19 agosto 2017

Max Klinger - L'incanto della vita





Segnalo il volumetto, a mia cura, edito da Via del Vento, che racchiude alcuni pensieri salienti di Max Klinger, uno dei massimi incisori di fine Ottocento e, in generale, dell’arte moderna. Ingegno eclettico e particolarmente fecondo – nel 1893, a neppure quarant’anni, aveva già portato a termine dodici tra le sue principali raccolte grafiche – Klinger fu non solo maestro indiscusso dell’incisione, ma anche pittore, scultore, pianista, compositore. Ispiratore di Kathe Köllwitz, profondamente ammirato da un Wassily Kandinskij in cerca della sua strada nei giorni tempestosi del periodo monacense, amico di Arnold Böcklin, celebre pittore simbolista con cui condivise larga parte del proprio immaginario e del percorso artistico ad esso legato, sposato alla fascinosa Elsa Asenijeff, modella, musa, poetessa, madre della sua unica figlia, la figura di Klinger sfugge all’avanguardia storica ma deve considerarsi rispetto a questa una pietra angolare, il punto di congiunzione e rottura che ha convogliato i nuovi semi creativi verso la loro prodigiosa fioritura novecentesca.
Pur aggirandosi sulla riva selvaggia del sogno, dell’erotismo e dell’archetipo mitologico, il narrare klingeriano non si veste di fraseggi eruditi né scivola in astrattismi apodittici. Come già ebbe a dire Giorgio de Chirico, altro grande adepto, tutto in lui è estremamente chiaro, tangibile, reale.
Le fantasticherie, gli adattamenti delle storie mitiche spesso discordi, quando non apertamente anarchici, rispetto alla tradizione, peraltro scoprendo un culto spropositato per Ovidio, il paradosso apparentemente veicolato dalla centralità di alcuni temi, precorrono la via surrealista senza tuttavia farvi atto di fede. Klinger presiede a una vasta porzione di quelli che saranno gli sviluppi dell’arte nel primo Novecento, ma avvicinarlo a una sola di queste correnti sarebbe togliere forza e completezza al suo cosmo creativo.
In un panorama bibliografico piuttosto povero – una traduzione integrale un po’ datata del suo unico trattato, Pittura e disegno, e pochi cataloghi, di cui uno molto buono a cura della Triennale Europea dell’Incisione ma funestato da errori di stampa in eccesso e di cui sarebbe quindi auspicabile una revisione – l’opera di Via del Vento ha il merito di raccogliere i passaggi salienti della visione artistica di questo interprete, in un volumetto che consiste anche in una pratica e agile introduzione a un personaggio sorprendente.


(Di Claudia Ciardi)


From the book:

«Ciò che preme all’artista è trasfigurare sentimentalmente quel che vede, dare vita a ciò che sente. Dovrebbero dunque in lui restar mute le potenti impressioni che in forma di figura e colore si accompagnano al bello, con cui il lato oscuro del vivere lo sommerge, al cospetto delle quali si ritrae chiedendo aiuto? Dagli straordinari contrasti tra bellezza cercata, scorta, percepita e volto truce dell’essere che spesso ci incrocia urlando, bisogna trarre immagini pari a quelle che scaturiscono dalla sensibilità del poeta e del musicista».


a cura e con traduzione di Claudia Ciardi,
Via del Vento edizioni, 2017


Tra le raffinate spigolature bibliografiche di Giorgio Bonomi nella rivista d’arte contemporanea «Titolo», edita da Rubbettino, la segnalazione del mio Max Klinger (numero 14, estate-autunno 2017). 












Su «Libero» una bella recensione uscita il 5 febbraio 2017 a firma Mario Bernardi Guardi.



 Sul sito «Toscana, Eventi & News» un bellarticolo di approfondimento su questa pubblicazione. 







14 agosto 2017

«Movasi la Capraia»


Capraia, acquerello di Rossella Faleni

A visitare quest’isola la veemenza dell’invettiva dantesca (Inf. XXXIII, 82-84) è l’ultima cosa cui viene da pensare, se non entro gli angusti limiti di quel nozionismo scolastico tendente a riaffacciarsi quando un nome o una data, spesso per i più imprevedibili motivi, risvegliano il monotono ricordo di aule e lezioni. È pur vero che tutto quanto abbia trovato posto nella Commedia si sia ritagliato una vista privilegiata nella memoria collettiva e non è un caso che l’evocazione di luoghi ritenuti impervi e lontani contribuisca a rafforzare immagini di assoluta spettacolarità (in scia all’adynaton dell’epica greca e virgiliana); si pensi al parallelo stabilito tra la Pietrapana (“pietra apuana” con riferimento alla Pania della Croce sulle Apuane) e il glaciale impenetrabile spessore del Cocito (Inf. XXXII, 28-30).

