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28 febbraio 2017

Ombre e luci #4


Alcuni scatti della luminara, edizione 2014. Gioco di luci unico tra i lungarni e il cielo. Altro “sacro momento” per l’immaginazione.


«Eravamo nella misteriosa caligine,
quasi andassimo su una terra di nessuno,
ma come feluca di diamante, d’un tratto
la luna si erse sull’incontro-commiato…

E se quella notte tornerà a te,
nel tuo destino a me incomprensibile,
sappi: qualcuno ha sognato
quel sacro momento»

Anna Achmatova, Quella notte impazzimmo l’uno dell’altra



























25 marzo 2016

Umberto Saba - Trieste






Il grazioso librino a firma di Davide Rossi, direttore del Centro Studi Anna Seghers di Milano, è un tributo a una delle più importanti figure della poesia italiana, Umberto Saba, e alla sua Trieste, città natale cantata con sognante dimessa malinconia in un dialogo mai venuto meno, dove l’io lirico scaturisce dal luogo, ricreandone di volta in volta identità e contorni nel proprio spazio interiore. Come ebbe a dire in tarda età, attanagliato dall’amarezza del disincanto politico, in polemica col centrismo democristiano, sotto il cui ombrello prosperavano disinvoltamente non pochi fascisti che avevano fatto il buono e il cattivo tempo, «se la mia poesia è – come ogni poesia – un’interpretazione del mondo, questo mondo è veduto da Trieste, non da Cesena o da Predappio, o da Firenze. E nemmeno da Roma. È già “l’altro mondo”, quello che gli italiani non possono assimilare». Non si sentiva dunque capito, Saba, e legava questa incomprensione al naufragio rovinoso della complessità culturale cui apparteneva, in altre parole la vertigine della frontiera. Storia di una città multietnica per secoli sospesa tra mondo germanico e slavo, tra Italia e oriente, patria di aristocratici, mercanti, avventurieri, che difficilmente avrebbe saputo rassegnarsi alla perdita delle proprie vocazioni dopo il crollo degli imperi seguito alla prima guerra mondiale, con cui finì pure l’egemonia dell’Europa al di fuori del continente.
Nato nella città giuliana il 9 marzo 1883, all’epoca sotto gli Asburgo, Saba era figlio di un commerciante di origini veneziane, Ugo Poli, e dell’ebrea triestina Felicita Rachele Cohen. Abbandonato dal padre, che dopo le nozze riparatrici e la frettolosa conversione alla religione israelitica non volle comunque vederlo nascere, facendo perdere ogni traccia di sé, il piccolo Umberto venne alla luce in una situazione familiare non certo bella. La madre, caduta in depressione, lo affidò a una balia slovena, tale Peppa Sabaz, nome leggendario degno di una fiaba, cui più tardi il giovane legò il suo esordio letterario. La donna lo crebbe con straordinario affetto, finché la madre si decise a riprenderlo con sé, attirandolo nell’orbita delle due sorelle, quelle zie la cui letterarietà non è inferiore alla buona nutrice. Le tre donne praticavano con profitto un commercio di mobili, che più tardi permise a Saba di vivere piuttosto agiatamente in Toscana, prima nei mesi trascorsi all’università di Pisa e quindi a Firenze, tra gli amici che animavano «La Voce», la rivista che fece conoscere il poeta in Italia. 
Questo prima della Grande Guerra, quando la corona austriaca valeva al cambio tre lire e Trieste prosperava sulla propria centralità di porto imperiale. Fino al 1914 il panorama editoriale della città vantava otto quotidiani in quattro lingue (italiano, tedesco, sloveno, croato). A distanza di quasi cento anni dagli eventi, in un volume storico stampato da «Il Piccolo», di cui mi ha fatto graditissimo dono il mio amico triestino Nereo Polo, la primavera del 1914 è efficacemente descritta come «uno dei momenti di incoscienza collettiva più incredibili della storia». Ai primi di marzo Francesco Ferdinando e la consorte si recarono al castello di Miramare. A quanto pare le loro fughe da Vienna verso il sud erano piuttosto frequenti, a causa delle continue umiliazioni ricevute a corte dall’arciduchessa. In aprile vennero raggiunti da Guglielmo II. Una foto d’epoca ritrae la scialuppa reale mentre sta attraccando ai piedi del castello, il re prussiano seduto al centro, in attesa che la manovra sia completata. Sebbene si tratti di uno scatto in bianco e nero, doveva essere una bella giornata di sole. E col bel tempo a Miramare ci si può sentire a un passo dal paradiso. Sembravano tutti tranquilli in quest’ultima primavera senza guerra.
