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16 settembre 2021

Hugo von Hofmannsthal - Poesie

 

27 aprile 1891: «Oggi al caffè presentato a Hermann Bahr». Poche parole annotate sul suo diario, ma una concisione da cui traspare qualcosa d’importante. Si tratta del riconoscimento pubblico di Loris, la sua ammissione nel cenacolo degli artisti viennesi. Colui che fino ad allora si era firmato con questo pseudonimo – in quanto ai liceali era vietato pubblicare – veniva conosciuto per il suo vero nome e cognome e nella sua persona reale. Anche se nel sogno avventuroso e sfuggente della capitale asburgica dire reale comporta sempre qualche rischio. Fra l’altro l’apparizione di un giovanissimo preceduto dalla forza letteraria dei suoi articoli, per cui tutti si aspettavano semmai un attempato signore di gran carriera nell’amministrazione dell’impero, animato da velleità letterarie, sembrerebbe già l’inizio di una delle sue trame, l’antefatto di una delle sue opere teatrali.
L’intreccio fra autobiografia e premonizioni fiabesche, fra autoanalisi e scambi di identità è una costante di tutta l
opera di Loris-Hofmannsthal, un colore che fa da sfondo ai diversi generi da lui padroneggiati cosicché laddove si sono volute vedere cesure e crisi, quando la poesia ha fatto largo alle riletture del teatro antico e quindi alla prosa, notiamo invece un’unica architettura coerente sempre pronta a espandersi, ad approfondire gli elementi che l’hanno fondata, a mischiare quei caratteri che nel tempo sono cresciuti d’intensità, di volta in volta seminando una carica emotiva innovata. Lo si coglie bene nei tanti appunti lasciati dallo scrittore, sia quelli di tipo diaristico in cui ha registrato episodi e conseguenti riflessioni, sia gli altri riconducibili a innumerevoli frammenti e abbozzi di progetti. Un percorso che si riflette anche nello studio della parola, elemento che si fa carico di quella perenne incompiutezza, di un giudizio sospeso sulle cose del vivere che ne imbeve il pensiero e che solo nella sua estrema svelata labilità è in grado di comunicarsi.
Sul fronte della saggistica il mestiere con cui raccontava le mostre d’arte e i nuovi linguaggi della pittura – Hofmannsthal è stato tra i primi a comprendere van Gogh quando la maggior parte ne ignorava ancora il peso – non poteva non incontrare la curiosità di Bahr, fine critico nonché amico di tanti artisti, punto di riferimento per le avanguardie, esegeta dell’espressionismo. Ma lo si è detto, ognuno dei generi presieduti da Hofmannsthal sconfina in qualcos’altro e la poesia, che segna i suoi esordi, affiora sempre, in mille declinazioni e accordi, da ogni dettato. A riprova sta la ricezione in Italia dei suoi scritti con l’avvicinamento di poeti di primo livello che erano anche raffinati germanisti. Una giovanissima Cristina Campo sui tavoli del caffè delle Giubbe rosse a Firenze – in origine regno futurista, poi tempio degli ermetici – imparò ad apprezzare la mirabolante prosa hofmannsthaliana grazie al suo mentore e per dieci anni compagno di vita Leone Traverso, figura di spicco dell’ermetismo fiorentino e primo divulgatore di Hofmannsthal in Italia, scelto da Enrico Cederna, diciottenne editore milanese, quindi da Vallecchi che nel 1950 ne rilevò l’attività, come responsabile delle collane dedicate al grande maestro austriaco. Traverso seppe riunire attorno a sé i più talentuosi letterati e studiosi del tempo, accomunati dalla passione per la germanistica; tra gli altri, oltre alla Campo, si ricordano Gabriella Bemporad, curatrice di diversi volumi usciti per Adelphi, il terzo grande editore che ha poi