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5 giugno 2013

Novemberrevolution


Karl Liebknecht, Berlin 1917

Nel novembre 1918 il fronte tedesco crollò: i soldati disertarono a migliaia e l'intera macchina bellica rovinò. Nondimeno, a Kiel, gli ufficiali della flotta decisero di impegnarsi in un'ultima battaglia, per salvare l'onore. Allora i marinai rifiutarono di servire. Questo non era il loro primo sollevamento, ma i tentativi precedenti erano stati repressi dai proiettili e addomesticati dalle belle parole. Questa volta non v'erano più ostacoli immediati e la bandiera rossa si alzò prima su una nave da guerra, poi sulle altre. I marinai elessero dei delegati che si costituirono in Consiglio. Ormai i marinai erano costretti a fare di tutto per generalizzare il movimento. Essi non avevano voluto morire in combattimento contro il nemico; ma se fossero rimasti isolati, le truppe "lealiste" sarebbero intervenute e, di nuovo, ci sarebbe stata una sanguinosa repressione. Così i marinai sbarcarono e marciarono sul grande porto di Amburgo, e di là con il treno e con qualsiasi altro mezzo si sparsero per la Germania.

Il gesto liberatore era compiuto. Gli avvenimenti si susseguivano ora tumultuosamente. Amburgo accolse i marinai con entusiasmo; soldati ed operai solidarizzarono con loro e a loro volta elessero dei Consigli. Benché questa forma di organizzazione fosse fino ad allora sconosciuta nella pratica, una vasta rete di Consigli Operai e di Consigli di Soldati, rapidamente, nel giro di quattro giorni, ricoprì il paese. Forse si era già inteso parlare dei Soviet russi del 1917, ma fino ad allora, in verità, pochissimo; la censura vigilava. In ogni caso, nessun partito, nessuna organizzazione aveva mai proposto questa nuova forma di lotta.

Tuttavia, durante la guerra in Germania, organismi analoghi avevano fatto la loro apparizione nelle fabbriche. Essi si erano costituiti nel corso degli scioperi, formati da responsabili eletti, i cosiddetti uomini di fiducia. Incaricati di svolgere piccole funzioni sul posto, questi ultimi, coerentemente con la tradizione sindacale tedesca, dovevano assicurare un legame tra la base e le centrali sindacali, cioè trasmettere alle centrali le rivendicazioni degli operai. Durante la guerra queste lagnanze erano numerose (le principali vertevano sull'intensificazione del lavoro e sull'aumento dei prezzi). Ma i sindacati tedeschi - come quelli degli altri paesi - avevano costituito un fronte unico con il governo, facendosi garanti della pace sociale, in cambio di piccoli vantaggi per gli operai e della partecipazione dei dirigenti sindacali a diversi organismi ufficiali. Le "teste dure" erano, prima o poi, spedite nell'esercito, nelle unità speciali. Era dunque difficile prendere pubblicamente posizione contro i sindacati.
Ben presto gli “uomini di fiducia” smisero d'informare le centrali sindacali: non ne valeva la pena; ma la situazione, e di conseguenza le rivendicazioni operaie, non mutavano per questo; allora essi presero a riunirsi clandestinamente. Nel 1917, bruscamente, un'ondata di scioperi selvaggi investì l’intero paese. Del tutto spontanei, questi movimenti non erano diretti da un'organizzazione stabile e permanente; e se si svolgevano con una certa coerenza, è soltanto perché erano stati preceduti da discussioni e accordi tra le diverse fabbriche, contatti preliminari all'azione presi dagli uomini di fiducia di queste fabbriche. In questi movimenti, provocati da una situazione intollerabile, in mancanza di un'organizzazione alla quale accordare una seppur limitata fiducia (fosse essa socialdemocratica, cristiana, liberale, anarchica, ecc.), gli operai dovettero far fronte alle necessità del momento; le masse lavoratrici erano obbligate a decidere autonomamente, su una base di fabbrica. Nell'autunno 1918, questi movimenti, fino ad allora sporadici e più o meno separati gli uni dagli altri, assunsero una forma precisa e generalizzata. A fianco delle amministrazioni classiche (polizia, rifornimenti, ecc.) e talvolta, in parte, prendendone il posto, i Consigli Operai si appropriavano del potere nei centri industriali più importanti: Berlino, Amburgo, Brema, Ruhr, Germania centrale e Sassonia.

Le vecchie concezioni cominciavano ad essere stravolte. Ma presto divenne evidente che la tradizione parlamentare e sindacale erano troppo profondamente radicate nelle masse per poter essere estirpate nel breve periodo.
La borghesia, il Partito Socialdemocratico e i sindacati fecero appello a quelle concezioni tradizionali per battere in breccia le nuove concezioni. Il partito, in particolare, a parole si felicitava di questo nuovo modo che le masse avevano trovato per imporsi nella vita sociale; arrivava perfino ad esigere che questa forma di potere diretto fosse approvata e codificata da una legge. Ma se in questo modo testimoniava loro la sua simpatia, il vecchio movimento operaio, nel suo insieme,  rimproverava ai Consigli di non essere rispettosi del principio democratico - pur giustificandoli, in parte, per via della loro mancanza di esperienza, dovuta chiaramente alla loro nascita spontanea. Di fatto le vecchie organizzazioni rimproveravano ai Consigli di non riservare loro un posto sufficientemente importante e addirittura di far loro concorrenza. Proclamandosi a favore della democrazia operaia, i vecchi partiti e sindacati reclamavano che tutte le correnti del movimento operaio fossero rappresentate nei Consigli, proporzionalmente alla loro rispettiva importanza.

La maggior parte dei lavoratori era incapace di confutare questo argomento: esso corrispondeva troppo alle loro vecchie abitudini. Così i Consigli Operai finirono col riunire rappresentanti del partito socialdemocratico, dei sindacati, dei socialdemocratici di sinistra, delle cooperative di consumo, ecc., allo stesso titolo dei delegati di fabbrica. E' evidente che simili organismi non erano più espressione di gruppi di lavoratori, legati tra di loro dalla vita della fabbrica, ma diventavano formazioni assimilabili al vecchio movimento operaio ed operanti in favore della restaurazione capitalistica sulla base di un capitalismo di Stato democratico.
Tutto questo significò la rovina degli sforzi operai. Infatti, i delegati ai Consigli non ricevevano più le direttive dalla massa, ma dalle loro differenti organizzazioni. Essi invitavano i lavoratori a rispettare e a far rispettare "l'ordine", proclamando che "nel disordine, non vi può essere socialismo". In queste condizioni i Consigli persero rapidamente ogni valore agli occhi degli operai. Le istituzioni borghesi si rimisero a funzionare, senza naturalmente preoccuparsi del parere dei Consigli; tale era precisamente lo scopo del vecchio movimento operaio
Il vecchio movimento operaio poteva essere fiero della sua vittoria. La legge votata dal Parlamento fissava nel dettaglio i diritti ed i doveri dei Consigli. Essi avrebbero avuto come compito di sorvegliare l'applicazione delle leggi sociali. Detto altrimenti, i Consigli divenivano degli ingranaggi dello Stato; anziché demolirlo, dovevano partecipare al suo buon funzionamento. Cristallizzate nelle masse, le tradizioni si rivelavano più potenti dei risultati dell'azione spontanea.
Malgrado questa "rivoluzione abortita", non si può dire che la vittoria degli elementi conservatori sia stata facile. Il nuovo orientamento degli spiriti, nonostante tutto, era abbastanza forte perché centinaia di migliaia di operai lottassero con accanimento, affinché i Consigli conservassero il loro carattere di nuove unità dell’organizzazione di classe. Furono necessari cinque anni di conflitti incessanti, talvolta di combattimenti armati, e il massacro di 35.000 operai rivoluzionari, perché il movimento dei Consigli fosse definitivamente sconfitto dal fronte unico della borghesia, dal vecchio movimento operaio e dalle “guardie bianche” costituite dai signorotti prussiani e dagli studenti reazionari.