I triestini, insieme ai trentini, furono i primi a essere mobilitati. I reparti, al cui interno vi erano pure italiani irredentisti, vennero schierati sul fronte orientale. Per molti di questi soldati si trattò di un conflitto nel conflitto. Gli austriaci, spiazzati dall’intervento della Russia a sostegno dei serbi, si trovarono sguarniti proprio in quelle remote zone di confine – Polonia, Galizia, Ucraina – dove le inefficienti ferrovie imperial-regie faticarono per settimane a trasferire i propri soldati. In Galizia i russi si fecero trovare pronti assai prima degli uomini appartenenti alla Triplice Alleanza. Tra il 6 e l’8 settembre del ‘14 le truppe zariste sfondarono le linee nemiche conquistando Leopoli e arrivando quasi a Cracovia. Una scena descritta molto bene nelle sue memorie dall’amico di Joseph Roth, Soma Morgenstern, che racconta di una fuga rocambolesca da casa, insieme ai suoi familiari, lasciando la tavola apparecchiata per il pranzo. Proprio davanti a Leopoli operava il 97° reggimento, con sede a Trieste, che subì il settantacinque per cento delle perdite, tra morti e prigionieri. A tale proposito vale la pena ricordare la testimonianza di Mario Rigoni Stern: «Coloro che non caddero finirono prigionieri dei russi, e un cupo silenzio e un’ansia di notizie scesero sulle province italiane di governo asburgico».
Per Saba la guerra ebbe il volto di molti mestieri che fortunatamente lo tennero al riparo dalle zone più disastrate del fronte. Munito di passaporto italiano, unica eredità di quel padre sconosciuto, gli venne risparmiata la militanza presso gli Asburgo. Nel lungo periodo delle ostilità fu militare in caserma, dattilografo, collaudatore, traduttore dal tedesco per i prigionieri austriaci.
Davide Rossi è molto abile a farci entrare con brevi cenni nella stratificata vicenda storico politica di Trieste che accompagna per intero l’avventura umana e letteraria di Saba. La fine della potenza asburgica, coincise con l’inizio di ristrettezze. Assottigliati se non azzerati i risparmi di famiglia, a causa del nuovo cambio sfavorevole fissato dal governo italiano, il cognato dette al poeta una mano assumendolo nella sala cinematografica che dirigeva in Via XX Settembre. Un episodio degno del miglior Wim Wenders, quello di Im Lauf der Zeit per intendersi. Poi, finalmente, l’occasione benedetta di rilevare la libreria antiquaria Mayländer di Via San Nicolò, che da lì in avanti, pur tra le interruzioni dovute alle leggi razziali e della seconda guerra mondiale, fu il rifugio sicuro in cui attingere al suo testamento spirituale, il Canzoniere
Con l’armistizio del ’43 Mussolini cedette la città al Reich che ne fece una provincia tedesca ribattezzata Adriatische Kustenland, e il poeta attese l’arrivo degli alleati a Firenze, grazie all’ospitalità di Eugenio Montale, Ottavio Cecchi e Carlo Levi, per poi trasferirsi a Roma, prima del definitivo rientro a Trieste. La liberazione gli portò in regalo il Premio Viareggio, vinto col suo Canzoniere nel ’46, stampato da Einaudi l’anno prima. Autobiografia in versi ispirata all’ermetismo di stampo montaliano, opera sui generis senza eguali nella lirica italiana novecentesca, se non qualche consonanza con la ricerca di Alfonso Gatto.   
Il decennio di controllo statunitense sulla città, formalmente libera, fu vissuto da Saba con non poche preoccupazioni. Temeva una nuova escalation del conflitto che avrebbe gettato Trieste nella nuova stessa situazione della Palestina. La storia pur tra alti e bassi ha seguito però un corso diverso, restituendole, se non il passato prestigio, almeno una certa prosperità negli scambi e nelle attività commerciali, grazie alla posizione di cerniera tra est e ovest. In modo scherzoso ma estremamente icastico «a Trieste si usa dire che l’est inizia al caffè Fabris all’angolo tra piazza Dalmazia e via Romagna e finisce a Vladivostok». 
Oggi le cose sono di nuovo cambiate. La crisi picchia duro e il triestino, mite e riservato per natura, non può fare a meno di lamentarsi di una città che vede in affanno, in parte svenduta in parte svuotata. Eppure il luogo ha in sé tantissime risorse, energie e un fascino invidiabile che il tempo non scalfisce. Io mi sento di consigliare questa lettura a tutti coloro che desiderano capire qualcosa in più della poesia di Saba e necessariamente del carattere di Trieste. Da queste pagine si entra in punta di piedi in un regno meraviglioso che in maniera sintetica ma non incompleta riusciamo a contemplare nella sua interezza. Un bagaglio leggero e prezioso con cui avviarci alla conoscenza di un luogo che ha di sicuro ancora moltissimo da esprimere e che non mancherà di ammaliare altri artisti nelle future generazioni. 

