Visualizzazione post con etichetta spionaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta spionaggio. Mostra tutti i post

20 marzo 2017

Letture di marzo


Proposte di lettura a partire dallIndice dei libri di marzo




In apertura una riflessione sui tre livelli dell’editoria. Il cartaceo, che qualcuno dava per morto e sepolto già anni fa, è ormai obbligato a dialogare strettamente tra digitale e social (dagli estratti postati su facebook all’esperienza di microblogging di twitter, passando per instagram ecc…). Un ruolo che si configura sempre più come subalterno. Ma non è detto: la partita è ancora aperta. Di certo però la convivenza non è proprio pacifica, specie riguardo le regole circa la diffusione e la censura dei materiali. Se a dettar legge in materia diventa uno dei boss dei maggiori social network, il mercato editoriale rischia di tirare laddove il social decide, magari in rapporto alle sue campagne di marketing. Si pone inoltre un problema per così dire filosofico. La fruizione del testo, che nelle stanze di internet procede inevitabilmente per estratti, sunti, passi salienti commentati a grandi linee o più spesso incollati in citazioni veloci, rischia non solo la deportazione forzata del senso e dei singoli contesti ma anche l’appiattimento in una dimensione temporale scandita dalla fretta. E ciò poco e nulla ha a che fare con la natura posata, profonda, cronologicamente estesa della letterarietà. Vale la pena tornare a un celebre passo di Todorov, all’interno del suo saggio La letteratura in pericolo, in cui si delinea la lentezza con la quale ciò che è scrittura, creatività letteraria – e per la parola poetica il discorso è ancor più refrattario alle fughe odierne – penetra lo spirito umano, affermando la propria verità in scia al consenso che le diverse generazioni le accordano.



Todorov, La letteratura in pericolo

  
La casa editrice L’Orma ripropone una cronaca dell’esperienza del festival dei poeti a Castelporziano nel giugno ’79, tra letture in versi e invasioni del palco da parte del pubblico. Esperimento della performance poetica portato alle estreme conseguenze, con qualche strascico molesto – in peggio e di molto rispetto a quella serata – che tuttora permane. Per quanto mi riguarda non sono una grande ammiratrice di azioni gestuali (e che vuol dire, poi?), mimesi letterarie con improbabili maddalene che dovrebbero inscenare non si sa bene quale provocazione artistica, in generale blandi scampoli di postavanguardia che contribuiscono soltanto allo sterminio verbale e forse anche del corpo, qui chiamato in causa quasi sempre a sproposito. E si torna al buon vecchio Todorov, al compito quasi sacrale di spender tempo sui testi, girando al largo da imbarazzanti surrogati e abbattendo le inutili impalcature che anziché sorreggere, accompagnarne il senso, lo nascondono alla vista. 
A Castelporziano il sovvertimento fu unico e forse spontaneo fino in fondo, non mediato da quella volontà di rappresentare a tutti i costi qualcosa, che principalmente guasta un certo tipo di esperienze. Basti mettere in campo due del calibro di William Burroughs e Allen Ginsberg, tra le voci sul palco di allora, per fugare ogni dubbio di inautenticità.




Il genio di Johann Joachim Winckelmann fotografato nella monumentale pubblicazione delle sue lettere romane, edite dallIstituto italiano di studi germanici. Personaggio chiave all’interno di quel filone che vede il tedesco colto trasferirsi per un periodo più o meno lungo della sua vita nella capitale italiana, Winckelmann diviene qui protagonista di una stagione turbolenta e affascinante, tra sogni piranesiani e spionaggio antiquario. Gli scavi illegali erano all’ordine del giorno, così come i tentativi di trafugare pezzi rari e unici dai siti. Winckelmann fu guida turistica, archivista, prefetto delle antichità di Roma, pupillo prediletto del Cardinal Albani che gli schiuse la sua preziosa collezione. Grazie ad Albani poté ritagliarsi quegli spazi di libertà intellettuale necessari al suo ingegno, insofferente agli incarichi che lo sottraevano allo studio e alla ricerca. Nell’epistolario rivive non solo il grande intellettuale ma anche l’affresco di un’epoca.




