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20 febbraio 2016

Boris Nossik - Anna Achmatova e Amedeo Modigliani





Boris Nossik, giornalista nato nel 1931, celebre mediatore culturale nell’odierna Russia, ha iniziato la sua attività durante gli anni Cinquanta come autore di reportage dall’Inghilterra e dalla Francia per la madrepatria. La ricostruzione dell’amore fra la poetessa Anna Achmatova e il pittore Amedeo Modigliani è forse la sua opera meglio conosciuta, pubblicata per la prima volta nel ’97 e edita in Italia dalla casa editrice Odoya. Si tratta di un racconto piuttosto articolato dove si dà ampio spazio alle citazioni letterarie, non solo i versi dell’Achmatova ma anche le testimonianze dei suoi contemporanei, attestanti le numerose passioni suscitate da quella singolare personalità femminile, e ovviamente le lettere e i pensieri di Modigliani, che tra l’altro era pure poeta e neppure di poco talento. Nelle pagine di Nossik prende corpo un’estesa galleria di figure, cui in qualche caso si fa perfino fatica a tenere dietro, tanta è la sua vastità situata alla confluenza di due mondi, il russo e quello parigino del primo decennio del Novecento, alla cui ombra peraltro viveva buona parte dell’intellighenzia russa del tempo. Questa Parigi d’anteguerra, rifugio di talenti, molti dei quali all’epoca dell’incontro narrato dal nostro autore non ancora rivelati o consacrati – del resto le cose stavano così anche per lo stesso Modigliani – appare come trasfigurata e sospesa, cornice di una tela che non si decide a sviluppare il proprio soggetto. 
Sotto i nostri occhi acquista un’inquietante spessore La Ruche, ribattezzata “l’alveare”, casa maledetta dei bohemienne che approdavano nella metropoli in cerca di fortuna. Luogo che l’Achmatova rifuggiva, per quanto Modigliani tenesse a farglielo visitare. Troppe esistenze miserabili ma anche troppi russi che avrebbero potuto riportare qualcosa al marito, quel Nikolaj Gumilëv che mai si rassegnò all’amore non ricambiato della poetessa, cocente delusione coniugale sfociata nel divorzio del 1918. Della bizzarra dostoevskiana residenza di artisti, il suo noto inquilino Marc Chagall ebbe a scrivere: «Qui o si moriva di fame o si diventava famosi». Non pochi riuscirono nell’impresa pagando tuttavia un prezzo altissimo in termini di sacrificio personale. In qualche caso l’epilogo fu la morte. Sull’orlo del suo riconoscimento anche Modigliani fu ghermito dalla scura signora, minato nel fisico debole per natura da anni di privazioni e vita sregolata. 
Sebbene non ami troppo il genere delle biografie romanzate, devo riconoscere che Nossik ne esce piuttosto bene, rendendo la lettura scorrevole senza scadere nella caricatura di certi dettagli del rapporto tra i due artisti che, in mancanza di fonti, possono essere solo arguiti. La sua penna si muove con leggerezza e disinvoltura ed è in grado di renderci estremamente familiari ambienti tra loro assai diversi da Carskoe Selo, attraversato dal tumulto della storia e dalla fascinazione letteraria, al caffè della Rotonde, memorabile angolo di Montparnasse e rifugio per i russi nel corso di quasi tre decenni. Pare inoltre molto abile nel recupero della atmosfera liricamente disperata dello shtetl orientale europeo dal quale tanti creativi parigini erano fuggiti spesso in modo più che rocambolesco. Capita ad esempio che si avventuri con coinvolgente realismo nelle rugose contrade di Smiloviči, villaggio natale di Chaïm Soutine, incastonato in due pagine di grande bellezza, forse perché da lì provenivano anche gli stessi genitori di Nossik. Direi che Soutine riceve nel libro un’investitura da semi protagonista, se mi si concede l’espressione; amico di Modigliani, forse il più fedele nella giostra parigina, e vicino allo scrittore in virtù delle origini bielorusse, è al centro di un ritratto commovente, imponendosi alla memoria del lettore quasi più dell’amore giovanile scelto come fulcro della trama.  