L’origine vulcanica e l’aspetto per così dire selvaggio di Capraia – un abitato bellissimo ma di dimensioni alquanto limitate, poche cale accessibili al turismo, un territorio preservato in tutte le sue peculiarità naturalistiche – ne fanno un’isola di aperti contrasti e perciò anche di assoluta poesia. Questa gentilezza selvatica di Capraia la si scorge ancor più di sera, quando il sole è ormai tramontato e un alone luminoso indugia a lungo sulle cime, addolcendone i profili. È un’isola che ti prende senza parlarti apertamente, si fa amare così, nei suoi silenzi, nelle sue ruvidità, nel modo timido ma ossessivo di seminare la propria attrazione per richiamarti a sé.   

«E i resti sparsi a centinaia
vecchi santuari, un coccio di vissuto
lasciato qui prima che scompaia
beato sia chi l’isola ha cresciuto
chi s’è bagnato il corpo nel suo mare
in questa terra che come un imbuto
solo le belle cose ha fatto entrare»

Dal poema in terzine dantesche di Silvano Panichi, Capraia in canto
Acquerelli di Rossella Faleni, Nuova editoriale Florence Press, 2017
*Ringraziamenti allEnte parco Isola di Capraia - Via Carlo Alberto, 42 - per avermi fatto dono di questa pubblicazione. Presso questa sede sono liberamente consultabili alcuni miei titoli editi da Via del Vento.  


(Di Claudia Ciardi)





  
Capraia secondo le litografie di Vivant Denon
(grazie a Daniele Regis per la segnalazione)



Il portale della Chiesa di Santa Maria Assunta - Capraia Porto



Da Sant'Antonio - nella parte abbandonata e cadente del complesso monumentale



Una vecchia fontana



Una nicchia votiva improvvisata con materiali di fortuna



L'abitato di Capraia



Timidi e sognanti alberini su una una sella - guardando verso l'Arpagna



Vecchie porte nel settore più antico del paese



Affacciandosi su una cala


6 agosto 2017

Respiro





Non ci si stanca a vederlo e ascoltarlo questo Respiro di Emanuele Crialese, per me uno dei capolavori del cinema italiano, misto di delicatezza e arcaismo, straniante immersione di un corpo-paesaggio effuso in una comunità isolana e nel mare che la culla. Personalità e gesti in sospensione, archetipi fluttuanti fra sogno, estasi, corsi e ricorsi di una natura ciclica, potente, inarrivabile che rivendica con forza il suo centro gravitazionale.
Molti silenzi, ritualmente convertiti in ampi, naufraganti sottintesi, e scandita quotidiana cadenza di gente che in un solo cenno sa racchiudere amore, devozione, rispetto, poesia, dolore, turbamento. Questo eros materico, inesausto, attrattivo, evocato in ogni tono, in ogni singolo sguardo o stacco sullo spazio, proiezione e al contempo immensa quinta corporale, è il vero ordinatore e sovvertitore di una trama in ogni istante chiamata a rigenerarsi nella sua ossessionante fisicità. Un incantesimo da duende, luminoso, accecante quanto fosco come l’anima mediterranea che lo suscita. Ragazzini che sembrano idoli scolpiti nella pietra, matrone fattucchiere dagli inconsueti occhi magnetici e uomini completamente, incondizionatamente intrisi da questa femminilità erratica, indecifrabile.
Film colto, posato su un fraseggio leggero, attento a non indugiare nel gioco della citazione che qui si dà solo in quel modo disinvolto e naturalissimo del narrare che appartiene a Crialese, scaglie di un dire comune che armonizza le voci del mare nostrum: la Palestina di Elia Suleiman, le scene di La falaise del marocchino Fawzi Bensaïdi.
La musica fiabesca di John Surman, onde sonore disegnate sull’acqua, segue le orme di queste pulsioni che agitano l’emisfero meridionale, inevitabilmente scuotendo la compassata terraferma. Una Valeria Golino suprema interpreta il ruolo di donna ancestrale e soffusa che sente e presente ogni cosa con la grazia di una dea irrisolta, Penelope fragile e respinta che tuttavia stringe tra le dita il tessuto emotivo dei suoi conterranei. L’isola, periferia, mondo a parte per antonomasia, nel mostrarsi a chi l’osserva e la penetra muta in immenso continente radiale, assoluto generatore di quell’attaccamento corporeo e onirico, senza soluzione di continuità, che a tutto presiede. L’epica lampedusana è in questi fotogrammi ridotta a un’ossatura minimalista, sole che spoglia, stermina, abbatte, rocce a picco sul mare, universo pauroso e franante ma anche rifugio, caverna-madre in cui ci si risveglia protetti ed è possibile ritrovarsi. Emblematica l’accensione dei falò in riva al mare, rito catartico che si completa nella discesa in acqua di tutti i paesani, singolarissima abluzione corale, incontro con quell’elemento liquido che separa e unisce nella carne e nello spirito.