Le lettere e i saggi di Louis-Ferdinand Céline, genio indiscusso della letteratura francese insieme a Proust, l’unico verso cui si sbilanciò. Non lo fece con nessun’altro. Pezzi di assoluta avventatezza caustica, tra ironia e fosco disincanto. Secondo Céline gli editori sarebbero in sostanza degli sfruttatori, “ruffiani delle meningi”, coadiuvati da una pletora di incapaci e vacanzieri. Emerge tutta la sua burrascosa amarezza per l’imbarbarimento dettato dal consumismo, lo stupro della letteratura incapace di innovarsi senza svendersi, la crescente pesantezza degli esseri umani.
Gli interventi di Pound, Miller, Borroughs che ricorda la visita a Meudon insieme a Ginsberg nel 1958, configurano l’accettazione americana senza riserve dell’autore francese.





(Selezione e commenti di Claudia Ciardi)


Related links:



Hashtag su Twitter: #ViadelVentoedizioni

@MarginInversi 


15 dicembre 2015

Peter Fröberg Idling - Potere e verità





Il corposo saggio di Peter Fröberg Idling è una delle opere letterarie che hanno ricevuto maggiori attenzioni in Svezia negli ultimi anni. Uscito nel 2006, quando l’autore allora trentaquattrenne si è imposto al pubblico come giovane esperto di storia e cultura cambogiana, l’anno successivo viene votato dai lettori svedesi come miglior libro. È stato quindi stampato in Italia nel 2010 dalla casa editrice Iperborea, con il contributo per la traduzione dello Swedish Art Council. Siamo davanti a uno dei più dettagliati resoconti sulla storia contemporanea del sud-est asiatico. Mi sia concesso di dire, a titolo di premessa, che l’impresa di Idling è degna di un paese nordico che non ha verso la letteratura, e in generale la ricerca, il rapporto ambiguo, spesso nutrito di una certa freddezza, che hanno i paesi del sud europeo. Laddove il merito si trasforma concretamente in spinta creativa e realizzazione personale, anche e soprattutto nella sfera del lavoro, al di qua delle Alpi finisce per essere percepito come un appesantimento della persona, impantanandosi e in parecchi casi perdendosi. Tale riflessione è qualcosa di organico al processo che ha accompagnato la mia scoperta della prosa di Idling, e che forse lui stesso tende a suggerire ai suoi lettori, insieme al resto, più specificamente legato ai contenuti storici e antropologici di cui si occupa. Questo giovane intellettuale, infatti, ha avvicinato numerosi protagonisti tra cui diversi sopravvissuti alle persecuzioni di regime e alcuni importanti ex esponenti della dirigenza khmer, oltre a essersi spinto in ogni angolo della Cambogia, un paese le cui infrastrutture sono ancora deficitarie, causa i danni subiti durante i bombardamenti americani, nel corso della guerra civile, sotto il regime di Pol Pot che propugnò il ritorno a un primitivismo agricolo, e poi ancora con la liberazione vietnamita. Un lavoro monumentale, verrebbe da dire, incentrato sul valore della testimonianza, che lo scrittore cerca di riabilitare a pieno, denunciando la leggerezza con cui una buona parte dell’intellighenzia l’aveva liquidata nel corso della barbarie. Inevitabile perciò che la nostra mente corra ai lati pratici del narrare di Idling, in che modo è riuscito a portare in fondo la sua inchiesta, quali difficoltà ha incontrato e su quali aiuti ha invece potuto contare. A fronte di una vicenda tanto complessa e scottante come il potere dei khmer che si impose in Cambogia dal ’75 al ’79, non sono aspetti secondari, e insisto, non considerarli quanto dovremmo è indicativo di un tirare frettolosamente a diritto davanti alle necessità del mestiere letterario.
E proprio sulla letterarietà dell’opera, prima ancora di dedicarmi al fatto storico, desidero accennare qualcosa. Né romanzo né saggio tout court ma neanche completamente reportage. Il racconto procede secondo le movenze di un diario peraltro incompiuto. C’è un po’ del miglior Dagerman redattore delle cronache dalle macerie tedesche nel dopoguerra. Anche qui uno sguardo che si aggira nello spazio in cerca di tracce scomparse, impressioni, atmosfere che riempiano il vuoto incombente su una delle vicende più fosche del Novecento. Forse è il senso di devastazione senza i tratti apparenti della devastazione a fare della Cambogia l’incubo surreale che continua a perseguitarci come un rumore di fondo. Troppe lacune ne infittiscono il mistero, dilatano i dubbi, sviano l’osservatore. E in questo risiede il mio personale interesse verso un argomento altrimenti lontano da quanti di solito attirano le mie riflessioni.
