come l’istruzione o la sanità pubblica. Una nozione, la cui magia politica si basa sia sul potenziale di mobilitazione che sulla capacità di dissimulare differenze sociali fondamentali. Vera profezia che si autoavvera, essa rappresenta oggi la sola identità capace di far uscire i proprietari di iPad dai caffè e spingerli in strada…. 
Le Monde diplomatique – maggio 2012


                                                    Sotterranei ©
                                    Fortezza Santa Barbara - Pistoia

«Giungono donne tra le rotaie,
giù nei detriti dove non c’è esistenza
ma uno stare colpiti da ogni luogo,
davanti al ferro della casa,
un buio nel cuore dei morti
che faranno il miracolo,
che hanno voce nell’estremo vento
e chi attende è sorvegliato,
il lume che sbrana i volti
appena acceso nelle stanze.»

Roberto Carifi, Morgue



Stig Dagerman
Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario
Traduzione di Massimo Ciaravolo
A cura di Fulvio Ferrari
Titolo originale: Tysk Höst!
Casa editrice: Lindau, 2007


[Deutscher Herbst
Reiseschilderung
Suhrkamp Verlag
Erscheinungsjahr: 1987
Seiten: 119]


From the book:
«A questo mondo può essere abbastanza facile constatare convergenze di opinioni che, simili ad autostrade, attraversano tutte le classi sociali, così come da noi, in Svezia, è facile constatare la mancanza di divergenze per quanto riguarda la poesia d’avanguardia o certi problemi fiscali. Quello che conta, però, è che questa identità di vedute non contribuisce in alcun modo a cancellare le frontiere d’odio che dividono i gruppi rivali. Si è detto prima dell’odio tra contadini e abitanti delle città e dell’odio ancora più grande tra chi è stato evacuato dalla città – gente povera quanto gli abitanti delle città – e i contadini, che lo scorso autunno scambiavano ancora generi alimentari per vestiti e biancheria ma che ora, con la progressiva inflazione di vestiti che si è verificata in campagna, pretendono oro, argento e orologi in cambio di patate, uova e burro. Si è pure parlato delle differenze di classe tra i poveri e i meno poveri, delle crescenti frizioni tra profughi e residenti, e della spietata rivalità tra partiti concorrenti.
Esiste però un’ulteriore contrapposizione, forse più nefasta di ogni altra: lo scontro generazionale, il disprezzo reciproco tra giovani e persone di mezza età che precludono ai giovani l’accesso ai quadri dirigenziali dei sindacati, alla direzione dei partiti e ai corpi di funzionari nelle istituzioni democratiche.
L’assenza dei giovani dalla vita politica, sindacale e culturale non dipende solo dal fatto che chi è stato educato durante il nazismo non può essere indotto a interessarsi di compiti democratici. Nei partiti e nei sindacati i giovani si scontrano con i più anziani in un’inutile lotta per il potere, potere che i più anziani non vogliono lasciare nelle mani di quella gioventù che, dicono, è cresciuta all’ombra della svastica, e che i giovani a loro volta non desiderano affidare a una generazione considerata responsabile del crollo della vecchia democrazia. Conseguenze della sconfitta dei giovani sono la delusione e una nefasta prevenzione verso tutto quello che è attività politica democratica, sempre più giudicata una questione che riguarda i vecchi. L’aspetto più singolare di questo conflitto è tuttavia che i rappresentanti della generazione anziana sono veramente vecchi e i giovani, in molti casi, non sono più tanto giovani. Nei sindacati si assiste a una lotta senza prospettive dei trentacinquenni contro i sessantenni; gli uomini che prima del 1933 erano giovani radicali, e che non hanno cambiato opinione durante il nazismo, trovano altrettanta difficoltà a far valere le proprie idee quanto quei giovani che non hanno mai conosciuto altro che il nazismo. Non è completamente ingiustificato, almeno per certe parti della Germania, parlare di crisi dei partiti e dei sindacati, e una delle ragioni principali di questa crisi è che gli uomini del disastro del 1933 sono stati troppo veloci a prendere il timone nelle loro tremanti mani di vecchi.
La cosa più tragica durante il grande raduno nel tendone di Francoforte sul Meno, al quale ho assistito poco prima di Natale, allorché il vecchio presidente del Parlamento, il socialdemocratico Paul Löbe, ha parlato, non era dopotutto che tra le mille persone del pubblico non si riuscisse a scoprire un solo giovane; la cosa veramente tragica e spaventosa era che gli ascoltatori fossero così avanti negli anni. L’ottanta per cento dei presenti era formato da vecchi con i volti segnati dalle preoccupazioni e i sorrisi irrigiditi, venuti lì per ricordare più che per dare impulso alla battaglia per una democrazia appena nata. Questo ottanta per cento stava lì, attorno all’arena, nel rimbombo della musica della banda, e mormorava l’Internazionale; nel muto gelo che circondava le loro voci rinsecchite da un silenzio durato tredici anni, si aveva la penosa sensazione di trovarsi nel museo di una rivoluzione perduta e di una generazione altrettanto perduta. E fuori dalla tenda c’erano giovani che indicavano la strada con una frase sarcastica: Hier geht alles nach rechts! Qui si va sempre a destra.