In generale tutti i passi che ci riconducono alla primitiva intimità e integrità delle radici di coloro che formano questo sfaccettato affresco di inizio secolo, siano i villaggi degli esuli ebrei o l’infanzia della Achmatova nei mesi di villeggiatura sulle rive del Mar Nero o quella di Modì nella nativa Livorno, questi frammenti si insinuano nelle mani del lettore come vetri colorati e camminano simili a fiabe animate da vita propria. C’è qualcosa di perfettamente mistico nelle monellerie della Achmatova, bambina sulle spiagge di Crimea, in attesa del rientro dei pescatori, colori e giochi che ricordano un Babel’ adolescente, impegnato nel proprio autoritratto quando una ventina d’anni dopo stenderà i suoi Racconti di Odessa. Questa Achmatova che vede i sogni degli altri e ha indicibili presentimenti, quasi sempre veritieri, sonnambula sul tetto della casa di Carskoe Selo, nuotatrice provetta tra i laghetti della sonnacchiosa reggia, scaltra e sinuosa rusalka, non strizza affatto l'occhio al cliché della poetessa dotata di poteri fuori dal comune. Siamo invece davanti a un vestito perfettamente cucito addosso a un personaggio che fu davvero così e non poteva essere altrimenti, in Russia allora. Questa fu la Achmatova agli occhi delle amiche che la conobbero, come chi la descrive in chiesa a Kiev, il volto immerso nell’ombra, come una santa, questa fu per Gumilëv, il marito cantore eclissato all’indomani del suo esordio letterario, lei che era l’incarnazione di una forza assoluta del sentimento riversato in poesia: «nei suoi versi si rivelò subito ciò della cui mancanza rimproveravano allora (e tuttora rimproverano Gumilëv): la lirica autentica, il sentimento profondamente vissuto».
Lavorava ai suoi versi in segreto la giovane Anna Gorenko, aveva perfino pudore a leggerli in pubblico pur cosciente del proprio valore. Se ne stava così, bellissima e inaccessibile, alla “torre” di Vjačeslav Ivanov, il poeta e filosofo pietroburghese nel cui appartamento era solita incontrarsi l’élite letteraria. Non diceva una parola ma il suo enigma bastava a mettere ogni cosa in risonanza. 
Il 1910 e la primavera successiva sono gli anni dell’incontro e dell’amore con Modigliani. Sebbene non ne restino tracce evidenti – le donne sanno custodire molto bene e con intelligenza certi segreti, specie quando ciò che si prova è autentico – si sa che l’incontro in qualche modo ha tenuto a battesimo la fioritura artistica di entrambi. Per la Achmatova fu la pubblicazione della prima raccolta poetica e la gloria in patria; fin dall’esordio alcune sue liriche erano declamate addirittura nella lontana e selvaggia Bessarabia. Per Modigliani fu il più maturo compimento del suo lavoro, nonostante la sua cometa sia scomparsa dai cieli terreni molto più velocemente di quella dell’amica poetessa. E in effetti, essendo stato l’astro della Achmatova più durevole, diciamo che la cronaca di Nossik si apre con non minore partecipazione empatica, rispetto ai capitoli le precedono, alle innumerevoli traversie della poetessa in patria, lasciandola sul gradino del tardivo riconoscimento all’estero. Un racconto struggente che si sintetizza nel furto di quasi trent’anni di questa vita straordinaria, ostracizzata e poi riabilitata e infine di nuovo estromessa dalla cultura del proprio paese. Furto nel quale si inseriscono episodi drammatici che danno la misura della violenza delle campagne denigratorie in atto nella Russia staliniana. Spie appostate nel cortile di casa, agenti del servizio pedinamento sempre all’erta: la Achmatova era inavvicinabile dagli ospiti stranieri e dai suoi connazionali sospettati di avere rapporti con gli occidentali. E poi ancora, il fattaccio legato alla persona di Boris Ejchenbaum, suo antico ammiratore e autore del primo libro entusiasta sulla sua poesia. Professore universitario con diversi incarichi, un libro su Tolstoj da finire, una famiglia da salvare, non ebbe il coraggio di opporsi alla risoluzione dell’agosto ’46 ai danni dell’Achmatova. Il povero Boris non salvò niente, tradì l’amica, perse il posto, sua moglie morì l’anno successivo, e lui stesso fu incluso in un nuovo gruppo da colpire di lì a poco insieme ad altri letterati ebrei. Se avesse avuto il coraggio di levare la sua voce per Anna Achmatova le cose per lui sarebbero andate meglio? No, di certo. Ma come uomo sì, la sua sincerità di uomo non sarebbe stata intaccata, salvando l’amicizia avrebbe comunque salvato qualcosa. Avrebbe tentato di mettere al riparo l’anima di una rusalka dalla burrasca e forse la sorte gliene sarebbe stata riconoscente, chi può dirlo. Magari avrebbe guadagnato il rispetto del nemico, per quel che poteva valere.
Al di là dell’incontro amoroso tra due grandi, che in sé potrebbe anche deludere, è un libro che consiglio soprattutto per le atmosfere, l’incisività con cui epoche, ambienti e psicologia dei personaggi sono rese nella massima fedeltà storica ma anche con sincera devozione sentimentale da parte dell’autore.

