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6 luglio 2014

Klimt a Milano




Milano rilancia il grande evento organizzato al Belvedere di Vienna nel 2012 con una rassegna di notevole interesse che riaccende l’attenzione sulla pittura di Gustav Klimt ma che ha soprattutto il merito di restituire una visione d’insieme dello spazio entro il quale operarono gli artisti della Secessione.
Giunta quasi al termine, la mostra milanese offre ottimi spunti per approfondire il complesso rapporto tra politica e cultura nell’impero asburgico alla svolta del XX secolo. Ampio risalto è dato, non a caso, agli esordi della carriera di Klimt, dai dissesti economici attraversati dalla sua affollata famiglia a seguito della crisi finanziaria del 1873, agli anni di apprendistato presso la Kunstgewerbschule che porteranno alla fondazione della Compagnia degli Artisti (1881). Questi inizi sono preziosi per capire in che modo si sia sviluppato lo stile klimtiano e soprattutto quali stimoli avesse ricevuto dall’ambiente che lo circondava. La scuola di arti e mestieri ci viene restituita come un luogo in cui era possibile imparare il disegno accademico e diverse tecniche di lavorazione dei materiali in maniera approfondita. Un bagaglio notevole e completo che testimonia alla lettera l’immersione nell’arte di un esteso gruppo di nuove leve del panorama creativo austriaco. Klimt s’impose all’attenzione del pubblico per una tela sul Burgtheater di Vienna, realizzata nel 1888 e nella quale sono riprodotti fedelmente i volti di ben centotrenta suoi assidui frequentatori. Ciò gli valse anche la definizione di virtuoso del ritratto. Grande indagatore della femminilità, a fronte di una produzione pittorica non così estesa – in tutto duecento tele – si contano migliaia di disegni dove Klimt registra le pose languide e disinibite delle modelle che vivacchiavano liberamente nel suo studio. Come Rodin, anche lui disegnava il contorno dei corpi senza distogliere gli occhi dai soggetti, attribuendovi principalmente valore di studio e di esercizio distensivo.
Il sodalizio col fratello Ernst (destinato a una precoce scomparsa a soli ventinove anni nel 1892) e il compagno di studi Franz Matsch fu alla base della Künstlercompagnie, attiva per quasi dodici anni, al centro di committenze importanti che approdarono alla decorazione di edifici pubblici. L’impero affidò il suo messaggio sovranazionale alla costruzione e al rinnovamento dei teatri nelle sue province, e il gruppo ottenne incarichi a Bucarest, Karlsbad, Fiume, Reichenberg. In seguito alla morte di Ernst, la tutela della giovanissima nipote, avuta con Helene Flöge, passò a Gustav. Venne dunque profilandosi una crisi per l’artista, che oltre alla perdita del fratello, appena pochi mesi prima aveva dovuto fare i conti anche con quella del padre. Col 1893 l’esperienza della Compagnia fu archiviata, proprio mentre era in discussione l’incarico per i cosiddetti “dipinti della facoltà”; la Commissione artistica del Ministero per il culto e l’istruzione, in una seduta del 15 gennaio 1892, aveva ventilato la possibilità di affidare la decorazione del soffitto dell’Aula Magna dell’Università a Matsch e ai fratelli Klimt.
Nel frattempo i contatti con Emilie Flöge, sorella di Helene, sporadici in un primo tempo divennero sempre più assidui. Gustav conosceva Emilie già nel 1891, come attesta un suo pastello in cui la ritrae diciottenne, fatto montare in una cornice dorata dipinta con fiori di ciliegio. È probabile che i Klimt avessero invitato contemporaneamente le due sorelle a posare per loro. L’affascinante Emilie fu la donna della vita di Klimt. I due coltivarono un rapporto estremamente libero, senza contrarre matrimonio, cosa che per i tempi non mancò di suscitare un certo scalpore. Creativa e indipendente la Flöge aprì nel 1904 a Vienna un atelier di alta moda in linea con le tendenze artistiche più innovative.