A grandi linee si possono distinguere, sul versante operaio, quattro grandi correnti politiche:

I socialdemocratici. Essi intendevano nazionalizzare gradualmente le grandi industrie utilizzando la via parlamentare. Tendevano ugualmente a riservare ai sindacati soltanto il ruolo di intermediari tra i lavoratori ed il capitale di Stato.

I comunisti. Ispirandosi più o meno all'esempio russo, questa corrente preconizzava un'espropriazione diretta dei capitalisti ad opera delle masse. Secondo loro, gli operai rivoluzionari avevano il dovere di “conquistare” i sindacati e di “renderli rivoluzionari”.

Gli anarco-sindacalisti. Essi si opponevano alla conquista del potere politico e alla sopravvivenza di qualsivoglia Stato. Nella loro concezione, i sindacati rappresentavano la formula dell'avvenire; bisognava lottare affinché i sindacati acquistassero un'estensione tale da renderli  capaci di gestire l’intera vita economica. Uno dei più conosciuti teorici di questa corrente, nel 1920, scriveva che i sindacati non dovevano essere considerati come un prodotto transitorio del capitalismo, bensì come i germi della futura organizzazione socialista della società. Proprio all'inizio nel 1919, sembrò che l'ora di questo movimento fosse finalmente venuta. I sindacati anarchici iniziarono a gonfiarsi, a partire dal crollo dell'Impero. Nel 1920, essi contavano circa 200.000 membri.

Le organizzazioni rivoluzionarie di fabbrica. Quello stesso anno, tuttavia, gli effettivi dei sindacati rivoluzionari iniziarono a diminuire. Una gran parte dei loro aderenti si volgeva ora verso un’altra forma di organizzazione, più adatta alle nuove condizioni della lotta: l’organizzazione rivoluzionaria di fabbrica. Ogni fabbrica aveva, o avrebbe dovuto avere, la sua propria organizzazione, agente indipendentemente dalle altre - che, in un primo stadio, non era nemmeno collegata alle altre. Ogni fabbrica assumeva dunque l'aspetto di una "repubblica indipendente", ripiegata su sé stessa.

Senza dubbio, questi organismi di fabbrica erano una realizzazione delle masse; tuttavia, bisogna sottolineare che essi facevano la propria apparizione nel quadro di una rivoluzione, se non già sconfitta, quantomeno stagnante. Divenne presto evidente che gli operai non potevano, nell'immediato, conquistare ed organizzare il potere economico e politico per mezzo dei Consigli. Bisognava dunque innanzitutto sostenere una lotta senza quartiere contro le forze che si opponevano ai Consigli. Gli operai rivoluzionari cominciarono dunque a raccogliere le proprie forze in tutte le fabbriche, al fine di restare in stretto contatto con la vita sociale. Con la loro propaganda, essi si sforzavano di risvegliare la coscienza degli operai, li invitavano ad uscire dai sindacati e ad aderire all'organizzazione rivoluzionaria di fabbrica: gli operai nel loro insieme avrebbero potuto in tal modo dirigere essi stessi le proprie lotte e conquistare il potere economico e politico su tutta la società.
In apparenza, la classe operaia faceva così un grande passo indietro sul terreno dell’organizzazione. Mentre prima, infatti, il potere degli operai era concentrato in alcune potenti organizzazioni centralizzate, ora si disgregava in centinaia di piccoli gruppi, che riunivano alcune centinaia o migliaia di aderenti, secondo l'importanza della fabbrica. In realtà, quella forma si rivelava la sola che permettesse di porre le basi di un potere operaio diretto. Così, benché relativamente piccole, queste nuove organizzazioni spaventavano la borghesia, la socialdemocrazia ed i sindacati.

Non era per principio che queste organizzazioni si tenevano isolate le une dalle altre. La loro apparizione era avvenuta in modo spontaneo e separato, nel corso degli scioperi selvaggi che caratterizzarono il periodo (quello dei minatori della Ruhr, nel 1919, per esempio). Una nuova tendenza si fece strada, allora, con l’obiettivo di unificare tutti questi organismi e di opporre un fronte coerente alla borghesia ed ai suoi accoliti. L'iniziativa partì dai grandi porti, Amburgo e Brema. Nell'aprile 1920, una prima conferenza, alla quale parteciparono delegazioni provenienti dalle principali regioni industriali della Germania, si tenne ad Hannover. La polizia intervenne e disperse il congresso. Ma arrivava troppo tardi. In effetti, un’organizzazione generale, unitaria, era già stata fondata e aveva potuto stilare i suoi più importanti princìpi d'azione. Questa organizzazione si era data il nome di AAUD - Allgemeine Arbeiter Union-Deutschlands (Unione Generale dei Lavoratori di Germania). L'AAUD annoverava tra i suoi princìpi essenziali la lotta contro i sindacati e i Consigli di impresa legali e il rifiuto del parlamentarismo. Ciascuna delle organizzazioni membre dell'Unione aveva diritto alla massima autonomia ed alla più grande libertà di scelta nella sua tattica.
A quell'epoca in Germania, i sindacati contavano più membri di quanti non ne avessero mai avuti e di quanti dovessero averne poi. Così, nel 1920 i sindacati di osservanza socialista raggruppavano quasi 8 milioni di persone, che versavano le rispettive quote nelle casse delle 52 associazioni sindacali; i sindacati cristiani contavano più di un milione di aderenti; i sindacati padronali, i “gialli”, ne riunivano quasi 300.000. Inoltre, vi erano alcune organizzazioni anarco-sindacaliste (FAUD) ed altre organizzazioni che, più tardi, avrebbero aderito all'ISR (Internazionale Sindacale Rossa, legata a Mosca).
All'inizio l'AAUD non riuniva che 80.000 lavoratori (aprile 1920); ma la sua crescita fu rapida e, alla fine del 1920, questo numero salì a 300.000 aderenti. Alcune delle organizzazioni che la componevano esprimevano, è vero, un'eguale simpatia per la FAUD o l'ISR. Ma nel dicembre 1920, divergenze politiche in seno all'AAUD provocarono una grave scissione; numerose associazioni aderenti se ne staccarono per formare una nuova organizzazione, detta unitaria: l’AAUD -E. Dopo questa rottura, all’epoca del suo IV Congresso (giugno 1921), l'AAUD dichiarava di contare più di 200.000 membri. In realtà, queste cifre erano gonfiate: nel mese di marzo 1921, il fallimento dell'insurrezione nella Germania centrale e la conseguente repressione avevano letteralmente decapitato e smantellato l'AAUD. Ancora debole, l'organizzazione non aveva potuto resistere in modo efficace ad un enorme ondata di repressione poliziesca e politica.