raccolto l’eredità di Hofmannsthal nel nostro paese, e Tommaso Landolfi, scrittore e mediatore, sia sul fronte della letteratura slava che tedesca – immensa la sua versione di Leskov e, per l’autore di cui qui si tratta, delle Nozze di Sobeide e del Cavaliere della Rosa, pubblicate da Vallecchi. Quando ancora il tradurre non era un ʻlavoro a macchinaʼ ma un qualcosa a cui ci si dedicava per restituire totalmente un pezzo d’arte in un’altra lingua, magari poche perle ma destinate a durare nel tempo: il Dedalus di Pavese, le citate incursioni landolfiane, la devozione sacerdotale di un Angelo Maria Ripellino ancora sul fronte della slavistica. Letterati, grandi cultori italiani al servizio di altri grandi, e traduzioni intramontabili.
Il lavoro a macchinetta che in più di un caso alimenta certa editoria istantanea odierna fa sì che si producano magari molteplici versioni di una stessa opera (e per contrappasso uno strascico di lacune di quel che ancora non si è preso in considerazione
la ricerca essendo ancor più faticosa, difficile, lenta e pure più onerosa per chi la svolge!), senza tuttavia incidere veramente per quanto riguarda la storia del passaggio di un testo nella letteratura di un altro paese: penso alle Duinesi di Rilke. Forse non basterebbero anni per una resa minimamente all’altezza dell’originale, per tentare la via di un’altra opera d’arte in italiano. Anche in tal caso rispetto alle pubblicazioni aggiornate mi sento di restare fedele al volume di Leone Traverso per Vallecchi. Il presente discorso sulla traduzione vale, è chiaro, per molti titoli.
La Campo ha reso con estrema acutezza alcune delle prose giovanili firmate da Loris e leggendo questo suo lavoro si resta sorpresi dalla penetrazione della nostra poetessa nella sensibilità di un autore allora misconosciuto. Ho letto sia le sue versioni, inserite da Leone Traverso nel volume Viaggi e saggi, che raccoglie un vasto campionario degli articoli hofmannsthaliani, sia quelle della Bemporad che in L
ignoto che appare e La mela d’oro (catalogo Adelphi) ha poi ripreso il discorso sulle brevi prose letterarie dello scrittore aggiungendo anche un’interessante comparazione con gli appunti relativi ad alcuni testi presentati. Entrambe le curatrici sembrano aver coltivato in proprio un dialogo coerente e similare quanto agli esiti per far affiorare nella sua immanenza la radice poetica di Hofmannsthal, con tutte le sue incredibili sfaccettature e pluralità tonali.
L’editore Ripostes nel 2001 si è fatto promotore di una bella iniziativa rispolverando in un grazioso tascabile proprio queste traduzioni della Campo, col meritorio intento di riportare in luce un pezzo di una stagione culturale intensa, poliedrica, irripetibile fissata nello specchio magico di due lingue e due interpreti giganti a confronto. Le due prose di chiusura, Poeta e vita e Figurazioni, rivelano in pieno a quale grado la poetessa sentisse il leggere Hofmannsthal in lingua originale come una missione, qualcosa che l’avvicinava più di altri a sciogliere il nodo tra immaginazione ed espressione. Pensieri così: «L’artista intende tutte le cose come sorelle e figlie di un sangue unico, ma questo non lo induce a confondere. Egli tiene l’unicità dell’evento in altissima stima: e sopra ogni cosa pone il singolo essere, il singolo atto, poiché in ciascuno di essi ammira il conferire di mille fila che dalla profondità dell’infinito vengono ad incontrarsi a quel modo. Egli apprende così a render giustizia alla propria vita». (Poeta e vita, traduzione di Cristina Campo, Ripostes).
Panismo della poesia nel vivere e del vivere dentro la poesia.