(Di Claudia Ciardi)


Boris Nossik, Anna e Amedeo,
traduzione di Emanuela Guercetti,
Odoya, 2015 


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3 novembre 2015

Igort - Quaderni ucraini






L’opera di Igort, disegnatore nato a Cagliari cinquantasette anni fa e bolognese di adozione, è stata per me una delle più interessanti scoperte narrative sulla vicenda ucraina. In generale direi che è finora una della più belle graphic novel che mi sia capitato di leggere. Un volume denso che ripercorre le principali e strazianti tappe della storia del paese, dalle collettivizzazioni staliniane, passando per l’invasione nazista e l’inquinamento radioattivo, a oggi. Un paese povero difficile, poco amato dai suoi amministratori, troppo spesso corrotti quando non spudoratamente collusi con la criminalità locale. Patria perciò di disagio, divario, scissioni, violenze, drammi. Luogo destinato a oscillare tra la farsa delle “rivoluzioni colorate” e i carri armati russi. Nel febbraio 2014 abbiamo visto com’è finita a piazza Majdan. Un massacro consumato tra un’opinione pubblica cosiddetta europeista che se ne sbatteva dei fremiti fascisteggianti di Kiev – come dire, va bene tutto, purché sia muro contro muro con la Russia – e dall’altra parte gli entourages sovietici sempre più determinati a trasformare la questione ucraina in una prova di forza. Intanto la crisi economica si è aggravata. Sempre nel 2014 i razionamenti dell’energia elettrica hanno comportato il ritorno all’utilizzo del carbone e della legna anche in città, con un conseguente aumento dei prezzi di questi materiali. Nella sua appendice Igort dedica una tavola più che eloquente alle foreste della steppa, minacciate dall’assalto al legname da parte di bisognosi e trafficanti.
Quanto a me, per tutto il periodo delle medie, associai l’Ucraina al mio manuale di tecnica. E più precisamente a una pagina di quel manuale che descriveva l’incidente di Černobyl’. Una striminzita cronologia sulle fasi del disastro, descritto ora per ora, da cui trapelava una crescente concitazione mentre la cosa scivolava di mano agli addetti. Insomma, nell’adolescenza l’Ucraina fu per me nient’altro che un incubo nucleare, rafforzato dalla presenza dei bambini contaminati ospiti di alcune colonie marine. L’Holodomor non sapevo neppure cosa fosse. La prima volta che ho sentito questa parola, prima ancora di capire a cosa si riferisse, ricordo di averla percepita in tutta la sua negatività; era a causa delle sillabe, come dire, mi suonava male. In genere succede così, i suoni mi influenzano, anche dopo averli riportati al loro significato. Qualora una spiegazione venga in soccorso e attenui l’effetto negativo, e non è certo questo il caso, la mia sensibilità si converte a fatica.
Holodomor, suono scuro, pesante, una di quelle parole che ti battono in testa fredde come il ferro. Dal ’31 al ’33 l’Ucraina, la regione del Kuban’, il Kazakistan sono falcidiati dalla carestia. Le vittime vengono stimate tra i 4 e i 7 milioni. Ci si liberava dei corpi scaricandoli in fosse comuni. Venivano issati a gruppi di venti sui carri, come si faceva durante le epidemie. Qualcuno, ancora vivo, si divincolava in mezzo alla catasta, troppo debole per liberarsi. I monatti ucraini arrivavano di notte, nei villaggi, un giro silenzioso, affrettato, con cui si cercava di occultare l’orrore. Questa la conseguenza degli espropri stalinisti. Un autentico genocidio che Igort evoca con struggenti litanie di volti disegnati a carboncino, fantasmi in giacca e colbacco, in fila con una valigia in mano, avviati alla deportazione. E poi le isbe, le fattorie abbandonate, corpi rantolanti di fronte a un focolare vuoto.
L’Ucraina è stata per la Russia ciò che l’Egitto fu per Roma: un immenso granaio, la dispensa dell’impero. Sotto Stalin venne avviato un programma a marce forzate teso a sostenere l’industrializzazione sovietica; i prodotti agricoli, principalmente il grano, furono prelevati per la quasi totalità dai commissari incaricati. Con un impatto devastante sull’economia e sui secolari equilibri di quel mondo. Annientata la proprietà, spazzate via in un soffio le relazioni che ruotavano attorno a questa. I funzionari furono così cinicamente zelanti nell’attuare il piano che lo stesso Stalin ebbe a lamentarsene. Tardi comunque e con lacrime di coccodrillo. Più che altro gli bruciava la consapevolezza che l’Ucraina sarebbe stata da allora in poi refrattaria al sentimentalismo russofilo. Solita cecità della politica di regime. Pretendere tutto e subito, bruciare le tappe a qualsiasi prezzo, fosse anche l’autodistruzione. Quello ucraino è un popolo paziente, avvezzo alla fatica, al sacrificio. Come in ogni società contadina, il carattere è dato dalle lunghe attese cui abitua la natura. Sfiancarlo, svilirlo, perseguitarlo è stato un errore colossale, irrimediabile. Un vulnus che resta lì, aperto, talmente sconcio da far rabbrividire. E anche ora la Russia, anziché assecondare l’indole di questo popolo, slavo di cultura, dunque vicino, più che mai vicino – impossibile non capirsi tra vicini, se non per una reciproca voluta sconsideratezza – insiste sulla strada dello scontro aperto, perfino del terrore. 
La terra, dunque. Questa sconfinata bellezza ucraina. Oggi i giovani non la vedono come una risorsa. È semmai qualcosa che suscita apprensione. Inurbamento e fine violenta di un microcosmo tradizionale, antico, cosparso di una grazia originaria. Morte pasoliniana di un mondo arcaico. Come è stato per il nostro meridione e per ogni collettività trascinata nel livellamento capitalista. Con l’aggravante del nazismo e dei soviet; proprio il caso di dire che gli ucraini hanno sperimentato tutte le “opzioni” politiche. E i segni sulla loro pelle sono ben visibili.
Igort punta la sua matita sulla leva biografica. Nel libro si alterna una galleria di ritratti, visi di anziani con una storia familiare sconvolgente alle spalle e davanti a loro. Perché sempre ci sono i figli, perduti allo stesso modo e forse anche peggio in questo Holodomor permanente, una carestia della storia, una vacatio di potere e progettualità politica che dura da troppo tempo. Holodomor, parola grave, di timbro cupo che suona ancora più triste quando si apprende che neppure sul riconoscimento della carestia come crimine contro l’umanità gli Stati sovrani sono riusciti a pronunciarsi in modo unanime. Fra i sottoscrittori pesano le assenze di Cina, Russia, Francia, Inghilterra e Germania, per citare le più vistose. 
Molti sentimenti scuotono le pagine di questo reportage. Tutto ruota attorno a un’umanità gentile ma annichilita, rassegnata, ormai chiusa in se stessa, per aver visto oltre ciò che è umanamente sopportabile. E tutto torna sempre alla terra, eterno ciclo degli eventi. Quella campagna generosa ma anche estremamente desolata che Igort inserisce come un fondale ritmico nel suo racconto. Un personaggio silenzioso eppure potente che entra dappertutto, vero specchio dell’anima ucraina, radice della sua identità e resistenza.