Source: Les mauvais jours finiront



L’11 novembre 1918 era stata fondata ufficialmente la Lega Spartachista (Spartakusbund) come organizzazione a livello nazionale. Il nucleo del movimento spartachista erano: Rosa Luxemburg, Hermann Duncker, Hugo Eberlein, Julian Marchlewski, Franz Mehring, Ernst Meyer, Wilhelm Pieck. Il nome intendeva esprimere un maggior livello di organizzazione e una presa di distanza dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco), nelle cui fila erano entrati 45 deputati dell’SPD nel marzo 1917 dopo essere stati espulsi dal partito perché contrari alla continuazione della guerra. In conseguenza di ciò venne fondato l’USPD, partito che raccoglieva membri dell’SPD contrari alla guerra.

Nei mesi successivi la Lega Spartachista tentò di influenzare in questo senso la situazione politica per mezzo del quotidiano «Die Rote Fahne» (Bandiera Rossa). Con le prime aggressioni militari armate il 6 dicembre contro marinai e soldati e col tentativo di sciogliere la Volksmarinedivision (una formazione armata composta da marinai insorti) si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano per impedire ogni possibilità rivoluzionaria. A partire dal 10 dicembre Rosa Luxemburg si dichiarò pubblicamente favorevole alla creazione di una repubblica guidata da consigli popolari.

Il 29 dicembre, dopo gli scontri di dicembre a Berlino, la Lega Spartachista convocò un congresso nazionale dal 29 al 31 dicembre a Berlino. Là i suoi membri, insieme con i membri dell’IKD (Internationale Kommunisten Deutschlands, “Comunisti Internazionalisti Tedeschi”) formarono il Partito Comunista Tedesco (KPD). Questo assunse, praticamente senza modifiche, l’articolo di Rosa Luxemburg del 14 dicembre 1918 come proprio programma. Sosteneva un socialismo senza compromessi e promuoveva il proseguimento e la diffusione della rivoluzione.

Il KPD  diventò immediatamente un luogo di raduno per numerosi operai rivoluzionari che esigevano “tutto il potere ai Consigli Operai“.
I fondatori del KPD formarono i quadri del nuovo partito; dunque vi introdussero spesso lo spirito della vecchia socialdemocrazia. Gli operai che affluivano nel KPD e in pratica si preoccupavano delle nuove forme di lotta, non osavano sempre affrontare i loro dirigenti, per rispetto della disciplina e, frequentemente, si piegavano a delle concezioni superate.

Source: contromaelstrom.com


Bundesarchiv, Revolution in Bayern. Arresto di un rivoluzionario per mano dei Freikorps

Lo «Spartakusbund»

Per aver parlato in un comizio contro la guerra, il 1° maggio 1918, Liebknecht fu arrestato e condannato a 4 anni di lavori forzati. Alcuni mesi più tardi tuttavia, quando la sconfitta militare della Germania si profilerà ormai imminente, il governo sarà costretto a liberarlo, insieme agli altri detenuti politici, dalla forza delle dimostrazioni popolari.

Dopo la costituzione del «Soviet» di Kiel, in tutta la Germania, nei giorni seguenti, si formarono centinaia di Consigli.

Le forze armate erano divise: in genere si può dire che mentre i marinai solidarizzavano con gli insorti, i soldati, meno evoluti poeticamente, restavano in maggioranza influenzati dagli ufficiali, e quindi fedeli al governo. Il 9 novembre i lavoratori berlinesi scesero in sciopero e occuparono gli uffici governativi, la centrale di polizia, le caserme, dopo essere entrati in conflitto con reparti di truppa.

La sera stessa, sotto la pressione popolare e di tutti i partiti politici ad eccezione dei conservatori, l'imperatore Guglielmo II abdicò e lasciò il Paese: la repubblica venne proclamata in Germania.

Il riformista Scheidemann, facendosi portavoce del pensiero della borghesia, parlò di «libera repubblica tedesca», dimostrando di considerare ormai realizzati, con il raggiungimento di questa, gli scopi della rivoluzione. Ad esso si contrappose la posizione degli spartachisti, che invece consideravano la repubblica democratica come un primo passo verso la costituzione di una repubblica socialista: il che significava che la rivoluzione aveva per essi tutt'altro che esaurito i suoi compiti.

Il 13 novembre venne formato un governo provvisorio, composto da elementi socialdemocratici dello S.P.D. e dello U.S.P.D. (indipendenti). Mentre i primi sostenevano la necessità di convocare al più presto un'assemblea costituente e di delegare ad essa tutti i poteri, i secondi ritenevano che avrebbe potuto formarsi una ripartizione dei poteri tra Costituente e «Consigli». Gli spartachiani, che erano rimasti fuori dal governo, richiedevano invece tutto il potere ai Soviet, che ormai erano diffusi in ogni parte del Paese.

Il 19 novembre il governo emise un decreto per il quale ai Soviet (che peraltro, nella loro grande maggioranza erano dominati da elementi socialdemocratici moderati) veniva riconosciuta una semplice funzione di controllo. Per tutto il mese di novembre e dicembre si andarono moltiplicando le agitazioni e gli scioperi, con scontri continui e spesso cruenti tra dimostranti e truppe. Le votazioni tenute il giorno 15 per eleggere i delegati al congresso nazionale dei «Consigli degli Operai e dei Soldati» diedero i seguenti risultati: socialdemocratici 228 socialdemocratici indipendenti 87, democratici radicalsocialisti 47, senza partito 63.

Il giorno seguente fu inaugurato il Congresso, ma Liebknecht e la Luxemburg non poterono parteciparvi neanche come osservatori, lasciati fuori dalla maggioranza riformista dell'Assemblea. Una grande dimostrazione condotta dagli spartachisti e alla quale parteciparono ben 250 mila scioperanti, mise tragicamente in luce la divisione della classe operaia e la sconfitta che per questa divisione si preparava. Il 20 dicembre i Soviet rappresentati al Congresso sottoscrissero la loro fine, respingendo una proposta di mantenimento del sistema dei «Consigli».

Nascita del Partito Comunista

Verso la fine del mese il profondo dissidio che da lungo tempo si trascinava tra la direzione dell'U.S.P.D. e gli spartachisti ebbe la sua logica conclusione nella scissione. Il 30 dicembre si apri il congresso della «Lega Spartaco» che decise di trasformarsi in «Partito comunista della Germania».

Nel frattempo gli indipendenti si erano ritirati dal governo e il loro posto era stato preso dai socialdemocratici Noske, Loebel e Wissel. Il governo socialriformista diveniva intanto ogni giorno di più il baluardo della reazione; le sue collusioni con i gruppi capitalistici e militaristi erano sempre più frequenti. D'altra parte i funzionari governativi e i comandanti militari e delle polizia socialdemocratici non erano meno duri e brutali dell'estrema destra nella repressione del movimento operaio.

Deciso a stroncare radicalmente ogni minaccia spartachista prima che il movimento avesse il tempo di rafforzarsi, il governo ricorse alla provocazione diretta dei lavoratori, per attirarli in manifestazioni inconsulte e quindi batterli in modo definitivo.

Il 4 gennaio '19 il governo destituì dalla carica di questore di Berlino l'Indipendente Eichhorn, che godeva della fiducia popolare. Le masse incominciarono ad agitarsi spontaneamente, assumendo un atteggiamento insurrezionale. I capi spartachisti, sebbene contrari in quel momento ad un tentativo rivoluzionario che quasi certamente sarebbe stato destinato al fallimento, non videro tuttavia altra alternativa che quella di prendere nelle loro mani la direzione del movimento ormai avviato, per coordinare l'azione delle masse e dare ad esse un indirizzo preciso.