Andato in porto l’incarico per affrescare il soffitto dell’Aula Magna all’Università di Vienna sulla Ringstrasse (1894), Klimt iniziò a lavorare al ciclo pittorico che avrebbe dovuto rappresentare le quattro facoltà classiche delle università europee: filosofia, medicina, giurisprudenza, a lui affidate, e teologia assegnata a Matsch. Nel corso dell’elaborazione di questi pannelli allegorici Klimt maturò il distacco dallo storicismo per approdare a uno stile personale. Tuttavia, la committenza si rivelò una vera e propria grana con pesanti ricadute sulla carriera dell’artista. Anzi, non è esagerato dire che non si riprese mai del tutto dalle polemiche indirizzate al suo lavoro. Già al momento della prima presentazione, alla settima mostra della Secessione (1900), la Filsofia venne pesantemente criticata, soprattutto dai professori. La cosa si ripeté anche per la Medicina, trovando eco negli organi di stampa. Si è supposto che i contrasti sorti intorno ai due dipinti abbiano spinto Klimt a dipingere la Giurisprudenza in modo ancora più aggressivo. Oggetto del contendere fu non solo il ruolo delle dottrine universitarie nella società, ma anche il senso e lo scopo della sovvenzione dell’arte da parte dello Stato e dell’influenza che ciò poteva avere sulla libertà artistica. Si incrinò così pure il rapporto tra Klimt e Matsch. Quest’ultimo infatti dichiarò in una seduta della Commissione artistica dell’Università (marzo 1905) che non riteneva conveniente accostare i suoi quadri a quelli del collega. Non sorprende dunque che Klimt si ritirò dall’incarico il mese successivo. I toni esacerbati, la scarsa solidarietà ricevuta – uno dei pochi difensori fu Hermann Bahr – l’amarezza per una questione che andò calpestando senza riguardo alcuno l’uomo e l’artista, gli sottrassero molta energia anche per gli anni a venire. Per farsi un’idea dell’accaduto, è utile leggere i testi raccolti da Bahr a testimonianza dell’acredine, pretestuosa e dissennata, che rappresentanti delle istituzioni e più che discutibili esponenti del mondo culturale austriaco, riversarono su Klimt (si veda a tale proposito Polemiche su Klimt, Silvy edizioni, 2012).
La vicenda non poteva avere epilogo peggiore, dal momento che le tre tele destinate all’Università sono andate distrutte nell’incendio del castello di Immendorf (1945), dove erano custodite, durante la seconda guerra mondiale.
Di estremo interesse, all’interno dell’allestimento milanese, è lo spazio dedicato alla ricostruzione del Fregio di Beethoven (1902) cui non furono lesinati attacchi: entrato nel mirino del presunto decoro accademico, la nudità e la rappresentazione allegorica dei mostri rinfocolarono la polemica. Tra le diverse dichiarazioni dell’intellighenzia viennese rilasciate nell’aprile 1902 si legge: «Il realismo con cui allegorizza la voluttà e la lussuria è masturbazione artistica nel più sconsiderato senso del termine e sarebbe stato di certo più adatto per il Panoptikum di Präuscher [Museo delle cere situato al Prater] che come forma di consacrazione per il tempio di Beethoven». Inutile dirlo, con buona pace di questi velenosissimi dottori, ma il fregio è un’opera in cui la lotta vittoriosa del musicista, che non soccombe di fronte alle forze ostili della vita, follia, lussuria, malattia, è espressa con impareggiabile chiarezza iconografica e maturità stilistica. Impossibile non pensare che Klimt, al centro della bufera, non vi abbia riversato anche molto di ciò che stava vivendo sulla sua pelle.
Questo futile attacco frontale al pittore, lo si è detto, ne inaridì la vena creativa, assumendo il ruolo di vero e proprio spartiacque, che molto condizionò gli sviluppi successivi della sua arte. Nel 1906 si dedicò alla preparazione della Kunstschau che si tenne nel 1908-1909, nella quale trovarono spazio i primi fremiti espressionisti nelle opere dei giovani Schiele e Kokoschka. Tra le opere esposte, la Madre con due bambini (1909-’10), è indicativa di una nuova fase in cui Klimt sembra ormai aver chiuso col proprio stile decorativo, prediligendo toni scuri e orientandosi a una figurazione sobria e essenziale, più vicina all’espressionismo.
Nell’analizzare i principali snodi dell’attività klimtiana, la mostra milanese si inserisce a pieno titolo tra gli eventi che meglio ne raccontano l’ascesa all’interno di una società, quella asburgica di inizio Novecento, in preda a non poche contraddizioni e crisi identitarie.
Gli organizzatori rinnovano l’appuntamento per il 2015 sulla Ringstrasse a Vienna.

