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17 novembre 2015

Un caffè con Weber


Vincent van Gogh, Vecchio seduto, (1890) olio su tela, Otterlo, Kroller-Muller Museum

Era il 2006, un anno importante sul piano personale, per alcuni incontri che si materializzarono nella mia vita, quasi fossero stati preparati e rafforzati da certe letture in cui mi addentrai allora in circostanze assolutamente casuali. Mi riferisco alla saggistica antropologica e alla poesia americana. L’antropologia innescò un lento processo di apertura verso l’esterno, cosa che l’esperienza universitaria aveva offerto in dosi carentissime, e inaugurò una fase di rimozione di quelli che nella sfera culturale si potrebbero definire freni inibitori. Espressione questa che forse suscita qualche perplessità, ma non saprei trovarne una più appropriata ripensando dopo tanto tempo a come la pluriennale ligia attenzione da parte mia a programmi e studi troppo poco discussi nel divenire delle cose, avesse stemperato una certa vivacità critica, o meglio, l’avesse messa al bando sul nascere. E qui ebbe inizio anche una singolare rottura, che purtroppo non trovò altro sbocco se non in una definitiva presa di distanza. Il chiuso delle aule aveva un volto piuttosto compiaciuto, non vi era alcuna drammatizzazione al riguardo, il corpo accademico rattrappiva ingessato e contrapposto da presunte distrofie ideologiche o da semplice disinteresse verso un progetto comune. Siccome l’obiezione sarebbe riuscita a manifestarsi solo dopo aver intrapreso dei giri molto larghi e sempre trascinandosi dietro lo spettro del fraintendimento, fu abbastanza naturale arretrare. Chiaramente nella totale indifferenza, ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. 
In parallelo, la poesia americana che cominciai a divorare allora, da Ezra Pound a Lawrence Ferlinghetti, gustati in piena beatitudine, nel rigetto istintivo di biografi e commentatori, mi aiutò a traghettare l’ormai appesantito bagaglio dei classici verso altre direzioni. Si può dire che sul piano letterario avvenne ciò che aveva insidiato, ribaltandolo, il mio sguardo sulla realtà. Era bastato entrare in una stanza e aprire una finestra per respirare un po’ d’aria fresca, gesti in apparenza banali ma non così tanto se qualcuno con una scusa o con un’altra ci tiene lontano dalla porta. L’ingenuità in cui mi dibattevo era tuttavia colossale. Non si tocca un personaggio ingombrante come Pound, pensando di campare solo dei suoi versi. Quello che io davo per scontato, non lo era per altri. Mi trascinai mio malgrado in una strana situazione, dove un interesse del tutto spontaneo per un poeta veniva stiracchiato e quindi platealmente tradito. Bisognava intanto capire chi fosse costei che parlava del poeta fascista. Una simpatizzante o un’innocua da palleggiare perché una bandiera fosse portata davanti a un’altra? Due aspetti che avrebbero potuto tranquillamente coesistere, sulla cui convivenza si faceva anzi un grande affidamento. Il bello però doveva ancora venire. La questione ebraica. Nel dubbio che fossi un’antisemita, l’indagine proseguì. Poiché avevo frequentazioni tedesche, pur non facendo parte di nessun empireo universitario, a che titolo soggiornavo in Germania, non avendo una borsa di studio né figurando il mio nome in nessuna zona franca nepotista? Credo di aver fatto un pieno di luoghi comuni come mai in nessun’altra stagione della mia vita. Per fortuna, quando questo controllo kafkiano mostrò il suo profilo dozzinale e abborracciato, i doni della poesia si erano già consolidati in me, e la seccatura in cui ero incappata non li poté disperdere. Fu come se stessi guadando un fiume in piena notte. Mentre qualcuno aspettava nel punto in cui mi ero immersa, pensando che sarei presto tornata indietro, i miei piedi poggiavano già su un fondale sicuro. E non se ne parlò più, com’era prevedibile, com’è sempre quando le cose cominciano mancando di autenticità, e su una forzatura così evidente pretenderebbero di accampare anche qualche diritto. 
Estate di nove anni fa, dunque. Con l’insospettabile immediatezza di un’alchimia tutto bruciò in me a una velocità vertiginosa. A un tale processo contribuì molto l’amicizia e il dialogo con una cerchia bizzarra e tutto sommato eterogenea per età e inclinazioni che mi spronò a andare fino in fondo a quel ripensamento. La rivolta interiore insomma abbracciò felicemente i suoi complici. 
