17 febbraio 2017

Dada 1916-2016



Hugo Ball al cabaret Voltaire in costume di scena (1916)


La Fondazione Brescia Musei e il Santa Giulia proseguono il ciclo di grandi mostre inaugurato lo scorso anno con la rassegna sugli esordi di Marc Chagall in Russia. Giunto quasi alla sua conclusione, desidero spendere qualche parola su un evento di particolare interesse che ha inteso celebrare il centenario della nascita del dadaismo, immaginifico quanto frastagliato cantiere delle arti aperto in Svizzera nel febbraio 1916.
Si tratta di un’esposizione molto curata che riesce a incanalare buona parte delle performance dadaiste in un percorso tematico avvincente, senza smarrire un opportuno principio di coerenza, cosa che altrimenti renderebbe difficile seguire una vicenda culturale così variegata.
Il dadaismo infatti nasce da molti semi diversi, un amalgama di ingredienti geografici, etnici, storici che fanno massa critica nella libera e pacifica Zurigo, terra di esuli e rifugiati in un’Europa sventrata dalla prima guerra mondiale. Vi si ritrovarono artisti che desideravano proseguire la loro opera e studenti che volevano continuare l’università, più in generale e semplicemente uomini preoccupati di non andare sotto le armi, impegnati a preservare un’altra idea di mondo, in evidente collisione con le classi dirigenti dell’epoca.
In tal senso la fase pre-dadaista mostra molto bene i chimerici indirizzi, tra loro spesso diversi nella sostanza e negli esiti, che alimentano questo insolito fenomeno, destinato a far parlare di sé abbastanza a lungo, spartendosi poi in numerosi rivoli, dopo la conclusione di quello che si potrebbe definire il periodo più tempestoso e creativo, dalle serate al Cabaret Voltaire, nel ’16, all’immediato dopoguerra. Dai tardosimbolisti francesi, alle forme giovaniliste dell’espressionismo tedesco con cui la nuova avanguardia svizzera si confronta in maniera piuttosto serrata, alle ricerche strutturali su testo e immagine divulgate dall’avanguardia russa, fino all’idea di un’arte che superasse l’arte, elaborata da Marcel Duchamp a partire dal 1912.
La rottura dada fa perno sulla parola, discussa, rovesciata, sradicata, associata a forme d’arte visiva funzionali di volta in volta a metterla in crisi o a espanderne i limiti strutturali di significante e significato. Le esibizioni provocatorie e senza centro di Tristan Tzara (1896-1963), poeta rumeno tra i maggiori promotori del dadaismo, cui forse si deve anche l’aver coniato il nonsense “dada”, sono exempla del palinsesto che anima tutta la rumorosa impalcatura di questo progetto. Ed esattamente la provocazione è un segno che non va mai smarrito, attraverso cui s’intende far passare un messaggio parallelo a quello abituale e innegabilmente brutale della realtà, una sorta di telecinesi del pensiero con cui, anche in una prospettiva di superamento delle vicissitudini della guerra, si potesse mettere a fuoco un’alternativa culturale e politica per l’essere umano. Il fatto che la corrente dadaista abbia iniziato a scorrere nel pieno del carnaio bellico, non è questione secondaria e denota l’esigenza di un’evasione dal mondo, una fuga, se però vogliamo dire fino in fondo, impegnata, una militanza trasversale che ha visto confluire le esigenze di tanti giovani nelle forme di un’immaginazione molto meno fine a se stessa, di quanto si possa pensare a un primo sguardo di superficie.
La mostra è in massima parte incentrata sul rapporto tra la fucina originaria e il Sud delle Alpi, la frontiera italiana che pure attraverso il futurismo incontra e veicola “dada” nella penisola, dando vita ad affascinanti laboratori, come a Roma, o a quello se vogliamo un po’ inaspettato di Mantova, alla luce del carattere per certi versi appartato e perfino sonnacchioso della città. Ma c’è un aspetto ancora più inconsueto, non sufficientemente approfondito credo, che questa rassegna pone in risalto, ossia l’esperienza di “eremitaggio artistico” del Monte Verità, ad Ascona, nel Canton Ticino. Un gruppo cospicuo di ingegni e talenti, in cerca di un più genuino contatto con la natura, utile a una più autentica ricerca in ambito artistico, si ritirarono in una convivenza scandita da arte, misticismo e anarchia. Eredi della filosofia naturista, fondata da Ida von Hofmann, è significativo che alcune delle personalità che qui si incontrarono, furono le stesse che si ritrovarono a Zurigo ad animare, neppure un paio di anni dopo, le serate inaugurali della rivolta dada. Basti il nome di Hugo Ball, figura immortalata nella locandina della mostra, e personaggio di spicco in questa vorticosa galassia, ma ancor più emblematica della sua implosione. Qui si scorge, infatti, in controluce l’impronta di una dadaismo spirituale e mistico verso cui Ball tornerà convintamente proprio dopo la fine della Grande Guerra, abbracciando un ostinato e definitivo ritiro al monte, in condizione di solitudine. A questo proposito è interessante leggere la testimonianza dello scrittore svizzero Friedrich Glauser che frequentò Ball ad Ascona: « … una misura difensiva […] A cosa valevano la logica, la filosofia e l’etica contro l’influsso di quel macello che era diventata l’Europa? Era una bancarotta dello spirito. Ogni giorno se ne raccoglievano nuovi esempi […]. Era un tentativo di distruggere i mezzi di cui il materialismo si era appropriato per difendere il proprio mondo” (F. Glauser, Dada, Ascona e altri ricordi, Sellerio, 1991)».
Un risvolto affatto secondario, capace di illuminare le ragioni del movimento plasmato da Tzara, Arp, Richter e compagnia, attraverso le sue componenti più intimiste e, forse perciò anche maggiormente rivelatrici.

