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24 marzo 2018

Dal taccuino giapponese (VII)


Gli schizzi realizzati in piedi immersa nei paesaggi di Capraia, l’isola-monte, nella sua calda estate, di vento forte a momenti. Seguendo antichi sentieri, in un luogo che è stato crocevia di storia e di storie.



Il Monte Campanile, detto la piramide, sulla strada vicinale del Semaforo – luglio 2017



Sul sentiero che porta al monte Campanile e all'Arpagna, con la Chiesa di San Nicola a destra sullo sfondo – luglio 2017



Il Monte Arpagna – agosto 2017



Tre cime a destra del Monte Arpagna – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Un quaderno di appunti tenuto durante il viaggio


In occasione del lancio del canale YouTube “margini e miraggi” collegato al blog, dedicato alla divulgazione di anteprime, eventi e ricerche, è stato diffuso il video Capraia. Una rivelazione, racconto per disegni e altre immagini della più selvaggia fra le isole dell’arcipelago toscano.  



Canale YouTube: margini e miraggi


26 settembre 2017

Dal taccuino giapponese (V)


Un percorso inaugurato nel 2014, ispirato ai paesaggi di montagna e di mare tra Boccadarno, la Versilia e l’arcipelago toscano.



Le Alpi Apuane dal Guadolongo, 26 gennaio 2014



Le Alpi Apuane dal Guadolongo, 26 gennaio 2014



L’Alpe conchiglia - La Apuane da Pietrasanta, 20 giugno 2017



Le Apuane da Viareggio, 20 giugno 2017



Il Monte Campanile, lungo la strada vicinale del Semaforo, Isola di Capraia, 27 agosto 2017


Segnalazioni:

Convegno "Architettura e montagna, arte e montagna" 
con la partecipazione del Politecnico di Torino e lEcole Nationale Supérieure dArchitecture.




Festival delle culture di montagna presso Borgata Paraloup (Cuneo), con il coordinamento della Fondazione Nuto Revelli.
Dal 29 all’1 ottobre. Dibattiti su arte e architettura. Inaugurazione delle mostre d’arte venerdì 29 settembre. Incontro-dibattito  sulla genesi dei miei disegni delle Alpi Apuane e la composizione dei cosiddetti Taccuini giapponesi, accompagnato da una lettura in anteprima del mio poema inedito
Un nodo infinito, domenica 1 ottobre.  