Ma c’è un episodio che ricordo in particolare, fra le lunghe chiacchierate dell’anno in cui meglio mi sono conosciuta. Avvenne con uno studente fuori corso, ignoro chi me l’avesse presentato né come ci ritrovammo soli a un tavolino a parlare e parlare. Passarono due ore forse più e sembrava che ci fossimo appena seduti. A un tratto, confessò: «Io comunque mollo, ho bisogno di un lavoro. Non so neppure se lo troverò. Con questa roba non vado da nessuna parte. Qui siamo rimasti a Weber, te lo propinano come una Bibbia, e dopo sembra che non sia esistito altro. Siamo fermi al primo dopoguerra, quando va bene».
Fu una dichiarazione d’intenti abbastanza brusca e diceva tutto. Era anche molto più avanti di me. Se io avevo un’insofferenza generica verso alcune forme della ritualità accademica che mi sembravano indisponibili alla comunicazione e all’incontro, lui si era posto il problema di un’utilità reale, una ricaduta concreta di quello che era materia di studio. Fino a allora non avevo pensato di mettere in discussione, diciamo così, la sostanza del modello. Pur espressa in modo un po’ approssimato, la sua indignazione fotografava la comunità studentesca, nel suo intero o quasi, come un recipiente cui era destinato molto poco di quello che si sarebbe dovuto sapere, e quel poco era esposto a diverse storture se non proprio stravolto. Per lui, l’aver avuto coscienza di una cosa simile, bastava e avanzava a farlo desistere dal proseguire.
Qualche settimana dopo scrissi un articolo su questi temi, un articolo asciutto, direi maturo, che tuttora rivendica a pieno titolo l’attualità dell’argomento sollevato davanti a quel caffè, senza rivelare direi nessuna giovanile sfasatura, o se anche fosse, la si percepisce molto in sordina. Ecco perché mi sorprende non poco chi mi legge adesso, quando, inciampando in qualcosa che magari non gradisce su basi ideologiche, sposta il proprio fastidio su una mia presunta attitudine a imbarcarmi, a soggiacere a aspetti un po’ troppo ruvidi per una personalità femminile, a invischiarmi nella polemica – molto poco femminile anche questo – tutte cose che, volendo essere obiettivi, si sono sempre date, fin dal primo momento in cui ho cominciato a scrivere, e non mi pare abbiano corroborato nulla di eccessivamente indigesto.
Alcuni, quando leggono qualcosa senza aver prima allentato i lacci che legano la loro sensibilità, pregiudizi che condizionano irrimediabilmente il loro rapporto con l’altro, di cui credono di conoscere il carattere, tendono a scambiare un atteggiamento critico per una morbosa assiduità nel non essere in pace con se stessi. Quando dicono “arrabbiato” intendono “poverino”, mentre la rabbia è un sentimento pure molto nobile, quando è ragionato rifiuto di cose ingiuste e superficiali che attentano a un dibattito, al confronto di posizioni differenti, estromesse per impedirne l’integrazione, e non ha perciò nulla a che spartire con il pregiudizio borghese.   
E vengo a quanto ha sorretto fin qui il mio ragionare. L’incomunicabilità. Le lacerazioni che attraversano il nostro mondo, quello in cui comprensibilmente rivendichiamo di voler stare tranquilli, un mondo che nulla potrà impedire vada nella direzione della pace, della cultura e della convivenza proficua tra esseri umani, non solo in occidente ma ovunque, le tragedie che scuotono quelle che un attimo prima pensavamo fossero per noi delle indiscutibili certezze, uscire, incontrarsi, visitare un museo, sono figlie di una incomunicabilità di fondo. Siamo divisi, violentemente contrapposti anche a casa nostra. Il divario sociale scava solchi spaventosi. Disoccupazione, sacche di esclusi, diseredati, gente per cui l’opportunità di un riscatto dovrebbe essere contemplata al pari di coloro che quell’opportunità riescono a coglierla assai precocemente nella propria vita. Non possiamo ignorare che tutto questo ci indebolisca e ci esponga. La scuola, l’università devono essere strutture formative vere, comunità condivise e frequentate dai cittadini, anche dopo che il ciclo di studi di ognuno si sia concluso. Io vedo, invece, un occidente sempre più frantumato, colmo di livore, di deliri revanscisti degli uni contro gli altri, in preda a falsi ideologismi, a atteggiamenti di sconvolgente incongruenza qualsiasi siano i problemi che ci pungolano a cercare delle soluzioni. È chiaramente una guerra, strisciante, brutale come solo una guerra può esserlo, una rappresentazione bellica in astratto, perché si annida in una mentalità, quella occidentale odierna, che non vuole riconoscersi anche nelle sue debolezze. Non ci sarebbe nulla di male, anzi, ne usciremmo rafforzati. E il terrore non troverebbe più dove ingaggiare la propria battaglia.

