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12 ottobre 2017

Fabula fluit - Corpi letterari e geografie fluviali



Emilio Longoni, Il suono del ruscello, 1902-1903


Ogni volta che mi notificano l’imminente chiusura di un sito a cui ho preso parte ci sono due stati d’animo che in me si manifestano in rapida successione. Il primo, lo dico senza girarci intorno, è di delusione. Quando va bene, si liquida in due tre frasi uno scambio al quale ci si sente ancora legati per come si era definito o per l’utilità che aveva avuto nel corso di una ricerca. Il secondo pensiero, ispirato a sentimenti assai meno nobili, è di scocciatura. Non foss’altro che per le ricadute tecniche prodotte da tali chiusure. Cancellazione dei materiali e collegamenti disattivati – qualora ci si faccia davvero sorprendere per mancanza di preavviso rischiamo addirittura di perdere il lavoro pubblicato. E questo comporta pure un’ampia riflessione sulla natura effimera di internet, sterminato contenitore divulgativo, affollatissimo multisala della pubblicazione hic et nunc, ma anche strumento talora dispersivo, affetto da elefantiasi, che in più di un caso preferisce fare harakiri anziché stabilizzare o affinare i propri canali.
Ricordo che la questione si pose in un vecchio corso universitario in cui si parlava di editing di articoli scientifici. C’era chi si mostrava favorevole alla citazione in nota di collegamenti tratti dal web, risorsa alternativa ai volumi in carta, e chi invece paventava il carattere troppo volatile e volubile di uno scaffale posizionato in rete. Un collegamento può cambiare nel tempo, per modifiche interne al sito o più drasticamente, lo si è detto all’inizio, perché il sito chiude.
Il mio caso è piuttosto singolare, se vogliamo. Sebbene abbia sempre avuto propensione per la rete, in generale sono stata molto restia ad affidare i miei scritti al web – quelli divulgativi vi sono entrati solo in parte, e negli ultimi anni quasi esclusivamente attraverso il mio blog, quelli creativi pressoché affatto, nonostante ripetute sollecitazioni. Non vi è un motivo preciso. In prima battuta credo internet abbia il pregio di spalancare le porte della diffusione ma anche di livellare altrettanto. E ci sono cose, la letteratura è una di queste a mio parere (e la poesia soprattutto!), che ad essere spianate, sdoganate troppo in fretta, svestite, ci perdono irrimediabilmente. Se Leopardi avesse scelto di pubblicare L’infinito su facebook per il suo esordio che cosa sarebbe accaduto? Ci saremmo davvero accorti del grande poeta? A volte mi diverto a pensarci. Thomas Mann titola un suo bel saggio “Poeti, questi sconosciuti tra noi” in cui celebra proprio tale carattere carsico, appartato, temporalmente esteso della necessità poetica. 
Riflessioni simili mi vengono anche da certi incontri in cui tento di spiegare, così, tra un clamore e l’altro, tra un boccone e l’altro, in generale diciamo fra una distrazione e l’altra, a cosa mi stia dedicando. Ogni tanto ci sono anche persone gentili che mostrano una curiosità più solida, più radicata, meno affrettata e apodittica. Ma anche in questi casi è inevitabile prendere atto che siamo trascinati verso altro; l’idea di una certa bellezza o cadenza stentano a farsi trovare, e se anche noi le siamo affezionati o devoti, sembra che non possa riaffacciarsi in nessun dove, perché mancano spazi, voci, gesti che la rievochino. Manca quella vertigine sacra, sacerdotale, che ne custodisce il senso, capace di resuscitarne l’eco quando qualcuno, col cuore risparmiato dai rumori del mondo, le si avvicina.  
E scarseggiano forse anche delle autentiche fucine fuori dai canoni, luoghi alchemici in cui gli ingegni possano davvero affinarsi. Dove avrebbe scritto Joyce, quali stimoli avrebbe avuto, se qualche eccentrico direttore editoriale non lo avesse lasciato fare, capitolo dopo capitolo, capolavoro dopo capolavoro? La letteratura prende forma anche così. È questione di vibrazioni telluriche, scosse elettriche, sodalizi, e tempo – non quello affrettatissimo e in svendita che ci diamo. No, quello no.
Questa premessa è per riproporre gli estratti di un saggio che scrissi anni fa. Una prova di scrittura importante che oggi scompare dalla rete perché il sito, di cui condivido a pieno le ragioni della chiusura, ha smesso di funzionare. Ricordo che fu per me un esercizio comparatista notevole, ma non solo confinato in quel metodo. Dunque ringrazio per la possibilità che mi si offrì di presentarlo in pubblico per quella via – altra non ne avrei avuta e ciò è sempre stato credo a detrimento e forse perfino in contraddizione con la mia lunga attività di curatrice e traduttrice di libri dai trent’anni in avanti.
Oggi mi scuso con quanti non troveranno più il testo integrale all’indirizzo che è stata mia premura divulgare nelle mie pagine. Purtroppo correggere quei post sarebbe dispendioso e qualcosa sfuggirebbe comunque. La lunghezza di quello scritto non mi permette di restituirlo qui per intero ma, ripeto, almeno in estratti sono felice di farlo, se non altro a testimonianza del processo creativo che ne aveva accompagnato la nascita.