(Di Claudia Ciardi)




Monte Verità, Ascona, Ritratto femminile. Archivio Fondazione Monte Verità 
      

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Avanguardia russa


Catalogo: Dada 1916. La nascita dellantiarte, Silvana editoriale, 2016


* Le prese della mostra sono state autorizzate dal personale. Foto di Claudia Ciardi ©



Marianne Werefkin, Il ceciaiolo, 1917 


Paul Klee, La casa rossa, 1913


Linternazionale dadaista a Berlino


Fortunato Depero, Tamburo al teatro dei piccoli, 1918


Cartolina che informa delluscita del primo numero della rivista «Procellaria» a Mantova

10 febbraio 2017

La serie dei 'Mirteti'


Vi sono luoghi che acquistano una valenza simbolica e affettiva in modo del tutto inaspettato. La frequentazione del paesino di Mirteto sui Monti Pisani, verso la fine dei vent’anni, quando dalle mie esperienze tendevo a isolare una qualche traccia di letterarietà, ha rilasciato, anche in questo caso inconsapevolmente, un’orma durevole che ancora oggi preme alle svolte di un immaginario non soltanto poetico. Per me il Mirteto, antico insediamento di monaci eremiti devoti alla Madonna della neve, adesso in completo abbandono, si può definire, alla luce di un percorso creativo non troppo lineare magari, ma forse per questo autentico, uno dei centri della mia iniziazione.

(Di Claudia Ciardi)



Paesino abbandonato di Mirteto sui Monti Pisani e passaggio di nubi - nei dintorni di S. Giuliano Terme, 10 agosto 2014



Il Mirteto dall’acquedotto mediceo - ombre sulla montagna, agosto 2014 


Il Mirteto dall’acquedotto mediceo, agosto 2014


Il Mirteto in ombra (vicinanze di S. Giuliano Terme), 26 maggio 2015


Il Mirteto ‘rovesciato’, agosto 2014 (Disegno nel recto del foglio, poi girato, seguendo i trapassi in blu sul verso)


La grande ombra sul Mirteto dalla ferrovia, 15 luglio 2016


Il Mirteto e le Alpi Apuane sullo sfondo - zona Cisanello, 14 gennaio 2017


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Dal taccuino giapponese

Disegni  


4 febbraio 2017

Guida insolita delle Dolomiti


Guglie del Latemar dal Lago di Carezza

La guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni, personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire a proprio agio i suoi visitatori.
E proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi, spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti della vita in cui capita dimbattersi, senza che si ripetano. Cenni al folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli abiti tradizionali dei valligiani.        
Dino se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente valere.
Leggere queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di un territorio.   