17 settembre 2017

I fratelli Bisson e la prima fotografia di montagna



L’avventura dei fratelli Bisson si colloca agli inizi della diffusione del mezzo fotografico, in particolare la dagherrotipia, che a metà Ottocento conobbe ulteriori sviluppi, mettendo a punto con rapidità sempre maggiore procedimenti e tecniche innovative. Gli stessi Bisson, operativi attorno agli anni ’40 – l’apertura del loro primo studio parigino in zona Madelaine risale circa al 1842 – possono considerarsi degli sperimentatori, tanto che negli anni della loro attività giunsero a depositare fino a sedici brevetti tra modalità di scatto, riproduzione e stampa. La loro opera è stata recentemente oggetto di una grande mostra al Museo della Montagna di Torino (2015) dedicata ai cosiddetti fotografi primitivi delle Alpi; uomini che accompagnarono gli scalatori-pionieri portandosi appresso attrezzature pesantissime – nell’ordine delle decine di chili – per catturare quei paesaggi inviolati e fino ad allora inosservati.
Si tratta di Édouard Baldus, Samuel Bourne, Francis Frith, Victor Muzet, Giacomo Brogi, oltre ai citati Bisson, che tra il 1850 e il ’70 si armarono dei nuovi strumenti per raccontare la montagna, anche nel tentativo di affinare gli stessi mezzi di cui disponevano. E in effetti la fotografia d’alta quota costituisce uno dei filoni più affascinanti nella storia di quest’arte proprio per tale doppia vocazione; la ricerca scientifica si sovrappone ad altra di carattere antropologico, divenendo cioè il luogo elettivo per una riflessione dell’uomo sulla natura.
Se la pittura di paesaggio era stata fino ad allora l’unico spazio in cui fosse possibile rappresentare lo sguardo umano sull’ambiente e i mutamenti ad esso imposti con il secolare avanzamento del processo di urbanizzazione, la fotografia ai suoi albori, e dunque in perfetta continuità, assume la resa paesaggistica a principale soggetto narrativo. Vi è alla base anche una ragione più strettamente tecnica: l’immobilità di immagini di natura, monumenti e architetture era assai più funzionale ai lunghissimi tempi di esposizione necessari alle prime foto. Tuttavia dal 1826-’27, quando cioè si presume sia stata creata la prima “eliografia” su lastra di peltro per mano di Joseph Niépce, notabile e geniale inventore di origini borgognone, va detto che il ritratto d’un luogo permane come nucleo centrale del racconto fotografico, anche dopo il ridursi dei tempi d’esposizione e la nascita di tecniche più agevoli. A maggior chiarezza per questo inscindibile legame ecco cosa si legge nell’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert, alla voce Paysage: «Il paesaggio è un genere di pittura che rappresenta le campagne e gli oggetti che vi si incontrano. Il paesaggio è nella pittura uno dei soggetti più ricchi, più piacevoli e più fecondi». La fotografia, quindi, nella sua declinazione paesaggista segue sul piano concettuale le tracce del pittore devoto a questo medesimo tema: pensiamo al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich e all’immagine di August Sander che si fa ritrarre di spalle mentre osserva il panorama dalla sommità delle Siebengebirge. Si tratta di una sovrapposizione reale. Entrambi, a distanza di un secolo, poco più, proseguono con mezzi diversi la stessa riflessione circa l’essere parte del paesaggio che intendono raccontare, consapevoli al contempo della necessità di astrarsene per approdare alla sua rappresentazione.
Il caso dei due Bisson, Louis-Auguste (1814-1876) studioso di architettura, e il fratello minore Auguste-Rosalie (1826-1900), controllore dei pesi e delle misure a Rambouillet, è in questo senso emblematico. Figli di un pittore, intuirono che il dagherrotipo avrebbe offerto molte possibilità di lavoro e committenze prestigiose. E nella loro variegata carriera fu esattamente così. Cultori della fotografia artistica in grande formato, vi restarono legati per un ventennio fino alla decadenza della loro attività, proprio perché rifiutarono di adattarsi alle nuove immagini a stampa più piccole e leggere, e perciò assai meno dispendiose quanto alla riproduzione. 
Il loro nome è legato a diverse imprese che hanno letteralmente fatto la storia della fotografia, compreso un importantissimo capitolo sul ritratto di montagna. Animati dai più vasti interessi culturali, membri della Société des Aquafortistes e della Societé française de Psychanalise da loro fondata insieme a E. Lacan, si cimentarono sia con i dagherrotipi che con i collodi umidi, secchi e l’albuminato, lavorando su tavole che superavano la grandezza di un metro; si avvalsero inoltre per la prima volta dell’uso di filtri, un metodo di doratura e argentatura delle lastre tramite l’elettrolisi, oltre a coltivare tra i primi la fotografia aerea e quella su carta trasparente. Ciò dà la misura dell’eclettismo del loro lavoro che si riflette in altrettanti settori, dalla politica – i loro ritratti dei parlamentari fecero scuola così come le prese dell’assedio di Parigi nel 1871 – alla geologia, dalle carte scientifiche in rilievo ai ritratti monumentali, dagli scatti del terremoto nel Valais alle spedizioni alpine.
Già famosi in diversi contesti internazionali che avevano coltivato fin dai loro esordi – Parigi, Berlino, Londra – Napoleone III li volle al suo seguito in occasione della visita ufficiale nella regione della Savoia (1860). I Bisson realizzarono così all’epoca alcune delle più spettacolari vedute mai dedicate ai valichi alpini. Nel 1866, tre anni dopo la liquidazione della loro ditta a causa dei costi eccessivi che il genere della loro fotografia richiedeva, Auguste, divenuto un collaboratore indipendente per altri studi, replicò la scalata sul monte Bianco per l’impresa fotografica Léon & Lévy. Le due serie di ritratti alpini costituiscono un unicum nella storia avventurosa del nuovo mezzo, misto di pionierismo e poesia, che ha saputo iscriversi tra i principali modelli degli autori novecenteschi dediti al ritratto di vette e ghiacciai.