Tutta la dizione di Hofmannsthal sembra prendere le mosse da qui, quel suo aggirarsi lieve ma al contempo fisicamente ben saldo, assolutamente a suo agio nello strano reame mutevole dove si è in profonda consonanza con tutto ciò che è tangibile e ancor più con ciò che ci si nasconde, dove è più vero proprio ciò che maggiormente è celato e la cui traccia è ormai smarrita ai più, quasi il poeta fosse un indovino seduto su un tappeto di sogni. Fiaba, iniziazione, metamorfosi sono le chiavi del suo mondo.

«
E tre cose sono una: un essere umano, un oggetto, un sogno [...] / Und drei sind eins: ein Mensch, ein Ding, ein Traum» (Terzine sulla caducità).

I suoi versi sono l’inizio di ogni cosa. Già qui ci sono le sue incalzanti fantasticherie, le ombre, gli incantesimi notturni, le impalpabili commozioni che guizzeranno sempre in ogni respiro della sua creazione successiva. Il suo oriente fatto di giardini, di vicoli in un’esotica città che pare lontanissima ma è tutta disegnata nel cuore della sua Vienna. L’amore che si lascia intravedere, l’indizio abbandonato in una piega del tempo, come un oggetto che casualmente si ritrovi in una stanza e che subito diviene memoria e presagio. In questo nostro tempo che fatica a sognare, a mettere l’immaginazione avanti al bieco calcolo, che s’illude di poter definire esattamente l’utile e l’inutile, salvo essere smentito da una valanga di effetti opposti alle situazioni attese, l’incontro con l’opera di Hofmannsthal è una posa, una benedizione che soccorre i sensi affaticati. E perciò vi dico leggete tutto, ma veramente tutto, di Hugo von Hofmannsthal.

 
(Di Claudia Ciardi)



Al Caffè Giubbe Rosse di Firenze nel dopoguerra, da sinistra, sono seduti in prima fila Vittorina e Giuseppe Raimondi, Alessandro Parronchi, Mario Luzi, Eugenio Montale, Ugo Capocchini, in seconda Giacomo Natta e Leonetto Leoni. *Nel 2018 siamo riusciti a far fallire questo luogo storico, un bene culturale a tutti gli effetti che lo Stato avrebbe dovuto rilevare e tutelare*



Mistero del mondo

[Weltgeheimnis]

La fonte profonda lo sa bene,
una volta erano tutti profondi e muti,
e tutti sapevano.

È come parola magica incertamente echeggiata
e non compresa fino in fondo,
ch’esso va ora di bocca in bocca.

La fonte profonda lo sa bene;
chino su di essa, lo ha afferrato un uomo,
l’ha afferrato e poi ripreso.

E andò vaneggiando e cantò una canzone –
scuro specchio su cui si china
un giorno una bambina ed esce di sé.

E cresce, e di sé non sa nulla
e diventa una donna, e c’è uno che l’ama
e – è meraviglioso quel che dà l’amore.

Che scienza profonda dà l’amore! –
Di cose, oscuramente presagite,
si ha, nei suoi baci, il monito profondo…

E le nostre parole lo contengono,
così del mendicante calpesta il piede il ciottolo,
che imprigiona una pietra preziosa.

La fonte profonda lo sa bene,
ma una volta lo sapevano tutti,
ora si aggira, balenante, un sogno.

(1896)


Der tiefe Brunnen weiß es wohl,
Einst waren alle tief und stumm,
Und alle wußten drum.

Wie Zauberworte, nachgelallt
Und nicht begriffen in den Grund,
So geht es jetzt von Mund zu Mund.

Der tiefe Brunnen weiß es wohl;
In den gebückt, begriffs ein Mann,
Begriff es und verlor es dann.

Und redet' irr und sang ein Lied –
Auf dessen dunklen Spiegel bückt
Sich einst ein Kind und wird entrückt.

Und wächst und weiß nichts von sich selbst
Und wird ein Weib, das einer liebt
Und – wunderbar wie Liebe gibt!

Wie Liebe tiefe Kunde gibt! –
Da wird an Dinge, dumpf geahnt,
In ihren Küssen tief gemahnt …

In unsern Worten liegt es drin,
So tritt des Bettlers Fuß den Kies,
Der eines Edelsteins Verlies.

Der tiefe Brunnen weiß es wohl,
Einst aber wußten alle drum,
Nun zuckt im Kreis ein Traum herum.


