12 ottobre 2017

Fabula fluit - Corpi letterari e geografie fluviali



Abandoned room


Ogni volta che mi notificano l’imminente chiusura di un sito a cui ho preso parte ci sono due stati d’animo che in me si manifestano in rapida successione. Il primo, lo dico senza girarci intorno, è di delusione. Quando va bene, si liquida in due tre frasi una collaborazione verso la quale magari si è stati anche riconoscenti o ci si sente ancora legati per come si era sviluppata e per l’utilità che aveva avuto nel corso di una ricerca. Il secondo pensiero, ispirato a sentimenti assai meno nobili, è di scocciatura. Non foss’altro che per le ricadute tecniche prodotte da tali chiusure. Cancellazione dei materiali e collegamenti disattivati – qualora ci si faccia davvero sorprendere per mancanza di preavviso rischiamo addirittura di perdere il lavoro pubblicato. E questo comporta pure un’ampia riflessione sulla durata effimera di internet, sterminato contenitore divulgativo, affollatissimo multisala della pubblicazione hic et nunc, ma anche strumento talora dispersivo, affetto da elefantiasi, che in più di un caso preferisce fare harakiri anziché stabilizzare o affinare i propri canali.
Ricordo che la questione si pose in un vecchio corso universitario in cui si parlava di editing di articoli scientifici. C’era chi si mostrava favorevole alla citazione in nota di collegamenti tratti dal web, fonte altrettanto specchiata dei volumi in carta, e chi invece paventava il carattere troppo volatile e volubile di una casella iscritta alla rete. Un collegamento può cambiare nel tempo, per modifiche interne al sito o più drasticamente, lo si è detto all’inizio, perché il sito chiude.
Il mio caso è piuttosto singolare, se vogliamo. Sebbene abbia sempre avuto propensione per la rete, in generale sono stata negli anni molto restia ad affidare i miei scritti al web – quelli divulgativi vi sono entrati solo in parte, e negli ultimi anni quasi esclusivamente attraverso il mio blog, quelli creativi pressoché affatto, nonostante ripetute sollecitazioni. Non vi è un motivo preciso. In prima battuta credo internet abbia il pregio di spalancare le porte della diffusione ma anche di livellare altrettanto. E ci sono cose, la letteratura è una di queste a mio parere (e la poesia soprattutto!), che ad essere spianate, sdoganate troppo in fretta, svestite, ci perdono irrimediabilmente. Se Leopardi avesse scelto di pubblicare L’infinito su facebook per il suo esordio che cosa sarebbe accaduto? Ci saremmo accorti del grande poeta o gli sarebbe piovuto addosso un coro di plausi, poi un altro coro di critiche, e l’episodio si sarebbe chiuso lì, nel marasma dei forum poetici, strangolato dalle spire di bizzarre chimere addette all’odierna versificazione? A volte mi diverto a pensarci. Thomas Mann titola un suo bel saggio “Poeti, questi sconosciuti tra noi” in cui celebra proprio tale carattere carsico, appartato, temporalmente esteso della necessità poetica.
Riflessioni simili mi vengono anche in certi incontri in cui tento di spiegare, così, tra un clamore e l’altro, tra un boccone e l’altro, in generale diciamo fra una distrazione e l’altra, a cosa mi stia dedicando. Ogni tanto ci sono anche persone gentili che mostrano una curiosità più solida, più radicata, meno affrettata e apodittica. Ma anche in questi casi è inevitabile prendere atto che siamo trascinati verso altro, il modello, l’idea di una certa bellezza o cadenza è ormai stravolto, e se anche noi siamo affezionati a quel nostalgico poetico che era, chiaramente non potrà riaffacciarsi in nessun dove, perché mancano spazi, voci, gesti che lo rievochino. Manca quella vertigine sacra, sacerdotale, che ne custodisce il senso, capace di resuscitarne l’eco quando qualcuno, col cuore risparmiato dai rumori del mondo, le si avvicina.  
E mancano forse anche delle riviste (non elettroniche vi prego!), delle fucine fuori dai canoni, luoghi alchemici in cui gli ingegni possano davvero affinarsi. Dove avrebbe scritto Joyce, quali stimoli avrebbe avuto, se qualche eccentrico direttore editoriale non lo avesse lasciato fare, capitolo dopo capitolo, capolavoro dopo capolavoro? La letteratura prende forma anche così. È questione di sollecitazioni telluriche, scosse elettriche, sodalizi, e tempo – non quello affrettatissimo e in svendita che ci diamo. No, quello no.
Questa premessa è per riproporre gli estratti di un saggio che scrissi anni fa. Una prova di scrittura importante che oggi scompare dalla rete perché il sito, di cui condivido a pieno le ragioni della chiusura, ha smesso di funzionare. Ricordo che fu per me un esercizio comparatista notevole, ma non solo confinato a quel metodo. E per questo ringrazio la possibilità che mi si offrì di presentarlo in pubblico per quella via – altra non ne avrei avuta e ciò è sempre stato credo a detrimento e forse perfino in contraddizione con la mia lunga attività di curatrice e traduttrice di libri dai trent’anni in avanti.
Oggi mi scuso con quanti non troveranno più il testo integrale all’indirizzo che è stata mia premura divulgare nelle mie pagine. Purtroppo cancellare e correggere quei post sarebbe dispendioso e qualcosa sfuggirebbe comunque. La lunghezza di quello scritto non mi permette di restituirlo qui per intero ma, ripeto, almeno in estratti sono felice di farlo, se non altro a testimonianza del processo creativo che ne aveva accompagnato la nascita.  


