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15 ottobre 2015

Guglielmo II e la tenzone dei coboldi


Copertina di una rivista di trincea - prima guerra mondiale

Queste righe potrebbero anche intitolarsi pedinamento. Ma andiamo per gradi. Vi sono diversi modi di essere lettori, così come per esprimere a qualcuno la nostra stima si possono imboccare vie differenti. Barbe didascaliche, spropositi accademici, pedanterie di ogni taglia non giovano alla comunicazione. Lo scrittore che se ne ammanta, invita il lettore a uno scimiottamento altrettanto patetico e immancabilmente lo distoglie dall’oggetto della propria riflessione. Sentire e sapere divergono come due mete opposte, perché chi scrive tende con colpevole lucidità a imboscarsi. Lo sfoggio sapienziale, lontano dal riflettere un autentico radicamento di sguardi e culture, troppo spesso è un mezzo che favorisce la fuga, forse anche l’insinuarsi nel messaggio di travisamenti quando non di spudorate falsità. L’affettazione letteraria, escludendo chi se ne serve per prenderla a sberle, dovrebbe far stare in campana quel popolo sterminato di incauti che si avvicina a un testo. Per questo stesso motivo il tipo allevato nel turgore accademico, rischia di essere una gran seccatura. Le sue lenti saranno sempre un po’ più spesse di quelle di altri, il suo passo un filo più marziale, la sua pompa fragorosamente irritante. Quando siete innocenti, cioè non avete fornito alcun appiglio a un simile contegno e vi piove comunque addosso, ebbene, ci si può solo rassegnare. È così infatti che ha inizio un pedinamento in piena regola. Voi non lo sospettate neppure, ma ci sarà un occhio sempre spalancato sul vostro scrittoio, pronto ad annotare qualsiasi pur minimo scricchiolio nei vostri ragionamenti, solerte a rilevare quelle che per lui sono inaccettabili trascuratezze, ma soprattutto vi servirà su un piatto d'argento la sua specialità: sarà lo spericolato cocchiere delle contraddizioni che vi attraversano. Perché, sia chiaro, ciò che i comuni mortali interpretano come normale attività di un cervello, per il lettore abituato alle scarrozzate auliche ogni bisbiglio rischierà di compromettere il bisbiglio precedente e via dicendo. Ogni singola parola si rovescerà sui banchi di un tribunale, sarà setacciata da un codice che ne vaglierà o meno l’ortodossia giuridica, tutto insomma verrà riscritto secondo la sua vicina o lontana parentela con la cosiddetta procedura fino all’inappellabile sentenza. Per lo più a sfavore di quell’insieme che stando al giudice troppo blandamente ha incoronato la cincischiaggine.
Di simili comportamenti costrittori ammetto che ne ho sperimentati diversi. Quasi sempre, alla fine di una lezione, mi è successo di sentirmi rivolgere domande imbarazzanti. Laddove confidavo in una riflessione di più ampio respiro sulla poesia, se di poesia si era parlato, puntuale e brutale giungeva la smentita dell’impiccione di turno. Le mirabolanti possibilità del suo ingegno gli consentivano appena di articolare una questioncina cronologica o di rimettere in ballo un luogo comune, tanto comune, che smentirlo avrebbe potuto scatenare una sommossa o magari farmi venire un mancamento. Più volte ho lasciato affondare cotanta ottusità insieme alla sua dottrina. Le donne, in questi casi, si fanno benvolere un po’ di più, anche se di un’inezia. Ma se capita quella che si spertica per mezz’ora tra psicologismi e beghe intellettuali non sospette, posso solo sperare che il suo braccio sfiori quello del vicino bacchettone, e che presi da reciproca voluttà inforchino l’uscita.
Eppure c’è un’altra situazione perfino più imbarazzante. Il costrittore numero tre è il peggiore, principalmente perché più educato degli altri due. Le sue buone maniere pretendono di far breccia ad ogni nostro passo. Al cuore non ci arriva, in quanto non gli riesce di vedere più lontano del suo naso. Ma secondo lui sì che vede lontano, e tanto più lontano di noi che sa esattamente quello che cerchiamo, quello che una nostra frase sottintendeva, dove volevamo arrivare “eh, io so quel che lei voleva dire”, è il ritornello che porta ben in vista nel taschino. Sente di doverci consolare da qualcosa che ci indispone e che solo lui sa cosa sia. Ovvio, la sua presenza innanzitutto, ma ancora una volta il naso oscura l’orizzonte e di nuovo eccolo che ci viene incontro. 