(Di Claudia Ciardi)


Umberto Saba,
Trieste,
a cura di Davide Rossi,
Mimesis edizioni, 2013


******

Trieste

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,                                              
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Da “Trieste e una donna”, 1910-12


Il garzone con la carriola 

È bene ritrovare in noi gli amori
perduti, conciliare in noi l’offesa;
ma se la vita all'interno ti pesa
tu la porti al di fuori.

Spalanchi le finestre o scendi tu
tra la folla: vedrai che basta poco
a rallegrarti: un animale, un gioco
o, vestito di blu,

un garzone con una carriola,
che a gran voce si tien la strada aperta,
e se appena in discesa trova un’erta
non corre più, ma vola.

La gente che per via a quell’ora è tanta
non tace, dopo che indietro si tira.
Egli più grande fa il fracasso e l'ira,
più si dimena e canta.

Da “La serena disperazione”, 1915


La mia infanzia fu povera e beata 

La mia infanzia fu povera e beata
di pochi amici, di qualche animale;
con una zia benefica ed amata
come la madre, e in cielo iddio immortale. 

All’angelo custode era lasciata
sgombra, la notte, metà del guanciale;
ma più cara la sua forma ho sognata
dopo la prima dolcezza carnale.

Di risa irrefrenabili i compagni,
e a me di strano fervore argomento,
quando alla scuola i versi recitavo;

tra fischi, cori, animaleschi lagni,
ancor mi vedo in quella bolgia, e sento
solo un’intima voce dirmi bravo.

Dalla raccolta “Autobiografia”, 1924


Inverno 

È notte, inverno rovinoso. 
Un poco sollevi le tendine, e guardi. 
Vibrano i tuoi capelli, selvaggi, 
la gioia ti dilata improvvisa l’occhio nero; 
che quello che hai veduto 
– era un’immagine della fine del mondo –  
ti conforta l'intimo cuore, lo fa caldo e pago. 
Un uomo si avventura per un lago 
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

Da “Parole”, 1934


Neve

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati.....

Da “Parole”, 1934


Il golfo di Trieste da Barcola prima del temporale

Bibliography:

Gli spari di Sarajevo. L’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando mise in moto un processo atteso da tempo dagli apparati affaristici e militari. 
In «Il Piccolo», pp. 30-31
130 anni. La nostra storia, la vostra storia dal 1881 a oggi. A cura di Fabio Amodeo, febbraio 2012

Gli italiani dell’imperatore di Alessandro Marzo Magno su «Focus» n. 97, novembre 2014, pp. 46-51. 

  
 Related links:

Sul tram per Opicina

(Foto di Claudia Ciardi ©) 



28 giugno 2014

Ritratto di guerra


Gino Filippi, disperso nella Grande Guerra 

Con non poca emozione scelgo di pubblicare oggi, nella ricorrenza dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico – evento che ha gettato l’Europa nel marasma del primo conflitto mondiale – il ritratto di Gino Filippi, zio di mia nonna paterna disperso nella Grande Guerra. 
Si tratta di un grande ritratto in seppia, le cui dimensioni qui sono state notevolmente ridotte per consentirne una più agevole riproduzione, davanti al quale mi era capitato di scambiare diverse riflessioni qualche anno fa insieme alla nonna, prima che morisse nel 2009. Questo ragazzo affascinante e generoso era infatti il fratello di sua madre Elba Filippi, nata a Marciana Marina, comune elbano con cui la famiglia, pur dopo il precoce trasferimento a Pisa, ha mantenuto un legame duraturo. Serbo ancora le cartoline della donna scritte nel corso delle sue trasferte con inchiostro rapido e leggero, messaggi quasi scaraventati sulla terraferma, che a mio parere tradiscono non poco del distaccato orgoglio di chi vanta l’abbraccio assoluto del mare nei propri natali.     