(Di Claudia Ciardi)


Estratti da Fabula fluit


«Prendendo in mano per la prima volta in questi mesi il testo del Finnegans, intuisco che c’è qualcosa di lui anche nel mio inizio d’opera.
È il levarsi della figura dalla materia, la parola che musicalmente attrae ogni struttura linguistica per abbatterla e risvegliarla a una vita nova. Bisogna ripartire dal Finnegans.
Questo policentrico divagare per frammenti dell’Imitazione si accompagna a un tentativo di metamorfosi della lingua come struttura sonora, su cui in apparenza non cristallizza nessun significato, salvo poi scoprirsi disposta a una associazione di immagini e sensazioni, significanti e dunque in grado di significare, richiamate in forma di spirale. 
L’esperienza di Finnegan, la sua testa trasformata in promontorio e il corpo abbandonato al fiume nella veglia di Dublino, accanto ai quali si stende forse più di un’ombra ispirata all’asino apuleiano, fanno sentire pure la mia parola in bilico tra cattività e risveglio.
Cosa ne avrebbe detto E. P.? Di sicuro sarebbe valsa la pena anche in questo mio modesto campetto vedere all’opera le cesoie che hanno coltivato la terra di Eliot. Quanto alla prosa che si è rivelata nei Pisan Cantos, l’unica cosa certa, direi, è che il debito con E. P. adesso è divenuto inestinguibile.


[…]


A Luminous Detail

«Per Cartesio il cosmo era pieno di materia, un “plenum” simile a un vorticoso flusso d’acqua […] Faraday suggerì che il flusso di cui parlava Cartesio fosse in realtà un mare di sole forze. I punti di materia, gli atomi, erano soltanto le intersezioni a forma di stella di miriadi di linee di forza radianti che si spandevano da questi centri per tessere il loro cammino nell’universo».  

All’inizio di I gather the limbs of Osiris, una sorta di Ars poetica, Ezra Pound introduce il lettore al metodo attorno a cui si organizza la sua ricerca, ossia il metodo del luminous detail. Si tratta di un approfondimento e di una ulteriore precisazione di ciò che era stato enunciato nei saggi di The Spirit of Romance. Il modus operandi della filologia poundiana, già prefigurato dalla raccolta di saggi del 1910, trova in questo successivo essay (1911) un compendio alle distanze prese dall’utilizzo dei testi per trarne argomenti validi a suffragare le ideologie dei nascenti nazionalismi, sulle quali si stavano strutturando i nuovi canoni letterari.
Questa visione meccanicista e strumentale del testo, secondo Pound, deve essere accantonata a favore di un ricerca basata sul valore letterario intrinseco al componimento, trascendente condizionamenti, leggi, mode di un’epoca e appartenenze nazionali. Sono soprattutto gli storici positivisti a farsi portatori di un atteggiamento percepito dal poeta come disgregante della materia di studio e dunque della sua comprensione.

To gather, ecco il dettaglio ‘discriminante’ e adtrahens del concetto e della figura (Tamuz-Adone come Osiride, come Dioniso), che prende vita insieme all’altro luminous detail, il fiume-corrente. L’aggregazione della materia verbale si decide nel mutevole esercitarsi della fluida volontà isiaca, che ha in sé gli elementi di ichor e amore, in grado di ricondurre l’identità al suo plenum.
Il nesso che da qui ci porta all’incantesimo acquatico del Finnegans, dove i personaggi sono allo stesso tempo personae e luoghi, si stabilisce in maniera meno improbabile di quel che si potrebbe frettolosamente pensare:

«lurch away in the moonshiny gorge of Patself on the Bach. Adyoe. […] Rain. When we sleep. Drops. But wait until our sleeping. Drain. Sdops».  