(Di Claudia Ciardi)


Estratti da Fabula fluit


«Prendendo in mano per la prima volta in questi mesi il testo del Finnegans, intuisco che c’è qualcosa di lui anche nel mio inizio d’opera.
È il levarsi della figura dalla materia, la parola che musicalmente attrae ogni struttura linguistica per abbatterla e risvegliarla a una vita nova. Bisogna ripartire dal Finnegans.
Questo policentrico divagare per frammenti dell’Imitazione si accompagna a un tentativo di metamorfosi della lingua come struttura sonora, su cui in apparenza non cristallizza nessun significato, salvo poi scoprirsi disposta a una associazione di immagini e sensazioni, significanti e dunque in grado di significare, richiamate in forma di spirale. 
L’esperienza di Finnegan, la sua testa trasformata in promontorio e il corpo abbandonato al fiume nella veglia di Dublino, accanto ai quali si stende forse più di un’ombra ispirata all’asino apuleiano, fanno sentire pure la mia parola in bilico tra cattività e risveglio.
Cosa ne avrebbe detto E. P.? Di sicuro sarebbe valsa la pena anche in questo mio modesto campetto vedere all’opera le cesoie che hanno coltivato la terra di Eliot. Quanto alla prosa che si è rivelata nei Pisan Cantos, l’unica cosa certa, direi, è che il debito con E. P. adesso è divenuto inestinguibile».


[…]


A Luminous Detail

«Per Cartesio il cosmo era pieno di materia, un “plenum” simile a un vorticoso flusso d’acqua […] Faraday suggerì che il flusso di cui parlava Cartesio fosse in realtà un mare di sole forze. I punti di materia, gli atomi, erano soltanto le intersezioni a forma di stella di miriadi di linee di forza radianti che si spandevano da questi centri per tessere il loro cammino nell’universo».  

All’inizio di I gather the limbs of Osiris, una sorta di Ars poetica, Ezra Pound introduce il lettore al metodo attorno a cui si organizza la sua ricerca, ossia il metodo del luminous detail. Si tratta di un approfondimento e di una ulteriore precisazione di ciò che era stato enunciato nei saggi di The Spirit of Romance. Il modus operandi della filologia poundiana, già prefigurato dalla raccolta di saggi del 1910, trova in questo successivo essay (1911) un compendio alle distanze prese dall’utilizzo dei testi per trarne argomenti validi a suffragare le ideologie dei nascenti nazionalismi, sulle quali si stavano strutturando i nuovi canoni letterari.
Questa visione meccanicista e strumentale del testo, secondo Pound, deve essere accantonata a favore di una ricerca basata sul valore letterario intrinseco al componimento, trascendente condizionamenti, leggi, mode di un’epoca e appartenenze nazionali. Sono soprattutto gli storici positivisti a farsi portatori di un atteggiamento percepito dal poeta come disgregante della materia di studio e dunque della sua comprensione.