Idling annoda la trama intorno a un nucleo essenziale, la spedizione compiuta nella Kampuchea Democratica da quattro connazionali nell’agosto del ’78, con lo scopo di descrivere in patria e al resto dell’occidente i benefici della rivoluzione. Dalla caduta della capitale Phnom Penh il 17 aprile del ’75 la Cambogia, ribattezzata Kampuchea secondo l’antica parola khmer, aveva infatti tagliato ogni comunicazione col mondo esterno. Vietate le visite straniere, chiuso l’aeroporto con l’unica eccezione di un volo da e per la Cina una volta ogni quindici giorni, niente giornali o bollettini radio. Un black out che non lasciava intendere nulla. Il sospetto non avrebbe osato spingersi tanto a fondo e sostenere lo sguardo della vera tragedia che si stava consumando. Poi uscirono i primi racconti di sopravvissuti cambogiani, in fuga dai carcerieri khmer. Diversi intellettuali di sinistra, solidali con la rivoluzione, minimizzarono la portata delle testimonianze, mettendo in guardia l’opinione pubblica circa la loro autenticità. Il dibattito si infiammò. A posteriori è interessante vedere come l’ideologia riuscì a travalicare il buon senso di troppi. Idling dedica non a caso molte pagine alla questione. Potrebbe sembrare semplicissimo, un moto riflesso, accordare fiducia a un profugo uscito da un paese lager, e invece nulla di più complicato. Tra i detrattori scopriamo anche Noam Chomsky, voce dissidente e impegnata, tuttora attivo sulla scena del dibattito interno americano. Ma pure dopo, quando emerse la brutale realtà del genocidio, ci fu chi volle discolparsi dagli errori di valutazione commessi. Sì, il dramma era ormai cosa nota, però sui numeri non si poteva fare affidamento, insomma la portata della vicenda era soggetta ancora a non poche oscillazioni. Come se ciò dovesse influire sul giudizio morale circa i risvolti della politica khmer.
Lo scrittore è molto abile nel salvare ogni sfumatura caratteriale dei suoi interlocutori e anche il particolare all’apparenza più contraddittorio diviene così elemento di rilievo per una ricognizione complessiva. La Cambogia è il frutto di un contesto, uno scenario storico che vede fortemente destabilizzata quella fetta del continente asiatico. La corruzione interna dilagante, i problemi economici e infine i bombardamenti decisi a tavolino da Nixon e Kissinger, scavalcando il Congresso, per uscire dalla palude vietnamita. L’ascesa dei khmer rossi va collocata entro un tale degrado, in una fase convulsa che portò alla guerra civile prima e alla presa del potere da parte dei comunisti di Pol Pot, alias Saloth Sar, subito dopo. Avviate le collettivizzazioni, sgombrate le città, simbolo del parassitismo e della corruttela dilagante nelle classi più agiate, dal paese non filtrò più nessuna notizia. Solo qualche rapporto ufficiale, proveniente da Phnom Penh, e null’altro. Materiale che affluiva, ad esempio, nella sede della rappresentanza diplomatica della Kampuchea a Berlino Est e che veniva puntualmente rimaneggiato dai suoi impiegati, per renderli più appetibili, più “all’occidentale”. Uno di questi uomini, Someth, sposato alla svedese Marita Wikander, alla chiusura della sede venne richiamato in Cambogia; da quel momento se ne persero le tracce. La Wikander prese poi parte alla spedizione svedese col segreto proposito di rimediare informazioni sul marito, senza riuscirvi. È probabile che quando avvenne il viaggio, fosse già morto, una delle tante vittime dell’S-21, la sede del braccio armato dell’Organizzazione, oggi museo della memoria, dove la polizia segreta seviziava e uccideva i prigionieri. Tra questi si contano anche due cittadini americani, due ragazzi che si erano avventurati sul Mekong in cerca di marijuana, anche loro inghiottiti nel nulla. In seguito si seppe che vennero arrestati e portati all’S-21 con l’accusa di spionaggio.