(Di Claudia Ciardi) 


Igort – Quaderni ucraini. Le radici del conflitto.
Un reportage disegnato,
Coconino Press, 2010 (2014)






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Il sito di Igort

Quaderni ucraini - La scheda su Coconino Press

Ogni cosa è illuminata - Il film di Liev Schreiber che tra le altre cose mostra la campagna ucraina in tutta la sua bellezza

Intervista a Rassegna est - Con Matteo Tacconi, fondatore e coordinatore di «Rassegna est», riflettiamo sulla crisi in Ucraina

L'inquieta frontiera orientale (I) - Dalla protesta alla strage. Escalation di un conflitto

L'inquieta frontiera orientale (II) - Joseph Roth, La marcia di Radetzky. Una narrazione della frontiera

23 giugno 2015

Intervista a Rassegna est


Parlare della situazione in Ucraina non è semplice e neppure scontato. I media occidentali se ne occupano ormai a singhiozzo. Dopo gli accordi di Minsk è sceso un silenzio piuttosto surreale. Poi riflettori nuovamente accesi ai primi di maggio di quest’anno in seguito ai violenti scontri a Marynka (Ucraina orientale) che hanno fatto parlare gli analisti dell’inizio di un’ “offensiva d’estate” in Ucraina. E quando il clima sembra surriscaldarsi, la macchina della diplomazia europea e americana torna puntuale a spolverare lo strumento delle sanzioni. Putin ha recentemente risposto con una blacklist di ottantanove indesiderati, cioè persone cui per diverse ragioni potrebbe essere negato il visto di ingresso in Russia. A Elmau, sulle Alpi bavaresi in Germania, lo scorso 7/8 giugno (assente la Russia esclusa dal G8 dopo l’annessione della Crimea) Obama si è lasciato andare a dichiarazioni ripetitive e nella sostanza deludenti: le sanzioni avrebbero sortito l’effetto sperato sull’economia russa – entrata in difficoltà, secondo il presidente americano, in conseguenza della loro applicazione – e perciò sarebbe bene tenersi pronti, se necessario, a incrementarle. 
Gelo da parte di non pochi osservatori e qualche imbarazzo pure nel governo tedesco, fino ad allora alfiere convinto delle posizioni statunitensi. Tra i commenti a caldo che mi è capitato di leggere, ve ne era uno molto significativo che più o meno diceva così: Obama senza freni al G7, dall’altra parte la Russia, in mezzo noi.
Giusto, ma direi che in mezzo, prima di tutto, ci sono gli ucraini di cui non si parla mai o quasi. Non si parla delle condizioni di questo popolo, ed è difficile imbattersi in una fotografia nitida, scattata senza faziosità, in grado di raccontarci cosa sia l’Ucraina ora. Più facile leggere articoli sulla futura terza guerra mondiale – Kiev contenderebbe a Sarajevo il primato di nuova polveriera d’Europa – o sui ritorni di fiamma tra i nostalgici della guerra fredda.  
Majdan è stata sì il centro di una contestazione guidata da certa intellighenzia filooccidentale che vorrebbe portare l’Ucraina sotto l’egida di Bruxelles ma non si è detto abbastanza che conteneva anche un moto di protesta assai più turbolento, che sfidava la corruzione del governo in carica, denunciando le drammatiche condizioni economiche del paese. Questa era (è) la pancia della piazza. Di anno in anno l’economia ucraina peggiora. Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto di riformare il sistema paese ma le criticità, proprio in quanto sommate a uno scenario di guerra, rischiano di permanere a lungo e certe esortazioni, per quanto lecite, sono destinate a suonare assai ridicole. 
Ne discutiamo qui col coordinatore di «Rassegna est», giornalista professionista, collaboratore di «Il Foglio» e autore per Castelvecchi, Matteo Tacconi, classe ’78, che risponde a una serie di domande il cui scopo è riassumere alcune vicende nodali che hanno scosso l’Ucraina nel biennio 2014-2015. Si tratta anche di ristabilire un ponte con i due contributi ospitati da questo blog nel maggio 2014, incentrati sul tema dell’inquieta frontiera orientale, peraltro riportando anche il punto di vista di un narratore galiziano d’eccezione, Joseph Roth.
Da tempo il sito «Rassegna est» dedica spazio a questi temi, mettendo al centro il quadro economico e politico ucraino e quindi europeo, che certo risente di quel che sta accadendo. Diversamente qualsiasi discussione su tale scenario non avrebbe senso. Trascurare le reali problematiche di questo territorio esteso quanto complesso lo riduce a uno strano oggetto del contendere tra poteri forti, dove fascismi e capitalismi di vecchia e nuova fabbrica intrecciano una relazione pericolosa, senza curarsi dell’impatto sulla vita della gente – e ciò per i suoi effetti negativi, lo ripetiamo, non riguarda solo gli ucraini, ma anche russi e europei. Ecco qui un estratto di uno degli ultimi pezzi pubblicati sul sito da Matteo Tacconi  e Stefano Grazioli:
«Due milioni di posti di lavoro e cento miliardi in valore aggiunto nell’export di beni e servizi. Nel peggiore dei casi sarebbe questo il costo economico e sociale che l’Europa pagherebbe in ragione delle sanzioni comminate alla Russia, che a sua volta ha eretto un muro commerciale nei confronti dell’agroalimentare europeo. I dati sono quelli del Wifo, l’Istituto austriaco per la ricerca economica, con sede a Vienna. I suoi ricercatori si sono messi al lavoro per conto del Lena, consorzio di testate giornalistiche europee, di cui fa parte anche «Repubblica». Ma quando è lontano questo scenario apocalittico? Purtroppo non molto. Il Wifo sostiene che avanti di questo passo la più amara delle previsioni potrebbe diventare realtà. I paesi Ue che ne risulterebbero più penalizzati sono la Germania e l’Italia. Berlino potrebbe perdere un punto di Pil, l’Italia lo 0.9%».
L’invito è a leggere questo e gli altri contributi, che con chiarezza ci guidano in una vicenda all’interno della quale non è facile orientarsi e i cui numerosi punti insoluti rischiano di creare una massa critica con pesanti ricadute per tutti.