Strofa augurale scandita al ritmo della pioggia sul sentiero e sul sogno del viaggiatore, fino alla scomposizione della singola goccia, in pura immagine sonora.

«Out of Phlegethon!»

Quasi complemento musicale del prologo dei pisani, il Canto 75 approfondisce e realizza le attese rituali della nékyia, evocando la fuga dal Flegetonte e la risalita del verso che, in seguito alla catarsi musicale, rinviene l’unità del melos: «not of one bird but of many», coralità di memorie che introduce al navigium pisano. Anche qui vediamo recuperata l’istanza già presente nell’essay del 1911: dai frammenti dell’esperienza, riflessi su un verbum scoordinato e mutilo, a un nuovo corpus poetico ricomposto nell’armonia di suono e canto.
Il Flegetonte è il fiume ardente, con ciò veicolando, insieme all’idea dell’incessante fluire dell’acqua, anche quella del fuoco.
Ora, proprio il fuoco ha in sé una doppia natura, distruttiva e generatrice, e la sua fluidità che lambisce la materia, segnandola nell’opera di affinamento (si pensi al fuoco che affina in Dante), funziona nei Cantos da elemento conduttore del pensiero, frutto dell’esperienza:

«Il pensiero che deriva dall’esperienza sensoriale si manifesta come “fuoco” e dà vita alle figurazioni mitiche quali Afrodite, Kypris, Elena, ecc., mentre l’attività intellettuale si manifesta come “luce” e trova riscontro in Artemide, Selene, Diana ecc. Tuttavia entrambe le esperienze costituiscono i due aspetti di un’unica energia e danno origine alle due sfere: “the ball of fire” e “the great ball of crystal”. Si ricordino le progressioni: «the body of light came forth from the body of fire» e più avanti «from fire to crystal/ via the body of light». Siamo ricondotti all’idea della “Pietra” la cui connessione con l’elemento fluido apre nuove prospettive». 

Qualcosa di simile alla Blendung, in italiano “accecamento” e “abbagliamento”, che ad esempio innesca la nascita (o rinascita) letteraria di Elias Canetti. Nello scrittore bulgaro di lingua tedesca, ci torneremo anche più avanti, la parola si regge sulla esortazione a una verità che attraversa il fuoco, per potersi dire salva dai pericoli del fraintendimento.
I fiumi dunque sono i portatori per eccellenza dell’idea della lotta ingaggiata da ogni essere per sopravvivere. E tra i fiumi che più hanno rappresentato la vita anche nella morte il Nilo vanta una antica e lunga tradizione, andata ad alimentare un complesso amalgama mitologico e misterico. Non a caso è da questo fondale culturale che Pound attinge per trarre l’intreccio di maggiore spessore allegorico, utile sia la stesura dei saggi sia all’infinita spirale dei Cantos: Iteru, il Nilo, primo officiante di quell’immaginario mai esaurito che rende omaggio alla polimorfia dei suoi quadri concepiti sulle sponde di altrettanti fiumi augurali.
In Ungaretti, il poeta dei fiumi, il cui corpo straziato dall’esperienza in trincea è stato disperso come Osiride, si tratta dell’immersione rituale della memoria nell’Isonzo che gli permette di recuperare le origini violentemente cancellate dalla guerra, riportandolo fatalmente alla propria infanzia in Egitto:

«Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia/ Ma quelle occulte/ mani/ che m’intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità/ Ho ripassato/ le epoche/ della mia vita/ Questi sono/ i miei fiumi» 

Andando a ritroso non solo nello spazio ma anche nel tempo, sulla scia delle immagini mentali salvate nei secoli da cronisti, viaggiatori e scrittori, torniamo a visitare le sorgenti da cui è scaturita la riflessione degli antichi. Così Seneca, nel III libro delle Naturales Qaestiones vedeva nei fiumi la possibilità di raggiungere la summa veritatis : «Metaforicamente, capire la vera origine del fiume significa rinunciare a qualsiasi altra domanda». Né la ricerca tacitiana si definisce più fisicamente di quanto il lettore moderno potrebbe aspettarsi da una trattazione geo-etnografica sulla Germania.
Le prime parole dello storico latino ci regalano una ‘fotografia aerea’ dell’impero scandito dai grandi corsi d’acqua che ne hanno levigato la storia:

«Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito montis Abnobae iugo effusus pluris populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat: septimum os paludibus hauritur». 