(Di Claudia Ciardi)



Respiro, un film di Emanuele Crialese. Con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Veronica D’Agostino, Elio Germano. Drammatico, durata 100 min. Italia 2002.






28 luglio 2017

Il Museo della Montagna





È di sicuro uno dei luoghi più poetici di Torino, non solo per gli appassionati di montagna. Salire al Monte dei Cappuccini significa godere di una delle viste più belle della città e, se vogliamo, anche di una prospettiva un po’ insolita. Il punto panoramico sulla terrazza del museo permette di abbracciare l’intero abitato, con uno degli scorci migliori sopra il Po – i Murazzi nei pressi del ponte Vittorio Emanuele – davanti alla corona delle Alpi. Tuttavia le montagne non si concedono facilmente. Se si va lassù in estate, come ho fatto anch’io, è abbastanza probabile non vederle per nulla; foschia e inquinamento hanno di certo la meglio. E mi raccontava il responsabile di questo spazio che anche d’inverno le condizioni ottimali per un avvistamento nitido, senza velature né opacità, sono assai rare. La foto ufficiale che campeggia all’entrata del polo espositivo, realizzata nel 2011, ha richiesto sei mesi di appostamenti. Mentre mi beavo di questa singolare impresa, che grazie alle qualità del mio narratore si ammorbidiva nei toni della cullante garbatezza piemontese, immaginavo la vita del fotografo per così tante settimane in cerca dello scatto giusto. Ad ogni modo la resa finale è valsa sicuramente questo enorme, quasi monastico, esercizio di pazienza. 
So bene come vanno certe cose. Anche le Apuane da Boccadarno sono piuttosto volubili e capricciose. Talvolta si scoprono in maniera del tutto inaspettata, cogliendo di sorpresa i loro devoti ritrattisti che non riescono a organizzarsi in tempo per puntare gli obiettivi. Questione di poco, cambio di luce, un po’ di foschia dal mare e addio panorama. Tanto che quando cerco di descrivere ai forestieri l’esistenza di questo piccolo Tibet affacciato tra la foce dell’Arno e l’incantevole Marina, mi prendono per un’invasata che, causa un attaccamento puramente personale, tende a ingigantirne il fascino paesaggistico. Ma chi lo ha visto, sa. Può capitare pure che nel giro di una serata si scoprano i crinali del versante viareggino e allora, stando in piedi al centro della piazza del paese, si veda l’alpe accesa dal tramonto navigare letteralmente attraverso la foce e incombere sulle case. Eppure, lo ripeto, sono perle rare. Le montagne, ne sono sempre più convinta, ti sentono e si lasciano avvicinare solo se sai rispettarle e amarle. Questa considerazione l’ho letta in tanti libri di alpinisti – quelli veri – e per prima l’ho incontrata nei bei racconti di Mario Curnis, quando rivolgendosi all’Everest pronunciava questa sorta di preghiera «Ascoltami: stavolta siamo appena in due; due pellegrini e uno sherpa. Saremo tranquilli. Non ti disturberemo. Non sporcheremo le tue nevi. Però tu lasciaci venire su» [Annuario 2002 del Cai di Bergamo]. Quasi un incantesimo, appunto, che mi ha tanto commossa perché molto dice della sensibilità di chi lo ha pronunciato e del suo modo di avvicinare la natura. È lo stesso quando cerchi di rubare l’immagine perfetta a una cima; le montagne le vedi solo se lo meriti.    
Il museo torinese è un luogo accogliente, capace di trasmettere al visitatore il senso dell’avventura, della conquista, della sfida ai propri limiti, pur condotta con intelligenza e modestia, della non comune forza di volontà che richiede lo spingersi in alto – io amo chiamarla la religione del camminare – ma soprattutto mette al centro l’etica della montagna. L’allestimento consiste in un bel connubio tra storia delle spedizioni, pittura e fotografia di montagna dall’Ottocento a oggi, oltre al cospicuo lascito orientale della collezione di Mario Piacenza, costituito da vesti, statue del Buddha, oggetti rituali e d’uso domestico provenienti dal Ladakh, regione himalayana inesplorata fino al suo viaggio del 1913.   
Per quanto riguarda l’excursus fotografico hanno principalmente catturato la mia attenzione le gigantografie in seppia che narrano la lenta inesorabile salita alle cime agli albori dell’alpinismo, con una preferenza per quelle incentrate sulle donne, nei loro ingombranti gonnelloni d’epoca, affacciate ai punti d’osservazione dei rifugi sul Monte Bianco o il Cervino. Gli uomini le affiancano con assoluta naturalezza. Tutti sono rivolti alla montagna. Sono dei pionieri è evidente; anche se non si tratta di scalatori ma di semplici escursionisti, loro sono comunque i primi e sanno di esserlo. Un simile sentire trapela benissimo dalle immagini, e ancor più lo si nota nella postura delle donne, un atteggiamento che sa di orgoglio e di forte affermazione ma che forse tradisce anche un moto di libertà, un istinto naturale cui finalmente si è potuto dare corda.  
Nato nel 1874 come osservatorio dotato di cannocchiale annesso a uno spartano padiglione di legno, poi trasferito nei locali limitrofi dell’ex convento dei Cappuccini, le sale del museo hanno acquisito negli anni una fisionomia multidisciplinare e polifunzionale, spaziando dall’ambito scientifico a quello artistico e didattico, grazie alle mostre che vi si inaugurano nel corso di tutto l’anno e alla presenza della biblioteca nazionale del Club Alpino Italiano – in tutto trentaquattromila monografie e più di mille e seicento periodici a tema montagna.
A partire dal rilevante contributo del Duca degli Abruzzi, Luigi di Savoia, cui è intitolato, e poi con l’Esposizione Internazionale organizzata a Torino nel 1911, il complesso è venuto arricchendosi di materiali e prestigio. Nonostante qualche battuta d’arresto, questo luogo ha saputo traghettare ai giorni nostri ciò che è stato il sogno di tante generazioni passate che per prime lo hanno coltivato avvicinando l’ambiente e la cultura di montagna, e ha il merito di contribuire all’odierno dibattito sulla salvaguardia del patrimonio naturale e sui modi di raccontarlo attraverso la parola e l’immagine.