*****************

Sogno di grande magia

[Ein Traum von grosser Magie]

Più regale d’un serto di diamanti,
come un giovane mare temerario
nell’aroma dell’alba, era il mio sogno.

Per le vetrate aperte entrava l’aria,
io dormivo nel padiglione al suolo,
da quattro porte aperte entrava l’aria.

Cavalli già correvano bardati
e una muta di cani lungo il letto
e correvano avanti. Ma quel gesto

del primo, grande mago fu levato
improvviso fra me e la parete:
il fiero cenno, la chioma regale.

E non parete dietro a lui: ma vasto
sfarzo emerse di baratro e di mare
e verdi prati dietro la sua mano.

Egli si curva e attinge dal profondo,
egli si curva e nuotano le dita,
come nell’acqua, ne terrestre fondo.

Ma da quella sottile acqua sorgiva
grandi opali s’impigliano alle dita
e sonori ricadono in anelli.

Poi si getta con lieve impeto d’anca
come per solo orgoglio sulla rupe:
la forza in lui di gravità si stanca.

Regna nelle pupille l’alta calma
delle gemme in letargo ma viventi.
Egli siede e con tale voce chiama

i giorni che parevano ormai spenti,
ch’essi tornano, grandi e luttuosi:
egli gode di risa e di lamenti.

Come in sogno degli uomini le sorti
varie egli sente come le sue membra.
Nulla è presso o lontano, umile o enorme.

Come raffredda nel profondo il suolo,
il buio dal profondo in alto sale,
la notte caccia il caldo dalle cime,

egli così godeva  della vita
il grande corso, che in ebbrezza grande
balzò come un leone sugli scogli.

........................................

È lo spirito nostro alto signore,
che non dimora in noi ma nelle stelle
pone il suo seggio e orfani ci lascia.

Ma nell’intima fibra Egli ci è fuoco –
io presagivo, ritrovando il sogno –
parla coi fuochi della lontananza

e vive in me com’io nella mia mano.

(1896)


Viel königlicher als ein Perlenband
Und kühn wie junges Meer im Morgenduft,
So war ein großer Traum – wie ich ihn fand.

Durch offene Glastüren ging die Luft.
Ich schlief im Pavillon zu ebner Erde,
Und durch vier offne Türen ging die Luft –

Und früher liefen schon geschirrte Pferde
Hindurch und Hunde eine ganze Schar
An meinem Bett vorbei. Doch die Gebärde

Des Magiers – des Ersten, Großen – war
Auf einmal zwischen mir und einer Wand:
Sein stolzes Nicken, königliches Haar.

Und hinter ihm nicht Mauer: es entstand
Ein weiter Prunk von Abgrund, dunklem Meer
Und grünen Matten hinter seiner Hand.

Er bückte sich und zog das Tiefe her.
Er bückte sich, und seine Finger gingen
Im Boden so, als ob es Wasser wär.

Vom dünnen Quellenwasser aber fingen
Sich riesige Opale in den Händen
Und fielen tönend wieder ab in Ringen.

Dann warf er sich mit leichtem Schwung der Lenden –
Wie nur aus Stolz – der nächsten Klippe zu;
An ihm sah ich die Macht der Schwere enden.

In seinen Augen aber war die Ruh
Von schlafend- doch lebendgen Edelsteinen.
Er setzte sich und sprach ein solches Du

Zu Tagen, die uns ganz vergangen scheinen,
Daß sie herkamen trauervoll und groß:
Das freute ihn zu lachen und zu weinen.

Er fühlte traumhaft aller Menschen Los,
So wie er seine eignen Glieder fühlte.
Ihm war nichts nah und fern, nichts klein und groß.