To gather, ecco il dettaglio ‘discriminante’ e adtrahens del concetto e della figura (Tamuz-Adone come Osiride, come Dioniso), che prende vita insieme all’altro luminous detail, il fiume-corrente. L’aggregazione della materia verbale si decide nel mutevole esercitarsi della fluida volontà isiaca, che ha in sé gli elementi di ichor e amore, in grado di ricondurre l’identità al suo plenum.
Il nesso che da qui ci porta all’incantesimo acquatico del Finnegans, dove i personaggi sono allo stesso tempo personae e luoghi, si stabilisce in maniera meno improbabile di quel che si potrebbe frettolosamente pensare:

«lurch away in the moonshiny gorge of Patself on the Bach. Adyoe. […] Rain. When we sleep. Drops. But wait until our sleeping. Drain. Sdops».  

Strofa augurale scandita al ritmo della pioggia sul sentiero e sul sogno del viaggiatore, fino alla scomposizione della singola goccia, in pura immagine sonora.

«Out of Phlegethon!»

Quasi complemento musicale del prologo dei pisani, il Canto 75 approfondisce e realizza le attese rituali della nékyia, evocando la fuga dal Flegetonte e la risalita del verso che, in seguito alla catarsi musicale, rinviene l’unità del melos: «not of one bird but of many», coralità di memorie che introduce al navigium pisano. Anche qui vediamo recuperata l’istanza già presente nell’essay del 1911: dai frammenti dell’esperienza, riflessi su un verbum scoordinato e mutilo, a un nuovo corpus poetico ricomposto nell’armonia di suono e canto.
Il Flegetonte è il fiume ardente, con ciò veicolando, insieme all’idea dell’incessante fluire dell’acqua, anche quella del fuoco.
Ora, proprio il fuoco ha in sé una doppia natura, distruttiva e generatrice, e la sua fluidità che lambisce la materia, segnandola nell’opera di affinamento (si pensi al fuoco che affina in Dante), funziona nei Cantos da elemento conduttore del pensiero, frutto dell’esperienza:

«Il pensiero che deriva dall’esperienza sensoriale si manifesta come “fuoco” e dà vita alle figurazioni mitiche quali Afrodite, Kypris, Elena, ecc., mentre l’attività intellettuale si manifesta come “luce” e trova riscontro in Artemide, Selene, Diana ecc. Tuttavia entrambe le esperienze costituiscono i due aspetti di un’unica energia e danno origine alle due sfere: “the ball of fire” e “the great ball of crystal”. Si ricordino le progressioni: «the body of light came forth from the body of fire» e più avanti «from fire to crystal/ via the body of light». Siamo ricondotti all’idea della “Pietra” la cui connessione con l’elemento fluido apre nuove prospettive». 

Qualcosa di simile alla Blendung, in italiano “accecamento” e “abbagliamento”, che ad esempio innesca la nascita (o rinascita) letteraria di Elias Canetti. Nello scrittore bulgaro di lingua tedesca, ci torneremo anche più avanti, la parola si regge sulla esortazione a una verità che attraversa il fuoco, per potersi dire salva dai pericoli del fraintendimento.
I fiumi dunque sono i portatori per eccellenza dell’idea della lotta ingaggiata da ogni essere per sopravvivere. E tra i fiumi che più hanno rappresentato la vita anche nella morte il Nilo vanta una antica e lunga tradizione, andata ad alimentare un complesso amalgama mitologico e misterico. Non a caso è da questo fondale culturale che Pound attinge per trarre l’intreccio di maggiore spessore allegorico, utile sia la stesura dei saggi sia all’infinita spirale dei Cantos: Iteru, il Nilo, primo officiante di quell’immaginario mai esaurito che rende omaggio alla polimorfia dei suoi quadri concepiti sulle sponde di altrettanti fiumi augurali.
In Ungaretti, il poeta dei fiumi, il cui corpo straziato dall’esperienza in trincea è stato disperso come Osiride, si tratta dell’immersione rituale della memoria nell’Isonzo che gli permette di recuperare le origini violentemente cancellate dalla guerra, riportandolo fatalmente alla propria infanzia in Egitto:

«Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia/ Ma quelle occulte/ mani/ che m’intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità/ Ho ripassato/ le epoche/ della mia vita/ Questi sono/ i miei fiumi» 

Andando a ritroso non solo nello spazio ma anche nel tempo, sulla scia delle immagini mentali salvate nei secoli da cronisti, viaggiatori e scrittori, torniamo a visitare le sorgenti da cui è scaturita la riflessione degli antichi. Così Seneca, nel III libro delle Naturales Qaestiones vedeva nei fiumi la possibilità di raggiungere la summa veritatis : «Metaforicamente, capire la vera origine del fiume significa rinunciare a qualsiasi altra domanda». Né la ricerca tacitiana si definisce più fisicamente di quanto il lettore moderno potrebbe aspettarsi da una trattazione geo-etnografica sulla Germania.
Le prime parole dello storico latino ci regalano una ‘fotografia aerea’ dell’impero scandito dai grandi corsi d’acqua che ne hanno levigato la storia:

«Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito montis Abnobae iugo effusus pluris populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat: septimum os paludibus hauritur». 

Non si evidenziano qui le divisioni dei territori ma il fluire delle vite dei popoli accanto ai loro fiumi, tutti – uomini e paesaggi – cinti dal padre Oceano, fiume lui stesso, che corre intorno alla terra. La rappresentazione dei luoghi avviene dal punto di vista delle acque che li percorrono e, più che alla precisione geografica, Tacito si mostra affezionato, come anche in altre sezioni della sua monografia, a una visione del mondo che attinge a una prospettiva quasi fiabesca, in cui gli elementi di natura assumono lo status di personaggi mitici e voci narranti, sovrapponendosi alle gesta dei popoli che questi spazi occupano.
Remo Ceserani, in un’ampia ricognizione sui fiumi e l’immaginario che li accompagna, chiosa proprio questo punto:

«Nella letteratura dei Romani e nel loro ampio e diversificato territorio si assiste alla confluenza dei diversi modelli di fiume, in particolare quello egizio e quello greco. Alcuni dei fiumi del territorio dominato dai Romani, come il Po e il Tevere e i grandi fiumi europei, il Rodano, il Reno, il Danubio, sono ampi e anche navigabili, altri mantengono il carattere torrentizio e capriccioso, passando da un regime pacifico a uno violento e offrendo immagini consone alla poesia».  

Tacito si è fatto interprete e sacerdos della doppia identità occidentale; nella sua opera la cultura mediterranea risale verso nord, miscetur, appunto, pur lasciando incompiuta la rappresentazione dell’incontro.
La Grecia, l’Italia, il nord, l’occidente e l’oriente sono le direttrici dell’imperium ma anche gli assi per cui si è trasmesso quel moto sconfinante di latitudini e storie affacciate oltre il limes, che scende inquieto fino al Mar Nero. L’argine tuttavia non può non sentire il vibrare della corrente che gli scorre dentro, e la sorgente e la foce dissolvono nell’unicum della loro reciproca appartenenza.


[…]


Ed ecco che avanzando per questa stessa via ci ritroviamo scortati dalla Fackel di Canetti, l’altro grande traghettatore della Mitteleuropa sulle acque del Danubio, che marca questa “terra di mezzo e in mezzo”, dove lo scrittore svolge au revers il periplo della sua vita. Sennonché, nella sua ricognizione biografica Canetti finisce per mettere fuori campo proprio la vicenda personale. Lo scrittore emerge negli incontri, nelle conversazioni, il suo carattere si colora nel passaggio attraverso gli altri e attraverso le letture, inesorabilmente incorporate alla definizione di se stesso. In questo senso, la rievocazione del decennio che porta alla stesura di Auto da fé, solo in parte ci riconduce a un inizio. Si tratta ancora una volta di un’origine umbratile e sfuggente, più viva dentro la trasfigurazione della parola scritta che nella sua reale collocazione nello spazio. Ruse, la città natale, il movente del percorso, è infatti lontanissima dal lettore. Il «viaggio all’ingiù» che dovrebbe riportarci a casa, diviene improvvisamente reticente, e Ruse, con un colpo di mano, è sostituita dall’immensa epopea di Odessa, vissuta con gli occhi di Babel’. È lo scrittore russo a permettere a Canetti di ripensare la geografia della sua infanzia sul Danubio. Il nesso s’inserisce tra le immagini delle settimane passate a Varna con i familiari e l’incontro con Babel’, molti anni più tardi, nello stridente clamore con cui il settembre del 1928 passava su Berlino. Questo passo nel quale sono raccolti i luoghi di una vita e gli spazi letterari che vi corrispondono, in perfetta contiguità e sintesi, è uno dei più alti della Fackel:

«Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, benché lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane, durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel’ il capoluogo naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia fanciullezza, il duplice viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel percorso la giusta collocazione. Ero curioso di Babel’ come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio soltanto a metà. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E Odessa lo era. Così Babel’ aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una finestra verso Odessa». 

Dunque, se Ruse è Odessa, e ancora nella casa di Vienna le finestre continuano a guardare verso il Mar Nero, impariamo da Canetti che le origini stanno dove si decide di collocarle, e al contempo ci troviamo insieme a lui nel bel mezzo di quelle invisibili correnti e traiettorie che uniscono le persone all’accadere delle cose, attraendo senza sosta le une alle altre. Canetti si affida al suo vodjanoj come Babel’ vi si affidò a quattordici anni, per imparare a nuotare tra le onde del Mar Nero, «un mare verde e pesante».
Babel’ e Canetti si affacciano su questa foce comune.
Del Ponto Eusino Erodoto diceva che l’unico popolo degno di essere menzionato era quello degli Sciti, riguardo ai quali ha scritto che hanno ottenuto la loro supremazia «grazie al terreno favorevole e alla presenza dei fiumi che si rivelano loro alleati». E ancora, a proposito dell’essenza acquatica che nutre i corpi degli esseri umani, vale la pena riportare la descrizione dei traci, fatta da Claudio Magris che cita Anton Dončev:
«I traci sono oceano, i proto bulgari, unogonduri e onoguri, che giungono dal Mar Caspio e dal Mar d’Azov, sono onda che muove e agita quell’oceano originario, gli slavi sono la terra e la mano paziente che la impasta e le dà forma: i bulgari moderni sono la fusione di tutti e tre gli elementi».


[…]



23 febbraio 2014

Konrad Lorenz - In principio fu il canto


Etologo, animalista e ambientalista – e come potrebbero queste cose andar disgiunte – premio Nobel nel 1973 per gli studi sulle componenti innate del comportamento e, in particolare, sull’imprinting nelle oche selvatiche, nacque ad Altenberg, sul Danubio, nel 1903. Il fiume fu mentore e straordinario complice d’osservazione.

Quando Lorenz ci descrive i suoi incontri con gli animali, serba per noi memoria di esseri di cui altrimenti nulla resterebbe, perché è nella loro natura andarsene senza lasciare traccia. Esattamente il contrario di quanto facciamo noi, impegnati in una fanatica rappresentazione di noi stessi, incuranti che questo inutile affannarci lede le più elementari regole su cui dovrebbe fondarsi la convivenza sulla terra.
Lorenz ci esorta dunque a recuperare un legame con la natura che, in seguito all’affermarsi della società industriale, è andato logorandosi fino all’impensabile. Inoltre, le sue indagini sulla ritualizzazione dell’aggressività e l’altruismo animale, hanno messo in dubbio l’opposizione tra cultura e natura, tra uomini e bestie. L’attestazione dell’esistenza di comportamenti altruisti anche fra animali significa infatti che siamo di fronte a una componente dell’evoluzione, che quindi premia la cooperazione.
Quest’anno ricorrono i venticinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 27 febbraio 1989. Vogliamo rendergli qui un breve omaggio.



