Visualizzazione post con etichetta Seneca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Seneca. Mostra tutti i post

28 novembre 2022

Rammstein - Zeit





Torno con piacere a commentare un po’ di musica dopo l’ascolto di un lavoro che è sicuramente tra i più riusciti dell’anno, e di nuovo mi avvicino a certe sonorità “berlinesi” a partire da un concept album, come già mi è capitato nel caso di Lou Reed con Berlin, sebbene le definizioni stiano sempre abbastanza strette alla creatività di artisti a tutto tondo. Qui parlo di Zeit dei Rammstein, ottavo disco per la band, lavoro nel filone della cosiddetta Neue deutsche Härte; e sarà anche nuova durezza o ruvidezza tedesca ma gli spunti lirici non mancano e in queste tracce siamo di fronte a un’opera a tratti intimista e di sicuro molto matura sul piano dei testi e delle sonorità. Quindi la prima cosa che si pensa è “che bel risveglio dopo due anni di pandemia”. Mi sono imbattuta nel brano di Zeit lo scorso aprile – un risveglio di primavera appunto, che mi ha sorpresa, molto coinvolgente, direi ammaliante. Così mi è venuta la curiosità di un ascolto completo, curiosità riaffiorata in pieno dopo il rilascio dell’ultimo video in questi giorni, basato sul singolo Adieu; tema del congedo che in una sorta di Ringkomposition abbraccia tutte le sfumature di questo tempo cantato, sviscerato, lasciato fluire in musica fino alla constatazione del suo dissolvimento.
Della voce di Till Lindemann, nativo di Lipsia, classe 1963, frontman dei Rammstein, si dice che sia una certezza e una fortezza. Di sicuro una delle voci maschili più belle del nostro tempo – per ribadire il tema musicale – una voce che il tempo lo riempie nel tentativo di dargli un senso. Ma riavvolgiamo un attimo il nastro: l’irruzione del covid aveva spazzato via, come allora per tutti i concerti, le tappe di un tour che era già sold out. Così la band ha preferito nei mesi sospesi e incerti delle chiusure raccogliere energie e concentrazione per riflettere e rappresentare quella precarietà, quel vivere angoscioso che si sapeva avrebbe generato distanze, perdite materiali ed emotive, strappi che non si sarebbero recuperati. E in queste canzoni c’è molto di quanto abbiamo attraversato, e c’è il coraggio e la capacità di essersi immersi negli eventi, analizzandoli senza filtri, in una spigolatura non semplice, perché parlare del tempo significa esser coscienti che si potrà fissare appena un momento, e in mano resterà solo, infine, una manciata di sabbia, e poi più neppure quella. Il video di Zeit esprime in accordo a ciò una bellezza filmica davvero intensa. Mentre in altri contesti le clip del gruppo mi sembrano compiacersi (ed eccedere) nel gotico, fino al lugubre e al violento, e in parodie blasfeme che non amo, qui tutto sta in armonico contrappunto nell’allegoria di vita e morte, di nascita, maternità, fuga degli anni, dissoluzione, polvere (in tedesco sono evidenti i rimandi colti alla poesia antica da pulvis et umbra sumus al cotidie morimur di Seneca passando per i moniti biblici di intonazione apocalittica). C’è la continuità della vita nel rapporto genitoriale, il desiderio erotico che è la prima pulsione dell’essere verso un altro essere, e c’è il distacco. Tutte componenti poi segmentate ed esplorate nelle altre tracce – le più ironiche come Zick Zack, Dicke Titten e Ok (qui per quanto discutibile possa essere il messaggio Ohne Kondom, emerge di nuovo un richiamo affatto superficiale all’eros descritto nella sua fisicità, nel senso più autentico del darsi, fino all’orgasmo maschile). E poi di nuovo una scrittura e atmosfera più sostenuta in ballate di grande densità emotiva, sicuramente Lügen, dove Till Lindemann ha confezionato un testo che spazia dai modelli della poesia romantica tedesca (l’incipit con l’avverbio letterario barfuß fa da apripista a una serie di immagini alte, poi destrutturate e disinnescate nella banalità di una relazione di facciata) e Meine Tränen, sul rapporto madre-figlio («Un uomo piange solo quando muore sua madre […] quando la sua stessa carne perisce nel suo sangue», eco di un’altra ballata che ha fatto la storia del gruppo, Mutter). Lindemann è uno che padroneggia molto bene i ferri dello scrivere, è un colto che può permettersi di citare, mischiare e smontare modelli letterari con una disinvoltura notevole. Dopo questo ascolto, certe cose più commerciali che si giovano di più ampia pubblicistica, ci appariranno molto abborracciate e come sotto formalina.
In Italia l
ultimo lavoro dei Rammstein è stato ben accolto; basti vedere i tanti articoli scritti un po’ ovunque, con rinnovato plauso per la coerenza progettuale di un gruppo che non si è fatto inghiottire dai cliché.
Ma vorrei dire ancora, a sostegno dello scavo emotivo e dell’analisi del tempo storico che sorregge quest’album, che perfino il Trudelturm, scelto come immagine di copertina (fotografato nell’occasione da Bryan Adams), sorta di monolite che rimanda a un set di fantascienza ma anche alle pesanti ombre del recente passato, ci parla con oscura premonizione. Quando hanno iniziato a scrivere nulla si poteva presagire della guerra che incombeva a oriente; eppure le ossessioni della guerra fredda, certi spettri di là e di qua dal muro, sarebbero tornati ad agitarsi. E in tutto questo noi viviamo la transitorietà del tempo in modo ancora più esasperante, come fossimo in una gabbia senza uscita, non interpreti del suo fluire, piuttosto sue cavie, appesantiti da inettitudini e falsità. E intanto la vita si dissolve e i nostri bambini muoiono sotto il fango e muoiono sotto i bombardamenti, e muoiono di inedia, di mancanza di prospettive, non vengono neppure al mondo perché la vita ci manca, perché se anche ci sarebbe un tempo di cui potremmo essere interpreti, non riusciamo a immaginarlo né a immaginarlo per loro.
È un album che fa riflettere – virtù sempre più rara nelle espressioni artistiche contemporanee – da ascoltare e riascoltare, un album che sembra destinato ad acquistare spessore proprio nel concatenarsi degli eventi che si affollano intorno a noi. E io dico solo grazie per il bel dono a chi me lo ha messo sotto gli occhi.