Se qualcosa mi infastidisce davvero è chi pretende di essere l’interprete esatto della sensibilità altrui. Non c’è bisogno di dire che siamo degli infiniti. Quasi nascondiamo a noi stessi certe inconfessabili sfumature di quel che proviamo. Chi è così folle da affiancarsi a qualcuno con una simile prolissità emotiva? Con le donne poi è un errore che sa di dilettantismo. Le donne non cercano affinità ma somiglianza. L’affinità è l’atteggiamento di quanti pretenderanno la vostra simpatia, relegandovi sulla soglia delle proprie attenzioni, e a patto che non ve ne lamentiate. Nasce al confine di due personalità e purtroppo è destinata a non varcarlo mai. La somiglianza invece, quando è autentica, cioè quando nessuno si preoccupa di rimarcarla, gioca le sue carte nel disaccordo, sboccia nel pieno di una vera e propria bufera tra due caratteri in opposizione ma non opposti. Nessuno rinfaccerà la sua similitudine all’altro, si può star tranquilli. Non vi sarà pedinamento alcuno, e forse prima o poi ci si sorprenderà inaspettatamente vicini in un momento di tregua. 
E vengo, dunque, all’ultimo caso di petecchiosa ridondanza che mi ha investita. Si parlava di Dino Campana, ne ho scritto anche a più riprese in passato e nell’anno in corso. A settembre mi conferiscono un riconoscimento nell’ambito delle celebrazioni del poeta. Qualche tempo dopo discuto di modernità e classicismo e salta fuori il nome di Guglielmo II, cui il poeta di Marradi dedica come noto i Canti Orfici. Poiché non riservo all’imperatore tedesco un giudizio esattamente lusinghiero, nel folto del bosco il ridicolo letargico costrittore di turno pensa bene di scrivermi e mettermi sotto il naso la deprecabile contraddizione in cui sarei caduta. Ora, io non ho diciamolo pure un nasino alla francese, ma non mi impedisce come altri di vedere abbastanza chiaro davanti a me. Insomma, per qualche strana proprietà logica sarebbe contraddittorio lodare la poesia di Dino Campana e criticare Guglielmo II. Il signor imperatore in questione gestì malamente la politica estera del suo paese, e il suo trono fu risucchiato dalla prima guerra mondiale; giusto ma pur sempre lieve contrappasso per aver fomentato, con lena anche maggiore dei vicini austriaci, quel bagno di sangue. Dino Campana aveva una venerazione per la cultura tedesca. Era un infaticabile traduttore, lettore onnivoro in molte lingue, ma al tedesco riservò sempre un posto d’onore. Fu tra i primi divulgatori in italiano di alcuni saggi freudiani “minori” che in Italia non si conoscevano neppure dal titolo. Insomma, quella dedica ancor prima di qualsiasi ricaduta politica, è scaturita in modo sanguigno e istintivo dal desiderio di rendere pubblico il legame tra il poeta e le cose d’oltralpe. Ma prendiamola anche per quel che è, un sonoro svarione di cui l’autore si pentì amaramente, data l'incombenza del casus belli, arrivando a cancellarla dalle copie in suo possesso e provando a fare lo stesso su quelle già vendute; un disperato inseguimento della propria opera che, pur se per motivi diversi dai tormenti della gestazione, proseguì a quanto pare dopo la stampa.  
Questo modo un po’ gendarme di guardare all’altro, di cavillare, sovrapporre, intrigare, brigare, che fa finire tutto nel vicolo cieco dell’assurdità, mi crea disagio. Sembra che la pigrizia e ancor più la somma incapacità di osservare le cose nel loro insieme, esasperino i dettagli, per occultarli con scientifica regolarità. E come potrebbe andare in modo diverso: ad avvicinarsi troppo l’immagine si sfuoca e il guardone sbatte contro la parete. Il ragionamento viene frantumato, a tal punto scomposto da negare le sue stesse premesse. Va da sé che le conclusioni non hanno più alcun valore. Proprio mentre mandiamo a male la nostra emotività, ci facciamo latori di una logica perfetta! Al confronto, il cilindro di un mago ostenta più coerenza. 
Insomma, per quanto mi riguarda mi avvio ben volentieri al patibolo delle contraddizioni monarchiche o d’altra natura. In un’epoca così prona a togliere pagliuzze per lasciarsi cadere in testa macigni, è difficile augurarsi qualcosa di meglio. Appurata la demenza dei detrattori, come del resto è sempre stato, non resta che confidare nella buona compagnia dei poveri diavoli. 