Non si evidenziano qui le divisioni dei territori ma il fluire delle vite dei popoli accanto ai loro fiumi, tutti – uomini e paesaggi – cinti dal padre Oceano, fiume lui stesso, che corre intorno alla terra. La rappresentazione dei luoghi avviene dal punto di vista delle acque che li percorrono e, più che alla precisione geografica, Tacito si mostra affezionato, come anche in altre sezioni della sua monografia, a una visione del mondo che attinge a una prospettiva quasi fiabesca, in cui gli elementi di natura assumono lo status di personaggi mitici e voci narranti, sovrapponendosi alle gesta dei popoli che questi spazi occupano.
Remo Ceserani, in un’ampia ricognizione sui fiumi e l’immaginario che li accompagna, chiosa proprio questo punto:

«Nella letteratura dei Romani e nel loro ampio e diversificato territorio si assiste alla confluenza dei diversi modelli di fiume, in particolare quello egizio e quello greco. Alcuni dei fiumi del territorio dominato dai Romani, come il Po e il Tevere e i grandi fiumi europei, il Rodano, il Reno, il Danubio, sono ampi e anche navigabili, altri mantengono il carattere torrentizio e capriccioso, passando da un regime pacifico a uno violento e offrendo immagini consone alla poesia».  

Tacito si è fatto interprete e sacerdos della doppia identità occidentale; nella sua opera la cultura mediterranea risale verso nord, miscetur, appunto, pur lasciando incompiuta la rappresentazione dell’incontro.
La Grecia, l’Italia, il nord, l’occidente e l’oriente sono le direttrici dell’imperium ma anche gli assi per cui si è trasmesso quel moto sconfinante di latitudini e storie affacciate oltre il limes, che scende inquieto fino al Mar Nero. L’argine tuttavia non può non sentire il vibrare della corrente che gli scorre dentro, e la sorgente e la foce dissolvono nell’unicum della loro reciproca appartenenza.


[…]


Ed ecco che avanzando per questa stessa via ci ritroviamo scortati dalla Fackel di Canetti, l’altro grande traghettatore della Mitteleuropa sulle acque del Danubio, che marca questa “terra di mezzo e in mezzo”, dove lo scrittore svolge au revers il periplo della sua vita. Sennonché, nella sua ricognizione biografica Canetti finisce per mettere fuori campo proprio la vicenda personale. Lo scrittore emerge negli incontri, nelle conversazioni, il suo carattere si colora nel passaggio attraverso gli altri e attraverso le letture, inesorabilmente incorporate alla definizione di se stesso. In questo senso, la rievocazione del decennio che porta alla stesura di Auto da fé, solo in parte ci riconduce a un inizio. Si tratta ancora una volta di un’origine umbratile e sfuggente, più viva dentro la trasfigurazione della parola scritta che nella sua reale collocazione nello spazio. Ruse, la città natale, il movente del percorso, è infatti lontanissima dal lettore. Il «viaggio all’ingiù» che dovrebbe riportarci a casa, diviene improvvisamente reticente, e Ruse, con un colpo di mano, è sostituita dall’immensa epopea di Odessa, vissuta con gli occhi di Babel’. È lo scrittore russo a permettere a Canetti di ripensare la geografia della sua infanzia sul Danubio. Il nesso s’inserisce tra le immagini delle settimane passate a Varna con i familiari e l’incontro con Babel’, molti anni più tardi, nello stridente clamore con cui il settembre del 1928 passava su Berlino. Questo passo nel quale sono raccolti i luoghi di una vita e gli spazi letterari che vi corrispondono, in perfetta contiguità e sintesi, è uno dei più alti della Fackel:

«Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, benché lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane, durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel’ il capoluogo naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia fanciullezza, il duplice viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel percorso la giusta collocazione. Ero curioso di Babel’ come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio soltanto a metà. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E Odessa lo era. Così Babel’ aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una finestra verso Odessa». 