Dal 6 al 13 gennaio si ebbe la «settimana rossa», durante la quale la rivoluzione spartachista divampò per tutta la Germania. Duri e sanguinosi combattimenti furono impegnati dovunque tra gli insorti e le truppe governative, comandate dal socialdemocratico Noske. Gli spartachiani occuparono le principali stazioni ferroviarie del Paese e si impadronirono delle città di Lipsia e Stoccarda, nonché di numerosi quartieri e punti strategici di Berlino. Il loro slancio rivoluzionario tuttavia non poteva andare al di là di un certo limite, rappresentato dalla scarsità numerica, dall'inesperienza e dalle deficienze organizzative, nonché da una certa forma di primitivo estremismo e di settarismo, che si rivelò dannosissimo.

Rivoluzione democratica o rivoluzione socialista?

Due tesi si sono contrapposte, tra gli studiosi di parte marxista, nell'interpretazione del significato e nel valore da attribuire alla rivoluzione tedesca del '18-19: da una parte coloro che sostengono trattarsi di una rivoluzione socialista non riuscita; dall'altra quelli, come W. Pieck, i quali affermano che «la Rivoluzione di Novembre rimase una rivoluzione di tipo democratico borghese realizzata in notevole misura con metodi e mezzi proletari, e non raggiunse gli scopi a cui aspiravano le masse, cioè la liquidazione del potere degli aggressori imperialisti e la costruzione del socialismo».

La rivoluzione proletaria può vincere solo quando le masse sono dirette da un partito marxista-leninista; questo fu appunto uno degli insegnamenti più importanti della Rivoluzione di Novembre.

Il passaggio del potere nelle mani del popolo, richiesto da Karl Liebknecht e dalla "Lega Spartachista" non ebbe luogo; l'apparato statale reazionario non fu distrutto, i monopolisti e gli Junker conservarono le loro proprietà e la loro potenza economica; il militarismo e l'imperialismo, nemici mortali del popolo, non furono distrutti alle radici.

Ma al di là dei limiti e delle deficienze del movimento spartachista stava soprattutto l'enorme superiorità di uomini e di mezzi a disposizione dell'esercito governativo. L'1l gennaio le truppe iniziarono la loro massiccia offensiva contro le posizioni degli insorti: il giorno 13 questi, nonostante il loro valore e il loro disperato coraggio, erano completamente schiacciati. Alla vittoria del governo Ebert-Scheidemann seguì un'ondata sanguinosa di terrore bianco: migliaia di spartachisti furono incarcerati e massacrati.

Il 15 gennaio i due capi principali della rivolta, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, mentre venivano trasportati in macchina alla prigione, furono assassinati dagli ufficiali di scorta. La versione ufficiale del governo sul criminoso episodio fu che Liebknecht era stato colpito mentre tentava di fuggire, e che la Luxemburg era stata linciata dalla folla.

Non fu difficile tuttavia smascherare le menzogne di questa tesi e mettere in luce l'efferatezza e la premeditazione del duplice delitto. Dopo aver superato un'infinità di ostacoli e di difficoltà, nel mese di maggio fu tenuto il processo per giudicare gli assassini: ma questi, nonostante fosse evidente la loro colpevolezza, se la cavarono tutti con assoluzioni o lievissime condanne, solo in parte scontate.

Intanto, il 19 gennaio, si erano tenute in tutta la Germania le elezioni per l'assemblea costituente, che diedero 211 deputati ai partiti borghesi e 182 ai partiti socialdemocratici. Nasceva la Repubblica di Weimar che, dopo pochi anni di vita stentata e tumultuosa, avrebbe finito col capitolare di fronte all'ascesa di Hitler e del nazismo.

Source: resistenze.org


German Revolution, June 1919, General Strike in Berlin - Strassenkampf Freikorps

A Real Photo Postcard photograph of a General Strike in Berlin during the violent Strassenkampf or 'street battles' that took place between the left wing Spartakists / Communists and the center-right (Socialists, Imperialists, and Freikorps in an uneasy alliance) as both sides attempted to seize power.  After early Communist victories the Socialist-Right Wing coalition (led by Friedrich Ebert) eventually won.


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Fonti/ Bibliography:


Paul Frolich, Rudolf Lindau, Albert Schreiner, Jakob Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920. Dalla fondazione del Partito comunista al putsch di Kapp, Edizioni Pantarei, Milano 2001

Titolo originale: Illustrierte Geschichte der deutschen Revolution, Berlin 1929

La rivoluzione tedesca 1918-1919, a cura di G. A. Ritter e S. Miller, Feltrinelli, 1969

Max Hölz, Un ribelle nella rivoluzione tedesca (1918-1921), a cura di Oscar Mazzoleni, introduzione di Bruno Bongiovanni, BFS edizioni (Biblioteca Serantini)


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Ende September 1918 gaben die deutschen Militärs den Krieg verloren. Die Leiden des Ersten Weltkrieges entluden sich in vielen Staaten Europas in revolutionären Erschütterungen. Auch im Deutschen Reich verstärkten Hunger und Entbehrung zusammen mit der Enttäuschung über die militärische Niederlage demokratische und sozialistische Bestrebungen. Der monarchische Obrigkeitsstaat zerfiel ohne große Gegenwehr Anfang November 1918. Der Thronverzicht von Kaiser Wilhelm II. und die Ausrufung der Republik am 9. November entsprachen den politischen Wünschen vieler Deutscher. Trotz aller Bemühungen um Eindämmung revolutionärer Bestrebungen nahm die nahezu friedliche Revolution eine blutige Wendung, als die radikale Linke eine sozialistische Rätediktatur nach dem Vorbild der russischen Oktoberrevolution mit Gewalt erzwingen wollte. Anhänger einer parlamentarischen Demokratie entschieden den Machtkampf bis Frühjahr 1919 aber für sich.

Im Oktober 1918 fanden mit den Entente-Staaten erste Vorgespräche über einen Waffenstillstand statt. Dennoch befahl die deutsche Seekriegsleitung das Auslaufen der Flotte zu einem letzten "ehrenvollen" Gefecht gegen britische Verbände. Dieser Befehl war Anlass zu Meutereien kriegsmüder Matrosen in Wilhelmshaven und Kiel. Wie ein Flächenbrand weitete sich der Matrosenaufstand innerhalb weniger Tage über Deutschland aus. Zunehmend verlagerte sich die Initiative zur Revolte von Soldaten und Matrosen auf die ebenfalls kriegsmüden Arbeiter. Bis zum 10. November bildeten sich praktisch in allen größeren deutschen Städten revolutionäre Arbeiter- und Soldatenräte, welche - zum Teil unter der Losung "Wir sind das Volk" - die städtische Verwaltung übernahmen. Nunmehr stellten die Aufständischen über das Militärische hinausgehend politische Forderungen. Ihr Ruf nach Frieden, Abdankung des Kaisers und nach Umwandlung des Deutschen Reiches in eine demokratische Republik wurde lauter. Der erste deutsche Thron fiel in Bayern: In München proklamierte die Rätebewegung am 7. November die Bayerische Republik. Als auch andere Fürsten in den nächsten Tagen ihrem Thron entsagen mussten, zerfiel die Monarchie in Deutschland ohne nenneswertes Blutvergießen. 