Dei quattro membri della delegazione svedese, uno è un nome di rilievo. Si tratta di Jan Myrdal, uomo allora sui cinquant’anni, figlio dei premi Nobel Alva e Gunnar Myrdal. Giornalista, intellettuale di sinistra, il suo resoconto cadde come un macigno nell’opinione pubblica del suo paese. Tutto in Cambogia procedeva al meglio, i khmer avevano attuato un programma efficace per riparare i danni del colonialismo e svincolarsi in via definitiva dalle insidie imperialiste dei loro vicini. Su questo ragionamento poggia la domanda che scuote dall’inizio alla fine il libro di Idling: possibile che non si siano accorti di niente, che i quattro ospiti abbiano coperto più di un migliaio di chilometri attraverso le campagne cambogiane e che nulla del disastro sia trapelato? Malafede, ignoranza colossale o incredibile perizia dei funzionari comunisti? Myrdal aveva l’aggravante della maturità, rispetto ai suoi accompagnatori trentenni. Di sicuro poteva vantare una preparazione più solida e tuttavia nessuna incertezza ha scalfito le sue tesi.
Si coglie nella cosciente irresolutezza di tali interrogativi un andamento alla Rashmon, secondo cui più si corre dietro alla verità più questa si nega, mostrando mille volti, tanti quanti sono coloro che cercano di dare la loro versione dei fatti. Il fascino di una simile lettura è quasi tutto riconducibile al tentativo di esplorare le zone meno note della mente umana. Al di là del contenuto storico, ammetto di essermi avvicinata al libro principalmente per capire come e se sarebbero arrivate certe risposte. Diciamo pure che l’interesse psicologico ha di gran lunga sovrastato gli altri. L’esito, lo ribadisco, vale lo sforzo di addentrarsi in questo robusto volume. Il fatto che le soluzioni che aspettiamo sfuggano di continuo, mostra per contrasto la sconvolgente ossessione del meccanismo: quando ci si crede lucidi, si è invece spesso distanti dalla realtà. Nel caso cambogiano, inoltre, l’attuarsi della violenza assume un che di distaccato, è un qualcosa che accade certamente per programma politico ma allo stesso tempo si ha la sensazione che buona parte di quanto viene eseguito sia l’estremo effetto di un qualcosa che è fuori dal controllo e dalla volontà dei singoli. Un’agghiacciante computisteria di regime. Impossibile non riandare alla banalità del male della Arendt.
C’è anche un altro lato selvaggio nella ricerca di Idling, che a mio parere ci riguarda da vicino. E ruota intorno alla raccolta di informazioni sul conto di qualcuno. I khmer, questi strani esseri vestiti di nero – anche qui il parallelo con altri estremismi sembra naturale, il nazismo, l’Isis –  venuti dalla giungla, che pure da ragazzi avevano avuto il singolare privilegio di studiare a Parigi – in un paese dove appena duecentocinquanta cambogiani nell’arco di mezzo secolo avevano fruito di quella possibilità – misero in campo uno spionaggio capillare mischiato a forme di superstizione e altri aspetti irrazionali: se un badile si rompeva o l’acqua si scopriva contaminata, era opera della controrivoluzione e il presunto responsabile veniva giustiziato. Del resto, controllare qualcuno implica di per sé un atteggiamento ostile, e diciamolo tradisce un eccesso di difesa: ti controllo perché ho un sospetto o solo perché non mi piaci e voglio crearti dei problemi. Non è raro che un simile atteggiamento sconfini nella paranoia e che l’ingranaggio finisca presto o tardi per mettere in mezzo degli innocenti. Nei regimi succede con esasperata crudeltà. Ma attenzione, siamo noi al riparo da fenomeni di questo tipo? Magari dai più estremi. In ogni modo si percepisce tra le righe del libro un invito a riflettere. Accodarsi a qualcosa che somiglia a un indizio, solo perché esiste nella nostra testa, millantare, confondere, illudersi di ricavare un’idea valida da certi angoli sbrecciati delle vite altrui, perché non si riescono ad avere informazioni di prima mano, è chiaramente un modo di danneggiare e screditare gratuitamente qualcuno. Cose che finiscono per avere ripercussioni sulla società nel suo complesso. In Cambogia, e altrove, le vittime si sono contate a milioni. Nella Babele d’occidente, in preda a crisi d’ansia e rutilanti esternazioni pubblicate sui social network, il pericolo si mostra meno grave, ma non per questo va ignorato. 
Passiamo tre, quattro volte al giorno davanti a un barbone e non lasciamo un’elemosina ma la stessa foto di un poveraccio postata sui magici davanzali dei nostri profili può riscuotere migliaia di consensi. Quando il lavoro di Idling è uscito le cose non avevano ancora preso questa piega, eppure molti dei quesiti che ci poniamo adesso, nelle sue pagine sono affrontati con sorprendente lungimiranza. 