Dunque, se Ruse è Odessa, e ancora nella casa di Vienna le finestre continuano a guardare verso il Mar Nero, impariamo da Canetti che le origini stanno dove si decide di collocarle, e al contempo ci troviamo insieme a lui nel bel mezzo di quelle invisibili correnti e traiettorie che uniscono le persone all’accadere delle cose, attraendo senza sosta le une alle altre. Canetti si affida al suo vodjanoj come Babel’ vi si affidò a quattordici anni, per imparare a nuotare tra le onde del Mar Nero, «un mare verde e pesante».
Babel’ e Canetti si affacciano su questa foce comune.
Del Ponto Eusino Erodoto diceva che l’unico popolo degno di essere menzionato era quello degli Sciti, riguardo ai quali ha scritto che hanno ottenuto la loro supremazia «grazie al terreno favorevole e alla presenza dei fiumi che si rivelano loro alleati». E ancora, a proposito dell’essenza acquatica che nutre i corpi degli esseri umani, vale la pena riportare la descrizione dei traci, fatta da Claudio Magris che cita Anton Dončev:
«I traci sono oceano, i proto bulgari, unogonduri e onoguri, che giungono dal Mar Caspio e dal Mar d’Azov, sono onda che muove e agita quell’oceano originario, gli slavi sono la terra e la mano paziente che la impasta e le dà forma: i bulgari moderni sono la fusione di tutti e tre gli elementi».


[…]



A long time after



Segnalazioni:

Corso di aggiornamento presso ITET 
Fontana di Rovereto
Intorno al 1917: la “Grande Guerra” tra letteratura e storia
Corso di aggiornamento per docenti delle scuole di primo e secondo grado
della Provincia Autonoma di Trento

La mia lezione si terrà il giorno 19 ottobre, dalle ore 16:45
Titolo: 
Letterati tedeschi e austriaci al fronte: una generazione travolta dalla guerra
Con il coordinamento di Enrico Grandesso, insegnante, giornalista, saggista e critico letterario



7 ottobre 2017

Ernst Ludwig Kirchner - Rinascita sui monti



E. L. Kirchner, Davos in estate, 1925


Ultimi giorni per poter visitare la mostra “Kirchner a Davos” presso i raffinati locali della Fondazione Hermann Geiger di Cecina (Livorno). Un’interessante esposizione volta ad approfondire il periodo svizzero del celebre artista tedesco, Ernst Ludwig Kirchner (Aschaffenburg in Baviera, 1880 – Davos, 1938), fondatore della Brücke, tassello essenziale dell’espressionismo, organizzata grazie al sostegno del Kirchner Museum di Davos.
Architetto di formazione a Dresda, poi frequentatore per un semestre della classe di pittura a Monaco di Baviera (1903-1904), Kirchner volle da subito inseguire il proprio sogno di artista libero e fuori dagli schemi. La prima guerra mondiale determinò una brusca interruzione alle sue aspettative e anche alla pulsante idea di bellezza e riscatto con cui aveva guardato la vita fino ad allora. Partito volontario per il fronte, nel settembre 1915 venne mandato in congedo temporaneo per malattia mentale, quindi ricoverato nel sanatorio di Königstein im Taunus con una diagnosi di alcolismo e assuefazione a sonniferi e morfina. Dal gennaio 1917 ebbe inizio il suo soggiorno a Davos. Pensando di restarvi solo il tempo necessario per recuperare la propria condizione psico-fisica, così fortemente compromessa dai traumi subiti al fronte, vi si trattenne per un ventennio, inaugurando una fase alquanto diversa ma non meno feconda nella propria ricerca artistica. Il critico olandese Herman Poort definì non a caso la presenza di Kirchner sulle Alpi svizzere «il miracolo della rinascita», tanto la vicinanza al paesaggio di montagna e i ritmi della vita contadina in valle giovarono alla riconciliazione del pittore con se stesso e il mondo. Fu un equilibrio fragilissimo che tuttavia gli permise di esprimere il suo talento ancora a lungo, nonostante non potesse lasciarsi completamente alle spalle le difficoltà e, nell’ultimo scorcio della sua esistenza, i foschi rovesci della madrepatria.
Nell’idillio di Davos, stazione turistica tra le più ambite negli anni Venti del Novecento, scelta da Thomas Mann per ambientarvi il suo capolavoro La montagna incantata, dove peraltro non vengono lesinate critiche alle consuetudini del sanatorio, tra cime statuarie e avveniristiche costruzioni firmate dall’architetto Rudolf Gaberel, innamorato degli spazi inondati dalla luce diurna, Kirchner si aggirava come una presenza sui generis, registrando tutto ma anche mettendo tutto in discussione, come aveva sempre fatto fin dai tempi della vita in metropoli.
Le tele e le xilografie esposte in questa preziosa rassegna toscana sono percorse da un simile contrasto che però non sfocia in dissonanze né smarrisce in nessun momento la chiarezza della propria formula narrativa. Da una parte l’atmosfera frivola e consumistica del turismo invernale, dall’altra il silenzio delle valli col le cuspidi alpine eternamente veglianti sul tempo e lo spazio. Anche quando Kirchner procede a una resa se vogliamo più quotidiana e consueta dei luoghi – il paese, la strada di valle, la passeggiata dei villeggianti – non viene meno il riferimento al primitivismo di natura verso cui così tanto si era sentito trascinato negli anni spesi nel Cantone dei Grigioni; il Tinzenhorn, ad esempio, è sempre là in fondo, ammiccante, onirico, fatato. Anche in una tela di orientalismo spiazzante e quasi astratto come la Scena del balcone (1935).
Per l’importanza dei pezzi esposti e la cura mostrata nella loro presentazione, questo evento si candida a essere uno dei migliori su Kirchner organizzati a livello nazionale.