Am Morgen des 9. November erreichte die revolutionäre, antimonarchische Stimmung Berlin. Aufgerufen von Revolutionären Obleuten, zumeist dem linken Flügel der USPD nahestehende Vertrauensleute in den Betrieben, traten die Arbeiter in den Ausstand. Zu Hunderttausenden formierten sie sich zu gewaltigen Demonstrationszügen durch das Zentrum der Reichshauptstadt. Ihnen schlossen sich die Soldaten der drei Jägerbataillone an, die zu diesem Zeitpunkt als einzige Truppen in Berlin stationiert waren. Die Demonstranten bekundeten ihren Willen zum Frieden, zum Bruch mit dem monarchischen Obrigkeitsstaat und zu einer umfassenden Neuordnung der politischen Verhältnisse.

Am 10. November bildeten SPD und USPD auf paritätischer Grundlage den Rat der Volksbeauftragten unter gleichberechtigtem Vorsitz von Ebert und Hugo Haase. Er stellte die tatsächliche Staatsspitze dar und stieß auf keinen ernsthaften Widerstand. Ebenfalls am 10. November gab General Wilhelm Groener im Namen der OHL eine Loyalitätserklärung gegenüber der neuen Regierung ab und sicherte ihr militärische Unterstützung im Fall linksradikaler Angriffe zu. Im Gegenzug garantierte Ebert die Autonomie der militärischen Führung. Mit dem Ebert-Groener-Pakt stellte sich mit dem Militär ein entscheidender Machtfaktor der Regierung zur Verfügung. Der Pakt ermöglichte es der Sozialdemokratie in den folgenden Wochen, ihren Machtanspruch auch in den bürgerkriegsähnlichen Zuständen durchzusetzen.

Der Durchsetzung der von der Sozialdemokratie angestrebten parlamentarischen Demokratie standen damit kaum noch Hindernisse im Weg, zumal die SPD auf dem Reichskongress der Arbeiter- und Soldatenräte Mitte Dezember 1918 über deutliche Mehrheitsverhältnisse verfügte. Die Delegierten traten mit überwältigender Mehrheit für die Wahl zur Nationalversammlung am 19. Januar 1919 ein. Der Wunsch zahlreicher Delegierten, am Rätesystem als Grundlage der neuen Verfassung festzuhalten, fand auf dem Kongress ebensowenig Gehör wie die radikale Parole der Spartakisten "Alle Macht den Räten". Nach dem Reichskongress verschärften sich die Auseinandersetzungen zwischen der Sozialdemokratie und den radikalen Kräften, die politische Ziele nunmehr gewaltsam auf der Straße durchzusetzen versuchten. Erstmals musste Ebert in den Berliner Weihnachtskämpfen 1918 reguläre Truppen um militärische Hilfe bitten, nachdem meuternde Soldaten der "Volksmarinedivision" am 23. Dezember 1918 die Regierung festgesetzt hatten.

Als Reaktion auf dieses Bündnis von SPD und kaiserlicher Armee verließen die Vertreter der USPD am 28. Dezember 1918 empört den Rat der Volksbeauftragten. Zuvor war es allerdings mit den SPD-Vertretern zu erheblichen Differenzen über den politischen Kurs der Regierung gekommen, der eine gemeinsame konstruktive Politik der beiden sozialdemokratischen Richtungen unmöglich machte. Eine weitere unmittelbare Folge der Weihnachtskämpfe war die Entlassung des zum linken Flügel der USPD gehörenden Berliner Polizeipräsidenten Emil Eichhorn (1863-1925). Mit Bewaffneten war Eichhorn der Volksmarinedivision während der Kampfhandlungen zu Hilfe gekommen und hatte so entscheidend zur Niederlage der Regierungstruppen beigetragen. Provoziert durch die Absetzung Eichhorns, der letzten Machtbastion der Linken in Berlin, riefen die Revolutionären Obleute, die USPD und die zur Jahreswende 1918/19 gegründete Kommunistische Partei Deutschlands (KPD) für den 5. Januar 1919 zu einer Protestdemonstration auf. Aufgrund der großen Teilnehmerzahl fassten radikale Kräfte der Initiatoren noch am Abend den Beschluss, die Demonstration zu einem bewaffneten Aufstand auszuweiten. Liebknecht und die zuvor jegliche putschistische Aktionen ablehnende Luxemburg riefen zum gewaltsamen Sturz der Regierung auf.

Vom 5. bis 12. Januar besetzten revolutionäre Arbeiter Teile der Innenstadt sowie das Berliner Zeitungsviertel und erklärten die Regierung für abgesetzt. Der spontane und strategisch unzureichend geplante Januaraufstand war der letzte Versuch der extremen Linken, die Wahl zur Nationalversammlung zu verhindern und eine Rätediktatur zu errichten. Die blutigen Kämpfe vom Januar 1919 prägten maßgeblich das Bild der Revolution von 1918/19 und vermittelten in weiten Bevölkerungskreisen die Schreckensszenarien der russischen Oktoberrevolution und des Bolschewismus. Angesichts der revolutionären Stimmung in Berlin wurde die am 19. Januar 1919 gewählte Nationalversammlung in Weimar eröffnet.

Das Scheitern des Aufstands sowie die Ermordung Luxemburgs und Liebknechts durch Mitglieder eines Freikorps radikalisierte einen erheblichen Teil der Arbeiter. Sie fühlten sich verraten von der Politik der SPD, die ihre Kontakte zur Armeeführung, den bürgerlichen Parteien und zu Wirtschaftsführern stetig intensivierte. Die einstmals so geschlossene Front der Arbeiterschaft war tief gespalten. Bei Landtags- und Gemeindewahlen im Frühjahr 1919 gaben viele ehemalige SPD-Wähler ihre Stimme den Kommunisten oder der USPD, die in zahlreichen Orten die SPD überflügelte. Viele dieser Wähler beteiligten sich auch an Streiks und revolutionären Unruhen, die bis zum Frühsommer 1919 weite Teile des Deutschen Reiches erfassten. Im Ruhrgebiet und im mitteldeutschen Bergbaugebiet um Halle/Saale kam es zu Generalstreiks und blutigen Auseinandersetzungen mit Regierungstruppen.

In Berlin versuchten Spartakisten einen Anfang März 1919 ausgerufenen Generalstreik zum Putsch gegen die Reichsregierung voranzutreiben. Fast 1.200 Menschen verloren bei den mehrere Tage anhaltenden Märzkämpfen ihr Leben. Wie der Aufstand in Berlin konnte auch die von der USPD Anfang April 1919 proklamierte Münchner Räterepublik nur mit Unterstützung massiver und äußerst brutaler Einsätze von Freikorpsformationen niedergeschlagen werden. Die revolutionäre Massenbewegung verlor nach diesen Kämpfen entscheidend an Dynamik. In der Folgezeit rüstete die radikale Linke zwar wiederholt zum Sturz der Weimarer Republik, eine breite Anhängerschaft wie noch im November/Dezember 1918 konnte allerdings zu keinem Zeitpunkt mehr mobilisiert werden.