(Di Claudia Ciardi)

20 marzo 2021

Tra ricognizioni e avvistamenti dell'umano

 
«È falsa la partenza, è un variare del restare». Così Milena Tagliavini volgendosi ai Dialoghi di Seneca riflette sui poli dell’esperienza umana, l’eterno viaggio del sé, l’ombra che ci segue ovunque decidiamo di andare. Quando ci mettiamo su una strada non possiamo infatti prescindere da uno sguardo interiore, dal comprenderci se si vuole davvero tentare un’altra via di comprensione del mondo. Questo attraversare gli eventi che ci scuotono, in senso fisico e psicologico, segna le nostre scelte, la capacità di adattarci e non respingere la vita, anche e soprattutto nel difficile periodo che stiamo affrontando laddove la realtà continua a regalare quei piccoli miracoli quotidiani su cui è bello soffermarsi. L’erba e il suo sentore che si offrono quando usciamo, il riflesso rosato della neve in montagna, che ci parla da lontananze inattingibili ma colme di misteriosa fede, il coraggio di una montaliana breccia fra le mura per vincere la prigionia e la sua soffocante aridità. Con delicatezza e levità la poetessa ci insegna un’antropologia di «movimenti minimi», ci sprona ad attingere a una «cieca volontà di vivere», perché ora più che mai l’essere umano è chiamato a una prova di resistenza e l’unico modo per superarla è non smarrire il solo legame che salva, quello coi propri simili.
Un paio di anni fa mi chiesero di intervenire sulla dissoluzione economica e sociale prevalenti all’inizio del nuovo millennio. In tempi ancora non sospetti – l’epidemia sarebbe scoppiata circa l
anno successivo – dissi che la vera domanda che bisognava porci non era più su chi fosse l’altro – cardine dell’indagine antropologica fin dai suoi albori – piuttosto su dove fosse. Il mio era un richiamo al livellamento dei luoghi e delle culture, alla svendita dell’umana possibilità di crearsi e ricrearsi il proprio destino anche accettandone i rischi, calpestando le conquiste del libero arbitrio, parlando di letteratura e scienza in modo da occultare il portato di entrambe, identificandosi nella fuga verso un modello incapace di interpretare le differenze se non mettendone in luce la loro carica negativa. Se i fenomeni come ci ha insegnato Schopenhauer non sono soltanto quel che appare ma forze spirituali da cui promana uno stadio più autentico della conoscenza, allora la poesia diviene un medium potentissimo per tornare a vedere in profondità.
Nelle Ricognizioni di Milena Tagliavini colgo questo messaggio, in quanto l’uscita nel territorio, la sua esplorazione richiede poi, come spiega l’autrice, decisioni operative. Si tratta cioè di interpretare le informazioni raccolte sul campo e da lì risolversi ad agire. La ricognizione, dice Milena, è anche se vogliamo un recognoscere, un conoscere di nuovo, una riscoperta e un richiamare alla memoria – peraltro questo attaccamento all’antico, alla radice latina delle parole rivela la necessità di chinarsi alle sorgenti sentimentali della lingua, di riavvicinarne il vero volto nel divenire della storia, proprio a partire dalle sue intonazioni etimologiche.
La sensibilità di Rita Bompadre dedica alle sfumature di questa raccolta un raffinato contributo che col passo lieve di una lettrice riconoscente invita a misurarne il terreno e le latitudini emotive.

