13 gennaio 2017

Hokusai, Hiroshige, Utamaro - Incidere i sogni



Hokusai - Asakusa tempio Hongan-ji nella capitale orientale
(Trentasei vedute del Monte Fuji) 


Sono tuttora in corso in Lombardia, rispettivamente a Brescia e a Milano, due mostre fondamentali, l’una celebrativa del centenario del dadaismo, che potremmo definire una sorta di anno zero delle avanguardie, l’altra dei centocinquant’anni dalla firma del primo trattato di amicizia e commercio tra Giappone e Italia. Sebbene si tratti di esposizioni assai diverse fra loro, hanno in comune la rilevanza tematica e l’ampiezza dei rispettivi allestimenti. Le ho visitate entrambe lo scorso dicembre, e il mio consiglio a chi decida di fare altrettanto è ritagliarsi almeno un paio di mezze giornate, in quanto per apprezzare al meglio la densità dei materiali proposti è d’obbligo non andare troppo in fretta.
Vorrei di seguito raccogliere qualche breve impressione a partire dall’evento che chiuderà i battenti per primo, alla fine di questo mese, ossia la mostra di Palazzo Reale dedicata ai maestri giapponesi dell’incisione. Quando un paio d’anni fa, forse meno, mi capitò per le mani il catalogo a cura di Gian Carlo Calza sulla grande rassegna dedicata nel 2004, sempre a Milano, al ‘mondo fluttuante’, sperai che si tenesse al più presto in Italia qualcosa di simile, non avendo potuto partecipare in quella precedente occasione. L’interesse per Cina e Giappone del resto l’ho a lungo coltivato in me, già in parallelo con l’inizio degli studi sul mondo antico. Una curiosità che definirei a tutto campo e che riserva alla produzione artistica un posto di prim’ordine.
Questa mostra cade, lo si è detto, in un anno molto significativo sia per il nostro paese che per il Giappone. Vi si ricorda infatti l’approdo, il 27 maggio 1866, della nave italiana “Magenta” nel porto di Yokohama, avvenimento da cui scaturì nelle settimane successive – per l’esattezza in agosto – la firma di un trattato che ufficializzò quell’avventura straordinaria e complessa di contatti e scambi culturali avviata tra le due nazioni fin dal XIII secolo.
La presente rassegna, curata da Rossella Menegazzo già collaboratrice del professor Calza, tocca un vertice nell’ambito delle retrospettive dedicate all’ukiyoe (lett: immagini del mondo fluttuante) su scala mondiale. Tra quelle che recentemente hanno riscosso il maggior successo di pubblico si pensi alle mostre monografiche su Hokusai, tenutesi a Berlino nel 2011 e a Parigi nel 2014. Milano mette in campo uno spazio imponente dove alternano i loro capolavori i tre massimi interpreti della stampa policroma, operanti nella seconda metà della cosiddetta epoca Edo (1615-1868), un periodo che vide susseguirsi in Giappone duecentocinquant’anni di pace e la graduale espansione di Edo (odierna Tokyo), nuova capitale politica e amministrativa.
Non è casuale che in condizioni storiche tanto favorevoli anche le arti conoscessero una stagione di raffinatezza e profondità senza eguali. La sensazione è che l’intera vita giapponese negli anni in cui s’instaurò il potere dello shogunato, fosse in ogni suo più effimero aspetto e perfino nei più dimessi riti quotidiani improntata all’arte. Aristocratici in visita a Edo, provenienti dalle più remote province del paese, mercanti, artigiani, poeti, pittori, solevano incontrarsi nelle sale da tè della nuova capitale e da tali frequentazioni scaturivano scambi di idee e committenze importanti. Un mondo vivace che nella rinnovata temperie politica e culturale produsse mode, spettacoli e, per l’appunto, gusti diversi in materia artistica. Col periodo Edo coincide infatti l’epoca d’oro dello joruri (il teatro dei burattini), del kabuki (il teatro popolare), della poesia in forma di haiku e anche dell’incisione.
Sulla tecnica a stampa sbocciata in terra giapponese a partire dagli anni Settanta del Settecento è necessario spendere qualche parola. I suoi praticanti erano pittori di professione, dediti pure all’esercizio pittorico tout court, ma assai più inclini, col l’affermarsi di un’editoria di consumo legata alla diffusione di album stampati, all’opera grafica. Contrariamente a quanto avviene in occidente i giapponesi lavoravano in equipe, dividendo tra varie maestranze le diverse fasi in cui la stampa doveva essere realizzata. Compito dell’artista era la concezione dell’opera, il suo disegno e la scelta dei colori  – di solito mostrava all’editore, che avrebbe poi investito nel progetto, un campione dei suoi soggetti, dando con ciò un saggio del proprio talento. Così fece ad esempio Hiroshige