La scorsa estate, nei pomeriggi in cui andavo a passeggiare lungo le rive dello Schlachtensee, amavo soffermarvi all’estremità del lago. In quel punto si poteva infatti godere di una bella vista del bosco e di maggior pace, perché pochi erano i bagnanti che avevano voglia di spingersi fin laggiù. Arrivarci significava infatti camminare per almeno altri venti minuti dopo il noleggio di barche, e già quella non è una meta tanto a portata di mano. Ma l’idea di lasciarmi alle spalle i clamori della città e poter gustare un paio d’ore di sole leggendo magari un buon libro di poesia, mi sollevava dalla fatica del viaggio.
Tuttavia, la cosa più interessante è accaduta solo quando, passati diversi giorni, avevo ormai familiarizzato con il mio rifugio. A pochi metri da me, il lago si ingolfava in un fitto canneto, dimora di libellule e ombre fantastiche. Ma un altro segreto vi si custodiva, più incantevole ancora. Poco prima del mio arrivo erano nati dei piccoli di anatra selvatica. La prima volta che mi sono goffamente sfilati davanti, intanto che il maschio si ingegnava a tenerli a debita distanza da me, sembravano delle fragili barche di carta che annaspavano sull’acqua, il collo rossiccio e spiumato, le zampette sottili e improvvide sulla corrente, a cui non riuscivano a offrire la necessaria resistenza, così che non era raro sorprenderli mentre rompevano la fila e cominciavano a ruotare su se stessi. Ho poi aspettato di vederli uscire dal canneto in cerca di cibo, scortati dai genitori. Non ho resistito a chiamarli, tentando di riprodurre i timidi mugolii che lanciavano al papà e alla mamma. Così la loro traiettoria è divenuta estremamente più vicina a quella dei miei piedi, comodamente poggiati in acqua su un tronco di betulla sommerso. Finché ho deciso di condividere con loro qualcuno dei miei biscotti. Allora il padre, un maschio piuttosto grande con una specie di rostro ben tornito che dal becco si estendeva su buona parte del capo, è venuto a ispezionare il cibo, e solo dopo, sotto lo sguardo vigile della madre, ha stabilito che i piccoli potevano avvicinarsi. Da quel momento sono riuscita ad attirare un’intera colonia di anatre. Non avevo proprio alcun ritegno a intrattenermi con loro, imitandone il verso, e i rari passanti si stringevano alle mie spalle, incuriositi. Probabilmente avranno pensato che fossi una mezza matta ma non davo alcun peso alla faccenda, che comunque suscitava diverse simpatie. Un giorno una donna si è avvicinata con la figlia per fare delle foto e mentre mi chiedevano notizie sull’età dei piccoli, ho detto: vedete, è chiaro che le lingue funzionano con gli animali meglio che tra persone. La berlinese più anziana ha confermato, lasciandosi andare a una robusta risata.
L’esperienza di osservare gli animali nel loro ambiente anche solo per qualche ora è indescrivibile. Queste creature gentili e buone e infinitamente generose ci insegnano cosa siano la pacatezza e la semplicità nei rapporti con quel che ci sta attorno, ci riportano all’armonia che abita le cose. Perfino una visione istantanea è preziosa. Io non so raccontarvi la gioia nell’affacciarmi dal treno e vedere per pochi attimi la regale figura di un airone bianco, immobile in riva a un torrente. O i nidi dei pendolini, appesi agli alberi sfogliati del litorale che corre verso Roma, calde, intime spoglie d’autunno. O la nostalgia, quasi una preghiera d’amore, che viene dalle voci dei gabbiani, quando nelle sere d’inverno si chiamano sopra i vicoli della mia città, e alla fine si tacciono, tornando ai loro ripari. E potrei dirvi anche dello spettacolo di un airone cinerino, sceso su un argine dell’Arno in un torrido giorno d’estate, uniche presenze, lui e io, in quell’ora lontana dalle case e dal tempo. Ricordo come fosse ora la sagoma maestosa dell’animale, ferma davanti al fiume, assorta e stupenda. Pur senza voltarsi mi aveva sentita, lo vidi girare appena il suo becco arrossato, provocante mezzaluna posata sul mio cuore. Sapeva che ero lì e per questo mi ha regalato il suo slancio. Eravamo all’unisono. 
Chi non comprende la perfezione racchiusa in uno di questi incontri, chi non ne coglie l’assoluta bellezza, vive talmente al di fuori del mondo da essergli estraneo e nemico.