 
(Di Claudia Ciardi)



 

“Ricognizioni” di Milena Tagliavini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una conferma introspettiva all’analisi autonoma della forza poetica, all’indagine inconscia dell’esistenza. Milena Tagliavini prende atto della coscienza osservando la confidenza finalizzata al riconoscimento del proprio mondo, esaminando la propria interiorità interpretata da idee, intenzioni ed esortazioni che generano l’essenza dell’identità della poetessa.
I versi, estendono la percezione interna all’attività riflessiva del pensiero, esprimono la voce dialogante con l’anima, dispongono l’intesa della comprensione con il trascorrere dell’autenticità del tempo, dilungando la veridicità degli stati d’animo. L’autrice attinge le sensazioni, raccoglie il riscontro dei sentimenti attraverso ogni manifestazione esplorativa, identifica il percorso esistenziale con l’itinerario della sensibilità, rileva gli accertamenti dell’ispirazione. Il privilegio e la grazia di concedersi una mediazione nella comunicazione elegiaca, permette di verificare la qualità medianica degli avvertimenti sensibili, di descrivere l’evocazione delle convinzioni, la persuasione dell’esperienza. Lo spirito che riflette la luce delle intonazioni umane, irradia una telepatia di emozioni, scorge sempre un significato ultimo da attribuire alla vita, al senso di ogni valore, alla direzione da intraprendere, al messaggio di speranza da divulgare. Il coinvolgimento psicologico ed antropologico della poetessa valuta reazioni profonde ai propri interrogativi sull’abilità del vivere, inseguendo la continua evoluzione dell’inconoscibile, insondabile mistero dei tentativi, cercando di confermare l’universalità della comprensione.
Dimostrare la disponibilità dei fenomeni umani, fornire il requisito della saggezza è lo spunto di riflessione per manifestare la presenza oltre l’invisibile linea di confine dello spirito, per invocare la libertà e la volontà delle contraddizioni terrene, per restituire la fermezza del giudizio e della ragione nell’ambito dell’emozionalità, dell’atteggiamento agnostico sui dissidi esistenziali. La poesia di Milena Tagliavini amplifica i quesiti umani universali, propone domande sull’uomo e sull’origine della bellezza, offre la resistenza all’insicurezza, cercando di colmare il vuoto della provvisorietà, superando il tragitto dell’inquietudine, placando la diffidenza oltre ogni apparenza. La poesia, consumata dal tormento doloroso dei conflitti irrisolti o irrisolvibili, strappa con dolore vivo ogni nuova lacerazione, intervallando il ritmo persistente del tempo che scorre, sussurrando la suggestione dei versi adagiati sulla pagina, con la lieve e consapevole consuetudine alla malinconia, ricostruendo dall’indifferenza la sostanza della luce anche attraverso le ombre degli ostacoli. Il monito delle oscure difficoltà permette l’adattabilità dello sguardo a vedere oltre, rischiarando la luminosità del raggio visivo nel riscatto dei versi.
“Ricognizioni” accoglie la necessità della speranza ed evidenzia il disincanto, alternando rumore e silenzio, affermando l’intimità della poesia che risolve le ostilità, travalicando le siepi. Nella costante ricerca stilistica la generosità emotiva perlustra il presentimento del sentiero vitale attraverso percorsi obliqui, trattiene la fragilità con l’intento di aggirare il richiamo incisivo del monologo interiore, abita lo spazio della nostalgia, coniugando la resilienza poetica alla ricostruzione delle opportunità positive, nell’arricchimento del cambiamento e della trasformazione nelle piccole dichiarazioni impalpabili dell’amore.