Mia nonna ha sempre chiamato affettuosamente Gino “lo zio”. Dalla parola traspariva una fede confidenziale che si esprime nella devozione per gli antenati, pur non avendolo lei mai conosciuto. Gino, infatti, fu reclutato come mitragliere e partì per il fronte nel ’18: apparteneva al 42° fanteria (il numero del reggimento di appartenenza lo si può leggere sul cappello) ed era un ragazzo del ’99. Talvolta questi soldati mi hanno accompagnata nelle mattine in cui a piedi raggiungevo il liceo: sopravvissuti alla guerra, gli ultimi sono morti quasi centenni. Così in un manifesto capitava di leggere, tra parentesi sotto il nome, “ragazzo del ’99”. Allora un misto di vaghi ricordi scolastici e familiari risaliva in me, lasciandomi nient’altro che un’idea piuttosto confusa di eventi percepiti ormai come lontanissimi, ma dai quali si levava uno strano rumore di fondo, la persistente ossessione della memoria storica che in qualche modo reclamava un suo spazio.     
Sono sicura che la nonna sarebbe stata felice della mia decisione di condividere il ritratto dello zio con il progetto di digitalizzazione promosso da Europeana. Questa operazione, alla quale pensavo già da tempo, è potuta andare in porto un paio di mesi fa, grazie al Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi a Pisa (luogo anche questo di memorie familiari, avendo mio padre trascorso l’infanzia in una delle case storiche del vicino vicolo Lanfranchi). Il laboratorio e l’ottimo personale che vi ha operato in rappresentanza di Europeana, mostrando peraltro la massima attenzione verso materiali e ricordi a questi legati, mi hanno permesso di salvare e donare un pezzo importante della mia storia familiare.
Desidero infine soffermarmi sulla realizzazione del ritratto, un dettaglio di non poco conto che ho avuto modo di notare solo recentemente. Per motivi che qui sarebbe noioso elencare, un paio di anni fa o forse tre, ho avuto necessità di studiare alcune testimonianze relative alle conseguenze fisiche e psicologiche sulla popolazione del bombardamento di Pisa del 31 agosto ’43. Oltre ad alcuni interessantissimi dossier che raccolgono le voci dei sopravvissuti, mi venne proposto di dare un’occhiata all’archivio fotografico Cerri-Cenni. Questo fondo, custodito presso la Biblioteca Comunale di Pisa e che si può consultare solo in sede, dietro un permesso richiesto alla sezione locale – almeno questa era la procedura quando me ne occupai – sposta le lancette dell’orologio sulla città devastata. Si tratta infatti di prese realizzate nei mesi successivi alla catastrofe – ricordiamo che nella drammatica circostanza si incendiò il tetto del Camposanto monumentale, con danni irreparabili all’interno del monumento e la perdita quasi totale degli affreschi di Buffalmacco, opere d’arte assolute, tra le più grandi di tutti i tempi nella storia della nostra pittura. Perché questa apparente divagazione? In quell’occasione mi è rimasto impresso il nome dello studio fotografico pisano Cerri, che per quasi mezzo secolo ha operato in città, legando tante memorie individuali ai drammi della guerra. 
Ebbene se si guarda in fondo a destra nel ritratto di Gino, si legge distintamente il nome del fotografo G. Cerri, cui faceva capo l’importante atelier. La famiglia dunque volle che il proprio ragazzo, estremamente demoralizzato dalla chiamata alle armi, questo il racconto che mi è stato trasmesso sui concitati momenti della partenza per il fronte, venisse celebrato attraverso una fotografia il meno stereotipata possibile. Il ritratto di guerra ossia la foto del soldato spedita a casa dal fronte si inaugurò a Sedan, da lì in poi affermandosi come vero e proprio fenomeno di costume. In questo caso, scegliendo uno studio privato si volle cercare forse di scacciare il pensiero della guerra, di strappare questo bel ragazzo in uniforme a una dimensione che gli imponeva il sacrificio della sua giovinezza e, come purtroppo è accaduto, della vita, anche magari a livello inconscio col proposito di ricordarcelo tutti così, in uno sforzo di normalità, nell’ultimo istante domestico che gli rimaneva tra i suoi e la sua città, prima di andarsene.  