(Di Claudia Ciardi)   


*Presso la Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano (Salita al Cai, Museo della Montagna - Torino) si trovano le copie del mio volumetto di ambito tirolese, Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino, Via del Vento edizioni, 2016.



Il Monte dei Cappuccini dal Po

14 luglio 2017

Tra montagne e omeni de paia




Si segnalano due mostre dedicate al paesaggio e alle tradizioni culturali dei territori dell’Alta Valsugana. Il primo di questi eventi racconta l’attività estrattiva e il lavoro dei cavatori in quota. La fatica, il duro vivere e soprattutto una significativa metamorfosi ambientale sono al centro della narrazione di Kathia Lenzi. Testimonianza intensa del rapporto simbiotico tra uomini e montagne che apre all’attuale dibattito su cultura del territorio, conservazione e tutela della sua specificità identitaria e geografica.

La seconda rassegna ci introduce al mondo affascinante e onirico degli spaventapasseri, i fiabeschi guardiani dei campi, simbolo per eccellenza dello spazio rurale, coi suoi riti e ritmi. Entrato potentemente nell’immaginario collettivo, il pupazzo di paglia levato al vento si è visto al centro di rappresentazioni alchemiche quanto di catarsi cristiane che in lui hanno proiettato l’idea del martirio e della redenzione. Nel Mago di Oz lo spaventapasseri vestito d’azzurro si confonde cromaticamente col cielo, è in tutto e per tutto elemento d’aria e rivela un’essenza se vogliamo dire totemica, simile sul piano caratteriale a quella di un Pinocchio. Nel mio personale ricordo associo questa creatura arcaica e forse perfino inquietante, non fosse che per il suo compito d’incutere timore, al resoconto della sua creazione e vestizione per bocca di mia madre, che da piccola osservava il nonno destreggiarsi fra ciocche di paglia e vecchi vestiti: “una giacchettaccia, dei pantaloni rattoppati”, queste parole, da lei spesso ripetute, mi son sempre suonate come uno strano incantesimo. E puntualmente immaginavo l’anziano agricoltore che si caricava in spalla quel bizzarro manichino, navigando fino al centro del campo.

Straordinaria testimonianza della nostra più profonda tradizione contadina, l’obiettivo di Adriano Condini, che per ventisette anni ha percorso le valli del Trentino, le rende un degnissimo omaggio con una serie di commoventi ritratti in bianco e nero.

Ringrazio il Bersntoler Kulturinstitut per le preziose segnalazioni. Di seguito si riportano i comunicati dei singoli eventi e gli orari di visita delle mostre.

(Di Claudia Ciardi)


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L’esposizione, curata da Katia Lenzi, collaboratrice dell’Ecomuseo Argentario, presenta 110 fotografie provenienti dall’archivio del progetto “Quando andavamo in miniera. Immagini e voci dei paesaggi minerari storici della Comunità Alta Valsugana e Bersntol”, esplorando il paesaggio estrattivo nei suoi aspetti più rilevanti: i paesaggi di miniere e cave, il lavoro sottoterra, le strutture e i macchinari, i lavoratori.
Diversi livelli tematici e punti di osservazione permettono al visitatore di riconoscere innanzitutto le tracce dell’intervento umano nella trasformazione “fuori terra” e “sottoterra” del territorio, operata attraverso i mezzi di lavoro, manuali prima meccanizzati poi. Queste tracce però ci parlano soprattutto di vicende di operosità, fatica, vicinanza e amicizia, riflesse nei volti di chi ha vissuto e vive in un paesaggio scavato.

La mostra fotografica della Comunità Alta Valsugana e Bersntol sulle miniere e cave in Alta Valsugana, Valle dei Mòcheni e Monte Calisio, curata da Katia Lenzi sarà visitabile presso la sede dell'Istituto culturale mòcheno a Palù del Fèrsina dal 7 al 23 luglio, tutti i giorni, dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00.


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Gli spaventapasseri vivono come noi, almeno quelli sulle fotografie di Adriano Condini. A queste creature magiche auguriamo molta fortuna nel loro viaggio dai campi trentini!
In tre sedi museali della Valle dei Mòcheni/Bersntol sarà possibile osservare in tre tappe le fotografie in bianco e nero di Adriano Condini di questi Omeni de paia, scattate nel corso di 27 anni nelle vallate trentine.
Nati come sentinelle contro gli uccelli, gli “uomini di paglia” diventano simbolo di difesa del nostro ambiente.

14 luglio - 28 agosto 2017
Ecco le tre sedi con i rispettivi orari di apertura:

Museo Pietra Viva, loc. Stefani, S. Orsola Terme
- domenica, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00
- venerdì e sabato, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.00

Filzerhof, al km 10 della Strada provinciale n. 135 sinistra Fersina, Fierozzo/Vlarotz
- domenica, dalle 10.00 alle 12.00 dalle 15.00 alle 17.30
- martedì, giovedì e sabato, dalle 15.00 alle 17.30

Mil, al km 3 della Strada provinciale n. 233 Roveda, Frassilongo/Garait
- domenica. dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.30
- mercoledì, venerdì e sabato, dalle 15.00 alle 17.30