al ritorno dal suo viaggio lungo il Tokaido (lett: la strada del mare orientale); dopo aver sottoposto all’attenzione di un editore gli appunti grafici presi per via, ottenne la committenza che lo consacrò come l’artista della serie Tra le cinquantatré stazioni di posta del Tokaido (opera presente in mostra). L’intaglio delle matrici lignee e l’opera di stampa spettavano invece a maestranze altamente specializzate, dipendenti dall’editore. Quanto alla figura dell’intagliatore di solito si trattava di uomini di fiducia dell’artista. Quando un incisore si era ormai affermato, godendo di una certa fama, poteva indicare coloro i quali avrebbe voluto al suo fianco nello sviluppo del lavoro. Un chiarimento affatto accessorio, perché solo in tal modo si spiega la mole di fogli a stampa prodotti da Hokusai – oltre quattromila, senza contare i dipinti e i suoi più di trecento libri illustrati – e da Hiroshige – circa settemila opere.
Infine una notazione, anche questa tutt’altro che secondaria, sul colore. Nel primo periodo della loro realizzazione le xilografie venivano realizzate col solo inchiostro nero, in seguito vennero aggiunti a mano il rosso vermiglio e il verde, mentre dal 1740 iniziarono a essere utilizzate più matrici per il colore. Il blu di Prussia si diffuse in Giappone dagli anni ’30 dell’Ottocento e anche in questo caso è ben ravvisabile come nelle opere grafiche vi si ricorra in maniera capillare sostituendolo ai pigmenti, dai toni assai meno accesi, di cui ci si serviva prima della sua introduzione.
La rassegna milanese mette in risalto il momento aureo dell’ukiyoe policromo attraverso i suoi disegnatori più virtuosi. Le Trentasei vedute del Monte Fuji di Hokusai, più anziano di trentasette anni rispetto al collega Hiroshige, duellano con le sue altrettanto raffinate vedute del Tokaido, ciclo cui attese dal 1833 al ’34. Entrambi, nello stesso torno di anni, si cimentano col paesaggismo delle zone più remote del Giappone, dialogando in modi assai differenti con gli esseri umani immersi nella natura che intendono fotografare. L’uomo è un medium che si interpone al paesaggio, sottolineando la ciclica eternità di quest’ultimo in contrasto con l’estrema caducità dell’altro, caratteristica che viene così enfatizzata traendone un effetto di rarefazione e malinconia ben avvertibile dall’osservatore. Tuttavia per Hokusai il fulcro della rappresentazione è proprio costituito dall’umana limitatezza, dal suo drammatico avvicendarsi nel mondo in un equilibrio precario con una natura sovrastante – il Fuji infatti appare ovunque come un silenzioso indecifrabile guardiano che distaccato osserva il perenne agitarsi delle generazioni, un nulla a confronto del suo essere immanente.
Hiroshige, invece, predilige celebrare l’imponenza delle natura di per se stessa, esaltandone il mistero, secondo l’arcaica visione dello shinto, la religione autoctona giapponese; in questo quadro l’essere umano non è il centro narrativo, ma solo unaggiunta. Ciò non toglie che nelle sue rappresentazioni del Tokaido vi siano scene di vita quotidiana estremamente toccanti e di raffinatezza tale da tener testa a Hokusai.
Infine Utamaro, il maestro della bellezza, della grazia e del conturbante. Frequentatore dei quartieri di piacere, per cui avrebbe nutrito fin da giovanissimo una precoce fascinazione – pare infatti che da bambino abitasse davanti ai cancelli del famoso Yoshiwara, zona a luci rosse di Edo – il malizioso erotismo dei suoi ritratti femminili si staglia come punta massima raggiunta dal genere.
La sensazione per chi si pone di fronte alle opere dei tre artisti è di essere immerso in un mondo fiabesco, sognato più che reale. Con questa ricca e curatissima retrospettiva sul Giappone, resa possibile da una pluriennale e proficua collaborazione con l’Ambasciata giapponese a Roma e con l’Honolulu Museum of Art, una delle più importanti collezioni di arte nipponica al mondo, Milano si conferma, dunque, un polo attrattivo di grande livello capace di scrivere pagine importanti nel panorama culturale nazionale.  

(Di Claudia Ciardi)
  


Hokusai - Un gruppo di alpinisti 
(Trentasei vedute del monte Fuji)



Related links:


Hokusai, Hiroshige, Utamaro - Il mondo fluttuante, a cura di Rossella Menegazzo, Skira, 2016-2017 







Le Trentasei vedute del Monte Fuji su «The Asian Observatory»


Max Klinger, maestro dellincisione tedesca, nelle edizioni Via del Vento.

A cura e traduzione di Claudia Ciardi

pag. 40, ISBN 978-88-6226-091-6

Euro 4,00




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