(Di Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”)

 

* Testi selezionati da Rita Bompadre

 

Nuovomondo – La nave


Visto dall’alto è un canale
d’acqua salata con gli argini fondi,
qua di cemento e là di lamiera.

Si spacca la folla in diagonale,
una faglia slitta via.

E tutto crolla,
ma solo dentro.

 

Il rosa della neve


Incorniciata dalla guarnizione
del parabrezza tra il ponte e le strade
l’aureola appare come altro a sé.

Sarebbe una voce capace di tagliare
il nastro della ragione che ci lega qui
se con la pazienza di un docente
non ci dimostrassimo ciechi
di fede ogni giorno il teorema.

Così la fila avanza e lascia
una curva in discesa ai lati
della labbra mentre le dita
dei monti affrescano l’impossibilità
di catturare il rosa della neve.



La trappola

Con pazienza ho infilato per ore
i punti dell’ago come se la danza
delle dita fosse un rituale,
la pozione per ignorare il tempo.
Nell’urgenza del respiro
non avevo che questa azione inutile,
che restare sola senza parlare
dentro i muri.


Mani

Proprio oggi ho visto le tue mani
scolpite nelle sue. Mi ricompari
a tratti, a pezzi, ancora viva.
Sono carne di nostalgia le dita
di marmo molle senza rughe
e con lo smalto scuro. Sguardo
che richiama di fianco la tua assenza,
corpo invisibile tra noi.

 

Tra due muri

 
Mi volti le spalle e vai tra due muri
di fiori, hai le redini
di ciò che è stato. Il piede alzato
per il passo e la sensualità
del vento in una curva sui capelli
non si perderanno. La carta
e gli occhi scambieranno
per anni le interpretazioni.

Oggi il non visto ha un senso
d’arresto che si prolunga,
di sospensione del fiato mentre
la palla sta alta sulla rete.


Una svolta


È una svolta che forse non c’è
questo giorno colmo di pensieri.

Sei un uomo con le valigie piene
d’aria. Ogni volta che le aprirai
darai pane ad altri respiri.


Creazione

Ho creato una breccia fra le mura,
un’evasione di note.
Una preghiera materiale
del corpo vivo.
È carne e terra e cielo.
Ha il sapere, oltre le regole
dei soprusi della ragione.

 

Da Milena Tagliavini, Ricognizioni, Giuliano Landolfi Editore, 2020

 
Sul canale “My Urby” l’intervista alla poetessa che racconta la propria esperienza di vita e di scrittura con delicatezza e passione (ottobre 2020).