(Di Claudia Ciardi)      

21 settembre 2015

Il più lungo giorno

Con questo intervento, che rompe un silenzio piuttosto prolungato, desidero ringraziare chi nelle ultime settimane, in Italia e Germania, mi ha dedicato il proprio tempo e dato ospitalità, nonostante i crescenti problemi deflagrati per l’appunto nel cuore della civilissima e progredita Europa. Su tutti la voce della cara saggia Sigrid che da luglio fino a pochi giorni fa è stata una presenza cortese e oserei dire quasi oracolare in mezzo al pandemonio.
A Berlino mi è capitato di sentire parlare della Baviera come una sorta di enclave razzista, molto chiusa e poco ospitale. Monaco ha invece mostrato un volto estremamente solidale, per certi versi perfino più pacato al confronto di tante nevrosi berlinesi. Nei giorni in cui sono arrivati in quarantamila e lo «Spiegel» riprendeva un’agenzia al minuto, quando non si capiva davvero più nulla – sospensione degli accordi di Schengen, come di fatto è avvenuto, blocco del traffico ferroviario – la città ha risposto con compostezza, direi addirittura serenità, mettendo in campo una catena di volontariato incredibile, che ha permesso di reggere una situazione difficile e assai confusa. Mentre la signora Merkel era impegnata in selfie stucchevoli quanto a mio avviso offensivi per i profughi strumentalizzati dall’agone politico – e i rimproveri che ha ricevuto sono stati credo fin troppo blandi – una città intera diventava crocevia di migliaia di persone in fuga, lasciata praticamente da sola a far fronte all’emergenza.
Ne ho ricavato una profonda lezione di vita. Se è vero che i gesti sono quello che contano e ciò che resta di un essere umano, posso dire che in quei giorni i tedeschi, almeno per tutto quanto mi ha coinvolta in prima persona, sono stati perfetti. Dal personale delle ferrovie agli affittacamere, alla gente che si è messa in strada per portare anche solo un bicchiere di tè caldo o indicazioni utili a quanti sono scesi alla Hauptbahnhof in mezzo al caos. Parlando ancora di gesti: due volte, a causa dell’aggravarsi di questa crisi, sono stata costretta a modificare le date di soggiorno, cambiando per conseguenza anche i miei biglietti. Avrei dovuto pagare una differenza in denaro che nessuno si è sognato di chiedermi. Anzi, su tutti i volti che mi sono trovata di fronte era stampata la mortificazione per non poter accogliere al meglio chi era arrivato in città in quei giorni. Anche questo è un modo silenzioso di venire incontro alle persone, senza abdicare al senso di ospitalità. 
Tornando invece dalle mie parti, vorrei ricordare la bella cerimonia di venerdì scorso che si è tenuta a Firenze, presso Palazzo Panciatichi, organizzata da Rodolfo Ridolfi, direttore di «Marradifreenews», alla presenza della direttrice del Centro studi campaniani di Marradi, la professoressa Mirna Gentilini, e del presidente del Consiglio della regione Toscana, Eugenio Giani. Nell’ambito delle celebrazioni campaniane per il centenario della stesura dei Canti Orfici, evento festeggiato nel 2014 che ha prodotto numerose iniziative anche quest’anno, si è svolta la premiazione del concorso intitolato a Dino Campana, “La poesia ci salverà”. Ringrazio la commissione per il prezioso riconoscimento che mi ha conferito. Il premio è stato inoltre l’occasione per parlare diffusamente dell’identità culturale e storica dell’area tosco-romagnola, con le sue preziose comunità appenniniche da Firenze a Faenza, quest’ultimo altro luogo caro alle mie più recenti peregrinazioni.

(Di Claudia Ciardi)



Gli splendori di Palazzo Panciatichi - Firenze

Segnalazioni:


Premio cultura della presidenza del Consiglio dei Ministri, nell'ambito delle celebrazioni campaniane che si sono svolte nel 2014 e tuttora in corso. Il Centro studi campaniani di Marradi  pubblica i risultati del premio "La poesia ci salverà". La cerimonia si è svolta venerdì 18 settembre a Palazzo Panciatichi a Firenze alla presenza del Presidente del Consiglio Regionale della Toscana Eugenio Giani.

Sul blog di Giuda edizioni pubblicato il mio articolo che commenta la graphic novel su Dino Campana firmata da Simone Lucciola e Rocco Lombardi nel 2011.





La recensione dedicata da «Mangialibri», a cura di Alessandra Farinola, al racconto inedito Una notte di Lou Andreas Salomé, pubblicato per la prima volta in italiano da Via del Vento edizioni.




Via del Vento pubblica Una notte, il racconto della donna che ammaliò Nietzsche a cura di Giulia Siena per «Chronicalibri». 





La recensione del racconto inedito Una notte, pubblicato da Via del Vento edizioni, su «Librobreve» a cura di Alberto Cellotto.







Ringraziamenti a Hajo Jahn, direttore della Else Lasker-Schüler Gesellschaft di Wuppertal per la segnalzione del volume di inediti pubblicato da Via del Vento edizioni nel suo bollettino informativo «Ausgabe 99» (II Quartal 2015). Grazie anche a Katharina Majer per aver sollecitato questa collaborazione presso il Centro Studi a Wuppertal.    

Auf Italienisch...
... liegt jetzt die Übersetzung des Else Lasker-Schüler-Prosatextes
"Konzert" vor. "CONCERTO e altre prose sull'infanzia"
wurde übertragen von Claudia Ciardi und Katharina Majer. Die
kleine Broschüre ist in der Edition Via del Vento, Pistoia, im
Jahr 2014 erschienen, kostet € 4,00 und ist zu bestellen über die
Mailadresse info@viadelvento.il, ISBN 978-886226-079-4, aber
auch bei der ELS-Gesellschaft. 