L’Ucraina, parola contenente la radice slava “kraj” (limite, bordo), ha inscritto nel suo nome un destino che la colloca “al margine”, “sul confine”. Ciò non sarebbe di per sé un fatto negativo. Intanto perché la natura di confinanti è un tratto diffuso nelle comunità umane – ognuno è confinante di qualcuno. Poi perché lo stare sul confine non dovrebbe necessariamente comportare un’equazione con la marginalità. Escludere, allontanare se non bandire da un contesto, da un orizzonte culturale ha assai poco a che fare con la reale posizione occupata da un soggetto, da una comunità, da uno spazio geografico. Si tratta piuttosto di un’operazione “ex post”, dovuta a fattori che mutano col mutare degli eventi storici e dunque delle differenti attitudini umane che ad essi si accompagnano. La natura di ponte, per così dire, tra Europa e Asia che l’Ucraina reca in sé, dovrebbe essere una risorsa sia per gli occidentali sia per i russi. Oggi invece tutto questo ci spaventa, lo guardiamo come un focolaio destinato a destabilizzarci, c’è chi addirittura parla di nuova Jugoslavia. Come riportare la situazione di questa affascinante e turbolenta frontiera su binari che permettano una seria discussione politica con cui affrontare, e possibilmente risolvere, i tanti problemi che affliggono il paese, mettendo al centro finalmente il popolo ucraino di cui poco o nulla si parla? 

Ormai lo spazio negoziale è sempre più stretto. A livello ucraino il governo di Kiev non vuole decentralizzare più di tanto la gestione amministrativa, perché lo considera un cedimento ai filorussi. Che da parte loro pretendono un vero e proprio autogoverno, quasi uno Stato a sé. Un punto d’incontro non è facile da trovare. Le strozzature sono evidenti anche sul piano internazionale, che non è certo slegato da quello ucraino. L’Occidente ha confermato le sanzioni alla Russia per i prossimi sei mesi. Proviamo a metterci nei panni di Obama, Merkel e altri. Foste in loro fareste cadere le sanzioni? Per fare cosa? Per ridare linfa all’export ma confermare lo scippo russo dell'Ucraina? Ora proviamo a entrare nella testa di Putin. Ha ottenuto quanto voleva ottenere: la Crimea a Mosca, il Donbass ingovernabile, l’Ucraina dilaniata e sull’orlo del default economico. Il Cremlino è parte del problema e della soluzione. Situazione perfetta. Per quali motivi dovrebbe rinunciare a questo privilegio? Sacrificare due o tre punti di Pil val bene il gioco che Putin sta conducendo. Ecco, davanti a tutto questo lo spazio negoziale si stringe.   

Parliamo di un paese molto esteso, secondo per superficie nel continente europeo con i suoi 600.000 km², abitato da circa 50 milioni di persone. Al suo interno ha una vasta varietà di gruppi etnici il maggiore dei quali è quello ucraino cui fa seguito la cospicua minoranza russa, che non coincide però con la più ampia popolazione russofona. Vi sono poi etnie cosiddette minoritarie, che però nell’insieme costituiscono un panorama molto ampio e vivace: bielorussi, rumeni e moldavi, tatari di Crimea, tedeschi, ungheresi, polacchi, ebrei, armeni, greci, rom, caucasici, turchi, azeri, georgiani.
Insomma, un quadro assai composito che, se da una parte moltiplica a dismisura il fascino culturale dell’Ucraina, dall’altra complica non poco le cose sul piano politico, data la moltitudine di interlocutori rappresentativa di altrettante anime del territorio. Dire, ad esempio, che ad ovest del Dnepr c’è un’Ucraina più europea rischia di essere una semplificazione, perché sempre si faranno i conti con la straordinaria eterogeneità antropologica e storica di quest’area: Galizia, Transcarpazia, Crimea, Bucovina sono realtà non assimilabili e con tratti distintivi accentuati.
Un mediatore, un cooperante, un diplomatico hanno davanti a sé una doppia sfida. Evitare il radicalizzarsi della posizione russa versus quella del continente europeo, che spazzerebbe via tutto il resto e farebbe violenza ai tanti volti del paese, ma badare anche a non costituire un incentivo, per quanto involontario, alla disgregazione. È un’analisi condivisibile? E nel caso, dove e come trovare le risorse per questo collante politico? 

L’Ucraina paga la mancata costruzione di una statualità condivisa e di un idem sentire del paese. Non è certo una missione facile, tenuto conto della complessa stratificazione culturale. Ma il punto è proprio questo. Questa crisi ha dimostrato che una statualità pallida può creare, anche in assenza di precedenti tentazioni separatiste o radicaliste (queste sono invenzioni, manipolazioni e conseguenze del conflitto in corso), voragini enormi. La soluzione, visto che l'origine del caos è anche uno Stato fragile, sta proprio nella costruzione di uno Stato nuovo, diverso, serio. Ci sarà molto da lavorare. 