(Di Claudia Ciardi)


Da Poesie disperse
di Giuseppe Ungaretti

Bisbigli di singhiozzi
Sagrado il 27 novembre 1916

Mi tornano
transitando
per i canneti titubanti
lungo la strada
scorticata
sul dorso della solitudine
le parole
delle anime perse

e finiscono di smorzarsi
in quelle ondate
di masso
alleggerito dal buio
che accovacciato
all’orlo del cielo
viscido
come una maiolica
incide
una bocca affilata
di baratro.


Poesia
Sagrado il 28 novembre 1916

I giorni e le notti
suonano
in questi miei nervi
di arpa

vivo di questa gioia
malata di universo
e soffro
di non saperla
accendere
nelle mie parole.


Tepida vaga mattina
Bulciano il 22 agosto 1917


Abbarbagliati
risvegli
sfiorenti
in vetrato
cupolio


Alba
Versa il 15 febbraio 1917

Zampilli
di matasse radiose
spioventi
in masse sinuose
di perle


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In questo blog:

Naufragio di guerra #0

Naufragio di guerra #1

La grande illusione

Related links:

All our yesterdays. Le rassegne di Europeana. Da Palazzo Lanfranchi a tutte le altre iniziative.

Europeana.eu

Digital meets Culture. Il lavoro svolto da Promoter

28 aprile 2014

Strade


Foto di Claudia Ciardi ©

Un tempo le strade erano buone amiche e riuscivano pure a dispensare qualche gioia. Ai primi caldi si camminava volentieri tra i vicoli, sotto i muri che con naturalezza sfoggiavano il belletto degli anni. In quel groviglio di crepe e mattoni, da dove l’intonaco era spontaneamente saltato giù, ci si sentiva ospiti desiderati; uno sconforto, una confessione, un amore avrebbero trovato lì un solerte spirito della pietra, disposto quanto mai all’ascolto. Ogni davanzale, ogni scalino, la più insignificante breccia schiusa su una parete, perfino le tristi bocche di lupo, dietro i cui spazi ciechi si smarriva il selciato, accoglievano il cuore del passante e lo stringevano a sé con indulgenza.
Gli scantinati in cui guardavo erano parte dei regni della mia infanzia. Mi donavano le mie prime vertigini, e quando mi lasciavano, non raramente avevo nostalgia di provarle ancora. Capitava così un’altra passeggiata nella via meravigliosa, io stringevo leggermente il corpo a quello di mia madre e facevo domande incomprensibili sulle aperture che bucavano la strada, come altrettanti sentieri che si sarebbero potuti esplorare; l’eco di questa curiosità dura ancora dentro di me.
E mi ricordo anche certe bottegucce di artigiani che lavoravano vicino al fiume, silenziosi occupanti di fondi ai piedi dei palazzi storici, risparmiati alla fredda imponenza dei piani superiori. C’era un orologiaio col pizzetto caprino, una banderuola arruffata sulla scheggia del mento, la pelle scura e rugosa e una lente cerchiata di nero perennemente attaccata all’occhio. Quando arrivava qualcuno le sue mani subito si slanciavano verso il sacchetto che il cliente aveva con sé, mani piccole, bianche e scattanti che con soccorrevole determinazione estraevano l’oggetto bisognoso di cure. Si avvicinava il bottone metallico all’orecchio, dopo averlo ritualmente scosso tra due dita, e per un attimo restava in ascolto, come il medico ascolta il cuore di un paziente. Se il caso era ritenuto grave, allora si poteva vedere un fremito attraversare il corpo dell’anziano, poco prima di emettere la diagnosi. Se invece era di immediata soluzione, armeggiava per qualche momento con pinzette, forcine, soluzioni lubrificanti, spennellava, lucidava, caricava finché la cassa ticchettante faceva ritorno spensierata nella sua custodia. Ogni tanto in vetrina comparivano delle pendole e tutto il vano era improvvisamente soggiogato dal sinistro beccheggiare di quelle arche resuscitate.  
Poco più avanti, il negozio di vernici teneva a bella mostra il catalogo sopra il bancone, la proprietaria lo sfogliava con professionale lentezza, facendone schioccare le pagine, mentre io m’incantavo a ogni rettangolo di colore che per qualche attimo fluttuava nell’aria. Sui barattoli era disegnato un cigno, la mia fantasia lo trasportava in placidi laghetti e giardini proibiti, ma non so perché mi faceva anche ricordare di un povero pavone con la coda spelacchiata, un animale che sotto il peso dei suoi incalcolabili anni si trascinava in un cortile a pochi metri dall’idillio fatato.
Amavo gli angusti quadrati offerti dall’incontro dei vicoli, amavo le storie che vi si raccoglievano come pellegrini intorno a un altare, aspettavo con avidità di sentire il rumore dei portoni spinti sui cardini, per inventare le mie storie. In città questi spazi li chiamano chiostre, ma gli adorati popolani che m’insegnarono la parola adesso non ci sono più; dalla mia infanzia queste sillabe mi si sono strette al collo come il più caro degli abbracci, e se ora mi visitasse una delle voci da cui ascoltavo quella lingua per me straordinaria la riconoscerei senza indugio fra centinaia. Negli angoli delle strade si aprivano antri, dove prendevano campo suppellettili, arnesi, imballaggi, stoffe, mondi prodigiosi legati alle improbabili esistenze che li possedevano. E quando da Battellino si tostava il caffè, l’aroma si spandeva in tutti i vicoli, restandoci per una buona mezz’ora; dalle mie finestre allora vedevo carovane e attendamenti e carichi di spezie, e la bottega diveniva un favoloso suq in mezzo alla città.
Ma più di chiunque altro, inconfessabilmente, tutti aspettavamo una donna vestita di lana nera, il corpo appesantito, le mani tozze, mani da lavorante; così conciata, nella lunga gonna, coi capelli mossi e corvini in dispetto all’età, avrebbe anche potuto essere una zingara o un’indovina. A ogni autunno la caldarrostaia piazzava il robusto paiolo sotto i loggiati, attizzava la brace e girava, girava, incrociando in quel gesto lo sguardo dei passanti che cuoceva là dentro come una luna di pasta messa a lievitare. Anno dopo anno a me sembrava che la vecchia mestasse insieme ai suoi frutti meravigliosi anche un po’ della mia vita, qualcosa di me scivolava via, si ribellava e subito svaniva, al pari delle braci sollevate in aria dai capricci del vento.    
Le strade ora indossano panni diversi ma in realtà sono irrimediabilmente invecchiate. Se torno a visitarle quasi non le riconosco. Qui, come altrove, hanno lavorato di compasso e squadra, tagli e rifiniture che raggelano, il dialetto non suona più come una volta nelle bocche dei nuovi bottegai, pochi, ordinati abitatori di locali alla moda. Anche i vicoli sono vuoti. Appartengo all’ultima generazione di ragazzi che ha saputo giocare, ridere a crepapelle, battersi, correre tra queste pietre, quando ancora se ne stavano al loro posto rotte e magnifiche. Il nostro nascondino copriva tutto il quartiere, il fiato ci mancava, sudavamo, urlavamo, cantavamo sguaiati e di tanto in tanto una mamma avanzava a grandi falcate per riprendersi il figlio, e ci gridava l’irripetibile perché lo avevamo portato sulla cattiva strada. Tutti prima o poi abbiamo rimediato una brutta caduta, ma ci si rialzava sempre fieri e più alti di qualche spanna. E quel senso di assoluta paura e appagamento quando strisciavo a terra per intrufolarmi in un magazzino abbandonato, mi è stato fedele compagno in anni assai più seri e atrocemente uguali. Dopo metri e metri fatti gattonando al buio, col terrore di essere scoperti, sbucavamo nel cortile di un palazzo, allora le nostre mani sporche e doloranti si cercavano, tremavamo frastornati, ubriachi per l’impresa e restavamo così, in silenzio, a cavalcioni di un tempo eterno.