7 giugno 2015

Roberto Carifi - Infanzia




Roberto Carifi,
Infanzia. Poesie 1980-1983,
Raffaelli Editore, 2012


Desidero spendere qualche parola su Infanzia, raccolta di versi di Roberto Carifi, lettore e traduttore dal francese ma anche studioso di Heidegger e di alcuni tra i maggiori poeti tedeschi del Novecento come Rilke e Trakl. Il volume, ristampato da Raffaelli nel 2012, contiene le poesie del primo Carifi, quello che all’inizio degli anni Ottanta tesseva la lezione onirica, quasi oracolare, del maestro Piero Bigongiari attorno alle sintesi rilkiane, soprattutto il Rilke vorticante delle Duinesi. Un connubio che in queste prove inaugurate nel 1980 e portate a maturazione tra l’81 e l’83,  s’impone al lettore per la capacità di generare immagini ad altissimo voltaggio, spesso di non facile comprensione.
Per Bigongiari, grande “fabbro” della lirica italiana novecentesca, purtroppo ancora latamente misconosciuto presso i suoi connazionali, Carifi nutre non solo l’ammirazione verso l’artista che con generosità gli ha fatto da mentore, ma anche una profonda riconoscenza, consapevole che la parola del poeta di Via del Vento ha certamente tracciato più di un solco nel suo stesso universo lirico, aiutandolo a trovare la propria strada. Avendo avuto il piacere di sentirmi recitare da lui i versi bigongiariani, posso testimoniarne tutta la devozione, che ha peraltro contribuito anche al mio personale approfondimento di quel cosmo, influendo in parte, in ragione di alcuni simbolismi comuni, sulla mia traduzione di Georg Heym.    
Infanzia, titolo derivante dalla sezione centrale del volume – centrale non solo perché sta esattamente in mezzo alle altre, ma perché ne è il centro tematico, giunto di trasmissione che scarica la sua forze evocativa al resto dell’architettura, è un viaggio regressivo ma non in senso temporale soltanto, è piuttosto il rifluire di un immaginario che desidera uscire da se stesso, dalle coordinate della propria esperienza e della storia in cui è stretto, per contemplarsi nella propria essenza, nel punctum originis, nel momento in cui la simbiosi col mondo è possibile, ma che in Carifi rimane sfuggente, chiusa nel dramma dell’abbandono, di una lacerante solitudine, una sorta di morirsi dentro. Emblematico il richiamo al tempo aoristo (nella lingua greca antica privo di connotazione temporale) che scandisce un frammento di vita, una camminata in una piazza, ma che più ancora sembra ritmare l’intero universo carifiano, in un monito a uscire dalla catena degli eventi, a cogliere “da fuori” un istante di se stessi: «Siate senza vergogna, esatti/ come quel punto che lacera la storia».
Poetica d’impianto complesso si diceva, che richiede non poche letture, innervandosi su modelli di per sé già criptici; molti dei passaggi di Carifi, a quelle sintesi commisti, vanno avvicinati lentamente, perché avvenga l’impercettibile travaso da cantore a ascoltatore. Nasce un senso di spossatezza nel visitare gli estremi della memoria, ricorre una nostalgia emorragica per una meta ardua da raggiungere e ancor più da sviscerare nell’elaborazione poetica.
Solitarie sere paesane, giardini immobili dove palpitano brandelli recisi di vita, stanze fredde, una madre cerca di vegliare sulla casa ma resta confinata nello strappo delle stagioni, istanti di gioco sui fondali della campagna, lumini che a stento si divincolano dalla notte e sembrano interrogarsi sulle assenze: «Dietro la casa il bosco/ un lumicino copre le macerie/ dove eravamo come due facce ritagliate/ il nulla quel puro suono ci vegliava/ lungo la scala mormorava il mese». Fantasticherie orfiche intridono i ricordi e virano al nero, l’ombra di Dino Campana si allunga di tanto in tanto sui panni carifiani. Così ad esempio la chiusa del testo appena citato, «e su volando nella piazza/ chi sanguinò dall’alto un albero stellato,/ mamma che voce ringhia nella notte» risente di un passo degli Orfici, «ed ecco sentiamo ansimare/ il cuore che ci amò di più!/ Guardiamo: di già il paesaggio/ degli alberi e l’acque è notturno/ il fiume va via taciturno…/ Pùm! mamma quell’omo lassù!».
Due costanti si aggirano per l’intera raccolta a rinserrare l’allegoria apolide e atemporale del poeta, la figura dell’angelo e quella del cortile, doni tratti l’uno da Rilke l’altro da Bigongiari. L’angelo è la creatura che non ha linguaggio (in sintonia con la totale immersione nell’infanzia che è in-fari, non ha cioè la facoltà verbale), lontano dalle passioni umane, tremendo nella sua perfezione, essere-luogo dove tutto cristallizza, annullandosi: «Si gettano nelle madri/ con i visini appesi alla mischia/ dove l’angelo li dissangua/ bocca senza battaglie che ordina di non crescere». Il cortile è il microcosmo che riflette il macrocosmo, spazio interiore ed esteriore che non ha centro e dunque neppure collocazione fisica, ma elemento nodale di ogni memoria: «come un’occhiata rossa/ nei cortili fingono gioia,/ stupore: viene per noi, sorella/ quella masnada scura…», peraltro vicinissimo alla clausola di Bigongiari «la morte è questa/ occhiata fissa ai tuoi cortili» (da Pescia-Lucca). 
Quadro irrisolto, discesa nella stagione della vita che ancora non possiede la parola, dunque esercizio del dire quel che non è stato detto ma è stato, inattingibile alfabeto dell’essenza poetica.