Und wie tief unten sich die Erde kühlte,
Das Dunkel aus den Tiefen aufwärts drang,
Die Nacht das Laue aus den Wipfeln wühlte,

Genoß er allen Lebens großen Gang
So sehr – daß er in großer Trunkenheit
So wie ein Löwe über Klippen sprang.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Cherub und hoher Herr ist unser Geist –
Wohnt nicht in uns, und in die obern Sterne
Setzt er den Stuhl und läßt uns viel verwaist:

Doch Er ist Feuer uns im tiefsten Kerne
– So ahnte mir, da ich den Traum da fand –
Und redet mit den Feuern jener Ferne

Und lebt in mir wie ich in meiner Hand.


*****************

Versi per un bambino

[Verse auf ein kleines Kind]

A te crescono i piedi rosati
a cercare i paesi del sole:
sono aperti, i paesi del sole!
Là fra i vertici muti è rimasta
l’aria dei millenni sospesa
e gl’inesauribili mari
t’aspettano ancora là colmi.
Sull’orlo d’eterna foresta
spartirai il latte dal vaso
di corteccia con l’anfesibena?* [serpente favoloso]
Sarà lieta la cena, le stelle
quasi cadranno nell’orcio!
Sull’orlo del mare eterno
troverai presto un compagno
ai tuoi giochi: l’amico delfino
ti salta egli incontro nel nido
e, se talora non viene,
t’asciugano presto gli eterni
venti le lagrime amare.
Nei regni del sole per sempre
gli antichi tempi sublimi
durano ancora, per sempre!
Il sole con forza segreta
ti forma i piedi rosati
a calcare il suo eterno paese.

(1898)

Dir wachsen die rosigen Füße,
Die Sonnenländer zu suchen:
Die Sonnenländer sind offen!
An schweigenden Wipfeln blieb dort
Die Luft der Jahrtausende hangen,
Die unerschöpflichen Meere
Sind immer noch, immer noch da.
Am Rande des ewigen Waldes
Willst du aus der hölzernen Schale
Die Milch mit der Unke dann teilen?
Das wird eine fröhliche Mahlzeit,
Fast fallen die Sterne hinein!
Am Rande des ewigen Meeres
Schnell findest du einen Gespielen:
Den freundlichen guten Delphin.
Er springt dir ans Trockne entgegen,
Und bleibt er auch manchmal aus,
So stillen die ewigen Winde
Dir bald die aufquellenden Tränen.
Es sind in den Sonnenländern
Die alten, erhabenen Zeiten
Für immer noch, immer noch da!
Die Sonne mit heimlicher Kraft,
Sie formt dir die rosigen Füße,
Ihr ewiges Land zu betreten.


* Traduzioni di Elena Croce, Giaime Pintor, Ervino Pocar, Leone Traverso.
Dal volume Narrazioni e Poesie, a cura di Giorgio Zampa, Meridiani Mondadori, 1972.