 (Di Claudia Ciardi)



      Genova – Carruggio con vetrata, traversa di Canneto il Curto (zona S. Lorenzo) - Foto di Claudia Ciardi ©

10 gennaio 2014

Naufragio di guerra #0



In vista delle commemorazioni della prima guerra mondiale, scoppiata il 28 luglio 1914 e di cui quest’anno ricorre il centenario, vorrei accompagnare i lettori sui sentieri della memoria attraverso la voce del poeta Giuseppe Ungaretti, che conobbe l’esperienza atroce e logorante della trincea.
Nel corso di tutto il 2014 e fino al maggio del 2015 proporrò periodicamente alcuni suoi versi tratti da L’allegria, testamento poetico del fronte, diario di un naufrago sopravvissuto all’orrore. Accenneremo brevemente ai luoghi da cui Ungaretti ha scritto, collocandoli nella loro dimensione storica e geografica di avamposti di guerra.
Maggior rilievo sarà dato al ciclo di poesie che compone la sezione Porto sepolto, pubblicata in volume nel ’16,  dove più densa è l’evocazione degli episodi vissuti in prima linea a partire dal 1915. Ma non trascurerò neppure le altre liriche della raccolta, perché in questo straordinario journal dove l’uomo analizza se stesso nel tentativo di recuperare i frammenti della propria esistenza, dappertutto si riflette il sentimento di un animo diviso tra la gioia per la vita salvata e lo sconcerto per la catastrofe che si è portata via i compagni.

Pubblicata una prima volta nel 1919 con il titolo Allegria di naufragi, la storia editoriale di questo volume è lunga e complessa. Nel ’23 esce un’edizione rivista e intitolata semplicemente L’allegria. Da questo momento in poi i testi verranno più volte rimaneggiati, fino ad approdare alla versione definitiva del 1969, anno precedente alla morte del poeta.

La raccolta si apre con un gruppo di poesie riunite sotto il titolo Ultime (Milano 1914-’15) ed è chiusa dalla sezione intitolata Prime (Parigi-Milano 1919), quasi che Ungaretti non abbia potuto fare a meno di intessere un racconto à rebours, avendo la guerra innescato il desiderio di percorrere all’inverso i fiumi della vita. Giunti allo spaesamento della foce, nella lotta contro corrente per sfuggire alla furia della distruzione, il poeta prova conforto al pensiero della sorgente. A giungervi sarà un uomo cambiato che solo aggrappandosi al filo dei ricordi, tenendo fermo lo sguardo al grembo delle proprie origini, è riuscito a salvare se stesso. Niente potrà più essere uguale, la frattura continuerà a scuotere la vita del reduce, insinuandosi nella sue memorie del prima e del dopo. Le poesie di Prime sono le poesie dell’azzeramento, i versi del ritorno alle cose che tuttavia parlano con voci “frante”, tra le quali l’uomo sbatte disorientato, cieco mendicante respinto dal mondo. Il naufragio è compiuto. Il vivo che per un attimo ha fissato l’abisso torna alla superficie coperto di un “arido manto” su cui i ricordi galleggiano solitari e smorzati ma capaci ancora di sprigionare intatto l’inquietante bagliore del dramma che li ha attraversati.

L’Italia entrò in guerra il 23 maggio 1915 dopo serrate trattative condotte dall’allora ministro degli esteri Sidney Sonnino (Pisa, 1847 – Roma, 1922), in forze nel governo Salandra. Stipulato il Patto di Londra, trattato in base al quale il paese avrebbe ricevuto vari compensi territoriali, soprattutto a spese dell’Austria, l’Italia si impegnò a scendere in campo contro gli imperi centrali. 

Sonnino fu politico relativamente corretto a fronte della situazioni che venne chiamato a gestire. 
Conseguita la laurea in giurisprudenza (1865), decise di intraprendere la carriera diplomatica (1867-’73). Viaggiatore e cosmopolita, fu tra i primi a occuparsi con maggiore incisività della ‘questione meridionale’. Portò a termine, insieme a Leopoldo Franchetti, un’inchiesta (1876-’77) in cui venivano evidenziati gli aspetti negativi del latifondo e si criticava l’assenteismo dei proprietari terrieri del Mezzogiorno. In conseguenza dello scandalo della Banca di Roma, nelle vesti di ministro delle Finanze e del Tesoro (1893-’94) intervenne per arginare la crisi economico-finanziaria del paese e risanare il bilancio dello Stato.

Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia – mentre la commissione istituita nel ’18 lo aveva indicato come il principale artefice della disfatta – e Badoglio ricevette la nomina di capo di Stato Maggiore, nonostante venisse additato come il responsabile dello sfondamento del fronte a Tolmino, e a suo carico fosse stata depositata una relazione di tredici pagine misteriosamente sparita (forse su indicazione del generale Diaz, forse per l’intervento diretto dell’allora capo del governo Vittorio Emanuele Orlando).
Per gli italiani dunque non si trattò affatto di una partecipazione indolore e quella di Vittorio Veneto si offrì fin da subito come una vittoria vistosamente zoppicante.
Sonnino partecipò alla Conferenza di pace di Parigi (18 gennaio 1919) insieme al primo ministro Orlando. La delegazione entrò subito in forte contrasto con il presidente americano Thomas Woodrow Wilson che impugnò il Trattato di Londra, contestando alcune delle promesse fatte all’Italia. Fu la fine della carriera di Sonnino. Provato e amareggiato per la mancanza di riconoscimento riservata all’enorme sforzo bellico messo in campo dal paese, si oppose nello stesso anno all’introduzione del sistema elettorale proporzionale e, con la caduta del governo Orlando (giugno del ’19), non si ripresentò alle elezioni. Nonostante nel 1920 fosse stato nominato senatore, preferì ritirarsi definitivamente a vita privata, dedicandosi alla passione di sempre: gli studi danteschi.