(Di Claudia Ciardi)


Succhiano questo giallo di primavera
mentre si compie il giro
nel fracasso di ciglia
e le mani corrono dietro la nuca
finché la fanghiglia si alza,
piano, con un colpo di remi
invisibile
come una nascita… “urleranno dai pozzi
di marzo, stanati dalle prime rose”
animali trafitti nel sonno. Così fissano
i bambini, lucignoli nei cortili
di piombo e di lava
…quelle madri… chiameranno
da un capo all’altro, mischia
dei nati,
che fanno cenno dirigendosi
a Est

(Da Viaggi d’Empedocle, 1980)


Fuori dal tempo

Ciascuno ha un mistero, un ago
che lo ricuce al nulla
dove anche la notte è una luce
sventagliata sul mare
e vince
con decisione guerriera. Allora,
conficcati nell’esistenza,
guardano immobili la parola
che li trascina
fuori dal regno, di nuovo
spalancati nel marmo delle madri
sono l’orma che maledice
e fa tornare l’alba

(Da Infanzia, 1981)


Spalancati dalla luce

Forse un tempo aoristo è questa piazza
che ci raccoglie, piccoli passi
di chi farà a brandelli le stagioni
e ordina “siate senza vergogna, esatti
come quel punto che lacera la storia”
poi, spalancati dalla luce, abbiamo
un disastro da custodire
migliaia di anni in un dettato
che raduna le voci, i corpi
la pura forza gormogliata
dove il mondo è calmo
e lascia entrare il fuoco sulle terrazze
finché afferrati dall’amore stiamo,
sentinelle, sospesi all’angelo ferito

(Da Infanzia, 1980)


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Piero Bigongiari - Cento anni di poesia