6 luglio 2014

Klimt a Milano




Milano rilancia il grande evento organizzato al Belvedere di Vienna nel 2012 con una rassegna di notevole interesse che riaccende l’attenzione sulla pittura di Gustav Klimt ma che ha soprattutto il merito di restituire una visione d’insieme dello spazio entro il quale operarono gli artisti della Secessione.
Giunta quasi al termine, la mostra milanese offre ottimi spunti per approfondire il complesso rapporto tra politica e cultura nell’impero asburgico alla svolta del XX secolo. Ampio risalto è dato, non a caso, agli esordi della carriera di Klimt, dai dissesti economici attraversati dalla sua affollata famiglia a seguito della crisi finanziaria del 1873, agli anni di apprendistato presso la Kunstgewerbschule che porteranno alla fondazione della Compagnia degli Artisti (1881). Questi inizi sono preziosi per capire in che modo si sia sviluppato lo stile klimtiano e soprattutto quali stimoli avesse ricevuto dall’ambiente che lo circondava. La scuola di arti e mestieri ci viene restituita come un luogo in cui era possibile imparare il disegno accademico e diverse tecniche di lavorazione dei materiali in maniera approfondita. Un bagaglio notevole e completo che testimonia alla lettera l’immersione nell’arte di un esteso gruppo di nuove leve del panorama creativo austriaco. Klimt s’impose all’attenzione del pubblico per una tela sul Burgtheater di Vienna, realizzata nel 1888 e nella quale sono riprodotti fedelmente i volti di ben centotrenta suoi assidui frequentatori. Ciò gli valse anche la definizione di virtuoso del ritratto. Grande indagatore della femminilità, a fronte di una produzione pittorica non così estesa – in tutto duecento tele – si contano migliaia di disegni dove Klimt registra le pose languide e disinibite delle modelle che vivacchiavano liberamente nel suo studio. Come Rodin, anche lui disegnava il contorno dei corpi senza distogliere gli occhi dai soggetti, attribuendovi principalmente valore di studio e di esercizio distensivo.
Il sodalizio col fratello Ernst (destinato a una precoce scomparsa a soli ventinove anni nel 1892) e il compagno di studi Franz Matsch fu alla base della Künstlercompagnie, attiva per quasi dodici anni, al centro di committenze importanti che approdarono alla decorazione di edifici pubblici. L’impero affidò il suo messaggio sovranazionale alla costruzione e al rinnovamento dei teatri nelle sue province, e il gruppo ottenne incarichi a Bucarest, Karlsbad, Fiume, Reichenberg. In seguito alla morte di Ernst, la tutela della giovanissima nipote, avuta con Helene Flöge, passò a Gustav. Venne dunque profilandosi una crisi per l’artista, che oltre alla perdita del fratello, appena pochi mesi prima aveva dovuto fare i conti anche con quella del padre. Col 1893 l’esperienza della Compagnia fu archiviata, proprio mentre era in discussione l’incarico per i cosiddetti “dipinti della facoltà”; la Commissione artistica del Ministero per il culto e l’istruzione, in una seduta del 15 gennaio 1892, aveva ventilato la possibilità di affidare la decorazione del soffitto dell’Aula Magna dell’Università a Matsch e ai fratelli Klimt.
Nel frattempo i contatti con Emilie Flöge, sorella di Helene, sporadici in un primo tempo divennero sempre più assidui. Gustav conosceva Emilie già nel 1891, come attesta un suo pastello in cui la ritrae diciottenne, fatto montare in una cornice dorata dipinta con fiori di ciliegio. È probabile che i Klimt avessero invitato contemporaneamente le due sorelle a posare per loro. L’affascinante Emilie fu la donna della vita di Klimt. I due coltivarono un rapporto estremamente libero, senza contrarre matrimonio, cosa che per i tempi non mancò di suscitare un certo scalpore. Creativa e indipendente la Flöge aprì nel 1904 a Vienna un atelier di alta moda in linea con le tendenze artistiche più innovative.
