11 giugno 2018

Luci del Nord



In chiusura il 17 giugno la mostra Luci del Nord, allestita a Forte di Bard (Aosta), con la collaborazione di Alain Tapié, responsabile dell’Association Peindre en Normandie, al Museo Belvedere di Vienna, al Musée Marmottan Monet di Parigi e al Musée Eugène Boudin di Honfleur. L’esposizione, meritoria per i grandi nomi che ospita, da Delacroix a Monet e Renoir, da Géricault a Courbet e Corot, è uno stupefacente microcosmo su cui galleggiano i numerosi artefici di un paesaggismo effuso, impressionista ed espressionista insieme, vibrante, sperimentale, emotivo. Terra d’elezione attorno a cui ruota questo variegato immaginario pittorico, la Normandia. I suoi litorali dai toni metallici, gli spazi fluttuanti e sfuggenti in cui si distendono cielo e mare, i luoghi di ritrovo di una ritualità quotidiana effimera ma al contempo quasi sacra, ne fanno un banco di prova longevo quanto centrale nella produzione artistica che attraversa tutto l’Ottocento. Del resto la natura, pur ampiamente antropizzata nella prima metà del secolo, s’impone ancora come soggetto privilegiato che vale la pena scandagliare, in grado di concedere rivelazioni profonde, se non addirittura spiazzanti.
Tutto si raccoglie in un sommesso intimismo che guarda alle strade, ai ponti, ai sentieri, alle fontane, ai boschetti, ai fragili profili delle barche a vela. Un mondo fatto di gite sul fiume, chiacchiere in un capanno dei pescatori, giochi sulla spiaggia, scogliere deserte, passeggiate domenicali in campagna. Non c’è traccia del fragore della storia, nessuna celebrazione mitica o enfasi in ciò che si narra. Queste scene divengono paradigmatiche proprio in virtù del loro passo silenzioso, dell’indole poetica e perciò universale che racchiudono, della loro apparente ripetitività che nulla ha di eroico tranne appunto l’eroismo del vivere. Se è vero che i colori sono idee primordiali, bambini di luce, la vera rivoluzione qui si appresta proprio attorno alla tavolozza che attinge alla realtà e allo stesso tempo giunge rapidamente alla metamorfosi, doppiando attese oniriche, quasi inclini a fascinazioni surrealiste.
Con la fine delle ostilità tra Francia e Inghilterra e la pace di Amiens nel 1802, la Normandia diviene punto d’arrivo e partenza per viaggi pittoreschi. Impossibile eluderla per gli artisti d’Oltre Manica e per quelli che convergevano lì da Parigi: una landa che sembrava creata per spingere il paesaggismo bel al di là delle frontiere vedutiste e per nutrire le passioni dell’illustratore di folklore e monumenti. Frontiera condivisa tra gli acquarellisti inglesi e i primi impressionisti francesi, gli elementi di raccordo fra questi due mondi possono dirsi l’Architectural Antiquities of Normandy, pubblicato a Londra nel 1822 e i Voyages pittoresques et romantiques dans l’ancienne France del barone Taylor, iniziati nel 1820, cui contribuiranno per la Normandia, Boys, Isabey e Bonington, quest’ultimo esercitando un’influenza considerevole su Huet e Corot, pittore della trasparenza e dei valori definiti ‘di movimento’.
Una raffinata esplorazione, dunque, che vale la pena compiere in un polo museale d’eccellenza, quale Forte di Bard va sempre più configurandosi, grazie a un’offerta di qualità ben collocata in un panorama internazionale.

(Di Claudia Ciardi)   


Catalogo:

Luci del Nord. Impressionismo in Normandia (3 febbraio - 17 giugno 2018). 
Forte di Bard editore. Collana Grandi Mostre. 

*All’inizio dell’articolo è stata riprodotta l’opera di Maurice Louvrier, Il pilone bianco - effetto di nebbia (1940 circa).  