(Di Claudia Ciardi)

   Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano


Dino Dibona,
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton Compton editori, 2000  


Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)


Related links:

I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton

Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna

Sosta d'autunno


30 gennaio 2017

Silence





Per il suo venticinquesimo film Martin Scorsese ha scelto di cimentarsi in un argomento complesso, che da tempo aveva in progetto di narrare. Le prime tracce di sceneggiatura in relazione a questo lavoro risalgono infatti agli anni Novanta, tentativo di sviscerare per il grande schermo i temi dibattuti nell’omonimo romanzo di Shūsaku Endō, a detta del regista lettura folgorante in grado di orientare il suo percorso.
Opera di largo respiro, dove l’ambientazione storica si esalta tra rigore filologico e minimalismo descrittivo, a settantacinque anni Scorsese si è imbarcato in un’impresa tutt’altro che semplice, dimostrando di poter profondere ancora invidiabili energie nella realizzazione della propria arte. 
Nel 1611, in Giappone, viene approvato un editto di messa al bando della religione cristiana. A quella data i fedeli nel sol levante erano circa trecentomila. Il nuovo corso avvia una stagione di terrore, persecuzioni, torture. I feudatari delle diverse province vestono i panni di implacabili inquisitori, occupati a sradicare la “mala pianta” della religione occidentale. Quello che in prima battuta appare come lo scontro tra due modi d’intendere il divino, cela in realtà un conflitto innescato dal colonialismo, di cui l’evangelizzazione esprime l’opera più capillare, in quanto indirizzata alle coscienze. La partita riguarda la necessità per una cultura di preservarsi dalla penetrazione di elementi estranei, seminati allo scopo di assimilarla e renderla più duttile nei confronti dei conquistatori. Si tratta del resto di un tema caldo, che ha accompagnato la storia giapponese fino in tempi più recenti, quando il lungo dibattito tra chiusura e apertura ha poi sancito l’incontro. E anche in questo caso non senza frizioni né idiosincrasie con il retaggio tradizionale.
Il Giappone inoltre, ai tempi in cui si svolge il racconto cinematografico, godeva già di un proprio sistema religioso consolidato che era cornice al potere, il buddhismo di matrice confuciana adattato alle strutture imperiali dell’arcipelago. Non solo, ma aveva appena archiviato la guerra, inaugurando il prospero e longevo potere dello shogunato attraverso i Tokugawa, la dinastia fondatrice del rinnovato ordinamento. Periodo di fioritura delle arti e di una certa licenziosità nei costumi che, è chiaro, cozzava con la sobria predicazione cattolica.
L’opera di Scorsese, dunque, offre diversi livelli di lettura. Da un lato il ragionamento su dio, riflesso di una ricerca interiore mai conclusa e metafora della condizione umana, dall’altro il nodo politico che si stringe attorno alla partita spirituale, orientandola e traendone sostanza per il proprio consolidamento nella società. È un lavoro d’intarsio tra l’uomo e le principali sovrastrutture che danno forma alla sua vicenda storica. E nell’ambito di tale dialettica affiora anche un’altra discussione non minoritaria e che anzi spinge il soggetto verso i suoi ultimi, affatto definitivi, sviluppi. Per quanto qui destinata a non essere composta in via pacifica, emerge l’esortazione a conoscere l’altro, così da meglio comprendere se stessi; solo in questo modo è infatti immaginabile una convergenza di vedute, quantomeno si rinuncerà all’affermazione violenta ed esclusivista di un pensiero a discapito di quello che gli si contrappone.   
Costretti all’abiura, ai missionari è concessa la possibilità di vivere secondo l’uso giapponese, allo scopo di compiere un doppio atto di umiltà verso se stessi e il paese che intendevano convertire. I preti apostati fungono per gli inquisitori giapponesi da simboli di sconfitta della presunzione occidentale e, dall’altra parte, quali testimoni dell’affermazione di un’impermeabilità orientale agli assalti dottrinali del vecchio continente.
Il film, pur mettendo al centro del proprio narrare la cosiddetta verità rivelata, non offre alcuna verità assoluta. Ciò può irritare forse chi concepisce la religione, e in generale il pensiero umano, come qualcosa di statico, in cui gli esiti valgono più del ragionare intorno alle questioni. Personalmente trovo la scelta di Scorsese, sostenuta da una ritmica lenta e sobria del montaggio, dove perfino la colonna sonora è assente e a parlare è solo lo scenario di natura, molto appropriata. Si aggiunga il rigore nella ricostruzione di luoghi e personaggi, a completamento di un quadro che privilegia lo scandaglio dei diversi punti di vista chiamati in causa, più ancora di una loro sistemazione utile ma inevitabilmente semplificata. Considerando, ripeto, che il maestro italoamericano ha affrontato una materia tanto ampia in un’età che supera di molto la maturità artistica, il risultato è di spessore e aggiunge un altro importante tassello alla storia del cinema.