Mi collego alla domanda precedente, citando una riflessione di Lucio Caracciolo apparsa su «La Repubblica» del 21 febbraio 2014: «Lo sfaldamento della Repubblica ucraina difficilmente avverrebbe lungo una nitida linea est-ovest, produrrebbe semmai una pletora di Ucraine maggiori e minori, divise da confini porosi». Dico subito che non condivido gli esiti di questo pezzo di Caracciolo che si augurava allora l’intervento deciso e decisivo di Obama – dopo aver sentito le dichiarazioni del presidente americano all’ultimo G7 rabbrividisco, anche se col senno di poi è facile parlare. Parto dal presupposto che l’Europa bisogna che impari a togliersi da sola le castagne dal fuoco, specialmente se a bruciare è il camino di casa. E però la prospettiva evocata da Caracciolo mi pare credibile. Difficile immaginare una linea di frattura netta est-ovest ma piuttosto una frantumazione con esiti imprevedibili. Qual è il vostro punto di vista sia riguardo l’intervento americano sia sull’ipotesi di uno sfaldamento dell’Ucraina?

Si leggono ultimamente analisi da risiko. Un pezzo d’Ucraina alla Russia, un altro alla Polonia, una strisciolina sottile sottile di terra anche all’Ungheria. Lasciano il tempo che trovano. Quanto alla linea di frattura est/ovest, su questo in effetti non ci sono grossi dubbi. Parliamo di linea sfumata, non chiara, che scorre gradualmente. Ci sono “terre di mezzo” che rendono impossibile la spaccatura netta del paese.   

E veniamo alla questione principale attorno a cui ruota la galassia Ucraina. L’economia del paese va letteralmente a rotoli. Il Fondo Monetario esige riforme in cambio di aiuti, un ritornello ormai noto – lo sentiamo ogni giorno nelle trattative sul debito greco. Tuttavia in un paese che in parte è coinvolto in un conflitto, suona come un’esortazione ridicola - del resto lo è pure per la Grecia, figuriamoci in un contesto belligerante.
Leggendovi, avete dedicato molti articoli all’economia ucraina, richiamando l’attenzione su dati affatto secondari e che invece, nelle analisi che circolano, tendono a passare inosservati, se non a essere taciuti.
Nell’ipotesi che si trovi una soluzione per riassorbire del tutto i sintomi della guerra, cosa che non può in ogni caso prescindere dall’andamento del mercato interno e dai dati allarmanti sulla disoccupazione, quali rischi corre l’Ucraina dal punto di vista 
economico? 

Crediamo che l’economia sia una cartina di tornasole formidabile di questo paese e di questo conflitto. Le logiche oligarchiche, il rapporto tra denaro e consenso, l'energia russa, l’impegno irrituale del Fondo Monetario Internazionale (ha prestato soldi a una nazione in guerra, mai visto): di cose da raccontare ce ne sono, eccome, sul fronte dell'economia. Chiusa questa premessa, rispondo alla domanda. L’Ucraina corre rischi enormi, primo tra tutti l’insostenibilità del debito (i creditori pretendono di essere pagati, Kiev non ha soldi) e il conseguente pericolo che il Fondo Monetario, se non si trovasse un accordo sul debito tra governo e creditori, potrebbe chiudere i rubinetti. Questa è l’emergenza di queste settimane. 
  
Poco più di un anno fa, alla fine del febbraio 2014, a Kiev si consumò un bagno di sangue. Per strangolare la protesta di piazza Majdan, uno Yanukovich sempre più isolato, lasciò mano libera ai cecchini. Fu il punto di non ritorno. Scaricato dai suoi e dai russi - clamorose le dimissioni del sindaco di Kiev e la fuga del principale finanziatore del potere presidenziale, l’oligarca russofono Akhmetov, noto al mondo come patron dello Shaktar calcio di Donetsk, che riparò prontamente a Londra in quei giorni di orrore e vergogna – dopo aver precipitato il paese nel caos, il suo futuro di statista era ormai compromesso.
Allora si parlò di guerra civile, oggi si prospetta uno scontro fra Nato e Federazione Russa, senza che peraltro l’Ucraina abbia risolto le sue clamorose lacerazioni interne. Come si è giunti a questo sviluppo e cosa rischia l’Europa? 

Questo scontro tra Nato e Russia lo vedo molto improbabile. Non è nell'interesse della prima, né della seconda. Realisticamente parlando la Nato non pensa affatto di allargarsi all’Ucraina (perché offrire un posto a un paese senza esercito, senza economia e senza dei pezzi di terra?). Quanto alla Russia: pensiamo davvero che possa permettersi uno scontro con la forza militare più potente al mondo? Non scherziamo. Una cosa è tuttavia chiara. La crisi ucraina ha smontanto pezzo dopo pezzo il dialogo tra Russia e Occidente, dimostrando quanto questo stesso dialogo, questo presunto matrimonio su cui tanta enfasi s’è fatta in questi anni, fosse nelle basi molto debole. Si può fare un matrimonio solo sulla base di scambi commerciali, a “loro” la nostra tecnologia e a “noi” la loro energia, senza creare uno spazio comune che tenga conto di diritti, giustizia, governance?