A proposito della prima guerra mondiale come conflitto diverso da tutti i precedenti, scrive Roberto Bianchi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze:
«La guerra esplosa tra gli Stati europei diventò un conflitto globale e totale, combattuto con forme e obiettivi fino ad allora considerati tipici delle guerre civili e coloniali. Nata con le regole della diplomazia dell’Ottocento, la prima guerra mondiale divenne rapidamente qualcosa di nuovo e di inedito, volto a mobilitare l’intero corpo sociale e ad annientare definitivamente il nemico, privato di ogni legittimazione morale».

Tra gli enormi e irreversibili cambiamenti che la Grande Guerra innescò, quello forse di maggior portata per le future sorti del vecchio continente fu la fine dell’egemonia europea su scala mondiale. 
Da ‘ombelico del mondo’, nel trentennio a venire l’Europa sancì definitivamente la propria posizione di frontiera, spaccata in due dalla “cortina di ferro”, schiacciata tra i due imperi, americano e sovietico.

(Di Claudia Ciardi)


Giuseppe Ungaretti legge I fiumi
Eterno

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

(Da Ultime)


Nasce forse 

C’è la nebbia che ci cancella

nasce forse un fiume quassù

ascolto il canto delle sirene
del lago dov’era la città

(Da Ultime)


Ritorno

Trinano le cose un’estesa monotonia di assenze

ora è un pallido involucro

l’azzurro scuro delle profondità si è franto

ora è un arido manto

 (Da Prime)


Ironia 

Odo la primavera nei rami neri indolenziti. Si può
seguire solo a quest’ora, passando tra le case soli
con i propri pensieri.
È l’ora delle finestre chiuse, ma
questa tristezza di ritorni m’ha tolto il sonno.
Un velo di verde intenerirà domattina da questi alberi,
poco fa quando è sopraggiunta la notte, ancora secchi.
Iddio non si dà pace.
Solo a quest’ora è dato, a qualche raro sognatore,
il martirio di seguirne l’opera.
Stanotte, benché sia d’aprile, nevica sulla città.
Nessuna violenza supera quella che ha aspetti silenziosi
e freddi.

(Da Prime)


Segnalazioni:

La Grande Guerra, 1914-1918 su «Focus Storia Collection», Inverno 2013
In questo blog:
Un contributo in vista del centenario della Grande Guerra.
Eine Fliege stirbt: Weltkrieg – Una mosca muore: guerra mondiale

Il blog «C’è vita su Marte» ha recensito Robert Musil, Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt, Via del Vento edizioni (novembre 2012)


«Corriere della Sera», Joseph Roth, L'incantatore/ Der Zauberer, Via del Vento edizioni, 9 gennaio 2014

Links:


Albo dei caduti della Grande Guerra

Arte nella Grande Guerra

Europeana- Remembering the First World War

Foto della Grande Guerra su Xaaraan il blog di Antonella Beccaria

Giornali di trincea (a cura di Francesco Maggi)

La Grande Guerra sul Carso e sul fronte dell'Isonzo

Museo storico della Grande Guerra (Rovereto)

Sito di approfondimento storico e materiale didattico

Società storica per la Guerra bianca (presidente Marco Balbi)

Verso l'anniversario (Trento, marzo 2013)


Pier Paolo Pasolini intervista Giuseppe Ungaretti

13 aprile 2013

Il cielo sopra Pistoia


Il cielo sopra PistoiaDer Himmel über Pistoia

Pistoia in parole. Passeggiate con gli scrittori in città e dintorni
Collana “Città firmate” a cura di Alba Andreini
introduzione Roberto Carifi,
edizioni ETS, Pisa, 2012
Euro 24,00
Scheda/ card


«Ma al cuore della città mi riporta il Globo, suo centro. Il Globo, oltre che un bar, è il centro della città. Da lì si partiva per le nostre imprese, mare e monti, e nelle nostre imprese qualcuno finiva con l’innamorarsi. Pistoia è una città perlopiù di strade strette, una città rocciosa, come affermava Bigongiari, a ridosso – appunto – delle montagne, e quando c’è il sole s’illumina tutta e il cielo terso pare dipinto in un acquerello».