(Di Claudia Ciardi)


Peter Fröberg Idling,
traduzione di Laura Cangemi,
pp. 344
Iperborea, 2010

11 maggio 2015

Naufragio di guerra #3




La guerra da che mondo è mondo si combatte anche e soprattutto con mezzi che nulla o quasi hanno in comune con i campi di battaglia. Un giro di soldi e informazioni, se ben organizzato, è in grado di cambiare le sorti di un conflitto. La questione dello spionaggio durante la prima guerra mondiale è tutt’altro che secondaria e si può dire che l’Italia si affacci impreparata sullo scacchiere europeo anche sotto questo aspetto. Gravava sull’organizzazione la mancanza di mezzi economici oltre all’incertezza, protratta fin troppo a lungo, su chi avremmo dovuto appoggiare e chi, in conseguenza, sarebbe divenuto nostro nemico. Il giolittismo si era fatto in qualche modo garante degli interessi tedeschi in Italia, che erano estesi e ben radicati. Molti soggetti economici e quadri dirigenziali avevano remore a entrare in guerra contro la Germania per i legami con i finanziatori d’oltralpe. Prima ancora che al fronte, si combatteva con gli appalti. In un paese arretrato quale era appunto l’Italia appena unificata, gli investimenti stranieri erano vitali per sviluppare le nostre infrastrutture. La Francia aveva acquistato partecipazioni nelle società ferroviarie, investendo nel settore dei trasporti urbani e in quello immobiliare, mettendo sul tavolo un capitale di un miliardo e quattrocentotrenta milioni di franchi circa. E tuttavia è la Banca Commerciale tedesca, nata nel 1895, a veicolare una presenza assai più sostenuta e diversificata. Pensiamo che ancora nel 1914 a Roma l’appalto dei medicinali per tutti gli ospedali se lo aggiudica la società tedesca Mariland e che sempre i tedeschi ottengono concessioni per esplorare i giacimenti di mercurio del Monte Amiata. Una rete di soldi e presenze da cui sarà difficile svincolarsi anche negli anni di guerra. Più limitata, ma comunque abbastanza incisiva, l’azione economica degli austriaci, operanti nel nord Italia e sull’Adriatico per ragioni storiche. È chiaro tuttavia che gli attriti sulle terre irredente avevano fatto montare un clima sfavorevole nei confronti delle imprese di Vienna. 
Il sistema creditizio messo in piedi dai tedeschi è estremamente funzionale in quanto permette ai nostri “partner commerciali” di controllare capillarmente le attività cui si indirizza l’economia italiana. L’Istituto di credito, infatti, concede finanziamenti solo alle aziende della penisola che si impegnano a comprare materiale dalle società tedesche. Ciò comporta l’obbligo di compilazione di schede informative sugli affari societari, dati che con tutta probabilità finiscono a Berlino. La Germania non avrebbe avuto alcun motivo di entrare in guerra. La sua situazione era già assai rosea, dal punto di vista delle relazioni economiche e della sua massiccia presenza finanziaria nel Mediterraneo; le velleità coloniali di Guglielmo II, ossessionato dall’impero inglese, hanno finito per tradursi in una scelta del tutto controproducente: quello per cui si struggeva così tanto, in buona parte già lo aveva.
Da questa premessa si capisce forse un po’ meglio una delle tante vicende oscure d’Italia, che alcuni storici hanno definito il primo mistero della nostra storia nazionale. A settantadue ore dall’attentato di Sarajevo, il generale delle nostre forze armate, Alberto Pollio, viene trovato morto in una camera d’albergo a Torino. La ricostruzione è sempre stata piuttosto fumosa, accompagnata da rapporti censurati che non hanno fugato del tutto le numerose contraddizioni gravanti sulla vicenda, a partire dalle cure somministrate al generale la sera del supposto malore. Pollio soffriva di miocardite, è vero, ma il suo stato di salute non ha mai destato preoccupazione. In più, il suo accompagnatore in quella fatale circostanza, l’ufficiale Vincenzo Traniello, da allora sparisce di scena, la sua carriera è di fatto troncata. Allontanamento di un testimone scomodo?