(Di Claudia Ciardi)



Ascensione al Monte Bianco



Il Monte Bianco



Le Alpi (IV)



Abeti e Monte Bianco



Il Mare di Ghiaccio da Chamonix



Il Mare di Ghiaccio e Chatau de Chillon



Un ghiacciaio



Rifugio dei Grands Mulets


Segnalazioni:




Dal 29 settembre all’1 ottobre presso la Borgata Paraloup, con il coordinamento della Fondazione Nuto Revelli, mostre darte ed architettura per parlare di paesaggio alpino, tutela ambientale, ripopolamento e progetti di valorizzazione ecosostenibili. Sarà possibile visitare unesposizione composta da dodici tavole tratte dai miei Taccuini giapponesi. Allevento si accompagnerà una breve introduzione sulla mia esperienza in giro per montagne e borghi isolani, cui seguirà la lettura di alcune parti del mio ultimo poema Un nodo infinito.
Appuntamento al rifugio per questa festa di solidarietà e cultura.






14 agosto 2017

«Movasi la Capraia»


Capraia, acquerello di Rossella Faleni

A visitare quest’isola la veemenza dell’invettiva dantesca (Inf. XXXIII, 82-84) è l’ultima cosa cui viene da pensare, se non entro quel nozionismo scolastico tendente a riaffacciarsi quando un nome o una data, spesso per i più imprevedibili motivi, risvegliano il monotono ricordo di aule e lezioni. Daltra parte quanto abbia trovato posto nella Commedia si è pure ritagliato una vista privilegiata nella memoria collettiva e non è un caso che l’evocazione di luoghi ritenuti impervi e lontani contribuisca a rafforzare immagini di assoluta spettacolarità (in scia all’adynaton dell’epica greca e virgiliana); si pensi al parallelo tra la Pietrapana (“pietra apuana” con riferimento alla Pania della Croce sulle Apuane) e il glaciale impenetrabile spessore del Cocito (Inf. XXXII, 28-30).

L’origine vulcanica e l’aspetto per così dire selvaggio di Capraia – un abitato bellissimo ma di dimensioni alquanto anguste, poche cale accessibili al turismo, un territorio preservato in tutte le sue peculiarità naturalistiche – ne fanno un’isola di aperti contrasti e perciò anche di assoluta poesia. Questa sua gentilezza selvatica la si scorge ancor più di sera, quando il sole è ormai tramontato e un alone luminoso indugia a lungo sulle cime, addolcendone i profili. È un’isola che ti prende senza parlarti apertamente, si fa amare così, nei suoi silenzi, nelle sue ruvidità, nel modo timido ma ossessivo di seminare la propria attrazione per richiamarti a sé.   

«E i resti sparsi a centinaia
vecchi santuari, un coccio di vissuto
lasciato qui prima che scompaia
beato sia chi l’isola ha cresciuto
chi s’è bagnato il corpo nel suo mare
in questa terra che come un imbuto
solo le belle cose ha fatto entrare».

Dal poema in terzine dantesche di Silvano Panichi, Capraia in canto
Acquerelli di Rossella Faleni, Nuova editoriale Florence Press, 2017
*Ringraziamenti allEnte parco Isola di Capraia - Via Carlo Alberto, 42 - per avermi fatto dono di questa pubblicazione. Presso questa sede sono liberamente consultabili alcuni miei titoli editi da Via del Vento.  

(Di Claudia Ciardi)





  
Capraia secondo le litografie di Vivant Denon
(grazie a Daniele Regis per la segnalazione)



Il portale della Chiesa di Santa Maria Assunta - Capraia Porto



Da Sant'Antonio - nella parte abbandonata e cadente del complesso monumentale



Una vecchia fontana



Una nicchia votiva improvvisata con materiali di fortuna



L'abitato di Capraia



Timidi e sognanti alberini su una una sella - guardando verso l'Arpagna



Vecchie porte nel settore più antico del paese



Affacciandosi su una cala


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