(Di Claudia Ciardi) 



   
 E. L. Kirchner, Balkonszene, 1935



La mostra:


Aperto tutti i giorni fino al 15 ottobre
dalle 16:00 alle 20:00

Ingresso libero

26 settembre 2017

Dal taccuino giapponese (V)


Un percorso inaugurato nel 2014, ispirato ai paesaggi di mare e montagna tra Versilia, Boccadarno e l’arcipelago toscano.



Le Alpi Apuane da Guadolongo, 26 gennaio 2014



Le Alpi Apuane dal Guadolongo, 26 gennaio 2014



L’Alpe conchiglia - La Apuane da Pietrasanta, 20 giugno 2017



Le Apuane da Viareggio, 20 giugno 2017



Il Monte Campanile, lungo la strada vicinale del Semaforo, Isola di Capraia, 27 agosto 2017


Segnalazioni:

Convegno "Architettura e montagna, arte e montagna" 
con la partecipazione del Politecnico di Torino e lEcole Nationale Supérieure dArchitecture.




Festival delle culture di montagna presso Borgata Paraloup (Cuneo), con il coordinamento della Fondazione Nuto Revelli.
Dal 29 all’1 ottobre. Dibattiti su arte e architettura. Inaugurazione delle mostre d’arte venerdì 29 settembre. Incontro-dibattito  sulla genesi dei miei disegni delle Alpi Apuane e la composizione dei cosiddetti Taccuini giapponesi, accompagnato da una lettura in anteprima del mio poema inedito
Un nodo infinito, domenica 1 ottobre.  




24 settembre 2017

Hokusai - La pittura fluttuante



Hokusai - Un’improvvisa raffica di vento 



La Nexo Digital distribuisce per tre giorni nelle sale italiane il film evento sul genio artistico di Hokusai (1760-1849), maestro per eccellenza dall’Ukiyoe, la pittura del mondo fluttuante. Celebrato recentemente nella grande mostra milanese di Palazzo Reale, in occasione dei centocinquant’anni dei rapporti culturali tra Italia e Giappone, questa proiezione torna adesso a omaggiare uno dei nomi indiscussi della storia dell’arte mondiale. Il documentario prende le mosse dalla retrospettiva inaugurata al British Museum nel corso di quest’anno, per una presentazione esclusiva di tale allestimento. E tuttavia è solo il punto di partenza per approfondire temi e luoghi dell’arte di uno spirito eccentrico e inquieto della cultura orientale che tanto ha influito soprattutto sulla pittura francese di avanguardia, ma non solo quella, da Degas a Monet, da Seurat a Toulouse-Lautrec, da Van Gogh a Gauguin. Adoratore di scene di paesaggio, senza però mai trascurare la rappresentazione dello sguardo umano immerso nei rivolgimenti del mondo – che si tratti di un quadro di vita campestre, dove intende soffermarsi sul ciclico passaggio delle stagioni, o dell’atmosfera incline al cataclisma come in La grande onda sulla costa di Kanagawa. Sui suoi ponti sospesi nel vuoto, nel mare ribollente davanti al Fuji, nei cortili delle case, ci sono sempre contadini e pescatori ritratti nel bel mezzo delle loro attività quotidiane. Panismo e intimismo di natura sono le costanti dell’intera produzione di questo straordinario ingegno, devoto ad ogni singolo aspetto della cultura del proprio paese che si prodigò a rendere nei suoi corposi cicli. Il suo nome, legato principalmente alle Cento vedute del Monte Fuji, produsse anche numerosi altri cataloghi d’immagini non meno incisivi e ricercati, quanto a temi e virtuosismo del segno. Ne sono un chiaro esempio i Cento racconti di fantasmi e Lo specchio dei poeti cinesi e giapponesi.
La prolifica parabola creativa dell’uomo, durata circa settant’anni, ha consolidato attorno a lui un’aura leggendaria, grazie anche ad alcune incredibili performance di cui si rese protagonista, come l’esecuzione in pubblico di un manifesto raffigurante il volto di un Bodhidarma gigante (duecento metri quadrati di carta dipinta con un pennello fabbricato con cinque balle di riso). Scavare nel cammino artistico di Hokusai significa avvicinare un pezzo importantissimo dell’anima giapponese elaborato da una tra le personalità più prolifiche ed esorbitanti che si siano affacciate in quel panorama culturale.