Le frequentazioni viennesi di Pollio gli avevano causato noie e richiami da parte dei nostri vertici. In qualità di attaché militare, compito simile a quello di un agente segreto, avrebbe dovuto limitare i suoi exploits mondani ma il proprio ascendente naturale glielo impediva. Pollio a corte piaceva, così da entrare nelle grazie dello stesso Francesco Giuseppe. Tanto fa che tra un ricevimento e l’altro vi trova moglie, la giovane baronessa Eleonora Gormasz, appartenente a una delle cinquanta famiglie ebree a cui l’imperatore ha concesso il titolo nobiliare. Sebbene l’Italia rilasci subito i documenti per il nulla osta al matrimonio – non vi sono leggi che impediscano l’unione di un nostro ufficiale con una straniera, a differenza dell’Austria dove vige il divieto – le malignità contro Pollio aumentano a dismisura. La sua posizione precipita. La moglie viene additata come spia austriaca e sarà tenuta sotto controllo sempre, anche durante la guerra, quando già vedova si sospettava che continuasse a tenere relazioni con ufficiali dell’esercito austriaco – e in effetti i frequenti viaggi in Svizzera e le permanenze in alberghi di lusso di una donna che sosteneva di non avere redditi sufficienti per mantenersi, suscitano qualche dubbio. Cadorna odiava Pollio, si sentiva in competizione con lui evidentemente, e quando Giolitti, che a sua volta non nutriva alcuna fiducia in Cadorna, gli preferisce il brillante ufficiale napoletano con ottime credenziali presso gli Asburgo, il vecchio generale non riesce a trattenere la sua acredine.
Insomma, Pollio era scomodo e al momento dell’entrata in guerra sono in molti a volerlo togliere di mezzo. Come potrebbe darsi un capo di Stato Maggiore di un esercito in guerra con gli imperi centrali, sposato a un’austriaca per giunta sospettata di spionaggio? Dunque, guerra tra spie si diceva all’inizio. E l’Austria felix in ciò era molto più avanti di noi, con l’Evidenzbureau, il proprio servizio segreto che aveva avuto tutto il tempo di affinare i suoi metodi nella vasta congerie dei territori che facevano parte dell’impero. L'istituzione prende il nome dal modo di dire “Etwas in Evidenz halten” (tenere qualcosa sott’occhio), viene inaugurata nel 1850 e in Italia dimostra la sua efficacia durante le guerre di Indipendenza. La sconfitta del generale La Mamora a Custoza è in buona parte dovuta alla capacità austriaca di far circolare informazioni sballate fra i nostri. 
Ai primi di agosto del ’14, gli austriaci predispongono il rafforzamento di spie in Italia, perché sospettano la nostra adesione all’Intesa. Noi, invece, prendiamo tempo senza organizzarci, per il controspionaggio ci appoggiamo a una sezione della polizia statale, e sebbene i nostri agenti siano piuttosto solerti, mancano di pratica e finiscono per esagerare nei sospetti, creando confusione.

(Di Claudia Ciardi) 


Alcuni riferimenti citati in questa sintesi sono tratti da Roberto Giardina, 1914. La Grande Guerra. L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, Imprimatur, 2014. Al reportage dello storico palermitano, residente dal 1986 in Germania, testo che in modo accattivante intreccia cronaca e analisi storica, dedicheremo uno dei prossimi articoli. 


In dormiveglia

Valloncello di Cima Quattro* il 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia 

Giuseppe Ungaretti da L’Allegria (sezione Il Porto Sepolto)

* Corrisponde all’incirca all’abitato di Poggio Terza Armata (Sdraussine in friulano, Zdravšcine in sloveno), frazione del comune di Sagrado (Gorizia), nella regione Friuli-Venezia Giulia. Si trova tra Sagrado e Savogna d’Isonzo.

Ninna nanna della guerra  (di Trilussa)

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello [*]
Farfarello e Gujermone [**]
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe [***]
che se regge co le zeppe,
co le zeppe dun impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo dassassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Note:

* Uno dei diavoli dell’inferno dantesco
** Guglielmo II, l’imperatore tedesco
*** Francesco Giuseppe imperatore d’Austria





Related links:



Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...