12 ottobre 2017

Fabula fluit - Corpi letterari e geografie fluviali



Emilio Longoni, Il suono del ruscello, 1902-1903


Ogni volta che mi notificano l’imminente chiusura di un sito a cui ho preso parte ci sono due stati d’animo che in me si manifestano in rapida successione. Il primo, lo dico senza girarci intorno, è di delusione. Quando va bene, si liquida in due tre frasi uno scambio al quale ci si sente ancora legati per come si era definito o per l’utilità che aveva avuto nel corso di una ricerca. Il secondo pensiero, ispirato a sentimenti assai meno nobili, è di scocciatura. Non foss’altro che per le ricadute tecniche prodotte da tali chiusure. Cancellazione dei materiali e collegamenti disattivati – qualora ci si faccia davvero sorprendere per mancanza di preavviso rischiamo addirittura di perdere il lavoro pubblicato. E questo comporta pure un’ampia riflessione sulla natura effimera di internet, sterminato contenitore divulgativo, affollatissimo multisala della pubblicazione hic et nunc, ma anche strumento talora dispersivo, affetto da elefantiasi, che in più di un caso preferisce fare harakiri anziché stabilizzare o affinare i propri canali.
Ricordo che la questione si pose in un vecchio corso universitario in cui si parlava di editing di articoli scientifici. C’era chi si mostrava favorevole alla citazione in nota di collegamenti tratti dal web, risorsa alternativa ai volumi in carta, e chi invece paventava il carattere troppo volatile e volubile di uno scaffale posizionato in rete. Un collegamento può cambiare nel tempo, per modifiche interne al sito o più drasticamente, lo si è detto all’inizio, perché il sito chiude.
Il mio caso è piuttosto singolare, se vogliamo. Sebbene abbia sempre avuto propensione per la rete, in generale sono stata molto restia ad affidare i miei scritti al web – quelli divulgativi vi sono entrati solo in parte, e negli ultimi anni quasi esclusivamente attraverso il mio blog, quelli creativi pressoché affatto, nonostante ripetute sollecitazioni. Non vi è un motivo preciso. In prima battuta credo internet abbia il pregio di spalancare le porte della diffusione ma anche di livellare altrettanto. E ci sono cose, la letteratura è una di queste a mio parere (e la poesia soprattutto!), che ad essere spianate, sdoganate troppo in fretta, svestite, ci perdono irrimediabilmente. Se Leopardi avesse scelto di pubblicare L’infinito su facebook per il suo esordio che cosa sarebbe accaduto? Ci saremmo davvero accorti del grande poeta? A volte mi diverto a pensarci. Thomas Mann titola un suo bel saggio “Poeti, questi sconosciuti tra noi” in cui celebra proprio tale carattere carsico, appartato, temporalmente esteso della necessità poetica. 
Riflessioni simili mi vengono anche da certi incontri in cui tento di spiegare, così, tra un clamore e l’altro, tra un boccone e l’altro, in generale diciamo fra una distrazione e l’altra, a cosa mi stia dedicando. Ogni tanto ci sono anche persone gentili che mostrano una curiosità più solida, più radicata, meno affrettata e apodittica. Ma anche in questi casi è inevitabile prendere atto che siamo trascinati verso altro; l’idea di una certa bellezza o cadenza stentano a farsi trovare, e se anche noi le siamo affezionati o devoti, sembra che non possa riaffacciarsi in nessun dove, perché mancano spazi, voci, gesti che la rievochino. Manca quella vertigine sacra, sacerdotale, che ne custodisce il senso, capace di resuscitarne l’eco quando qualcuno, col cuore risparmiato dai rumori del mondo, le si avvicina.  
E scarseggiano forse anche delle autentiche fucine fuori dai canoni, luoghi alchemici in cui gli ingegni possano davvero affinarsi. Dove avrebbe scritto Joyce, quali stimoli avrebbe avuto, se qualche eccentrico direttore editoriale non lo avesse lasciato fare, capitolo dopo capitolo, capolavoro dopo capolavoro? La letteratura prende forma anche così. È questione di vibrazioni telluriche, scosse elettriche, sodalizi, e tempo – non quello affrettatissimo e in svendita che ci diamo. No, quello no.
Questa premessa è per riproporre gli estratti di un saggio che scrissi anni fa. Una prova di scrittura importante che oggi scompare dalla rete perché il sito, di cui condivido a pieno le ragioni della chiusura, ha smesso di funzionare. Ricordo che fu per me un esercizio comparatista notevole, ma non solo confinato in quel metodo. Dunque ringrazio per la possibilità che mi si offrì di presentarlo in pubblico per quella via – altra non ne avrei avuta e ciò è sempre stato credo a detrimento e forse perfino in contraddizione con la mia lunga attività di curatrice e traduttrice di libri dai trent’anni in avanti.
Oggi mi scuso con quanti non troveranno più il testo integrale all’indirizzo che è stata mia premura divulgare nelle mie pagine. Purtroppo correggere quei post sarebbe dispendioso e qualcosa sfuggirebbe comunque. La lunghezza di quello scritto non mi permette di restituirlo qui per intero ma, ripeto, almeno in estratti sono felice di farlo, se non altro a testimonianza del processo creativo che ne aveva accompagnato la nascita.