Holzwege - Questione di sentieri

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16 febbraio 2015

Una graphic novel su Dino Campana




Concluse da poco le celebrazioni per il centenario della stesura dei Canti Orfici, torno a occuparmi del loro geniale autore attraverso un’opera per certi versi spiazzante, che ha il pregio di raccontarci questa controversa figura in un modo senza dubbio originale rispetto al filone classico degli studi campaniani. 
La vita di Dino Campana si presta forse più di altre a essere disegnata. Il lavoro di Simone Lucciola e Rocco Lombardi, entrambi originari di Formia, rispettivamente classe 1978 e 1973, rende omaggio all’esistenza inedita e vagante del poeta di Marradi con grande semplicità. In una Vita disegnata di Dino Campana si cimentò già Pablo Echaurren, outsider dell’arte del fumetto, figlio del celebre pittore surrealista Sebastián Matta, che negli anni ’30 e ’40 strinse sodalizi artistici, tra gli altri, con Federico García Lorca, André Breton, Salvador Dalí, René Magritte, Jackson Pollock. Di Echaurren, illustratore anche della biografia di Ezra Pound, mi occupai anni fa in una lezione pubblica sul “ragazzo dell’Idaho” e l’avanguardia anglo-americana. Ricordo che la proiezione delle sue tavole contribuì in modo decisivo a vivacizzare l’esposizione.
C’è da dire tuttavia che questa graphic novel su Campana è qualcosa di sostanzialmente diverso in rapporto alle modalità rappresentative di Echaurren. Gli autori qui hanno scelto di procedere con tavole singole o doppie entro le quali si dispiega e si conclude un episodio, dando alla narrazione un ritmo incalzante come era del resto l’ingegno del protagonista, caso disperato e irrefrenabile di ribellione. Il segno grafico scarno che rimanda alla tecnica dell’incisione, scorci visionari di città e visioni come città dell’io, tutto rigorosamente in bianco e nero a esaltare la natura intimistica della poesia e ancor più l’affinità tra il poeta e quella dimensione notturna che presiede al suo viaggio creativo. 
Se ne trae un’immediatezza che ci fa stare vicinissimi alla solitudine, all’amara perdizione di un artista che sacrificò tutto alla ricerca dei propri versi, in maniera estremamente lucida, consapevole che anche la follia era da mettere in conto, che sarebbe stata il frutto più pericoloso della sua determinazione a “divenire Dino Campana”. La malattia mentale si aprì un varco nella personalità dell’uomo senza che le venisse opposta alcuna resistenza, come se colui che la subiva l’avesse aspettata da sempre, e nel portarsela addosso la sua unica fede fu pertanto di non mostrarsene sorpreso. Ma gli riuscì poco. Lottò per tutta la vita, viaggiò come un dannato, andò in prigione e in manicomio, e quando finalmente la bestia sembrò placata, quando si preparava il suo ritorno alla normalità – si può dire per un poeta? – un malore improvviso, un attacco di setticemia a quanto pare, se lo portò via a quarantasette anni. Durante il ricovero a Castelpulci fu benvoluto da ospiti e inservienti. La sua cultura incantava, ricordavano che leggeva forsennatamente, fino a rovinarsi gli occhi. Il padre, maestro di scuola, che aveva sempre subito le stramberie del figlio come un dispetto alla sua persona e una minaccia alla sua posizione di piccolo borghese, non andò mai a trovarlo. Né vi andò Sibilla Aleramo, destinando a Campana la stessa freddezza riservata alla madre, anche lei finita precocemente in manicomio. La Aleramo, forse per la propria storia di famiglia, nutriva uno spavento indicibile nei confronti della malattia mentale. Questo spiega la rottura con Dino ma vi è anche, probabile, la presa di coscienza, seppure tardiva, di non alimentare l’illusione di un sentimento ormai compromesso, in un uomo che rischiava di morirne: «là sulle rive dei fiumi che stanchi di guerra mettono foce, nel mentre sulle loro rive si crea la pena eterna dell’amore», si legge nei Canti.  
I nostri disegnatori sono molto abili nella resa di questo rovello sentimentale, del modo chimerico e allo stesso tempo sporco, quasi triviale, oltre misura fisico con cui Campana pensava e cantava l’amore. Del resto l’inizio dei Canti Orfici è una discesa notturna attraverso la memoria nella quale l’elemento carnale, la pulsione erotica accentra la chiara visione del mondo, che è cosa spettrale, scheletrica, straniante al di fuori dell’incontro di due esseri che si attraggono. «Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina».
Non è un caso se a veicolare il maggior lirismo sono proprio i disegni dedicati alle città notturne, Livorno, i portici di Bologna, una Firenze surreale su cui grava la mano del Perseo che solleva la testa mozzata di Medusa, e infine Marradi, tragicamente deserta come un fiore calpestato.
Sfogliando queste tavole, si ha l’impressione di trovarsi a bordo di un treno che di notte fila via rapido e silenzioso, mentre qua e là arrivano le voci dei passeggeri intenti a quell’unico viaggiatore di cui si intuisce la diversità ma anche la terribile carica emotiva. Rivivono così pensieri e memorie affidati a Emilio Cecchi, Eugenio Montale, il pittore Primo Conti che conobbe Campana all’epoca della bohème fiorentina e i cui ricordi sono stati poi recuperati in una tarda intervista da Gabriel Cacho Millet, i quali accompagnano i turbamenti dell’artista da giovane, dalla prima richiesta di ricovero in manicomio alle brucianti invettive da lui scagliate contro le avanguardie italiane, liquidate in blocco, alla sfida a duello lanciata al Banti, giornalista livornese reo di averlo canzonato. Non mancano poi curiose sovrapposizioni come il viso di Iginio Ugo Tarchetti, scrittore scapigliato e antesignano del “maledettismo” in poesia, che nei panni di ispettore di polizia si affaccia da un quadro futurista per leggere al poeta le accuse di anarchismo, spionaggio e renitenza alla leva. 
Un’opera nel complesso più che gradevole, che riesce a far largo anche a una sana dose di ironia in grado di stemperare qua e là il dramma dell’uomo che vi è narrato. Infine, non abbiate timore di perdervi nelle citazioni, perché il libro contiene una ricca sezione di note a cura di Simone Lucciola e una breve bibliografia a uso e consumo del lettore che vorrà mettersi sulle tracce avventurose dell’Orfeo di Marradi.

(Di Claudia Ciardi)


Simone Lucciola, Rocco Lombardi, 
Campana, Giuda edizioni, 2011


Bibliografia:

Pablo Echaurren, Vite di poeti. Campana, Majakovskij, Pound, premessa di Enzo Siciliano, Bollati Boringhieri, 2000

Primo Conti, La gola del merlo. Memorie provocate da Gabriel Cacho Millet, Sansoni, 1983

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Dino Campana - Il fauno dell'Appennino

Incontro dedicato a Ezra Pound - «Il Tirreno» 23 marzo 2011
a cura di Claudia Ciardi