(Di Claudia Ciardi)



Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Adam Driver, Andrew Garfield, Liam Neeson, Ciarán Hinds, Issey Ogata, Tadanobu Asano, Shinya Tsukamoto, Ryô Kase
Distribuzione: 01
Durata: 161’
Origine: USA, 2016



22 gennaio 2017

Ombre e luci #3


Ancora giochi di ombre e luci raccolti ai primi di dicembre nel mio studio e fuori. I riflessi che si creano in certe ore nei luoghi che attraversiamo sembrano talvolta trascendere la realtà.


Forse perché della fatal quïete
tu sei l’imago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Ugo Foscolo, Alla sera



Una delle pareti nel mio studio



Ancora all'interno dello studio



Una mano e la sua ombra




La finestra del mio studio



La luce fuori dal mio studio



Un tramonto



Dettaglio di un tramonto



In Via del Vento




In Via del Vento (II)


16 gennaio 2017

Segantini - Ritorno alla natura



Giovanni Segantini, Paesaggio di montagna, 1898 


Un evento straordinario che vede in proiezione nelle sale italiane solo per il 17 e il 18 gennaio il documentario biografico sulla parabola artistica di Giovanni Segantini (Arco di Trento, 15 gennaio 1858 – Monte Schafberg, 28 settembre 1899).
Orfano di madre a soli sette anni, padre e sorella trasferiti a Milano senza curarsi delle sue sorti, un’adolescenza complicata da miseria e tribolazioni di ogni tipo, gli esordi di Segantini furono piuttosto difficili. Seppure il suo precoce talento fosse già stato notato negli anni di riformatorio, fu solo dopo aver «attraversato tutta l’eterna pianura della tristezza e del dolore» che l’accademia di Brera gli conferì un premio importante nel 1879. Ma la miseria era ancora una costante nella vita del giovane talentuoso. Figure come quella di Vittore Grubicy, pittore e mercante d’arte che gli fece da guida e tutore, e della compagna, Luigia Bugatti, lo aiutarono a trovare un equilibrio e a dare al suo percorso creativo una crescente incisività.
Innamorato dei paesaggio alpini e della luce che la montagna era in grado di offrire, dopo diversi spostamenti, scelse di trasferirsi insieme alla famiglia a Savognino, villaggio delle Alpi a circa mille e duecento metri d’altezza, e da qui in Engadina. Scomparso a soli quarantuno anni, ottenne ampio riconoscimento tra collezionisti e grandi artisti stranieri, quali Klimt e Kandinskij. Quest’ultimo, confrontandolo con Rossetti e Böcklin, disse che Segantini, pur sembrando il più materiale dei tre «adottò forme naturali definite, elaborate fin nei minimi particolari e (…) seppe creare figure astratte. Per questo, forse, è interiormente il meno materiale».
A due anni dall’importante retrospettiva milanese, il cinema torna ad omaggiare la sua grandezza di uomo e di artista.

(Di Claudia Ciardi)


Segantini - Ritorno alla natura
Un film di Francesco Fei. Con Filippo Timi, Gioconda Segantini, Annie-Paule Quinsac, Franco Marrocco, Romano Turrini Eventi, Ratings: Kids+13, durata 60 min. - Italia 2016 - Nexo Digital





Related links:


In fuga dalla modernità, sulle montagne di Segantini - Corriere delle Sera (24 gennaio 2011)



Giovanni Segantini, La punizione della lussuria, 1891

13 gennaio 2017

Hokusai, Hiroshige, Utamaro - Incidere i sogni



Hokusai - Asakusa tempio Hongan-ji nella capitale orientale
(Trentasei vedute del Monte Fuji) 