(Di Claudia Ciardi)

26 luglio 2014

Golem Stories - Sammy Harkham


Sammy Harkham, poco più che trentenne, è un autore di rilievo sulla scena del fumetto indipendente americano. Sfogliando la raccolta Golem Stories, pubblicata in Italia nell’estate 2013 da Coconino Press di Bologna, si comprendono tutto il suo talento e, dunque, le ragioni di una precoce affermazione. 
Ma prima di farmi prendere la mano dalle sue strisce, voglio dedicare qualche riga a un piccolo chiarimento ad uso dei lettori, che forse con una certa incredulità si staranno chiedendo perché mai abbia deciso di parlare di un libro a fumetti, e se questo non rappresenti una deviazione rispetto agli argomenti di cui sono solita occuparmi. La passione per il fumetto d’autore risale a prima della mia adolescenza. All’esame di maturità ricordo di aver messo a punto un’ottima terapia anti-stress grazie alla lettura quotidiana di qualche episodio di Schulz. Questo metodo l’ho poi girato ad altri studenti più giovani, che mi chiedevano come gestire le energie in fase di ripasso e quale fosse il modo migliore per staccare, lasciando riposare la mente, ma senza deconcentrarsi troppo. Schulz, a quanto mi hanno riferito in seguito, fu un successo.
Del resto, chi non ha sperimentato in viaggio o alla vigilia di qualche impegno o dopo una giornata piuttosto faticosa, la gioia di isolarsi per un po’ in compagnia delle sue storie preferite, lasciandosi letteralmente trasportare dal susseguirsi dei disegni? Dunque, questo potrebbe già essere un motivo sufficiente a giustificare la mia scelta. Tuttavia, in caso non sembrasse bastante, ve ne è anche uno più letterario. I racconti a fumetti firmati da grandi autori, e Harkham rientra a pieno titolo tra questi, sono né più né meno dei pezzi d’arte, al pari di quadri o romanzi, cui un’epoca generalmente affida il suo messaggio e anche il proprio colore. In anni recenti, il genio di non pochi maestri delle tavole illustrate ha incrementato la considerazione verso tali opere; Neil Gaiman e i volumi della serie Sandman, Art Spiegelman, Hugo Pratt – La favola di Venezia resta per me un vertice della narrativa contemporanea – la poesia di Jirō Taniguchi che oppone i suoi battiti di china alla frenesia del mondo.
Vi è infine un tratto specifico dell’opera di Harkham, esploratore delle periferie e delle solitudini umane, che non può sottrarsi ai miei interessi. Attraverso la predilezione da lui accordata ai margini e agli stati d’animo che vi si rivelano, segue le tracce di ciò che si potrebbe definire la resistenza degli ultimi, di quanti, pur in balìa delle proprie debolezze e dell’emarginazione che la realtà cinicamente riserva loro, vanno avanti. In simili situazioni limite la mano del disegnatore raccoglie scintille di poesia. Pochi istanti di grazia sottratti a una quotidianità che calpesta e stravolge ogni cosa.