Source: dmh.de/lemo
Deutsches Historisches Museum (Berlin)




See also:

24 novembre 2012

Eric D. Weitz - Weimar


La Germania di Weimar

Speranza e tragedia

Eric D. Weitz
Traduzione italiana di Piero Arlorio
Einaudi, 2008
ISBN 978-88-06-19421-5
Original title: Weimar Germany. Promise and Tragedy, 2007, Princeton University Press


Eric D. Weitz is Distinguished McKnight University Professor at University of Minnesota, where he teaches Contemporary History. Among his books we sign Creating German Communism, 1890-1990: From Popular Protests to Socialist State (1997) and A Century of Genocide: Utopias of Race and Nation (2003)

Novemberrevolution und Weimarer Republik

From Introduction/
Introduzione – dalla versione italiana:

p. 4: «La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933.
Nonostante tali conflitti e disastri, Weimar fu un periodo di grande fioritura politica e culturale. La fine del vecchio ordinamento imperiale travolto da guerra e rivoluzione liberò il campo all’immaginazione sociale e politica. Per quasi un quindicennio, i tedeschi crearono e mantennero in vita un ordinamento politico ampiamente liberale con consistenti programmi di welfare. La vita di moti cittadini migliorò, con la riduzione, tra l’altro, dell’orario di lavoro a otto ore quotidiane, almeno nei primi anni della repubblica; mentre il sussidio di disoccupazione sembrò annunciare una nuova era nella quale i lavoratori sarebbero stati protetti dalle oscillazioni del ciclo economico. Nuovi complessi residenziali costruiti nell’ambito di programmi di edilizia pubblica offrirono agli operai più qualificati e ai colletti bianchi la possibilità di traslocare dai vecchi alloggi in appartamenti moderni dotati di servizi igienici interni, di acqua corrente, gas, elettricità. Le donne ottennero il diritto di voto; sorse, finalmente, una stampa vivace e libera. Dal nudismo al comunismo, si elaborarono i progetti più disparati per la realizzazione di una società futura fiorente e armoniosa. Sessuologi e attivisti politici si fecero sostenitori del diritto di tutti a una vita sessuale ricca e gratificante.
p. 5 Cinema e mondo dello spettacolo diffusero il sogno di una vita più agiata grazie alla moltiplicazione dei beni di consumo, sebbene il mattino dopo bisognasse pur sempre essere al lavoro alle sette in punto, in fabbrica, in ufficio, in negozio. Gli ideali utopistici sorsero sulla scorta della guerra e della rivoluzione. C’era la certezza di poter cambiare radicalmente il mondo: secondo alcuni con l’architettura, l’abitazione in comune, la fotografia; secondo altri con le manifestazioni di massa. Certezze e convinzioni che stimolarono la produzione artistica e ispirarono ampie riflessioni filosofiche.
Un percorso, e un impegno, non certo esclusivi dei tedeschi. Sull’onda e nel turbinio della prima guerra mondiale, le donne ottennero il diritto di voto in Gran Bretagna; artisti giunsero in gran numero a Parigi, architetti olandesi crearono edifici dalle forme nuove; a Vienna, a Budapest, a Pietrogrado, le masse e i partiti rovesciarono regimi imperiali antiquati e accarezzarono speranze di un futuro politico più luminoso. I tedeschi guardarono a questi movimenti e ne trassero insegnamento, nel bene e nel male. Nell’esperienza della Germania di questo periodo c’era tuttavia qualcosa di particolarmente intenso e ingombrante: a differenza dei suoi vicini occidentali, la Germania aveva perso la guerra. Un fatto dalle profonde conseguenze economiche, politiche, psicologiche. In pratica, non c’era argomento o dibattito su cui non si proiettasse l’ombra della responsabilità della guerra e dei costi delle riparazioni. La sconfitta impediva qualsiasi risarcimento delle sofferenze patite da donne e uomini tedeschi per quattro terribili anni. Nessun guadagno finanziario; neppure l’ombra dell’euforia che normalmente si accompagna alla vittoria in una lotta pluriennale. A differenza dei russi, loro vicini orientali, i tedeschi non sperimentarono una rivoluzione radicale che privasse completamente di potere e di prestigio le élite tradizionali. La Germania rimase per così dire a metà strada; con la sua rivoluzione che senz’altro democratizzò il paese ma non intaccò a fondo il vecchio ordinamento sociale. Risultato: mancanza di consenso e dibattito permanente. Le questioni di fondo riguardanti la convivenza dei tedeschi tra loro e con i loro vicini rimasero oggetto di insanabile discordia.
Il potere distruttivo della guerra totale e quello creativo della rivoluzione – esperienze condivise da molti europei che assunsero, però, in Germania, una colorazione assai particolare – alimentarono l’opera e il pensiero dei protagonisti di Weimar».


[…]


p. 7: «Nello stesso tempo ho prestato particolare attenzione alle rigide limitazioni della società weimariana: imposte dagli Alleati, da un’economia internazionale stagnante, dal peso delle tradizioni autoritarie della Germania, dall’emergere di una nuova destra estremista particolarmente pericolosa e dedita alla violenza. Infine, ovviamente, ho preso in considerazione ciò che non funzionò, l’esito finale disastroso, e ho cercato di dimostrare che quello di Weimar non fu un semplice crollo. Weimar fu infatti spinta nel precipizio dall’opera combinata di una destra tradizionale, ostile alla repubblica dal giorno stesso della sua creazione, e di una destra più nuova e più estrema. La destra tradizionale – composta di uomini d’affari, di nobili, di funzionari statali, di ufficiali dell’esercito – era potente e ben radicata. Anche i comunisti cercarono di seppellire la repubblica, ma fu sempre la destra a costituire il pericolo più grave.
I dodici anni del Terzo Reich non riuscirono, tuttavia, a connotare univocamente i precedenti quattordici anni della Repubblica di Weimar. Nessun evento storico è predeterminato; tanto meno lo fu la vittoria del nazionalsocialismo. p. 8 Conflitti e limiti del periodo weimariano contribuirono indubbiamente ad alimentare il movimento nazionalsocialista, ma è un travisamento presentare Weimar come mero preludio del Terzo Reich. La Germania di Weimar fu un momento ricco e pieno di fermenti, e molte opere artistiche, speculazioni filosofiche e ipotesi politiche che si svilupparono nel suo grembo generarono visioni luminose di un mondo migliore. Visioni che continuano ad avere un significato per noi, oggi».


Inflation - 1923
From chapter 4

Economia turbolenta e società in ansia

pp. 149-152:

«“Die Wirtschaft ist das Schicksal” (l’economia è il destino), scrisse Walter Rathenau, industriale, idealista, ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar. Sostanzialmente, aveva ragione. Nelle condizioni più favorevoli, la creazione di una democrazia compiuta in Germania sarebbe stata impresa assai ardua, tante e potenti erano le forze antidemocratiche nella società e nell’agone politico. E tuttavia, «le condizioni più favorevoli» non si verificarono mai per la Repubblica di Weimar. Nata sulla scia della prima guerra mondiale tra i fuochi incrociati della rivoluzione e della guerra civile, per conquistarsi l’appoggio e il sostegno della maggioranza dei cittadini tedeschi avrebbe avuto bisogno di un’economia solida e in espansione. Ciò che, appunto, non ebbe. Gli anni della crescita economica furono effimeri, e costruiti su una grave debolezza strutturale i loro risultati. In compenso, numerosi furono gli anni di crisi con conseguenze assai pesanti. Nel periodo weimariano, i tedeschi vissero ben tre “capovolgimenti del mondo”: riassetto postbellico, iperinflazione, Grande Depressione economica. Non stupisce che, alla fine, non si sia creata una maggioranza favorevole alla repubblica. I tedeschi erano in sofferenza sul piano economico e si azzuffavano sulle questioni economiche grandi e piccole. Tassazione, riparazione dei danni di guerra, rappresentanza sindacale, innovazioni tecnologiche, principio stesso della proprietà privata: altrettante questioni oggetto di aspro dibattito. E un punto percentuale in più o in meno della tassazione, o il numero (uno? due? cinque?) dei rappresentanti sindacali presenti nel consiglio di amministrazione di un’impresa, non erano questione di semplice scelta di una linea politica! Per diritto o per traverso, ciascuna questione economica diventò scelta di fondo sulla convivenza dei tedeschi tra loro o con gli altri paesi nel periodo postbellico. Qualsiasi disputa di politica rischiava di mettere in crisi l’esistenza stessa de “il sistema”, come la destra sprezzantemente chiamava la Repubblica di Weimar. Si ebbero, senza alcun dubbio, momenti di accordo, di convergenza, in particolare tra coloro a vario titolo coinvolti nel processo produttivo: industriali, sindacati, Stato. Nei primi anni della repubblica, collaborarono per arginare l’inflazione, fino a quando prese a correre incontrollata e incontrollabile. Nella fase mediana, tutti costoro appoggiarono la “razionalizzazione”. I tedeschi colpiti duramente da inflazione e razionalizzazione, per non parlare della depressione economica, erano però legioni, e il loro scontento trovò accoglienza a destra e a sinistra. Politica ed economia procedevano a braccetto: i problemi economici di Weimar erano enormi e per molti aspetti inusitati; le possibili soluzioni politiche, oggetto di aspro dibattito e scontro.
In mezzo a un dibattito sociale e politico estremizzato, nella turbolenza dei boom e dei crolli dell’economia, i tedeschi si trovarono a vivere in un periodo contrassegnato da un misto di “relativa stagnazione economica” e di “modernizzazione accelerata”. Due indicatori in apparente netta contraddizione, ma proprio la loro compresenza conferma, una volta ancora, il carattere complesso e conflittuale degli anni di Weimar. Confrontati con quelli dei periodi anteriori al 1914 e posteriori al 1945, i tassi di crescita di Weimar appaiono più contenuti e limitate le ripercussioni macroeconomiche dell’innovazione tecnologica. Negli anni Venti non ci furono innovazioni nei settori trainanti con ampio effetto di stimolo sull’economia. Nulla di paragonabile all’impatto della produzione tessile nella fase iniziale dell’industrializzazione, alle innovazioni nell’industria dell’acciaio negli anni Ottanta del XIX secolo o nell’industria chimica nel periodo compreso, grosso modo, tra il 1890 e il 1914; per tacere dello sviluppo dei computer negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo. Inoltre, gli indici piuttosto deludenti furono il risultato dell’uscita della Germania, in concomitanza con altre economie avanzate, dalle tendenze globalizzatrici del XIX secolo. La prima guerra mondiale frenò potentemente il movimento internazionale di merci e capitali. Gli enormi costi della guerra e gli altrettanto enormi debiti accumulati per sostenerli lasciarono solamente gli Stati Uniti nella posizione vantaggiosa di creditore. Le diatribe postbelliche riguardanti le relazioni tra debito interalleato e riparazioni ridussero ulteriormente il flusso di capitali e si acquietarono solamente tra il 1924 e il 1929. Dopo di che, la crisi economica mondiale ebbe un effetto distruttivo sul capitale, e quello che si rese nuovamente disponibile operò pressoché esclusivamente sul mercato nazionale. La Germania dovette sempre importare quantità notevoli di derrate alimentari e di materie prime. Per pagare queste importazioni e finanziare lo sviluppo economico, necessitava di valuta e di capitali esteri; come di mercati esteri sui quali collocare i propri prodotti. Non pochi tedeschi invocarono disinvoltamente una maggior chiusura nell’ambito ristretto dell’economia nazionale, senza rendersi conto che, sul lungo periodo, una ricetta del genere si sarebbe rivelata contraria agli interessi della Germania.
L’economia tedesca si modernizzò nel contesto di una stagnazione, almeno in termini relativi. La percentuale di popolazione impegnata nell’industria continuò a crescere raggiungendo un culmine statistico intorno alla metà degli anni Venti. Le donne, soprattutto giovani, abbandonarono le fattorie alla ricerca della maggiore indipendenza offerta dalla città e dal lavoro in fabbrica. Si sprecavano i commenti degli osservatori sulla crescita esponenziale della “nuova classe media”, sulle legioni di impiegati negli uffici statali e nell’industria; nelle ampie superfici espositive dei grandi magazzini; nei laboratori degli ospedali e delle fabbriche; negli istituti di ricerca. I figli del boom demografico degli anni intorno al 1900 si contendevano posti di lavoro limitati di numero, quando non inesistenti, nella burocrazia statale. Ingegneri e imprenditori parlavano e scrivevano di razionalizzazione e di tecniche produttive semplificate in grado di accrescere la produzione e ridurre il numero dei lavoratori. E arrivò l’era del consumo di massa. Grandi magazzini abilmente progettati esibivano con arte enormi quantità di merci, mentre i pubblicitari lusingavano i tedeschi con un mondo di sogno fatto di prosperità e ultima moda.
L’economia di Weimar era, dunque, un fascio di conflitti e di contraddizioni. Al pari di quella politica, la storia economica di Weimar si lascia facilmente dividere, per quanto in maniera sommaria, in tre fasi. La prima, 1918-23, fu l’era dell’inflazione; la seconda, 1924-29, della razionalizzazione; la terza, 1929-33, della depressione economica. L’inflazione aveva avuto inizio già prima, durante la guerra, allorché il governo ricorse al prestito per finanziare le enormi spese belliche. I tedeschi acquistarono obbligazioni di Stato con la promessa di un’elevata redditività dell’investimento, e l’ovvia presunzione della vittoria militare. Furono indotti a credere che qualsiasi difficoltà sarebbe stata temporanea e ben presto seguita da un’era di prosperità senza precedenti con l’imposizione sull’intero continente della potenza politica ed economica della Germania. Non andò così e, alla fine della guerra, si trovarono a dover fare i conti con una moneta svalutata, con industrie pressoché interamente dipendenti dalle commesse militari, con grande penuria di beni di prima necessità e di materie prime indispensabili alla produzione. Milioni di reduci dal fronte dovettero essere reintegrati in qualche modo nella vita civile. I britannici mantennero il blocco navale fino all’estate del 1919, peggiorando la già difficile situazione della Germania».

Collapse of the Weimar Republic
The Hole in the Republic's Heart

One of the best discussions of German society during the flowering of the Republic comes from Alex de Jonge.  He relies heavily upon individual experiences

Berlin in the 1920s was a very special place, for its caba­rets, its theaters, for its musical, literary and artistic life. Because of the pale and colorless quality of official Wei­ mar politics, and because the traditional upper and middle classes had lost so much ground all moral authority, and indeed all talent flowed through exclusively cultural chan­nels. It was as if all energy was absorbed by culture and pleasure seeking, bike races and bordellos. Moreover, the contrast between Berlin West as an isolated and localized pleasure center and the profound poverty and human misery which surrounded it, from the revolution to the slump gave the city its particular edge and atmosphere. It had a bite to it, a sense of irony and frenzy, which was fostered by the carefree and cynical character of the Ber­liners themselves; this created a mood which made people behave "as if there were no tomorrow."

In the dying years of the republic, from 1928 onward, as conventional politics and politicians grew daily more impotent and the stock market erected a statue to "The Unknown Solvent." the edge grew keener still. There was an increasing sense of imminent collapse and the suspicion that there might be something nasty in the wood­ shed. The spirit of "mature Weimar" is a strange combina­tion of moods: extraordinary enlightenment and liberalism; extraordinary weakness; a great capacity for creative technology; a sinister willingness to search for and worship strange gods; and occasional flashes of perverted violence and vileness that are almost beyond description.