Sono tuttora in corso in Lombardia, rispettivamente a Brescia e a Milano, due mostre fondamentali, l’una celebrativa del centenario del dadaismo, che potremmo definire una sorta di anno zero delle avanguardie, l’altra dei centocinquant’anni dalla firma del primo trattato di amicizia e commercio tra Giappone e Italia. Sebbene si tratti di esposizioni assai diverse fra loro, hanno in comune la rilevanza tematica e l’ampiezza dei rispettivi allestimenti. Le ho visitate entrambe lo scorso dicembre, e il mio consiglio a chi decida di fare altrettanto è ritagliarsi almeno un paio di mezze giornate, in quanto per apprezzare al meglio la densità dei materiali proposti è d’obbligo non andare troppo in fretta.
Vorrei di seguito raccogliere qualche breve impressione a partire dall’evento che chiuderà i battenti per primo, alla fine di questo mese, ossia la mostra di Palazzo Reale dedicata ai maestri giapponesi dell’incisione. Quando un paio d’anni fa, forse meno, mi capitò per le mani il catalogo a cura di Gian Carlo Calza sulla grande rassegna dedicata nel 2004, sempre a Milano, al ‘mondo fluttuante’, sperai che si tenesse al più presto in Italia qualcosa di simile, non avendo potuto partecipare in quella precedente occasione. L’interesse per Cina e Giappone del resto l’ho a lungo coltivato in me, già in parallelo con l’inizio degli studi sul mondo antico. Una curiosità che definirei a tutto campo e che riserva alla produzione artistica un posto di prim’ordine.
Questa mostra cade, lo si è detto, in un anno molto significativo sia per il nostro paese che per il Giappone. Vi si ricorda infatti l’approdo, il 27 maggio 1866, della nave italiana “Magenta” nel porto di Yokohama, avvenimento da cui scaturì nelle settimane successive – per l’esattezza in agosto – la firma di un trattato che ufficializzò quell’avventura straordinaria e complessa di contatti e scambi culturali avviata tra le due nazioni fin dal XIII secolo.
La presente rassegna, curata da Rossella Menegazzo già collaboratrice del professor Calza, tocca un vertice nell’ambito delle retrospettive dedicate all’ukiyoe (lett: immagini del mondo fluttuante) su scala mondiale. Tra quelle che recentemente hanno riscosso il maggior successo di pubblico si pensi alle mostre monografiche su Hokusai, tenutesi a Berlino nel 2011 e a Parigi nel 2014. Milano mette in campo uno spazio imponente dove alternano i loro capolavori i tre massimi interpreti della stampa policroma, operanti nella seconda metà della cosiddetta epoca Edo (1615-1868), un periodo che vide susseguirsi in Giappone duecentocinquant’anni di pace e la graduale espansione di Edo (odierna Tokyo), nuova capitale politica e amministrativa.
Non è casuale che in condizioni storiche tanto favorevoli anche le arti conoscessero una stagione di raffinatezza e profondità senza eguali. La sensazione è che l’intera vita giapponese negli anni in cui s’instaurò il potere dello shogunato, fosse in ogni suo più effimero aspetto e perfino nei più dimessi riti quotidiani improntata all’arte. Aristocratici in visita a Edo, provenienti dalle più remote province del paese, mercanti, artigiani, poeti, pittori, solevano incontrarsi nelle sale da tè della nuova capitale e da tali frequentazioni scaturivano scambi di idee e committenze importanti. Un mondo vivace che nella rinnovata temperie politica e culturale produsse mode, spettacoli e, per l’appunto, gusti diversi in materia artistica. Col periodo Edo coincide infatti l’epoca d’oro dello joruri (il teatro dei burattini), del kabuki (il teatro popolare), della poesia in forma di haiku e anche dell’incisione.