7 luglio 2017

Alberto Bregani - La montagna in chiaroscuro





Nella graziosa collana “Piccola filosofia di viaggio” della casa editrice Ediciclo il libro di Alberto Bregani è una perla di saggezza fotografica che ci introduce all’arte del ritrarre montagne. Talento complesso in cui le lunghe camminate per boschi e sentieri, con tutto ciò che l’andar per cime comporta, incontrano la pratica dai risvolti se possiamo dire alchemici di saper catturare al meglio luci e ombre. Virtù imprescindibile la pazienza che in quota fa rima con resistenza, perché spesso la foto va attesa in condizioni ambientali molto disagevoli.
Attraverso una prosa semplice che non respinge il lettore negli asettici meandri del puro tecnicismo, Bregani ci accompagna in una delle sue passeggiate alla scoperta di questo singolarissimo mondo d’immagini tra nuvole e rocce. Sul filo dei ricordi personali che portano la sua escursione in parte sui binari del diario di un alpinista zen in parte verso il sommesso divagare di quel minimalismo letterario alla Robert Walser, che ogni buon camminatore ben conosce, chi scrive compie un vero e proprio incantesimo tascabile. In questo piccolo libro, infatti, ogni parola riconduce alla compiutezza di uno scatto.
Bregani parla di come e quando si assommino gli elementi giusti per un’istantanea che sia in grado di raccontare qualcosa, e questo suo resoconto con cui allude alla bellezza di un’immagine è un modo perfettamente riuscito di consegnare nelle nostre mani un singolarissimo catalogo fotografico costruito per lievi, tacite evocazioni. L’allusività di quest’opera, il sottile gioco all’inseguimento fra rappresentazione verbale e uso dell’obiettivo ne fanno un piccolo manuale per appassionati, ma forse soprattutto per neofiti. E ciò grazie all’umiltà con cui Bregani spiega il suo mestiere. Perché quest’arte nasce tutta in simbiosi con la natura e dunque si dà solo nella genuina pretesa di tale attaccamento o se vogliamo affiatamento. C’è alla base una devozione se vogliamo cultuale nei confronti degli spazi in cui si tenta di astrarre lo spirito di una narrazione. Chi scrive ha scelto di coltivare questa religiosità dell’immagine in bianco e nero, secondo la tradizione degli altri grandi ritrattisti che hanno legato il loro nome al profilo delle vette, da Ansel Adams a Vittorio Sella. Emblematica la sintesi che si legge nel libro sul lavorare in assenza di colori: «C’è un momento della giornata, ben conosciuto dai fotografi che scattano a colori, che si chiama ora blu. È intorno al crepuscolo. Non c’è più sole, ma non è ancora completamente buio. È una situazione molto ricercata, perché la luce ha una temperatura più fredda che contribuisce a ottenere aree di penombra, colori desaturati e più freddi, e cielo blu intenso. Ecco, tutto questo con il bianco e nero io non ce l’ho. Rende sicuramente meglio a colori. Ma anch’io ho il mio momento ideale: quello in cui il sole è presente ma ancora per poco. Ha un’inclinazione perfetta per dare risalto alle pareti, i bianchi delle nuvole si accendono e i giochi di luci e ombre acquistano densità e definizione».