21 dicembre 2014

Dino Campana - Il fauno dell'Appennino


È un anno di anniversari e commemorazioni. Ne ho parlato non troppo tempo fa, in occasione del centenario della nascita del grande poeta toscano Piero Bigongiari. Non poteva mancare, a chiusura di un periodo assai impegnativo in materia di ricorsi storici, concomitanze e cabale, un ricordo per il compleanno dei Canti Orfici.
Una mia vecchia conoscenza soleva parlare con disprezzo di “quelli che non finiscono le cose”, essendo ciò, a suo dire, il sintomo di un temperamento artistico, buono a nulla. Era un concetto che gli piaceva ripetere perfino con un certo orgoglio, quasi a marcare la differenza tra la sua indole metodica e ben organizzata, un’indole di successo, e quei poverini che non riescono a stare sull’attenti. Mi chiedo come abbia potuto prestargli ascolto anche solo una volta, tanto più che nel suo discorso vi era un dettaglio particolarmente insopportabile. La donna, secondo lui, mostrerebbe verso tale disagio una sfacciata propensione. E puntuale, ad ogni sillogismo, se la prendeva con una delle sue amanti. L’unica colpa della sventurata era aver destinato un sentimento a un carattere tanto arido e maldestro. Ma questo l’ho saputo solo dopo, quando ho imparato sulla mia pelle con quanto rispetto quest’uomo considerasse l’amore. Il metodico ne risultava addirittura spaventato. Perché l’amore porta fuori strada, mette tutto in discussione, ci mette sottosopra. 
I poeti erano per lui deprecabili e pericolosi. Vite disordinate, anime fosche di squattrinati, desolatamente inutili. Però la poesia la leggeva. Più per dovere scolastico, credo, un retaggio liceale simile all’autoritarismo paterno, da cui aveva sviluppato un complesso; gli avevano insegnato che bisognava conoscerla, e ogni tanto sbocconcellava qualcosa. Di non troppo eterodosso, è naturale. 
Non so perché ma quando sfoglio Dino Campana, capita che questa storia mi torni in mente. Di sicuro, il fauno di Marradi era uno che “non finiva le cose”. Di sicuro fu poeta nel modo più triste ed esaltato che si possa immaginare. La nevrosi e la delirante grazia dei versi gli sono cadute addosso come lampi in un cielo chiaro. E lui non ha potuto altro che tenersele come le stimmate. Attorno ai suoi quindici anni aleggiarono voci paesane insistenti e poco lusinghiere: Campana divenne “el mat”. La sentenza è stata inappellabile. Non gli restò che darsi alla macchia, scappare in mezzo ai boschi e alle pietraie dell’Appennino, perché «lì c’è il silenzio». I suoi vagabondaggi sono scatti d’immensa foga collerica. Nel tentativo di respirare si spinse sempre più lontano. Pare che a diciotto anni abbia raggiunto Odessa e sia stato adottato da una tribù di Bossiachi, di zingari, coi quali avrebbe vissuto a lungo. Al ritorno si sarebbe aggirato per Faenza come un vagabondo, dormendo sotto i portoni, infagottato in un improbabile cappotto da ufficiale. Anche in seguito, il suo modo di vivere e abbigliarsi – soleva indossare scarpe più grandi del suo numero legate con spaghi – ne favorirono l’accostamento a un barbone. Inizia così il mito del poeta dei Canti Orfici, si inaugura «l’inquietante progetto d’esser Dino Campana». Man mano che la sua poesia prende forza lo lascia spossato sul ciglio di qualche strada, a scontare la propria solitudine, a maledire quei compaesani dal cuore duro e maligno che avrebbero voluto vederlo rinchiuso, sorvegliato, incatenato da qualche parte, pur di non averlo più tra i piedi. Dal 1907 al 1909 avrebbe vissuto come un disperato in Argentina: pianista di bordelli, fabbro, portiere, pompiere, operaio nella costruzione di ferrovie. La leggenda contamina sempre più la realtà, chi prova a seguire le sue tracce ne viene a capo con fatica e senza certezze. Accumula quell’esperienza che gli farà dire di essersi sufficientemente macerato nella vita allorché si troverà a perorare la causa della pubblicazione del suo testamento in poesia. Questo infatti sono i Canti, omaggio a Leopardi fin dal titolo, l’altro grande ingegno lirico irrisolto e incompreso, di cui Campana si professa l’erede. 
La prima parziale versione, intitolata Il più lungo giorno, affidata a Giovanni Papini e Ardengo Soffici venne smarrita da quest’ultimo. Un altro risvolto destinato ad alimentare rancori e veleni tra Campana e l’ambiente letterario, oltre a produrre tra gli studiosi una spropositata messe di elucubrazioni dopo la sua morte. Nella stesura definitiva, concepita durante forsennate marce sull’Appennino tosco-romagnolo, l’opera vide la luce il 7 giugno 1914 sotto il nuovo titolo di Canti Orfici, presso il tipografo Bruno Ravagli. Fu un caso di autopubblicazione, come si direbbe oggi. Al Ravagli andò un acconto di 110 lire, proveniente da una colletta sottoscritta da alcuni marradesi.
L’Europa era già in guerra, quando a settembre Campana si presentò a Firenze, raggiunta a piedi come suo solito, con i libri sottobraccio. Fu alle Giubbe Rosse e da Paszkowski per vendere le sue copie e farsi conoscere tra la gente, arrivò perfino a strapparne le pagine e a sventolarle sotto gli occhi dei clienti, sperando di smuoverli dalla loro indifferenza.
A Santa Maria Novella, mentre si sta davanti al tabellone delle partenze, capita ancora d’incontrare qualche poeta improvvisato alla ricerca di lettori. Vanno su e giù con i loro foglietti svolazzanti, fotocopiati, ve li mettono in mano dicendo “offerta libera” e aspettano che si ringrazi con una moneta. Sono poveri diavoli, sfrattati dal mondo. Ma se sarete generosi, di sicuro veglieranno sul vostro viaggio.