Sulla tecnica a stampa sbocciata in terra giapponese a partire dagli anni Settanta del Settecento è necessario spendere qualche parola. I suoi praticanti erano pittori di professione, dediti pure all’esercizio pittorico tout court, ma assai più inclini, col l’affermarsi di un’editoria di consumo legata alla diffusione di album stampati, all’opera grafica. Contrariamente a quanto avviene in occidente i giapponesi lavoravano in equipe, dividendo tra varie maestranze le diverse fasi in cui la stampa doveva essere realizzata. Compito dell’artista era la concezione dell’opera, il suo disegno e la scelta dei colori  – di solito mostrava all’editore, che avrebbe poi investito nel progetto, un campione dei suoi soggetti, dando con ciò un saggio del proprio talento. Così fece ad esempio Hiroshige al ritorno dal suo viaggio lungo il Tokaido (lett: la strada del mare orientale); dopo aver sottoposto all’attenzione di un editore gli appunti grafici presi per via, ottenne la committenza che lo consacrò come l’artista della serie Tra le cinquantatré stazioni di posta del Tokaido (opera presente in mostra). L’intaglio delle matrici lignee e l’opera di stampa spettavano invece a maestranze altamente specializzate, dipendenti dall’editore. Quanto alla figura dell’intagliatore di solito si trattava di uomini di fiducia dell’artista. Quando un incisore si era ormai affermato, godendo di una certa fama, poteva indicare coloro i quali avrebbe voluto al suo fianco nello sviluppo del lavoro. Un chiarimento affatto accessorio, perché solo in tal modo si spiega la mole di fogli a stampa prodotti da Hokusai – oltre quattromila, senza contare i dipinti e i suoi più di trecento libri illustrati – e da Hiroshige – circa settemila opere.
Infine una notazione, anche questa tutt’altro che secondaria, sul colore. Nel primo periodo della loro realizzazione le xilografie venivano realizzate col solo inchiostro nero, in seguito vennero aggiunti a mano il rosso vermiglio e il verde, mentre dal 1740 iniziarono a essere utilizzate più matrici per il colore. Il blu di Prussia si diffuse in Giappone dagli anni ’30 dell’Ottocento e anche in questo caso è ben ravvisabile come nelle opere grafiche vi si ricorra in maniera capillare sostituendolo ai pigmenti, dai toni assai meno accesi, di cui ci si serviva prima della sua introduzione.
La rassegna milanese mette in risalto il momento aureo dell’ukiyoe policromo attraverso i suoi disegnatori più virtuosi. Le Trentasei vedute del Monte Fuji di Hokusai, più anziano di trentasette anni rispetto al collega Hiroshige, duellano con le sue altrettanto raffinate vedute del Tokaido, ciclo cui attese dal 1833 al ’34. Entrambi, nello stesso torno di anni, si cimentano col paesaggismo delle zone più remote del Giappone, dialogando in modi assai differenti con gli esseri umani immersi nella natura che intendono fotografare. L’uomo è un medium che si interpone al paesaggio, sottolineando la ciclica eternità di quest’ultimo in contrasto con l’estrema caducità dell’altro, caratteristica che viene così enfatizzata traendone un effetto di rarefazione e malinconia ben avvertibile dall’osservatore. Tuttavia per Hokusai il fulcro della rappresentazione è proprio costituito dall’umana limitatezza, dal suo drammatico avvicendarsi nel mondo in un equilibrio precario con una natura sovrastante – il Fuji infatti appare ovunque come un silenzioso indecifrabile guardiano che distaccato osserva il perenne agitarsi delle generazioni, un nulla a confronto del suo essere immanente.
Hiroshige, invece, predilige celebrare l’imponenza delle natura di per se stessa, esaltandone il mistero, secondo l’arcaica visione dello shinto, la religione autoctona giapponese; in questo quadro l’essere umano non è il centro narrativo, ma solo unaggiunta. Ciò non toglie che nelle sue rappresentazioni del Tokaido vi siano scene di vita quotidiana estremamente toccanti e di raffinatezza tale da tener testa a Hokusai.
Infine Utamaro, il maestro della bellezza, della grazia e del conturbante. Frequentatore dei quartieri di piacere, per cui avrebbe nutrito fin da giovanissimo una precoce fascinazione – pare infatti che da bambino abitasse davanti ai cancelli del famoso Yoshiwara, zona a luci rosse di Edo – il malizioso erotismo dei suoi ritratti femminili si staglia come punta massima raggiunta dal genere.
La sensazione per chi si pone di fronte alle opere dei tre artisti è di essere immerso in un mondo fiabesco, sognato più che reale. Con questa ricca e curatissima retrospettiva sul Giappone, resa possibile da una pluriennale e proficua collaborazione con l’Ambasciata giapponese a Roma e con l’Honolulu Museum of Art, una delle più importanti collezioni di arte nipponica al mondo, Milano si conferma, dunque, un polo attrattivo di grande livello capace di scrivere pagine importanti nel panorama culturale nazionale.  