(Di Claudia Ciardi)


Estratti da Fabula fluit


«Prendendo in mano per la prima volta in questi mesi il testo del Finnegans, intuisco che c’è qualcosa di lui anche nel mio inizio d’opera.
È il levarsi della figura dalla materia, la parola che musicalmente attrae ogni struttura linguistica per abbatterla e risvegliarla a una vita nova. Bisogna ripartire dal Finnegans.
Questo policentrico divagare per frammenti dell’Imitazione si accompagna a un tentativo di metamorfosi della lingua come struttura sonora, su cui in apparenza non cristallizza nessun significato, salvo poi scoprirsi disposta a una associazione di immagini e sensazioni, significanti e dunque in grado di significare, richiamate in forma di spirale. 
L’esperienza di Finnegan, la sua testa trasformata in promontorio e il corpo abbandonato al fiume nella veglia di Dublino, accanto ai quali si stende forse più di un’ombra ispirata all’asino apuleiano, fanno sentire pure la mia parola in bilico tra cattività e risveglio.
Cosa ne avrebbe detto E. P.? Di sicuro sarebbe valsa la pena anche in questo mio modesto campetto vedere all’opera le cesoie che hanno coltivato la terra di Eliot. Quanto alla prosa che si è rivelata nei Pisan Cantos, l’unica cosa certa, direi, è che il debito con E. P. adesso è divenuto inestinguibile».


[…]


A Luminous Detail

«Per Cartesio il cosmo era pieno di materia, un “plenum” simile a un vorticoso flusso d’acqua […] Faraday suggerì che il flusso di cui parlava Cartesio fosse in realtà un mare di sole forze. I punti di materia, gli atomi, erano soltanto le intersezioni a forma di stella di miriadi di linee di forza radianti che si spandevano da questi centri per tessere il loro cammino nell’universo».  

All’inizio di I gather the limbs of Osiris, una sorta di Ars poetica, Ezra Pound introduce il lettore al metodo attorno a cui si organizza la sua ricerca, ossia il metodo del luminous detail. Si tratta di un approfondimento e di una ulteriore precisazione di ciò che era stato enunciato nei saggi di The Spirit of Romance. Il modus operandi della filologia poundiana, già prefigurato dalla raccolta di saggi del 1910, trova in questo successivo essay (1911) un compendio alle distanze prese dall’utilizzo dei testi per trarne argomenti validi a suffragare le ideologie dei nascenti nazionalismi, sulle quali si stavano strutturando i nuovi canoni letterari.
Questa visione meccanicista e strumentale del testo, secondo Pound, deve essere accantonata a favore di una ricerca basata sul valore letterario intrinseco al componimento, trascendente condizionamenti, leggi, mode di un’epoca e appartenenze nazionali. Sono soprattutto gli storici positivisti a farsi portatori di un atteggiamento percepito dal poeta come disgregante della materia di studio e dunque della sua comprensione.

To gather, ecco il dettaglio ‘discriminante’ e adtrahens del concetto e della figura (Tamuz-Adone come Osiride, come Dioniso), che prende vita insieme all’altro luminous detail, il fiume-corrente. L’aggregazione della materia verbale si decide nel mutevole esercitarsi della fluida volontà isiaca, che ha in sé gli elementi di ichor e amore, in grado di ricondurre l’identità al suo plenum.
Il nesso che da qui ci porta all’incantesimo acquatico del Finnegans, dove i personaggi sono allo stesso tempo personae e luoghi, si stabilisce in maniera meno improbabile di quel che si potrebbe frettolosamente pensare:

«lurch away in the moonshiny gorge of Patself on the Bach. Adyoe. […] Rain. When we sleep. Drops. But wait until our sleeping. Drain. Sdops».  

Strofa augurale scandita al ritmo della pioggia sul sentiero e sul sogno del viaggiatore, fino alla scomposizione della singola goccia, in pura immagine sonora.

«Out of Phlegethon!»

Quasi complemento musicale del prologo dei pisani, il Canto 75 approfondisce e realizza le attese rituali della nékyia, evocando la fuga dal Flegetonte e la risalita del verso che, in seguito alla catarsi musicale, rinviene l’unità del melos: «not of one bird but of many», coralità di memorie che introduce al navigium pisano. Anche qui vediamo recuperata l’istanza già presente nell’essay del 1911: dai frammenti dell’esperienza, riflessi su un verbum scoordinato e mutilo, a un nuovo corpus poetico ricomposto nell’armonia di suono e canto.
Il Flegetonte è il fiume ardente, con ciò veicolando, insieme all’idea dell’incessante fluire dell’acqua, anche quella del fuoco.
Ora, proprio il fuoco ha in sé una doppia natura, distruttiva e generatrice, e la sua fluidità che lambisce la materia, segnandola nell’opera di affinamento (si pensi al fuoco che affina in Dante), funziona nei Cantos da elemento conduttore del pensiero, frutto dell’esperienza:

«Il pensiero che deriva dall’esperienza sensoriale si manifesta come “fuoco” e dà vita alle figurazioni mitiche quali Afrodite, Kypris, Elena, ecc., mentre l’attività intellettuale si manifesta come “luce” e trova riscontro in Artemide, Selene, Diana ecc. Tuttavia entrambe le esperienze costituiscono i due aspetti di un’unica energia e danno origine alle due sfere: “the ball of fire” e “the great ball of crystal”. Si ricordino le progressioni: «the body of light came forth from the body of fire» e più avanti «from fire to crystal/ via the body of light». Siamo ricondotti all’idea della “Pietra” la cui connessione con l’elemento fluido apre nuove prospettive». 

Qualcosa di simile alla Blendung, in italiano “accecamento” e “abbagliamento”, che ad esempio innesca la nascita (o rinascita) letteraria di Elias Canetti. Nello scrittore bulgaro di lingua tedesca, ci torneremo anche più avanti, la parola si regge sulla esortazione a una verità che attraversa il fuoco, per potersi dire salva dai pericoli del fraintendimento.
I fiumi dunque sono i portatori per eccellenza dell’idea della lotta ingaggiata da ogni essere per sopravvivere. E tra i fiumi che più hanno rappresentato la vita anche nella morte il Nilo vanta una antica e lunga tradizione, andata ad alimentare un complesso amalgama mitologico e misterico. Non a caso è da questo fondale culturale che Pound attinge per trarre l’intreccio di maggiore spessore allegorico, utile sia la stesura dei saggi sia all’infinita spirale dei Cantos: Iteru, il Nilo, primo officiante di quell’immaginario mai esaurito che rende omaggio alla polimorfia dei suoi quadri concepiti sulle sponde di altrettanti fiumi augurali.
In Ungaretti, il poeta dei fiumi, il cui corpo straziato dall’esperienza in trincea è stato disperso come Osiride, si tratta dell’immersione rituale della memoria nell’Isonzo che gli permette di recuperare le origini violentemente cancellate dalla guerra, riportandolo fatalmente alla propria infanzia in Egitto:

«Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia/ Ma quelle occulte/ mani/ che m’intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità/ Ho ripassato/ le epoche/ della mia vita/ Questi sono/ i miei fiumi» 

Andando a ritroso non solo nello spazio ma anche nel tempo, sulla scia delle immagini mentali salvate nei secoli da cronisti, viaggiatori e scrittori, torniamo a visitare le sorgenti da cui è scaturita la riflessione degli antichi. Così Seneca, nel III libro delle Naturales Qaestiones vedeva nei fiumi la possibilità di raggiungere la summa veritatis : «Metaforicamente, capire la vera origine del fiume significa rinunciare a qualsiasi altra domanda». Né la ricerca tacitiana si definisce più fisicamente di quanto il lettore moderno potrebbe aspettarsi da una trattazione geo-etnografica sulla Germania.
Le prime parole dello storico latino ci regalano una ‘fotografia aerea’ dell’impero scandito dai grandi corsi d’acqua che ne hanno levigato la storia:

«Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito montis Abnobae iugo effusus pluris populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat: septimum os paludibus hauritur». 

Non si evidenziano qui le divisioni dei territori ma il fluire delle vite dei popoli accanto ai loro fiumi, tutti – uomini e paesaggi – cinti dal padre Oceano, fiume lui stesso, che corre intorno alla terra. La rappresentazione dei luoghi avviene dal punto di vista delle acque che li percorrono e, più che alla precisione geografica, Tacito si mostra affezionato, come anche in altre sezioni della sua monografia, a una visione del mondo che attinge a una prospettiva quasi fiabesca, in cui gli elementi di natura assumono lo status di personaggi mitici e voci narranti, sovrapponendosi alle gesta dei popoli che questi spazi occupano.
Remo Ceserani, in un’ampia ricognizione sui fiumi e l’immaginario che li accompagna, chiosa proprio questo punto:

«Nella letteratura dei Romani e nel loro ampio e diversificato territorio si assiste alla confluenza dei diversi modelli di fiume, in particolare quello egizio e quello greco. Alcuni dei fiumi del territorio dominato dai Romani, come il Po e il Tevere e i grandi fiumi europei, il Rodano, il Reno, il Danubio, sono ampi e anche navigabili, altri mantengono il carattere torrentizio e capriccioso, passando da un regime pacifico a uno violento e offrendo immagini consone alla poesia».  