Vediamo ancora una volta in queste righe come il quadro prenda letteralmente forma sotto i nostri occhi, oltre a percepire con chiarezza la disciplina quasi ascetica che si richiede a chi impugna la macchina fotografica. Nel ricostruire la messa a punto di alcuni dei suoi lavori più belli, Bregani isola l’elemento imponderabile, quell’imprevisto che può rovinare le premesse per il migliore degli scatti possibili ma anche trasformare una situazione di luce piatta in una vista insolita e profonda. E ciò si accompagna alla necessità di distinguere tra esecutore e autore, una differenza che al nostro fotografo non preme affatto sottolineare in nome di un presunto narcisismo artistico incaricato di scoraggiare qualsiasi ricerca amatoriale. Anzi. Ben vengano i molti appassionati senza pretese, perché anche la foto è un mezzo per avvicinare la gente alla cultura di montagna e a un ambientalismo responsabile. Per Bregani si tratta solo di rendere cosciente il lettore dei diversi gradi in cui l’opera di ritrarre il paesaggio possa svilupparsi. Ed è pur vero che vi sono casi in cui l’incappare in condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli e inaspettate, talvolta regala scatti di notevole impatto narrativo.
Io che in materia di fotografia riesco appena a definirmi una simpatizzante, quando ripenso a certe circostanze della mia vita capisco in pieno il senso della fortuna e del fattore inatteso di cui parla Bregani a proposito di scatti riusciti. Tra gli episodi più recenti ci sono un temporale improvviso sul golfo di Trieste mentre il sole stava tramontando e una schiarita a Boccadarno – di quelle che capitano una volta all’anno quando va bene – con le Apuane che sembravano a un passo dal fiume e la linea di costa marcata fino alle Cinque Terre. Quel che avvenne a Trieste fu davvero incredibile. Arrivata in città alla fine di settembre con un sole quasi imbarazzante, nel pomeriggio ebbi l’idea di andare al mare. Non avevo pianificato il mio spostamento e la sosta fu decisa in modo del tutto impulsivo. Mentre ero sull’autobus la luce aveva cominciato a cambiare e, col timore di ritrovarmi nel bel mezzo di una tempesta ma impaziente anche di scattare qualche foto, al primo varco che vidi aprirsi nella pineta alle mie spalle saltai giù. Scoprii di essere a Barcola. E la vista in quel punto, a quell’ora, col cielo spaccato in due metà esatte tra il cupo delle nuvole e l’incendio del tramonto, mentre il vento prendeva forza sul mare spingendo le due metà a toccarsi, io credo sia stato uno degli spettacoli più singolari e intensi a livello cromatico cui fosse dato assistere lì. Ecco una grande fortuna, ecco come qualcuno che visiti un posto per la prima volta non possa sperare di essere salutato meglio dallo spirito del luogo. Son sicura che la mano di un professionista avrebbe realizzato qualcosa di straordinario. Eppure custodisco gelosamente quei miei scatti che, com’è inevitabile, si legano a miei ricordi di quelle ore benedette.
Di questo libro di Alberto Bregani ho apprezzato la naturalezza con cui ci introduce alle cose semplici e autentiche del vivere. Camminare, aggiungere strade alla nostra quotidianità, non fuggire i percorsi che ci guidano alla conoscenza degli altri e di quello che ci circonda, abbandonarsi agli imprevisti, agli incontri, in una parola esplorare gli infiniti mondi che ruotano dentro e fuori di noi e, sentendone l’esigenza, provare a raccontarli.  