(Di Claudia Ciardi)
  


Hokusai - Un gruppo di alpinisti 
(Trentasei vedute del monte Fuji)



Related links:


Hokusai, Hiroshige, Utamaro - Il mondo fluttuante, a cura di Rossella Menegazzo, Skira, 2016-2017 







Le Trentasei vedute del Monte Fuji su «The Asian Observatory»


Max Klinger, maestro dellincisione tedesca, nelle edizioni Via del Vento.

A cura e traduzione di Claudia Ciardi

pag. 40, ISBN 978-88-6226-091-6

Euro 4,00




6 gennaio 2017

Rupi e boschi incantati





Gettando una luce insolita e vivace sulle radici di un territorio altrimenti poco noto, le fiabe delle Apuane raccolte dall’anglista Paolo Fantozzi, appassionato di folclore e cultura dei territori montani di Garfagnana, entroterra versiliese e Lunigiana, contribuiscono a risvegliare una sana attenzione per un ambiente che ha bisogno di essere tutelato, se vuole conservare la propria identità e integrità fisica nell’immediato futuro. Perché l’Italia, in quanto culla degli italici, nasce e si sviluppa essenzialmente attorno alle sue valli, nella lotta aspra e magnifica delle comunità montane che col passare dei millenni hanno resistito in questi territori difficili. Scriveva lo storico Appiano che la penisola non tanto risultava divisa tra nord e sud ma ancor più longitudinalmente, dall’Appennino, confine tra aree e popolazioni assai diverse. E però questa imponente barriera naturale, per gli antichi in larga parte impenetrabile, ha da sempre incarnato anche l’ossatura del paese, una singolare quanto vitalissima colonna vertebrale in grado di mettere in circolo energie, risorse, visioni del mondo e dunque quella somma di immaginari che non è esagerato definire il nostro cuore pulsante.
Come fa notare Paolo Rumiz nell’introduzione a uno dei suoi testi più noti, La leggenda dei monti naviganti, è nelle nostre valli che si gioca anche la prossima sfida politica: «In questi spazi la parola – il logos – sembra riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica. […] Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei principi della vita. Senza questi invisibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe desertificata da tempo. […] Che i politici scendano dai loro elicotteri e imparino a camminare; o l’Italia diverrà in breve una terra di locuste e avremo non una, ma mille periferie di furore. Le periferie bastonate si vendicano, e la montagna è periferia». È periferia ma anche centro, se appunto si impara a camminarci e incontrarla. Per un territorio come quello italiano dove il mare e i monti sono cardine e decumano di una tra le più poliedriche avventure culturali che si siano viste affacciarsi nel mondo, si tratta di unimprescindibile dialettica. Nei giorni che ho recentemente trascorso in Val di Fassa e Val di Fiemme, sforzandomi di vivere la montagna soprattutto nella sua dimensione più autentica e meno omologata, che oggi forse si fatica a cogliere, ho cercato il contatto con i valligiani e soprattutto ho osservato. E tra i diversi incontri ce n’è uno che mi ha fatto riflettere più di altri. Tra le vie quasi deserte di Predazzo, dopo un’escursione di qualche ora sopra labitato, nei pressi di una fonte dove intendevo rinfrancarmi mi sono sentita guardata. E in effetti, dietro una finestra ho scorto per un attimo un paesano che mi teneva d’occhio. C’era in lui chiaramente la curiosità di vedere chi fosse “sceso dall’alpe” –  quindi immagino un certo stupore da parte sua nell’essersi trovato davanti una mezza sciagurata lì da sola con una precaria attrezzatura da trekking. Ma posso anche aggiungere, senza sbagliarmi, che il tipo mi stesse puntando come per dire “vedi di non combinare qualcosa alla fonte o sono guai”. Penso di aver capito in quel preciso istante, ben al di là di tante vane blaterazioni, cosa significhi per la gente di montagna l’attaccamento alle proprie risorse, che passa di necessità attraverso il presidio e la conservazione del territorio. E questo è anche il motivo per cui mi vanno stretti certi esercizi intellettualistici in cui si enunci di ridar vita ai borghi montani abbandonati