 (Intervista di Claudia Ciardi)


8 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (I)


Presentiamo in due parti una breve riflessione sulla crisi in Ucraina. Desideriamo mettere per scritto qualche idea che ci è venuta da diverse letture, più intensamente condotte a cominciare dal bagno di sangue dello scorso 20 febbraio, quando i cecchini hanno preso di mira i manifestanti di Majdan, lasciando per strada cento morti e cinquecento feriti. Delle tante immagini registrate dagli inviati nel disastro di quelle ore, una ci ha colpito in modo particolare perché coglie in pieno molte delle stridenti contraddizioni del nostro tempo: «Al centro del viale Kreshatik, di fronte a un caffè elegante e a una boutique di moda con surreali cartelli “chiuso per rivoluzione”, c’è un capannello di una cinquantina di persone che prega. Ai loro piedi otto cadaveri allineati». Tempo fa in un reportage dal Medio Oriente, leggevamo che in un quartiere di Baghdad, una città che nel corso del 2013 è stata martoriata da una terribile sequela di attentati, dove ancora le interruzioni di corrente elettrica si protraggono per buona parte della giornata, esiste un centro commerciale superlusso, protetto da guardie armate, in cui è possibile togliersi più di uno sfizio, come acquistare un profumo per sessantacinque dollari. Il consumismo arriva dappertutto e, a quanto sembra, la convivenza con la morte non incide affatto sulle sue caratteristiche. 
Difficile analizzare tutto questo. In prima battuta, si resta più che altro disorientati.
L’Ucraina si è finora rivelata un pantano per la diplomazia internazionale, che comunque dall’una e dall’altra sponda pare abbia lavorato senza sforzarsi più di tanto e senza variare di una virgola modelli preconfezionati e ormai scaduti.   
Che la frontiera orientale sia una soglia inquieta e un cosmo assolutamente peculiare ce lo spiega in maniera straordinaria Joseph Roth nel suo capolavoro, La marcia di Radetzky, romanzo del 1932, nel quale è rievocata la fine dell’impero austro-ungarico. A lui dedicheremo il nostro secondo articolo.
Qui ci limitiamo a sottolineare che la questione ucraina è uno strascico della prima guerra mondiale. Questa eredità problematica trova spazio nell’opera rothiana, la quale si chiude non a caso con lo scoppio del conflitto che sorprende i reparti austriaci proprio al confine tra Russia e Ucraina. La lunga mano della guerra si stende gradualmente sui personaggi, braccandoli sempre più da vicino fino all’inevitabile confronto con la morte. È la cronaca, se vogliamo, di uno scivolamento della storia verso un compimento annunciato.
Vogliamo quindi riproporre e discutere la conclusione del romanzo, perché ci sembra compendiare ciò che al momento accade in questa agitata frontiera del vecchio continente. Ma su tale aspetto ci soffermeremo la prossima volta.