I suoi protagonisti sono per lo più figure di alienati, erose dalle difficoltà della vita. Ma non si negano neppure i personaggi storici, con cui la matita di Harkham gioca a inventare scene spiazzanti. Qui, ad esempio, ci troviamo davanti a un Napoleone che, smessi i panni di condottiero, trascorre il tempo libero disegnando fumetti. Ma perfino in battaglia, l’unico assillo è la buona riuscita dei suoi schizzi su carta. Nel colophon invece, a venirci incontro è un Kafka alla prese con una affittacamere e con certi inquietanti sospetti sul suo nuovo alloggio. Si scoprirà che la stanza è infestata: un mostro occupa la credenza e a Kafka, al centro di una situazione kafkiana, non resta che darsela a gambe.
Poi c’è l’ironia yiddish che l’autore riserva alle stranezze della vita, rovesciando le convenzioni dell’ebraismo, come in Elisha e Lubavitch – Ucraina, 1876. In particolare la storia ambientata nella comunità ebraica di un villaggio ucraino mette in risalto la difficoltà di attenersi ai precetti del rabbi, a fronte dei bisogni materiali dettati dall’esistenza, in un angolo di mondo sempre minacciato e sul punto di disgregarsi. Tra gli episodi meglio costruiti vi è senz’altro la ballata dei pirati, Poor Sailor, adattamento di Maupassant, dove il protagonista lascia la moglie in cerca di fortuna per concludere la sua avventura nel modo peggiore.E non mancano certo frecciate all’indirizzo di bassezze e perversioni borghesi, incarnate dal protagonista di The New Yorker Story, professore in carriera che non affronta i problemi della figlia, tradisce regolarmente la moglie con appuntamenti clandestini in motel e quando lo sfiora il pensiero di dire un “ti amo” alla sua amante, l’idea muore prima ancora che abbia preso una ingestibile consistenza. Tutto nel prof. Ogden è calcolo e disprezzo per il prossimo, mentre si affanna a pubblicare qualcosa sul prestigioso «The New Yorker» e trama contro i colleghi per sbancare la concorrenza. Tipico esemplare dell’ipocrita fatto e vestito da capo a piedi, attento a non incappare in nulla che possa mettere a soqquadro il ridicolo equilibrio nel quale va barcamenandosi.
Quello del capovolgimento delle sorti è un chiodo fisso, saldamente piantato nella penna di Harkham, che non vi rinuncia in nessuno dei suoi racconti. In mezzo al libro si aggira un Golem sonnolento, immerso nella foresta tropicale, che pare farsi custode del tempo della narrazione. La versione italiana di questa raccolta, ottimamente presentata da Coconino Press, permette di assaporare molte delle sfaccettature di Harkham, artista a tutto tondo dalla vivace vena creativa, in grado di adattare il segno grafico alle atmosfere. Ecco come ce lo descrive il «Vice Magazine»: «Harkham è un grandissimo fumettista. E ha fondato Kramers Ergot, la migliore antologia di comics indipendenti al mondo». Per un ragazzo che disegna e pubblica con successo in questo settore dall’età di quattordici anni, cioè da quando si è trasferito a Sydney con la famiglia, prima di tornare a Los Angeles, sua città natale, non si può dire che siano complimenti esagerati.