(Di Claudia Ciardi)



Konrad Lorenz – L’anello di Re Salomone
(From the book)

«È noto che i pappagalli e molti corvidi sanno “parlare”, cioè imitare delle parole umane, e a volte può esservi anche un legame concettuale fra il suono emesso e determinate esperienze dell’uccello. Per il fatto che sanno imitare, molti uccelli canori spesso danno l’impressione di “prendere in giro”: il canapino, la verla piccola, il pettazzurro, lo storno e altri sono maestri in questo campo. Questi suoni sono imitati, e quindi appresi dall’uccello, che non li possiede per via innata, e che li emette solo mentre canta, senza alcuna connessione con il significato che possono avere particolari “vocabolari”. Questo vale anche per gli storni, le gazze e le taccole, che sono assai bravi nell’imitare le parole umane. 
Altra cosa è il “linguaggio” dei grossi corvi e soprattutto dei grossi pappagalli: anch’essi imitano le parole umane in modo chiaramente giocoso e non intenzionale, come avviene per molti uccelli dall’intelligenza meno elevata, ma i corvi e i pappagalli imitano le parole umane anche indipendentemente dal canto, e innegabilmente, a volte, tali suoni sono associati a certi concetti e hanno quasi (però soltanto quasi!) un certo significato.
Molti pappagalli cinerini e molti pappagalli dell’Amazzonia dicono “buongiorno” solo al mattino, e una sola volta; quindi usano l’espressione in modo del tutto appropriato. Otto Koehler possedeva un vecchissimo pappagallo cinerino che, avendo il vizio di strapparsi le penne, era rimasto quasi pelato, e rispondeva al nome di Geier. Geier, che non era affatto bello, compensava la sua bruttezza con il talento per la lingua: diceva perfettamente a tono “buongiorno” e “buonasera” e quando un visitatore si alzava per prendere congedo esclamava con un vocione benevolo: “Be’, arrivederci!” E si noti che lo diceva solo quando il visitatore aveva veramente intenzione di andarsene: come i cani pensanti, così anch’egli comprendeva da segni impercettibili e inconsci se l’intenzione del visitatore era veramente seria. Quali fossero questi segni, noi non l’abbiamo mai scoperto, ma neppure una volta siamo riusciti a provocare il suo saluto mediante un congedo fittizio. Se invece una persona era veramente in procinto di andarsene, poteva anche congedarsi nel modo più discreto che subito, e un po’ beffardo, risuonava il “Be’, arrivederci” del pappagallo.
Il celebre ornitologo di Berlino, il colonnello von Lukanus, possedeva anch’egli un pappagallo cinerino, divenuto famoso per la sua straordinaria memoria. Accanto ad altri uccelli, Lukanus teneva anche una upupa domestica, di nome Höpfchen, e il pappagallo, che sapeva parlare bene, aveva presto imparato questo nome. Purtroppo le upupe, al contrario dei pappagalli, non vivono a lungo in cattività, e quindi dopo un po’ di tempo Höpfchen passò nel regno dei più, e parve che il pappagallo ne avesse dimenticato il nome; comunque non l’aveva mai più pronunciato. Dopo la bellezza di nove anni, il colonnello von Lukanus acquistò un’altra upupa e, appena la vide, il pappagallo disse subito e ripeté in seguito: “Höpfchen…Höpfchen…”.
Questi uccelli longevi, che quando hanno imparato una cosa ne serbano una memoria tanto tenace, sono però in generale altrettanto lenti ad apprendere. Chiunque abbia provato a insegnare una nuova parola a uno storno o a un pappagallo sa di quale pazienza ci si debba armare, quante volte gliela si debba ripetere, senza mai stancarsi. Eppure tali uccelli, eccezionalmente possono imparare una parola che hanno udito solo di rado o forse anche un’unica volta. Ciò accade però, a quanto sembra, solo in circostanze eccezionali di grandissima eccitazione, e io conosco con certezza solo due casi del genere. Mio fratello possedette per anni un magnifico pappagallo addomesticato dell’Amazzonia, vivace e straordinariamente dotato per la lingua; si chiamava, in portoghese, “Papagaio”. Per tutto il tempo che visse con noi ad Altenberg, Papagaio poteva volare liberamente come tutti gli altri uccelli e un pappagallo che vola liberamente di albero in albero pronunciando bene le parole umane fa un’impressione ancora più buffa di un pappagallo che parli altrettanto bene standosene in gabbia. Quando Papagaio svolazzava qua e là gridando forte “dov’è il signor dottore?”, e qualche volta cercando veramente il suo padrone, la scena aveva un effetto comico irresistibile. Ancor più comica ma anche notevole scientificamente, fu la seguente impresa dell’uccello. Papagaio non aveva paura di nulla e di nessuno, eccezion fatta per lo spazzacamino. In generale gli uccelli hanno facilmente paura delle cose che stanno in alto, fatto questo che è di certo connesso con l’innata paura degli uccelli rapaci che appunto piombano addosso dall’alto. Quindi ogni cosa che si stagli contro il cielo ha per loro, in un certo senso, l’intonazione emotiva dell’uccello rapace. Quando vide una volta lo spazzacamino, che già si distingueva dagli altri uomini per il suo sinistro color nero, ergersi contro il cielo ritto sul camino, Papagaio fu assalito dal timor panico, e se ne volò via con tali schiamazzi e così lontano che tememmo per il suo ritorno. Alcuni mesi dopo lo spazzacamino ritornò, mentre Papagaio se ne stava sulla banderuola del tetto litigando con le taccole che avrebbero voluto occupare loro quel posto. Improvvisamente io lo vidi divenire lungo e sottile, e guardare preoccupato verso il basso; poi prese il volo gridando ininterrottamente con voce assordante: “Arriva lo spazzacamino, arriva lo spazzacamino!” Un momento dopo lo spazzacamino entrava effettivamente dalla porta del cortile! 
Purtroppo non riuscii a stabilire chiaramente quante volte Papagaio avesse visto lo spazzacamino in passato, e quanto spesso avesse udito il grido eccitato della nostra cuoca che ne annunziava l’arrivo: era infatti, senza alcun dubbio, la voce di questa signora che risuonava nelle sue parole. Comunque non l’aveva certamente udita più di due o al massimo tre volte, a intervalli di mesi l’una dall’altra».