Andato in porto l’incarico per affrescare il soffitto dell’Aula Magna all’Università di Vienna sulla Ringstrasse (1894), Klimt iniziò a lavorare al ciclo pittorico che avrebbe dovuto rappresentare le quattro facoltà classiche delle università europee: filosofia, medicina, giurisprudenza, a lui affidate, e teologia assegnata a Matsch. Nel corso dell’elaborazione di questi pannelli allegorici Klimt maturò il distacco dallo storicismo per approdare a uno stile personale. Tuttavia, la committenza si rivelò una vera e propria grana con pesanti ricadute sulla carriera dell’artista. Anzi, non è esagerato dire che non si riprese mai del tutto dalle polemiche indirizzate al suo lavoro. Già al momento della prima presentazione, alla settima mostra della Secessione (1900), la Filsofia venne pesantemente criticata, soprattutto dai professori. La cosa si ripeté anche per la Medicina, trovando eco negli organi di stampa. Si è supposto che i contrasti sorti intorno ai due dipinti abbiano spinto Klimt a dipingere la Giurisprudenza in modo ancora più aggressivo. Oggetto del contendere fu non solo il ruolo delle dottrine universitarie nella società, ma anche il senso e lo scopo della sovvenzione dell’arte da parte dello Stato e dell’influenza che ciò poteva avere sulla libertà artistica. Si incrinò così pure il rapporto tra Klimt e Matsch. Quest’ultimo infatti dichiarò in una seduta della Commissione artistica dell’Università (marzo 1905) che non riteneva conveniente accostare i suoi quadri a quelli del collega. Non sorprende dunque che Klimt si ritirò dall’incarico il mese successivo. I toni esacerbati, la scarsa solidarietà ricevuta – uno dei pochi difensori fu Hermann Bahr – l’amarezza per una questione che andò calpestando senza riguardo alcuno l’uomo e l’artista, gli sottrassero molta energia anche per gli anni a venire. Per farsi un’idea dell’accaduto, è utile leggere i testi raccolti da Bahr a testimonianza dell’acredine, pretestuosa e dissennata, che rappresentanti delle istituzioni e più che discutibili esponenti del mondo culturale austriaco, riversarono su Klimt (si veda a tale proposito Polemiche su Klimt, Silvy edizioni, 2012).
La vicenda non poteva avere epilogo peggiore, dal momento che le tre tele destinate all’Università sono andate distrutte nell’incendio del castello di Immendorf (1945), dove erano custodite, durante la seconda guerra mondiale.
Di estremo interesse, all’interno dell’allestimento milanese, è lo spazio dedicato alla ricostruzione del Fregio di Beethoven (1902) cui non furono lesinati attacchi: entrato nel mirino del presunto decoro accademico, la nudità e la rappresentazione allegorica dei mostri rinfocolarono la polemica. Tra le diverse dichiarazioni dell’intellighenzia viennese rilasciate nell’aprile 1902 si legge: «Il realismo con cui allegorizza la voluttà e la lussuria è masturbazione artistica nel più sconsiderato senso del termine e sarebbe stato di certo più adatto per il Panoptikum di Präuscher [Museo delle cere situato al Prater] che come forma di consacrazione per il tempio di Beethoven». Inutile dirlo, con buona pace di questi velenosissimi dottori, ma il fregio è un’opera in cui la lotta vittoriosa del musicista, che non soccombe di fronte alle forze ostili della vita, follia, lussuria, malattia, è espressa con impareggiabile chiarezza iconografica e maturità stilistica. Impossibile non pensare che Klimt, al centro della bufera, non vi abbia riversato anche molto di ciò che stava vivendo sulla sua pelle.
Questo futile attacco frontale al pittore, lo si è detto, ne inaridì la vena creativa, assumendo il ruolo di vero e proprio spartiacque, che molto condizionò gli sviluppi successivi della sua arte. Nel 1906 si dedicò alla preparazione della Kunstschau che si tenne nel 1908-1909, nella quale trovarono spazio i primi fremiti espressionisti nelle opere dei giovani Schiele e Kokoschka. Tra le opere esposte, la Madre con due bambini (1909-’10), è indicativa di una nuova fase in cui Klimt sembra ormai aver chiuso col proprio stile decorativo, prediligendo toni scuri e orientandosi a una figurazione sobria e essenziale, più vicina all’espressionismo.
Nell’analizzare i principali snodi dell’attività klimtiana, la mostra milanese si inserisce a pieno titolo tra gli eventi che meglio ne raccontano l’ascesa all’interno di una società, quella asburgica di inizio Novecento, in preda a non poche contraddizioni e crisi identitarie.
Gli organizzatori rinnovano l’appuntamento per il 2015 sulla Ringstrasse a Vienna.

(Di Claudia Ciardi)


Gustav Klimt al cannocchiale sull’Attersee, 1904 - Fotografia alla gelatina d'argento, montata su cartone

Catalogo:

Gustav Klimt, Alle origini di un mito, Palazzo Reale, Milano, marzo-luglio 2014

In questo blog:

Gustav Klimt - Secession




Bildnis der Mäda Primavesi
, 1912
Ritratto di Mäda Primavesi 



Signora davanti al caminetto
, 1897‐98
Olio su tela, cm 41 x 66. Vienna, Belvedere


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