(Di Claudia Ciardi)


Alberto Bregani, La montagna in chiaroscuro. 
Piccolo saggio sul fotografare tra cime e sentieri,
Ediciclo editore, 2017


27 giugno 2017

Dall'antica alla nuova Via della Seta



Ingresso del Mao di Torino con Buddha del Gandhara sullo sfondo



Si avvia alla chiusura la grande mostra sulla Via della Seta allestita al Mao di Torino (Museo d’arte orientale), evento patrocinato dalla presidenza della repubblica col quale si è inteso rilanciare e prolungare nel tempo la rassegna celebrativa dell’incontro fra oriente e occidente già ospitata al palazzo del Quirinale. Tali manifestazioni si collocano negli attuali sviluppi del panorama geopolitico, che vede una Cina sempre più interessata a coltivare le aperture con l’Europa, non limitatamente al piano commerciale ma ancor più indirizzandosi alle relazioni culturali, creando rinnovati pilastri identitari d’incontro tra Asia e vecchio continente su cui consolidare il passato, al contempo lavorando a nuove vie di scambio e collaborazione.  
La ricchezza dei materiali esposti – ceramica, toreutica, tessuti, mappe – e i dettagliati approfondimenti che aiutano il visitatore a collocarli lungo le antiche strade carovaniere hanno creato una della più importanti iniziative mai dedicate dal nostro paese a questo sterminato argomento. Del resto, l’Italia ha inteso raccogliere con solerzia e competenza l’invito rivolto dal presidente cinese Xi Jinping al nostro paese ad essere attori di primo piano nella costruzione della “nuova” Via della Seta. Il leader cinese ha illustrato il suo disegno in due recenti occasioni pubbliche, dapprima nel settembre 2013 presso l’università Nazarbayev di Astana (Kazakistan) in cui ha parlato di “cintura economica della Via della Seta”, intendendo porre l’accento sulla valorizzazione della direttrice di terra di questo millenario percorso, essendo il Kazakistan da sempre un crocevia di viaggiatori dai due continenti. Il secondo intervento è caduto a un mese di distanza nel parlamento indonesiano a Giacarta (antica Batavia), base della Compagnia delle Indie Orientali. Qui i vascelli asiatici e occidentali riempivano la stiva di spezie tanto preziose quanto e più dell’oro. La linea della presidenza cinese ha così fissato le due cinghie di trasmissione, terra-mare, lungo cui Pechino ha in animo di rifondare floride relazioni con i paesi attraversati.
Evidentemente siamo di fronte a uno dei più grandi progetti lanciati nel nuovo millennio, destinato, una volta a regime, a cambiare profondamente gli assetti economici e politici che abbiamo finora conosciuto. È chiaramente una sfida all’egemonia statunitense. Da anni la Cina coltiva il sogno, sempre più a portata di mano, di soffiare il primato al gigante d’oltreoceano. Ora che il TTIP promosso dagli Usa si è impaludato nelle più varie avversioni europee, da quelle politiche-sovraniste ad altre di natura ecologista – e in effetti se uno si scorre le condizioni del trattato c’è parecchio da cui guardarsi – la volata dei cinesi appare come una manovra di ampio respiro, che non solo è in grado di galvanizzare popoli e culture alle più varie latitudini, perché evoca in ogni paese coinvolto un’avventura già vissuta, facente parte del proprio retaggio storico; ma ancor più in quanto siamo di fronte