Hokusai dal British Museum - Nexo Digital

Quando: dal 25 al 27 settembre nelle sale italiane


Save the 
date! 

















Mostra di Palazzo Reale, Milano, 
settembre 2016 - gennaio 2017


(Di Claudia Ciardi)


Segnalazioni:



Una scuola di memoria attiva.














Festival delle culture di montagna presso Borgata Paraloup (Cuneo), con la Fondazione Nuto Revelli.
Dal 29 all1 ottobre. Dibattiti su arte e architettura. Inaugurazione delle mostre darte venerdì 29 settembre. 
Incontro-dibattito  sulla genesi dei miei disegni delle Alpi Apuane e la composizione dei cosiddetti Taccuini giapponesi, accompagnato da una lettura in anteprima del mio poema inedito 
Un nodo infinito
domenica 1 ottobre.  

     

17 settembre 2017

I fratelli Bisson e la prima fotografia di montagna



L’avventura dei fratelli Bisson si colloca agli inizi della diffusione del mezzo fotografico, in particolare la dagherrotipia, che a metà Ottocento conobbe ulteriori sviluppi, mettendo a punto con rapidità sempre maggiore procedimenti e tecniche innovative. Gli stessi Bisson, operativi attorno agli anni ’40 – l’apertura del loro primo studio parigino in zona Madelaine risale circa al 1842 – possono considerarsi degli sperimentatori, tanto che negli anni della loro attività giunsero a depositare fino a sedici brevetti tra modalità di scatto, riproduzione e stampa. La loro opera è stata recentemente oggetto di una grande mostra presso il Museo della Montagna di Torino (2015) dedicata ai cosiddetti fotografi primitivi delle Alpi; uomini che accompagnarono i primi scalatori portandosi appresso attrezzature pesantissime – nell’ordine delle decine di chili – per catturare quei paesaggi inviolati e fino ad allora inosservati.
Si tratta di Édouard Baldus, Samuel Bourne, Francis Frith, Victor Muzet, Giacomo Brogi, oltre ai citati Bisson, che tra il 1850 e il ’70 si armarono dei nuovi strumenti per raccontare la montagna, anche nel tentativo di affinare gli stessi mezzi di cui disponevano. E in effetti la fotografia d’alta quota costituisce uno dei filoni più affascinanti nella storia di quest’arte proprio per tale doppia vocazione, la ricerca scientifica si sovrappone ad altra di carattere antropologico, divenendo cioè il luogo elettivo per una riflessione dell’uomo sulla natura.
Se la pittura di paesaggio era stata fino ad allora l’unico spazio in cui fosse possibile rappresentare lo sguardo umano sull’ambiente e i mutamenti ad esso imposti con il secolare avanzamento del processo di urbanizzazione, la fotografia ai suoi albori, e dunque in perfetta continuità, assume la resa paesaggistica a principale soggetto narrativo. Vi è alla base anche una ragione più strettamente tecnica: l’immobilità di immagini di natura, monumenti e architetture era assai più funzionale ai lunghissimi tempi di esposizione necessari alle prime foto. Tuttavia dal 1826-’27, quando cioè si presume sia stata creata la prima “eliografia” su lastra di peltro per mano di Joseph Niépce, notabile e geniale inventore di origini borgognone, va detto che il ritratto d’un luogo permane come nucleo centrale del racconto fotografico, anche dopo il ridursi dei tempi d’esposizione e la nascita di tecniche più agevoli. A maggior chiarezza per questo inscindibile legame ecco cosa si legge nell’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert, alla voce Paysage: «Il paesaggio è un genere di pittura che rappresenta le campagne e gli oggetti che vi si incontrano. Il paesaggio è nella pittura uno dei soggetti più ricchi, più piacevoli e più fecondi». La fotografia, quindi, nella sua declinazione paesaggista segue sul piano concettuale le tracce del pittore devoto a questo medesimo tema: pensiamo al Viandante di nebbia di Caspar David Friedrich e all’immagine di August Sander che si fa ritrarre di spalle mentre osserva il panorama dalla sommità delle Siebengebirge. Si tratta di una sovrapposizione reale. Entrambi, a distanza di un secolo, poco più, proseguono con mezzi diversi la stessa riflessione circa l’essere parte del paesaggio che intendono raccontare, consapevoli al contempo della necessità di astrarsene per approdare alla sua rappresentazione.