(Di Claudia Ciardi)


Gustav Klimt al cannocchiale sull’Attersee, 1904 - Fotografia alla gelatina d'argento, montata su cartone

Catalogo:

Gustav Klimt, Alle origini di un mito, Palazzo Reale, Milano, marzo-luglio 2014

In questo blog:

Gustav Klimt - Secession




Bildnis der Mäda Primavesi
, 1912
Ritratto di Mäda Primavesi 



Signora davanti al caminetto
, 1897‐98
Olio su tela, cm 41 x 66. Vienna, Belvedere


24 maggio 2014

Verso quale Europa?




A poche ore dal voto la domanda sorge spontanea, anche e forse di più tra quanti si professano euroscettici, specie se la loro diffidenza non si traduce in consenso politico ma resta in balia della marea astensionista. La crisi economica sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione, e chi sottovaluta l’impatto sociale di ciò che stiamo vivendo, o nasconde altri interessi o dissennatamente si limita a spostare la polvere sotto il tappeto. Ricordiamo che i “protocolli” di Bruxelles hanno seriamente contribuito alla nascita di Alba dorata in Grecia. E se ci guardiamo attorno, i segnali che vengono da Francia, Inghilterra e Ungheria non sono affatto incoraggianti. Questi tre paesi conoscono un’impennata dell’adesione alle destre nazionaliste. In Ungheria assistiamo addirittura alla quasi completa occupazione della scena politica da parte di due forze ultranazionaliste, da un lato Fidesz, il partito di Orban, il quale ha fondato la sua leadership sull’opposizione dura allo strapotere delle banche, dall’altro Jobbik, formazione neonazista che alle recenti elezioni si è attestata oltre il 20%. Più che di due sponde, conviene parlare di due schieramenti che si inseriscono nel medesimo quadro ideologico e che vanno a nozze col malcontento popolare. Merita anzi tutta la nostra attenzione il dato, per nulla confortante, secondo cui mentre Fidesz, pur confermandosi come primo partito ungherese nell’ultimo confronto elettorale, ha perso ben otto punti percentuali, Jobbik è in continua ascesa.
Cosa vogliamo che abbia voce e dunque crei rappresentanza per il nostro immediato futuro nel vecchio continente? È innegabile che le attuali politiche europee di gestione della crisi vanno accrescendo problemi e disparità che, da focolai isolati, rischiano di divenire situazioni fuori controllo. Un’inversione di rotta sarebbe stata opportuna già da diverso tempo, almeno dagli inizi del “caso Grecia”. Non sono un’analista politica ma una tale perseverante cecità può sembrare per certi versi pianificata. Supponiamo che qualcuno voglia far precipitare le cose – intendo con ciò favorire l’estrema destra – non avrebbe che da suggerire, senza neanche accalorarsi più di tanto, l’attuale linea di gestione delle turbolenze economiche e politiche da cui siamo investiti. Uno su tutti, i rimandi continui nell’affrontare la pesante crisi dell’occupazione dei paesi euromediterranei col conseguente scivolamento di una porzione enorme di cittadini europei nel disagio sociale. Le attuali statistiche contano 126 milioni di poveri e 27 milioni di disoccupati in tutta l’Unione.
Così, questa presunta alleanza tra incapacità e ragionato catastrofismo sta facendo pericolosamente inclinare la barca. Sarebbe anche importante non perdere di vista le pressioni esercitate dai gruppi di potere che, da un’epoca all’altra, si avvicendano attorno alle classi dirigenti per far prevalere i propri interessi. Nel tempo che noi stiamo attraversando, si possono menzionare il lobbismo bancario e in generale legato alle attività finanziarie, il profitto delle multinazionali capace di macinare leggi e limitazioni imposte dagli Stati, l’applicazione del liberismo a tutti i costi quale unico e irrinunciabile teorema della politica occidentale, ormai con ricadute negative sul sistema che lo