Tacito si è fatto interprete e sacerdos della doppia identità occidentale; nella sua opera la cultura mediterranea risale verso nord, miscetur, appunto, pur lasciando incompiuta la rappresentazione dell’incontro.
La Grecia, l’Italia, il nord, l’occidente e l’oriente sono le direttrici dell’imperium ma anche gli assi per cui si è trasmesso quel moto sconfinante di latitudini e storie affacciate oltre il limes, che scende inquieto fino al Mar Nero. L’argine tuttavia non può non sentire il vibrare della corrente che gli scorre dentro, e la sorgente e la foce dissolvono nell’unicum della loro reciproca appartenenza.


[…]


Ed ecco che avanzando per questa stessa via ci ritroviamo scortati dalla Fackel di Canetti, l’altro grande traghettatore della Mitteleuropa sulle acque del Danubio, che marca questa “terra di mezzo e in mezzo”, dove lo scrittore svolge au revers il periplo della sua vita. Sennonché, nella sua ricognizione biografica Canetti finisce per mettere fuori campo proprio la vicenda personale. Lo scrittore emerge negli incontri, nelle conversazioni, il suo carattere si colora nel passaggio attraverso gli altri e attraverso le letture, inesorabilmente incorporate alla definizione di se stesso. In questo senso, la rievocazione del decennio che porta alla stesura di Auto da fé, solo in parte ci riconduce a un inizio. Si tratta ancora una volta di un’origine umbratile e sfuggente, più viva dentro la trasfigurazione della parola scritta che nella sua reale collocazione nello spazio. Ruse, la città natale, il movente del percorso, è infatti lontanissima dal lettore. Il «viaggio all’ingiù» che dovrebbe riportarci a casa, diviene improvvisamente reticente, e Ruse, con un colpo di mano, è sostituita dall’immensa epopea di Odessa, vissuta con gli occhi di Babel’. È lo scrittore russo a permettere a Canetti di ripensare la geografia della sua infanzia sul Danubio. Il nesso s’inserisce tra le immagini delle settimane passate a Varna con i familiari e l’incontro con Babel’, molti anni più tardi, nello stridente clamore con cui il settembre del 1928 passava su Berlino. Questo passo nel quale sono raccolti i luoghi di una vita e gli spazi letterari che vi corrispondono, in perfetta contiguità e sintesi, è uno dei più alti della Fackel:

«Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, benché lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane, durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel’ il capoluogo naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia fanciullezza, il duplice viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel percorso la giusta collocazione. Ero curioso di Babel’ come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio soltanto a metà. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E Odessa lo era. Così Babel’ aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una finestra verso Odessa». 

Dunque, se Ruse è Odessa, e ancora nella casa di Vienna le finestre continuano a guardare verso il Mar Nero, impariamo da Canetti che le origini stanno dove si decide di collocarle, e al contempo ci troviamo insieme a lui nel bel mezzo di quelle invisibili correnti e traiettorie che uniscono le persone all’accadere delle cose, attraendo senza sosta le une alle altre. Canetti si affida al suo vodjanoj come Babel’ vi si affidò a quattordici anni, per imparare a nuotare tra le onde del Mar Nero, «un mare verde e pesante».
Babel’ e Canetti si affacciano su questa foce comune.
Del Ponto Eusino Erodoto diceva che l’unico popolo degno di essere menzionato era quello degli Sciti, riguardo ai quali ha scritto che hanno ottenuto la loro supremazia «grazie al terreno favorevole e alla presenza dei fiumi che si rivelano loro alleati». E ancora, a proposito dell’essenza acquatica che nutre i corpi degli esseri umani, vale la pena riportare la descrizione dei traci, fatta da Claudio Magris che cita Anton Dončev:
«I traci sono oceano, i proto bulgari, unogonduri e onoguri, che giungono dal Mar Caspio e dal Mar d’Azov, sono onda che muove e agita quell’oceano originario, gli slavi sono la terra e la mano paziente che la impasta e le dà forma: i bulgari moderni sono la fusione di tutti e tre gli elementi».


[…]



Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...