a una macchina potente dell’immaginazione: l’idea di potenziare le infrastrutture ferroviarie per unire spazi immensi, città e popoli lontanissimi, solletica la fantasia umana con un magnetismo cui è difficile sottrarsi. L’espandersi del traffico aereo ha già reso il mondo molto più piccolo di quel che era, ma continua a restituirci una cartolina distante, affrettata e sfocata per così dire. La ferrovia invece ci lega di più ai luoghi che attraversiamo – si pensi al fascino durevole dell’Orient Express – e disporre di linee ad alta velocità che dal Mar Giallo arrivino al cuore di Madrid è appunto una meravigliosa frontiera, forse in grado di dare alla globalizzazione un senso alquanto diverso.
Naturalmente a ciò si accompagnano opere strategiche per l’approvvigionamento energetico – gasdotti e oleodotti – l’altra faccia dell’inarrestabile ingresso del gigante asiatico nel Mediterraneo. Tra i vari organismi finanziari fondati ad hoc dall’amministrazione cinese per la gestione dei grandi volumi di investimento che la nuova cintura economica comporta c’è la Aiib (Asian Infrastructure Investment Bank), che attualmente coinvolge cinquantasei paesi, Italia inclusa. Per l’intero progetto il governo di Pechino ha pensato a uno stanziamento complessivo di quattromila miliardi;  si consideri che attualizzandone i costi oggi il Piano Marshall varrebbe centotrenta miliardi. 
Di fronte a questa inclinazione titanica e soprattutto a uno sguardo così ampio, rivolto a un orizzonte temporale tanto vasto, le chiusure a marchio Trump suonano come tentennamenti inadeguati, per non dire stonati.  
La mostra torinese ha voluto ripercorrere le tappe salienti di un processo cominciato più o meno ai tempi della cosiddetta pax sinica coincidente con il primo impero cinese (200 a.C – 200 d.C) passando per i trascorsi avventurosi di Marco Polo, dei cartografi medievali divisi tra nozionismo tecnico e imago mundi, rendendo conto della sorprendente attività manifatturiera che le “vie” della seta erano capaci di offrire, provvedendo alle più varie necessità commerciali. Un vivace colpo d’occhio sulla storia per risvegliare volontà, audacia, desiderio di unione tra i popoli nei viaggiatori dell’oggi.       


(Di Claudia Ciardi)  
   


Dall’antica alla nuova Via della Seta, Mao di Torino, San Domenico
31 marzo - 2 luglio 2017
Catalogo a cura del Museo d’arte orientale
Conferenze e interventi a cura di: Politecnico di Torino, Università di Pechino, Salone del libro Off, Il Mulino


           

       

14 giugno 2017

Dal taccuino giapponese (IV)



«Mio blu – dicevi –
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo».

Ghiannis Ritsos



Lalone bianco di sera sulle cime delle Apuane, 8 marzo 2017



Il grande alone bianco della sera sulle cime delle Apuane, 8 marzo 2017


Uno studio del Monte Gabberi (Apuane) da Lido di Camaiore, 15 agosto 2015


L'Appennino da Sulmona, 25 maggio 2017



LAppennino da Sulmona - mattina, 27 maggio 2017



Bianco Faber 

Due anni fa mi dissero: «Non usare a casaccio il bianco sugli altri colori, altrimenti s’impasta». Da allora ho regolarmente trasgredito il monito. Questo bianco è divenuto la migliore ossessione dei miei disegni e la matita è ora ridotta così.


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