usando la leva dell’immigrazione, senza parlare di infrastrutture, investimenti e progetti concreti. Non dimentichiamo infine che queste comunità, per loro indole solidali, hanno pur sempre una connotazione etnica propria con cui non si può non confrontarsi. L’integrazione, che già di per sé è un processo lento, quando si vuole realizzare davvero, perché passa attraverso la conoscenza, l’avvicinamento e la negoziazione di identità diverse, qui dovrebbe adattarsi ai ritmi ancora più lenti imposti dalla montagna. Chi arriva bisogna che sia accettato prima di tutto dalla legge non scritta della vita in quota – il che non è un automatismo – quindi dalle comunità territoriali.
Aggiungo infine che se certi borghi si sono spopolati, nonostante una secolare presenza contadina, non è solo colpa delle sirene del capitalismo. In alcune frazioni della Lunigiana mi raccontavano anni fa che la vita si faceva di anno in anno più dura essendo l’acqua sempre più scarsa. Molte fonti erano ormai prosciugate e si era quindi creato un problema di approvvigionamento quotidiano. Così torniamo all’infrastruttura e alle risorse. Senza i necessari investimenti la montagna muore. 
Il libro di Paolo Fantozzi mi è molto caro perché si pone come studio antropologico che intende salvare una memoria territoriale tra le più importanti. Il patrimonio fiabesco è infatti il collettore di una tradizione contadina che attraverso i suoi riti e i simboli espressi nel racconto orale definisce le coordinate della propria storia. Così queste fiabe apuane, raccolte negli anni Ottanta dalla voce degli abitanti dei principali borghi alpini, sono un mezzo d’elezione per comprendere vita e fisionomia di un territorio frastagliato e complesso, dove oggi la parola dei vecchi tende ad affievolirsi e scomparire mentre le nuove generazioni sono chiamate ad assumere sulle proprie spalle scelte complesse, circa uno sfruttamento sostenibile del territorio e le modalità di traghettare la cultura dell’alpe raccogliendo le sfide del nuovo millennio.       
Si tratta, dicevo, di un libro a cui sono affezionata anche per il modo in cui l’ho scoperto. A passeggio per Pontremoli, caposaldo sulla Via Francigena, paese incantevole e incantato di cui consiglio caldamente la frequentazione a chi non lo conosca. Fra pellegrini muniti di bordone e conchiglia di riconoscimento che attraversano la piazza, graziose librerie vecchio stile che tradiscono una passione antica per la carta stampata e in generale per l’editoria, risalente a secoli addietro, quando i contadini riempivano le gerle di viveri e manoscritti in cerca di acquirenti che nella colta e curiosa Lunigiana non era arduo trovare, non resterete delusi.
Le fiabe apuane fanno volare la nostra immaginazione fin sugli alpeggi del Corchia, della Tambura, del Pisanino. In mezzo a grotte presidiate da fate e maghi capaci di rapire, imprigionare o compensare con tesori meravigliosi, nel vortice di incantesimi che sovvertono la realtà e mettono alla prova l’indole di giovani donne e uomini che si avventurano sui crinali, tra fantasmi, animali parlanti, castelli fantastici, tocchiamo con mano l’indole di queste genti montanare, misteriose e un po’ arcigne come le creature che popolano i loro racconti.   
E scortati dalle loro parole prendiamo confidenza con un mondo che diversamente ci sarebbe precluso. I nomi delle Alpi divengono pian piano familiari, punti di uno spazio letterario capace d’invenzioni sorprendenti in cui il lettore, dopo i primi brani, non fa fatica a muoversi, penetrando con disinvoltura in una mentalità arcaica che tuttavia ha il dono di attrarre, manifestando una versatile, spiazzante modernità.  

(Di Claudia Ciardi)

  
Paolo Fantozzi,
Rupi e boschi incantati. Fiabe dalle Alpi Apuane,
Apice libri,
2016


Salendo per Bosco Fontana (sopra Predazzo)


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Rivista Meridiani - Montagne. Alpi Apuane - Numero 31 - Editoriale Domus



Disegni I / Disegni II – su «Il chiosco del flâneur»


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