Il caso dei due Bisson, Louis-Auguste (1814-1876) studioso di architettura, e il fratello minore Auguste-Rosalie (1826-1900), controllore dei pesi e delle misure a Rambouillet, è in questo senso emblematico. Figli di un pittore, intuirono che il dagherrotipo avrebbe offerto molte possibilità di lavoro e committenze prestigiose. E nella loro variegata carriera fu esattamente così. Cultori della fotografia artistica in grande formato, vi restarono legati per un ventennio fino alla decadenza della loro attività, proprio perché rifiutarono di adattarsi alle nuove immagini a stampa più piccole e leggere, e perciò assai meno dispendiose quanto alla riproduzione. 
Il loro nome è legato a diverse imprese che hanno letteralmente fatto la storia della fotografia, compreso un importantissimo capitolo sul ritratto di montagna. Animati dai più vasti interessi culturali, membri della Société des Aquafortistes e della Societé française de Psychanalise da loro fondata insieme a E. Lacan, si cimentarono sia con i dagherrotipi che con i collodi umidi, secchi e l’albuminato, lavorando su tavole che superavano la grandezza di un metro; si avvalsero inoltre per la prima volta dell’uso di filtri, un metodo di doratura e argentatura delle lastre tramite l’elettrolisi, oltre a coltivare tra i primi la fotografia aerea e quella su carta trasparente. Ciò dà la misura dell’eclettismo del loro lavoro che si riflette in altrettanti settori, dalla politica – i loro ritratti dei parlamentari fecero scuola così come le prese dell’assedio di Parigi nel 1871 – alla geologia, dalle carte scientifiche in rilievo ai ritratti monumentali, dalle prese del terremoto nel Valais alle spedizioni alpine.
Già famosi in diversi contesti internazionali che avevano coltivato fin dai loro esordi – Parigi, Berlino, Londra – Napoleone III li volle infatti al suo seguito in occasione della sua visita nella regione della Savoia (1860). I Bisson realizzarono così all’epoca alcune delle più spettacolari vedute mai dedicate ai valichi alpini. Nel 1866, tre anni dopo la liquidazione della loro ditta a causa dei costi eccessivi che il genere della loro fotografia richiedeva, Auguste, divenuto un collaboratore indipendente per altri studi, replicò la scalata sul monte Bianco per l’impresa fotografica Léon & Lévy. Le due serie di ritratti alpini costituiscono un unicum nella storia avventurosa del nuovo mezzo, misto di pionierismo e poesia, che ha saputo iscriversi tra i principali modelli degli autori novecenteschi dediti al ritratti di vette e ghiacciai.


(Di Claudia Ciardi)



Ascensione al Monte Bianco



Il Monte Bianco



Le Alpi (IV)



Abeti e Monte Bianco



Il Mare di Ghiaccio da Chamonix



Il Mare di Ghiaccio e Chatau de Chillon



Un ghiacciaio



Rifugio dei Grands Mulets


Segnalazioni:


Dal 29 settembre all’1 ottobre presso la Borgata Paraloup, con il coordinamento della Fondazione Nuto Revelli, mostre darte ed architettura per parlare di paesaggio alpino, tutela ambientale, ripopolamento e progetti di valorizzazione ecosostenibili. Sarà possibile visitare unesposizione composta da dodici tavole tratte dai miei Taccuini giapponesi. Allevento si accompagnerà una breve introduzione sulla mia esperienza in giro per montagne e borghi isolani, cui seguirà la lettura di alcune parti del mio ultimo poema Un nodo infinito.
Appuntamento al rifugio per questa festa di solidarietà e cultura.





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