La gioventù tedesca si trova in una situazione tragica. Va in scuole dove sono inchiodate lavagne al posto delle finestre, scuole dove non c’è niente per potere leggere o scrivere. Questa gioventù diventerà la più ignorante del mondo, ha detto il giovane dottore di Essen. Nei cortili delle scuole si contempla un panorama formato da una massa enorme di rovine, che nel peggiore dei casi devono essere utilizzate come toilettes. Gli insegnanti fanno ogni giorno prediche sull’immoralità del mercato nero, ma quando i ragazzi tornano a casa da scuola sono obbligati dalla fame propria e da quella dei genitori a uscire per le strade e cercare qualcosa da mangiare. Ne esce un tremendo conflitto, la cui irresolubilità non contribuisce certo a colmare l’abisso tra le generazioni. […]
La Germania non ha solo una generazione perduta, ne ha diverse. Si può discutere su quale sia la più perduta, ma non su quale sia la più degna di compianto. I ventenni vanno a zonzo nelle stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza avere un treno o qualcos’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli, disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si vedono ragazzine brille che si attaccano al collo dei soldati alleati e se ne stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto, in compagnia di negri ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino, dice un famoso editore tedesco in un libro scritto su questi giovani e per questi giovani. Hanno conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto.
[…] L’intero popolo tedesco è malato, non solo i giovani: si è ammalato per l’inflazione, per il risarcimento dei danni di guerra, per la disoccupazione e per l’hitlerismo. È troppo per un popolo in soli venticinque anni. Noi giuristi non abbiamo ricette per la guarigione. Possiamo fare una cosa sola: cercare di applicare le attenuanti che la legge prevede, tentare di fare cadere le accuse più gravi. E siate pur convinti, signori, che noi facciamo il possibile, tutto il possibile per i giovani, ma siamo in primo luogo giuristi e secondo le condizioni della resa non possiamo rifiutarci di occuparci della denazificazione. […] E con questa intricata professione di scuse il vecchio avvocato smise di parlare. Avrebbe dovuto tenere un discorso introduttivo che, senza suscitare discussioni, lo conducesse fino a questo punto, ma non era stato capace di tenere testa all’accesa opposizione che si era abbattuta sul suo ragionamento ben costruito e l’aveva fatto a pezzi. Era affascinante osservare quell’uomo compito e raffinato che semplicemente non riusciva a opporre un normale dissenso democratico a quella gioventù esagitata. In realtà si riscontra spesso nelle generazioni più adulte un vero e proprio timore fisico dei giovani, e anche questo spiega perché gli anziani della politica trattino le nuove leve con tanta prudenza, come per mantenere una distanza di sicurezza».
1946 macht sich der junge schwedische Schriftsteller und Dichter Stig Dagerman in das vom Krieg zerstörte Deutschland auf. Seine Eindrücke und Erlebnisse hält er in Reportagen fest, die er später als "Deutscher Herbst" veröffentlicht.
Auf einer Reise durch das Deutschland der Nachkriegszeit dokumentierte der junge schwedische Schriftsteller Stig Dagerman den Alltag der Menschen in einem von Zerstörung, Hunger, Hass und Niedergeschlagenheit gezeichnetem Land. Der Dokumentarfilm "1946, Herbst in Deutschland" von Michael Gaumnitz stützt sich auf den so entstandenen Reportageband "Deutscher Herbst", den Stig Dagerman nach seiner Reise veröffentlicht hatte.
Historische Archivaufnahmen aus dem Jahr 1946 und elektronisch-grafisch bearbeitete Originalbilder zeigen die zerstörten deutschen Städte und das Elend hungernder Menschen in kalten Kellern. "Das geschieht ihnen recht!", kommentierten die Sieger. Stig Dagerman, der den Nationalsozialismus von der ersten Stunde an verurteilt hatte, sah die Dinge anders. Er prangerte die Politik der Alliierten an und verurteilte die Unmenschlichkeit unterschiedslos zugefügten Leides und die Heuchelei einer demokratischen Schocktherapie, bei der die größten nationalsozialistischen Verbrecher doch noch mit heiler Haut davonkamen.

Links:

Europa in Trümmern / Europa in Ruinen - bibliography


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