fiancheggia, ricadute che sono sotto gli occhi di ognuno, ma senza che questo basti a decretarne il superamento. Gli obiettivi dei gruppi dirigenziali e le spinte da essi generate, sono talora responsabili di avvenimenti storici di enorme portata, come è stato per la Grande Guerra. Tutt’altro che guerra “scoppiata per caso”, le sue motivazioni sono da ricercare negli squilibri che caratterizzano la geopolitica europea tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. L’efficace saggio di Luciano Canfora sul 1914 ha il pregio di spiegarceli con semplicità, mostrandoci quali fossero i partiti che allora si dividevano il campo, analizzando il sistema democratico in Francia versus gli imperi (Germania, Austria-Ungheria, Turchia, Russia) e le monarchie (Inghilterra, Italia). In realtà nessun paese poteva dirsi lo specchio fedele della propria forma di governo: ad esempio, in Francia la repubblica era scaturita dall’eccidio dei Comunardi, atroce antefatto che, associato alla pratica elettorale a collegio uninominale, retaggio del secondo impero, metteva in discussione l’essenza repubblicana dalle fondamenta. Lo studioso inoltre, narrando ampiamente delle politiche colonialiste di tutti gli attori presenti sulla scena, ci indica l’origine di scenari conflittuali di lì a poco destinati a replicarsi all’interno del continente.
Trascorso un secolo da tali eventi, il voto europeo cade in una fase che presenta non poche problematicità. Si va alle urne in un momento di forte prostrazione economica per le democrazie occidentali, dove la flessione del binomio produttività-lavoro dura da almeno quattro anni, mentre il Mediterraneo e i confini orientali sono attraversati da gravi instabilità. Domenica 25 gli ucraini sono chiamati a scegliere il loro presidente, ma per i leader che si contendono la piazza è sempre più difficile risultare credibili e scacciare l’immagine di debolezza che li accompagna. In tutto questo appare evidente il black out di una politica europea chiamata a far fronte comune. Così, i problemi della Grecia li abbiamo ormai liquidati come “questioni di periferia”, allineandoci a un bieco calvinismo che comanda la totale assunzione di responsabilità per i propri guai, e la Siria, terra lunare di un Medio Oriente troppo lontano da noi, dove pure il 3 giugno si svolgeranno le elezioni presidenziali, in qualche modo provvederà a se stessa.
Qualsiasi sia la nostra posizione, bisogna innanzitutto aver coscienza di quanto sta accadendo in casa nostra e fuori. Si parte dalla giustizia sociale e dalla necessità di dare regole chiare all’economia, ben al di là del puro esercizio ragionieristico in voga tra i burocrati dell’Unione. L’Europa non può più procedere a due, tre velocità. Chi sta davanti, se non vuole aspettare per paura di perdere il treno, bisogna che conceda almeno condizioni eque ai mercati in affanno. Altrimenti nasce il fondato sospetto che le economie cosiddette forti abbiano più di un interesse a far chiudere le imprese dei paesi più esposti a un default; la crisi può anche essere cavalcata per togliere di mezzo concorrenti scomodi.
Quando il ministro delle finanze tedesche Schäuble ripete che «le regole comuni vanno rispettate», il concetto rimane fastidiosamente appeso per qualche istante alle orecchie di chi lo interroga. Ci si aspetterebbe qualche indicazione un po’ più precisa sul da farsi, qualche apertura verso le situazioni di maggiore incertezza che rischiano di avere pesanti ripercussioni sul resto del continente, ma negli ultimi anni si è assistito più che altro alla ripetizione di tanta poco ragionata teoria sia sul piano storico che dell’attualità politica.