(Di Claudia Ciardi)




«Caffè, ora eterna – Pisa»

XXXI. Cartolina postale, inviata da Pisa a Sibilla Aleramo presso Villa Alba, a Marina di Pisa

(Campana a Aleramo) Marina di Pisa, 13 ottobre 1916

«Egregia Sibilla,
siete ammalata: me ne dispiace! Quanto a me ho perso l’abitudine di lamentarmi. La padrona voleva che vi scrivessi non so che cosa. Ho rifiutato. Poi le ho fatto dire: perché mi ricorda sempre la signora? So che vorreste avere la forza di seguire il vostro destino e di …papini [è Giovanni Papini direttore della rivista «Lacerba», il cui cognome viene scritto minuscolo in segno spregiativo] (tanto mi odiate?)»

«Fabbricare, fabbricare, fabbricare
preferisco il rumore del mare
che dice fabbricare fare e disfare
fare e disfare è tutto un lavorare
ecco quello che so fare. Scrivete. Addio»

XXXVIII. Cartolina postale diretta a Firenze

(Aleramo a Campana) Casciana, 26 ottobre 1916

«Ero abituata al silenzio: ma questo che s’è fatto dacché sei partito è così grande! Stamane (dopo dodici ore di sonno al veronal), ti ho telegrafato sperando nella risposta – che non è ancor venuta. M’han detto che ieri dovesti prender una carrozza e che forse perdesti il treno delle quattro. Dove e come avrai dormito? E tutte le imaginazioni per seguirti oggi son state vane. Firenzuola? Alla Casetta, ora che sta per tramontare questo sole pallido? Avrà tirato un vento furioso anche sulla tua strada? Io mi son levata alle undici, e alle tre son andata al bagno, poi tornata subito qui. M’han fatta sloggiare dalla saletta da pranzo, m’han messo un tavolino qui tra la finestra e il tuo letto. Così c’è un mutamento anche per me, e la mia stanza somiglia di più alla tua… Dino, Dino! Dove sei? Voglio esser forte come mi hai chiesto, non voglio piangere ma ho il cuore così gonfio! Quell’ultima ora, ieri, hai sentito come eravamo consacrati. Dino, vinceremo. Amor mio. Coraggio. Non so dire neanche per me altre parole oggi. Sono ancora così stanca, attonita. E tu, e tu? Quando saprò? Ho tanta paura che tu stia male? La Casetta ora dev’essere una tana. Dimmi, ti supplico. Dino, ma ho tanta fede, com’è che ho tanta fede come il primo giorno? Che cosa vuole da noi il nostro amore? M’hai detto  che mi tieni, vero? Felicità. Ti bacio. Scrivimi. Se lavorerò, te lo dirò. È arrivato il meta, [metadone, medicina] lo spedirò domani con la biancheria. Fatti dare delle uova, quattro al giorno, e manda a prendere la medicina a Firenzuola. È vero che vuoi che ci ritroviamo belli?»

tua Rinetta
(è la prima volta che mi firmo così)

XLVI. Lettera di un foglio, su quattro facciate, senza busta, scritta in inchiostro turchese.

(Campana a Aleramo) Marradi, 27-30 ottobre 1916

«Mia cara amica
sono troppo stanco e troppo ammalato per cercare di comprendere. Prendo il partito dei deboli, il mio solito partito: parto.
Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. Non posso dirti altro dopo questo. Mia cara sono realmente ammalato non ho potuto sopportare l’attesa e le tue lettere. Ricevo ora il telegramma. Parto domattina per la Casetta. Là c’è il silenzio.
Io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa.
Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla – e senti la mia infinita desolazione. Ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia.
Ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente e porta per sé solo il tuo colore.
L’ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora»

XLIX. Lettera di un foglio, su quattro facciate, senza busta, senza data. Luogo e data sono stati attribuiti a seguito di alcuni raffronti col resto della corrispondenza ma non v’è certezza su quanto ricostruito.

Da: 
Sibilla Aleramo e Dino Campana, Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-’18, Feltrinelli, 2000  


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«Sensibilità profonda e raffinato ingegno, interprete acuto di uomini e culture, conoscitore di cinque lingue, lettore di Eschilo, fustigatore di caratteri ostili alla generosità e agli slanci, coscienza abbarbicata all’Appennino tosco-romagnolo, di cui conservava in sé il rude aspetto e l’antica saggezza. Dino Campana è stato un cantore in lotta col suo tempo, schivato e irriso proprio da quell’aureo mondo delle riviste letterarie in cui il poeta aveva stanato un provincialismo gretto e avverso a ogni ipotesi di una nuova concezione dell’arte e, dunque, della scrittura. E proprio in lui, il “mat Campèna”, non manca una chiara e netta adesione alla cultura e al retaggio storico d’Europa, molto più dei suoi sornioni colleghi, impegnati nei tristi agoni della carta stampata, tra accademismo e autocompiacimento». Recensione di Dino Campana, Io poeta notturno. Lettere, a cura di Pasquale Di Palmo, Via del Vento, 2007.
Su Sololibri.net il testo integrale della recensione.  

I Canti Orfici di Dino Campana. A cento anni la ristampa anastatica  
di Elisabetta Vagaggini

Il più lungo giorno di Dino Campana
di Paolo Pianigiani su «Transfinito»

Monti Orfici di Giovanni Cenacchi
Sui sentieri di Dino Campana

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