Related links:

Am Schlachtensee:
«La strada corre lungo il Mexikoplatz, una lingua verde a tratti quasi impudente per la fretta dei ciclisti. Ma io amo sorprenderne il volto gentile che si perde tra gli alberi e tenta di raccontare qualcosa come se facesse cadere dietro di sé molliche di pane, questo più di tutto mi seduce».

Intervista con Elisa Cutullè su Vivisaar (parlando, tra gli altri, di Konrad Lorenz)

L’uomo cantava come un fringuello. La nascita del linguaggio di Robert C. Berwick, «La Repubblica», 18.10.08:
«Proprio come quando battiamo il tempo con il piede a ritmo di musica, così l’uomo o gli uccelli parlano o cantano senza incespicare. Questa è l’origine del linguaggio. Tutti gli animali esposti ad un apprendimento vocale ricorrono a questo sistema per formare ritmi in assenza di parole, contrariamente a quello che fanno «discenti» privi di apprendimento vocale come gli scimpanzé. Gli scimpanzé possono fare ricorso alle parole, ma non hanno ritmo e non dispongono di un «collante». In assenza di quest’ultimo ingrediente, pertanto, non possono sviluppare il linguaggio in quanto incapaci di generare nuove frasi, o parti di esse, utilizzando frammenti di parole. Per generare un vero linguaggio occorrono parole, ritmo e un «collante». In questa prospettiva, la vera essenza della specie umana si è caratterizzata attraverso il canto e le parole, ovvero con l’Opera. Ma gli italiani lo sapevano già da tempo!».

Alla base del linguaggio umano c'è il canto degli uccelli, di Milly Barba, «L'Unità», 07.03.13


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