 
Kiev-Pechersk, 1895


Ogni settimana che passa, districarsi nel pasticcio ucraino è impresa sempre più difficile. Osservatori, analisti, diplomatici non fanno in tempo a disegnare scenari e ipotizzare soluzioni, che puntualmente, poche ore dopo, il banco salta. Ultima delle tante clamorose retromarce che hanno costellato il tesissimo dialogo tra cancellerie occidentali e vertici russi, l’accordo di Ginevra lo scorso 17 aprile. Tre giorni dopo, uno scontro a fuoco nella città separatista di Sloviansk, ha quasi mandato tutto a monte. Forse però, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che ciò che è stato siglato in Svizzera un paio di settimane fa, solo con un grande esercizio di fantasia delle parti avrebbe potuto tradursi in una seria soluzione del problema. Firmare una carta affatto stringente sul disarmo, priva di indicazioni pratiche su come si sarebbe dovuto realizzare sul campo, senza pertanto spingere la Russia a scoprirsi e a mettere nero su bianco una collaborazione fattiva con il governo ucraino in tale senso, ha regalato parecchi punti a chi scommette sul caos in Ucraina. E si sta facendo anche di peggio. I tentennamenti dell’Occidente, dentro i quali si annida una preoccupante stanchezza nella gestione delle crisi internazionali – al di là delle sanzioni pare esserci poca lucidità per considerare altro – rischiano di arare il terreno proprio a quella violenza che può far da alibi a qualsiasi escalation. Ogni volta che leggo di nuove sparatorie nell’est dell’Ucraina, non posso far a meno di pensare alle alacri manovre del regime hitleriano per creare il proprio casus belli con la Polonia. Ricordiamo, a titolo d’esempio di quella torbida stagione, l’incidente del 10 agosto 1939, quando Reinard Heydrich in persona ordinò a Alfred Naujocks, Sturmbannführer, oltre che futuro terrorista e falsario, di inscenare con i suoi agenti un atto di sabotaggio nella zona di confine, alla stazione radio di Geiwitz. I retroscena di questo episodio, in cui le SS lasciarono il cadavere di un militare polacco sul luogo dell’attentato come prova della paternità dell’azione, vennero poi alla luce in seguito alle deposizioni rilasciate da Naujocks al processo di Norimberga.
Eppure nel “grande gioco” tra Oriente e Occidente lo stesso Putin è una pedina che organizza mosse contraddittorie, le quali tradiscono, oltre i roboanti proclami, l’assenza di una vera e propria strategia. Al di là del principio vecchio di una decina di anni, formulato da Vladislav Surkov, ideologo dell’attuale regime russo, secondo cui la sovranità non è solo un diritto ma una capacità, non si intravede in alcun modo come, facendo leva su questa teoria politica, possano essere elaborati nuovi e concreti indirizzi per affrontare i problemi che stanno sul tavolo – l’Ucraina ma anche la Siria, situazioni tra loro sempre più pericolosamente allacciate.
La base navale di Sebastopoli (Crimea) ospita la flotta russa dal 1738. Il contingente militare presente in città è di 14.000 unità. Porto da sempre strategico per la Russia, dal momento che attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli le assicura in inverno uno sbocco nel Mediterraneo e nell’Oceano indiano, quando le basi del Baltico e del Mar Bianco sono impraticabili a causa del ghiaccio, la sua importanza si è improvvisamente accresciuta nel marzo 2011, all’inizio del conflitto siriano. Da qui infatti Mosca coordina i movimenti della propria flotta a Tartus e Latakia.
Putin sembra smanioso di usare l’Ucraina per una dimostrazione di forza, sia nei confronti degli occidentali, rei di aver smarrito leadership e integrità morale, sia verso i propri nemici interni – non è da sottovalutare il rinfocolarsi del terrorismo nell’area caucasica; così stando le cose salta qualsiasi lettura “lineare” del conflitto. Quando in politica estera c’è in ballo l’emotività, e la Russia putiniana nell’attuale vicenda ne mescola molta al già di per sé confuso corso degli eventi, allora è possibile tutto e il contrario di tutto. Ci si interroga se dietro l’atteggiamento russo non vi sia l’intento di alzare la posta in gioco, per proporre agli occidentali un rinnovato patto sulle grandi crisi e la cooperazione in Europa. Potrebbe darsi, ma va detto che in una fase tanto concitata andare al rilancio è quasi come entrare in una polveriera con un fiammifero acceso. Fatti presenti questi elementi, persino buona parte dell’armamentario da guerra fredda, frequentemente tirato in ballo da tanti che scrivono sulla crisi, va adattato a un contesto per molti aspetti inedito. Si ha l’impressione, semmai, che lo stesso capo del Cremlino, a corto di argomenti, si spinga sul filo delle allusioni a quel clima per seppellire ogni trattativa sul nascere.  
Negli stalli delle situazioni siriana e ucraina – da una parte una guerra civile cruenta che va avanti da tre anni nell’indifferenza generale, dall’altra una guerra civile che rischia di deflagrare e avere un decorso non meno lungo e drammatico – si scontano inoltre diversi omissis e errori nelle relazioni tra Russia e Occidente degli ultimi vent’anni. Con la fine della guerra fredda si è continuato a trattare i russi come nemici sconfitti. Nel 1991 diversi sondaggi indicavano che l’80% della popolazione russa aveva una buona opinione degli americani. Nel ’99 il dato si era ridotto al 20%. Nel 2000, quando è andato al potere, le posizioni di Putin erano tutto sommato concilianti verso l’Occidente. Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan e smobilitato le basi sovietiche a Cuba e in Vietnam. L’eterno belligerante George W. Bush ha subito ringraziato con delle mosse alquanto discutibili, espandendo la Nato nel Baltico e nei Balcani, decidendo l’invasione dell’Iraq senza il mandato dell’Onu, dando sostegno alle rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan. Questi pasticci hanno creato un circolo vizioso che influisce tuttora sui rapporti USA-Russia e inevitabilmente fa traballare i negoziati.
Non è infine trascurabile la complicata situazione economica in cui versa l’Ucraina. I debiti pesano e, lo si è visto, vengono agitati come uno spauracchio dai russi che promettono di rimpinguare le casse di Kiev. Ma tra il dire e il fare, si infila sempre quella tentazione propagandista che sposta i termini della questione. La rabbia degli ucraini si è indirizzata principalmente alla corruzione della propria classe dirigente, uno stato d’animo che in questo momento scuote e risveglia le coscienze di molti popoli in diverse parti del mondo. Majdan ha convogliato buona parte di questa frustrazione e del rifiuto di uno stato corrotto. Non lo si è detto né scritto abbastanza. Di fronte a tale problema, l’Europa non può pensare che il compitino del Fondo monetario pervenuto al ministero dell’economia ucraino possa far cambiare l’aria che si respira nel paese.
Nei futuri incontri diplomatici bisognerà tenerlo ben presente e cominciare a mettere a fuoco una via percorribile, se si vogliono neutralizzare certi proclami russi. Sarebbe inoltre auspicabile un ravvedimento di entrambe le parti – a ovest si dovrebbe fare uno sforzo di volontà e lavorare in maniera un po’ meno scoordinata e sorniona di quanto si è visto finora, a est si spera che più di qualcuno si stia accorgendo di aver imboccato un vicolo cieco.

(Di Claudia Ciardi)





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Il Caffè geopoliticoDossier Ucraina


«La situazione in Ucraina peggiora e le opzioni militari cominciano purtroppo ad affiorare. Abbiamo trattato il tema dal punto di vista politico, strategico-militare, mediatico e vi presentiamo una serie di contenuti speciali con opinioni, foto e video per capire meglio»


A cura di Claudia Ciardi:

L'estrema destra "forconista" in Piazza Majdan c'è stata e c'è. La propaganda putiniana ne ha fatto una clamorosa strumentalizzazione, promuovendo la crociata contro i "fascisti di Kiev". Tuttavia non pochi opinionisti occidentali, in maniera altrettanto scorretta, hanno preferito glissare su una presenza molto scomoda.
Si veda l'utile sintesi di Guido Caldiron, «Il Manifesto», 21. 2. 2014: «Macerie d'Europa. L'estrema destra vuole l'escalation».

In questo blog:

«Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali».

«Il ‘decalogo’ che ci scorre sotto gli occhi mostra in tutte le sue sfaccettature il processo che comporta l’occupazione dei vertici dello Stato e di ogni posizione disponibile nella società da parte di soggetti incompetenti e totalmente pervertiti dall’indottrinamento. Si tratta della messa a nudo di un vizio umano che nella Germania hitleriana conobbe una stagione trionfale, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivarono, ma a fronte del quale ancora oggi è importante mettere in campo tutte le risorse disponibili per restare vigili e non cadere in tentazione».

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