[…]

«Pistoia è da benedire perché benedico tutto, e la città che mi ha dato i natali va benedetta in particolare perché mi dà modo di vivere la vita. Ciascuno dovrebbe fare così, dovrebbe cantare la città qualunque sia la vita che gli è riservata. Ognuno è promesso alla morte, ma prima viene la vita e la nascita. Per questo le città vanno benedette, anche Pistoia che ogni tanto si incupisce, si chiude in se stessa per poi fiorire di nuovo. Perché Pistoia diventa grigia, specialmente in inverno, si inasprisce e lungo i muri perde ogni colore, diventa quasi nera come un quadro di Schiele. Poi, all’improvviso, si colora come d’autunno, con quelle foglie rossastre, e allora la devi benedire».

[…]

«…godo nel vedere i colori della vita, che poi sono i colori della mia città, i cieli color cobalto, i monumenti anneriti, le stradine che sono belle d’estate e d’inverno».

Roberto Carifi, Luoghi e figure dell’anima

***

«Le parole della poesia sono come le pietre incastonate tra un portone e l’altro di via del Vento, nel freddo della perenne lotta con le origini, con il tempo, e sono le parole che restano sempre vive, a volte stanche, a volte vecchissime ma vive come lo sono le cose che esse nominano. Parole che danno la vita anche se parlano della morte, perché vita e morte hanno qualcosa di sacro quando entrano nelle parole, quando appartengono alla poesia. Bigongiari era come queste pietre incastonate, anche lui era in cerca delle origini, ma lo era perché sapeva che nominare era un po’ come creare, come dare vita alle cose, a tutte le cose, quelle vive e quelle morte».

Da Favola e altre poesie, Via del Vento edizioni, 2007
Postfazione
di Roberto Carifi


To the catalogue: Piero Bigongiari,  Favola - Via del Vento edizioni 

Piero Bigongiari

L’epigrafe scelta per guidare il lettore è più che programmatica: «La memoria non è mai futile» (Gianfranco Contini). A questa “passeggiata pistoiese” non poteva che introdurci Roberto Carifi, il quale nelle prime righe del suo intervento richiama la figura del maestro, il poeta Piero Bigongiari, voce altissima, protagonista di un’infanzia ‘epica’ a Pistoia, nume tutelare delle «pietre incastonate tra i portoni» nelle vie della città, cantore della piazza d’Armi, mondo fatato di popolani girovaghi racchiuso nel carro del circo Gleigh. 
Cosa sia per me questa città profumata di castagni, col sole che investe le sue case, le lunghe ombre bagnate in un’ocra arrossata, riverbero dei monti, cosa siano i suoi tetti, i vecchi comignoli somiglianti a sentinelle barbute, gli sguardi antichi e assorti delle Madonne votive agli angoli delle strade, e le notti, le notti specialmente piovigginose e solitarie, che s’insinuano scalze nei vicoli deserti. La Fortezza sollevata in trionfo dall’estate, coi suoi alberi che sfumano nella caligine, liquidi e sacri, come in un quadro di Corot; le stradine attorno a S. Paolo e al Viale Arcadia che non amano la curiosità del visitatore e solo timidamente incrociano la storia. Cosa sia la chiesa di S. Pier Maggiore, morbida e sognante come un tempio nepalese, e tutta la via S. Pietro, chinata come un dio a ricevere la luce più bella di Pistoia, e i monti, tutti i suoi monti azzurri e selvatici che le baciano i fianchi, schiariscono l’aria e la raggelano come acqua in una fonte.
Non so né oserei dirlo, so soltanto che questa città mi abita come un ricordo che trascende il tempo, riavvicinandomi ai primi alfabeti dell’infanzia, e nei suoi vicoli ritrovo certe creature che forse già mi sono appartenute altrove ma forse qui più autentiche e vive. Per questo, sì, anch’io benedico Pistoia e le voci che me l’hanno fatta amare.
(di Claudia Ciardi)


Gianna Manzini – Cielo di Pistoia

«Una volta arrivò un equilibrista famoso. Teso un filo fra i tetti di due palazzi in una piazza, offrì, di notte, uno spettacolo raro: con una lentezza tragica, passava sospeso nel cielo: e fu lunghissima quella traversata contenuta nella stessa pausa di respiro in tutti gli spettatori.
Il viso della mia città si svelò in quel silenzio trepidante.
L’aria cresputa dell’Appennino e il verde imminente la rendono ilare e ansiosa. Se s’alza una bandiera su una torre o un coro di voci in una strada, essa con tutte le sue chiese i suoi palazzi la sua storia si solleva, come certe donne innamorate quando sospirano. Ma guai se una cortina di pioggia la separa dai monti che la esaltano: allora tocca terra davvero; si sconforta, si schiaccia; e vive giorni e giorni di penitenza.
Palazzi quasi tutti a due o tre piani: eppure sembran alti: oltre che per la nobiltà che li rende incuranti del traffico cotidiano, per le finestre che bramano i monti: e dove un vicolo costringerebbe le case a un cupo visavì, i terrazzi allacciano ponti fra una facciata e l’altra, inventano passaggi confidenziali da salotto a salotto, rallegrati dal tenero lasciarsi andare dei tralci di geranio: per cui è facile dimenticarsi della vita incassata, rigagnolo d’ombra, e vivere a mezz’aria, dove si allargano le voci dei venditori ambulanti».



To the catalogue: Gianna Manzini, Cielo di Pistoia - Via del Vento edizioni

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