A German study of the twenties has a chapter entitled "Technik Technik über alles." It was indeed a period which saw very considerable achievements in both technology and pure science. Einstein worked and taught in Berlin, and the next generation of scientists included names such as Werner von Braun. Between 1919 and 1929 German scientists won seven Nobel prizes.

The German motor industry put names such as Mercedes, Opel, BMW firmly on the map. In 1928 Fritz von Opel's rocket-powered car clocked 195 km (117 mph) on the Avus, Berlin's motor-racing track. Germany was indeed motor mad:

The most dangerous side of the motor "craze" continues to be the subject of public discussion. The Deutsche Tageszeitung refers in indignant terms to an advertisement for a motorcycle which, it is claimed, with a little practice it can be ridden even up bad streets and round curves with the hands off the handlebars.

[…]

Führers apart, Germany was full of confidence men, gurus. charlatans, astrologers, alchemists and miracle workers of various kinds. Some were ordinary frauds: one of the best known cases is that of Max Klante, who persuaded the Berlin public that he could pick winners with almost monotonous regularity, since he had access to stable information. That some should have believed him is inevitable, but that the people of Berlin should have believed him on such a scale that he could buy a large villa in the suburbs and keep horses in training himself seems scarcely credible. His system was simple. He offered anyone investing with him a return of 600 percent a year, to be secured by his successful betting. He used modern publicity and public-relations techniques to advertise his service—which got off to a good start. When the early clients found they were indeed getting 600 percent, they told others and the Klante bandwagon started to roll. So quickly did the business grow that long after he was no longer bringing off betting coups at 6-1 a time, he was able to pay his old customers out of his new subscriptions. Inevitably the whole system collapsed and most people lost a lot of money. However, the fact remains that numerous people were prepared to believe (a) that someone would do them the favor of making their money multiply six times in a year, and (b) that it is possible to predict the outcome of a horse race.

Max Klante was a people's con man. The case of Fritz Haber is very different, and perhaps even stranger. Haber was a distinguished scientist. In his search for an artificial fertilizer, he invented the explosive which permitted Germany to continue fighting the war without the help of imported saltpeter. He also invented poison gas by another mistake. In the 1920s he devoted much time and effort to the attempt to extract gold from seawater, and enjoyed much official support for the project. When, in the course of his research, he discovered that he had misplaced a decimal point in his early calculations, he had a nervous breakdown.

Haber could not really be described as an alchemist, but Fritz Tausend actually made the serious claim that he could manufacture gold, and for some time he was taken perfectly seriously in official circles. Again it was a case of people believing what they want to believe. The government backed him in the hope that his techniques might solve the reparations problem. Ludendorff, too, gave him financial support. Eventually the "demonstra­tions" he laid on were seen to be deceptions and he went to prison in 1929, but not before he had been taken seriously by persons who ought to have known better.

More extreme claims still were made by the Austrian autodidact peasant Schappeller, who claimed to have invented a new source of energy. "Space Energy," which would transform life on earth, make its controller the lord of creation, provide infinitely cheap power and create diamonds out of stone, gold out of mud. He too won support in high places, sufficient to enable him to pur­chase the castle which dominated the village of his birth and carry out expensive restora­tions. Part of the support came from the ex-kaiser himself, who provided Schap­peller with large sums. After his protegé  was exposed as a charlatan, the ex-kaiser outlined his motives for sup­porting him. It was not, he said, that he had any ambition to rule the world: "He wished to liberate himself from the heavy burden of guilt which the collapse of Germany had inflicted upon him through his participation in an under­ taking which would render his old empire apt for social renewal.''

Occultism and clairvoyance also enjoyed a tremendous vogue at the time, sometimes with ludicrous results:

A case due to come before a Berlin court tomorrow arises from a spiritualistic seance in 1920, at which the medium announced that Ludwig Uhland (who died in 1862) would give a demonstration. A pencil was then removed from a closed satchel, and a few moments later the occupants of the dimly lit room found themselves, it is stated, in the possession of a poem entitled "Wiederkehr, " written on stained yellow paper, in handwriting resembling that of the poet and signed L. Uhland—1920. The poem is said to have been accepted as authentic by two hundred experts.

Those present at the seance bound themselves to silence, but one of them, an author, has now begun proceedings against the medium for the restitution of the manuscript, which, he states, was originally delivered into his hands.

The judge reserved his decision, and refused to allow the spiritualists to give the evidence of dead people through mediums.

Erich Jan Hanussen was one of the most popular occult­ists and clairvoyants of the early 1930s. He was a char­latan with a good mind-reading act and considerable hypnotic powers. A member of fashionable Berlin, he used to give public demonstrations of hypnotism in nightclubs; he was also protegé  of Count Helldorf, a senior Nazi who later became Berlin's chief of police. After the Nazis came to power, he became their magician and astrologer until it emerged that, far from being the Danish baron he purported to be, he was a German Jew. A few days after the discovery, he was found shot dead in a forest outside Berlin. However Hanussen lives—or at least his stage name does!  Today in Berlin there are posters advertising the fabulous occult and clairvoyant powers of one Erich Jan Hanussen.

Stranger than run-of-the-mill charlatanism was the case of a certain Weissenberg, a Berlin prophet regarded by many as a saint and a miracle worker. Weissenberg claimed to raise the dead—by means of cheese. He treated a small child with curds, and when it died maintained that it was not really dead: a liberal application of cheese to head and foot should restore it. The cheese was applied and time passed. After a week the body was forcibly removed, although the parents, trusting Weissenberg's judgment, maintained that the child was still alive and that the police had killed it by interrupting the treatment. Weissenberg went on to conduct religious meetings, attempting to raise the dead. His public was middle-aged, working class and gullible, and his meetings produced scenes of quite extra­ ordinary mass hysteria. He would begin them by asking for contributions for the community he had founded. New Jerusalem. Then Sister Grete Müller, one of his assistants, would enter into a trance. She spoke with the voice of "Old Bismarck," who would urge all present to subscribe to New Jerusalem. The crowd would begin to get hyster­ical, then Weissenberg would walk among them laying on hands and calming them. They would then sup­pose themselves to be historical persons from Wilhelm II's circle, and would all shout and scream to­gether. Despite the fact that Weissenberg went to prison, his sect grew and grew and, of course, considered him a martyr.

It was a time when Germany was literally full of persons describing themselves as spiritual leaders. Some of them were noble, holy and rather remarkable men. R. Olday describes such a guru, "The Old Man," who preached a gospel of peace in the Hamburg slums and commanded a considerable following. Others were more exotic. Indeed the most exotic false prophet of them all was the utterly remarkable Muck Lamberty, who spread something akin to a medieval religious hysteria wherever he went. Lead­ing a "New Troupe" of dancers, singers, players and followers who had come to him from the Youth Move­ment he moved from town to town, preaching pantheism, ecstasy and the fire of the spirit. He and his band would literally dance into a town, and when they arrived every­ one would dance with them — policemen, mayor and fire brigade. Eyewitnesses confirm that when, for example. they entered Erfurt they got the whole town dancing and singing with them in a joyful condition of mass hysteria.
see also:
The German Unemployed:
Experiences and Consequences of Mass Unemployment from the Weimar Republic to the Third Reich


Richard John Evans, Dick Geary

Routledge, 1987 - pages 314

Summary:
How far was unemployment responsible for the triumph of the Third Reich? This collection of essays by British and German historians examines the collapse of democracy in Weimar Germany from the viewpoint of the social historian.

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