L’Europa è esposta a numerosi pericoli. La miseria e quindi l’esclusione sociale generate dalla crisi economica sono una vera e propria manna per delinquenza e corruzione, anticamera delle mafie che vanno radicandosi dappertutto, specie in quei paesi dove si continua a considerare la criminalità organizzata un fenomeno del folclore italiano. Un’altra drammatica ricorrenza si insinua in questo voto per l’Europa. Il 25 maggio 1992 nella basilica S. Domenico di Palermo si svolgevano i funerali del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, vittime della strage mafiosa di Capaci. Lungi dall’essere una patologia del Sud Italia, la mafia infiltra tessuti sociali considerati impermeabili alla sua natura e la si ritrova ovunque si prospettino laute spartizioni: appalti, gestione di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari. Perciò è necessario impedire con ogni mezzo la concentrazione di grossi capitali nelle mani di oligarchie che con elevata probabilità suscitano gli appetiti dei poteri mafiosi.
Chiudo con un riferimento al meccanismo dei tribunali arbitrali, cui le grandi imprese che operano a livello globale nei settori più disparati, dall’energia alle costruzioni, possono ricorrere quando uno Stato recede il contratto stipulato. Nati per una giusta causa, ossia evitare che le espropriazioni o certe controversie sugli investimenti, sfociassero in crisi internazionali, l’istruzione di un processo in questi tribunali può tuttavia divenire un’arma minatoria delle sovranità nazionali. Le cause sono costosissime, così uno Stato che si trovi coinvolto in un contenzioso con una multinazionale ci rimette un bel po’ di risorse pubbliche - oltre a uscirne quasi sempre sconfitto - uno sperpero che di questi tempi non lascia tranquillo nessun governante. Attualmente la svedese Vattenfall è in causa con la Germania, in seguito alla marcia indietro del governo tedesco riguardo gli accordi sul nucleare. Questo è solo uno degli episodi più clamorosi, ma le cause fioccano continuamente, e c’è più di una persona tra gli addetti ai lavori che se ne serve come macchine da “soldi facili”. Il problema è di enorme portata specialmente per quanto riguarda le scelte di politica ambientale dei singoli paesi. La consapevolezza di andare incontro a processi di questo tipo, può divenire uno strumento per influenzare le decisioni di un governo.
Nella mia idea di Europa vorrei che ognuna della questioni qui solo brevemente accennate trovasse un suo spazio rappresentativo. Maggiore omogeneità nella considerazione dei popoli che ne fanno parte, una politica estera più rigorosa e definita, misure volte a stimolare crescita, occupazione e in generale a configurare una partecipazione reale e non di facciata. Rispetto del diritto a circolare liberamente nei paesi dell’Unione, a fruire di sovvenzioni statali e fondi che garantiscano con equità esperienze formative, conferendo ai più meritevoli ruoli di mediazione culturale, investendoli dell’onore e dell’onere di rinnovare il dialogo tra stati membri e paesi emergenti. C’è tanto da fare e altrettanto ha da cambiare, soprattutto nel meccanismo di elargizione di favori a clientele e parentadi politici che da trent’anni a questa parte molto sono costati e pochi risultati hanno portato a casa. Un’intera generazione che più o meno va da quella di chi scrive questo pezzo ai tanti giovani e meno giovani esclusi da incarichi di responsabilità e ruoli decisionali in qualsiasi ambito della società, attende di far valere una visione che lasci da parte la teoria e il principio, dietro i quali si nasconde neanche troppo bene la volontà di continuare a bloccare tutto, così da mettere a disposizione le proprie competenze per costruire qualcosa di più coinvolgente in cui sentirsi finalmente reclutati e garantiti.

(Di Claudia Ciardi)



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