(Di Claudia Ciardi)



Related links
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Justindiecomics

Golem Stories su Lo spaziobianco.it – di Ettore Gabrielli 

Slowcomix – articolo di Alessio Bilotta

Letture consigliate:

Luigi Bairo, Praga, il Golem e altri Demoni  – Stampa Alternativa





16 maggio 2014

Incontro con Klaus Wagenbach




Bettina Müller, Klaus Wagenbach, Ranieri Polese («Corriere della Sera») - foto di Claudia Ciardi 


Klaus Wagenbach l’ho conosciuto lo scorso novembre al Pisa Book Festival, di cui è stato il primo ospite nella giornata di apertura. E non si sarebbe potuto sperare in un officiante migliore, dal momento che il paese attorno a cui ruotava l’intera manifestazione era per l’appunto la Germania. Per quanto non sia una frequentatrice di fiere, tuttavia l’atmosfera più raccolta se così si può dire che la rassegna pisana offre, rispetto alla dispersione da grande magazzino di eventi molto più rumorosi, e la presenza di Wagenbach, col suo carico di anni e esperienze editoriali, non poche delle quali nate sul limite della barricata, sono stati elementi sufficienti per decidermi a una visita. L’incontro con quest’uomo esile, apparentemente fiaccato dall’età, timido – ma è solo un’impressione legata ai due minuti d’inizio, quando si schiarisce la voce per sintonizzarsi col pubblico – non ha tradito le aspettative.
La casa editrice di Wagenbach festeggia quest’anno mezzo secolo di pubblicazioni. Un bel traguardo su cui sta scritta la caparbietà del suo fondatore. Klaus parla un tedesco lento, la cadenza berlinese in lui si ammorbidisce, diviene quasi sommessa, ma senza togliere peso a ogni parola pronunciata. L’ironia, e qui invece il tratto del berlinese affiora con decisione, è il filo che tiene insieme tutto il suo intervento e avvince gli ascoltatori alla sua storia personale.
Wagenbach ha in sé tutte le caratteristiche del tipo sopra le righe. Non molto teutonico, anzi affatto. E di tedeschi disordinati, fuori dagli schemi, disponibili a scelte radicali a livello sociale e culturale, per quella che è l’Europa contemporanea, ce ne sarebbe estremo bisogno, come ama sottolineare a più riprese nel suo discorso. Il tema è meno folklorico di quanto possa apparire di primo acchito. Klaus gioca sul filo dei luoghi comuni che accompagnano il confronto tra Italia e Germania, perché esattamente prendendo le mosse da un discorso leggero, ma con implicazioni culturali di notevole portata, si riesce a stabilire una dialogante sintonia tra due popoli che, pur tra numerose incomprensioni, non sono mai stati indifferenti l’uno all’altro.
Già nel modo in cui approda in Italia a ventuno anni, molto si comprende della singolarità dell’uomo. È il 1951 e si mette a esplorare il paese in sella a una bicicletta. Si perde letteralmente tra le campagne senesi, paesaggio dell’anima verso il quale sente un’affinità che lo spinge a tornare e a cercarvi «un posto per scrivere e pensare»: lo trova nel paesino di Monte dove decide di investire la piccola eredità paterna di cui dispone. Da trent’anni, nei periodi che trascorre in Toscana, si serve della macchina da scrivere che ha portato con sé nel suo primo viaggio.
Wagenbach è una pietra rara – ma sarebbe più giusto definirlo una roccia per la resistenza che ha dimostrato alle intemperie attirate dal suo lavoro – nel panorama dell’editoria indipendente. Si diverte a raccontare che la maggior parte dei suoi interlocutori, nel corso degli anni, non ha mancato di chiedergli come sia sopravvissuto. In questa domanda sono condensati quasi tutti gli atteggiamenti grossolani dell’epoca in cui viviamo, oltre a un malcelato dispetto per la longevità editoriale di questo personaggio d’eccezione. Una “sopravvivenza”, parola che la voce di Wagenbach veste di compiaciuta sprezzatura, che la dice lunga sul carattere dell’uomo. Non scendere a compromessi, è ciò che ha animato sempre le sue scelte e orientato i progetti culturali dei quali si è fatto promotore. «Un editore tedesco con simpatie per l’Italia (e per il socialismo) non ha una vita tanto facile». Così si apre il suo volume di memorie, edito da Sellerio nel 2013, ed è sulla scia di questa riflessione che evoca alcuni episodi chiave del clima asfissiante e censorio in Germania e Italia durante la guerra fredda. Nel ’72 al funerale di Giangiacomo Feltrinelli gli editori presenti sono soltanto due: Einaudi e lui. Sono momenti tesi, durante i quali chi è politicamente schierato paga dazio. Ricorda come negli anni ’70 la televisione tedesca si sia risolta a buttare nel cestino la produzione dell’Antigone di Sofocle, perché considerata opera scomoda; lo scandalo della negata sepoltura al nemico politico rischiava di accendere ulteriori animosità in uno scenario già compromesso.
Lo stesso impegno con cui ha lottato per i suoi ideali Wagenbach lo ha profuso nella realizzazione dei suoi libri, facendo molte scelte controcorrente. Ad esempio si è impuntato su Giorgio Manganelli, pur cosciente che avrebbe ottenuto ricavi molto contenuti. Il primo libro dello scrittore era stato infatti pubblicato dall’amico Feltrinelli, con sole 700 copie vendute. Wagenbach non ha superato le 500. Tuttavia rifarebbe ogni passo che lo ha portato a oggi. A tale proposito manifesta volentieri un altro dei suoi formidabili insegnamenti: da una parte sta la tasca destra (il capitalismo) e dall’altra la sinistra (gli oggetti a perdere, ossia i libri belli); e qui nasce anche un meraviglioso gioco linguistico, possibile solo in tedesco, con la parola Verlust (“perdita”, ma che ha in sé anche il termine Lust, “passione”).
Studioso di letteratura italiana e della poetica kafkiana – proprio a Kafka ha dedicato diversi scritti e altrettante ricerche – Wagenbach è la migliore incarnazione di un’editoria che fa cultura, con rimessa di mezzi e con un profondo coinvolgimento della persona, un’editoria che scuote la testa davanti alle mode e ai commerci.
Si può capire benissimo, dunque, perché mi sia spinta a raggiungerlo al tavolo della conferenza. Ci siamo intesi subito, già mentre gli davo la mano. Avevo con me un po’ d’aria di Berlino, essendo da poco tornata dalla “nostra comune patria delle lettere”, e le mie due ultime traduzioni pubblicate con Via del Vento. Si è informato sulla casa editrice – il nome non lo ha lasciato indifferente – e neppure la città, Pistoia, da lui frequentata alcuni anni prima, nell’occasione di un dibattito sull’editoria. E mentre cerca di ricordare l’episodio, compie un gesto che mi lascia di stucco. Con l’immediatezza e la semplicità delle brave persone mi regala la sua copia del libro. Uno scambio di xenia, in perfetto stile antico. Subito dopo, anche per togliermi dall’imbarazzo del silenzio sceso sugli ospiti a caccia di autografo, ai quali non era sfuggita la cosa, dice: «Aiutami, così non devo portarmelo dietro».
Credo che incontrare Klaus Wagenbach, oggi, abbia un significato particolare, per l’umanità e i valori che è in grado di trasmettere. Sguardo preziosissimo il suo, che ci ricorda alcune buone pratiche cui sarebbe opportuno tornare, se al “fare” si vuole anche associare la serietà dell’impegno e di conseguenza il messaggio che una simile posizione porta con sé.

(Di Claudia Ciardi)


Segreto bleu (Tecnica Mista) - Blaues Geheimnis (Mischtechnik)
di Sergio Beragnoli
Haus Opherdicke, Dorfstr. 29, Holzwickede
Aus der Ausstellung/ Dalla mostra «Begegnung», «Incontro»


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