Ludovic Lepic - Marina - 1875 circa



Claude Monet - Etretat - 1864 circa




Claude Monet - Etretat - 1885 circa



Robert-Antoine Pinchon - La Senna presso Rouen al crepuscolo, 1905







2 giugno 2018

Dal taccuino giapponese (VIII)


Esempi

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.

Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

Antonia Pozzi


Visioni dall’Appennino, sulle tracce dell’esperienza di viaggio L’Aquila-Paraloup. Schizzi e disegni finiti di elaborare esattamente un anno dopo.

Disegni di Claudia Ciardi ©



 L'Appennino da Sulmona, 25 maggio 2017



 L'Appennino da Sulmona - uno schizzo - 25 maggio 2017



L'Appennino da Sulmona, 26 maggio 2017, sera



L'Appennino da Sulmona, 26 maggio 2017, sera (II) - colori non acquerellati



L'Appennino da Sulmona, 27 maggio 2017, mattina



L'Appennino da Sulmona, 27 maggio 2017, mattina (II)


28 maggio 2018

Dmitri Ermakov - Sguardi sul Caucaso



Biografia degna di un romanzo, personaggio talentuoso e, come sovente accade in questi casi, molto poco conosciuto. La sua fotografia dedicata alla Georgia, al Caucaso, alla Persia e ad altre remote contrade asiatiche ha qualcosa di leggendario, perfino mitologico. Un fascino che solo parzialmente si ascrive al pionierismo della sua arte, ma che risiede assai più nel racconto emozionale della realtà per come il suo obiettivo, tra i primi al mondo, ha saputo coglierla. La voglia di documentare si unisce alla curiosità verso luoghi e popolazioni, che non è solo improntata ai riscontri scientifici del suo lavoro ma soprattutto fa largo alle cadenze del narrare. 
Figlio dell’architetto italiano Luigi Caribaggio e di una pianista austriaca, nacque a Tiflis, l’odierna Tblisi, nel 1846, scegliendo poi di prendere il cognome del secondo marito della madre. Destinato fin dai suoi natali in Georgia a correre le strade d’oriente, a vent’anni intraprese l’attività di fotografo con l’apertura del primo studio.
Ritrattista e paesaggista viaggiò moltissimo, spingendosi fin nell’Asia centrale. Considerando che gli strumenti dell’epoca avevano ingombri notevoli, Ermakov soleva valersi dell’appoggio di carovane con cui trasportava le sue attrezzature e ogni altro mezzo per allestire veri e propri attendamenti, necessari a far tappa e permettergli di sviluppare le sue esplorazioni in modo più comodo e sicuro. Pensiamo infatti che utilizzava lastre di cinquanta per sessanta centimetri le quali andavano montate su una fotocamera alquanto pesante. Ognuna di dette grandi lastre conteneva due pellicole: dunque si avevano a disposizione due scatti che andavano ben ponderati; quasi un esercizio di meditazione – vietato sbagliare, per la fatica con cui ogni singolo pezzo veniva trascinato con sé e per i costi. Sono più o meno i formati con cui operavano tutti gli iniziatori della disciplina: Vittorio Sella, lui stesso tra i primi ad esplorare e raccontare il Caucaso, nipote di Quintino Sella, fondatore del Club Alpino Italiano, molto più conosciuto purtroppo per aver introdotto la tristemente nota tassa sul macinato; e Ansel Adams, lirico disegnatore dei giganti rocciosi americani, che peraltro degli scatti di Sella ebbe a dire che erano capaci di muovere nello spettatore un senso di meraviglia di natura religiosa.
A ventotto anni godeva di una fama già consolidata, tanto più che i suoi lavori da tempo trovavano risonanza sulle pagine dei principali giornali russi e georgiani; a quell’età ottenne anche la consacrazione in Europa con un’importante mostra alla Société française de photographie a Parigi, la più celebre associazione di fotografia dell’epoca. La diffusione della sua opera fu proporzionale al prestigio dei committenti, giungendo a servire lo scià di Persia come ritrattista di corte.
Un altro incarico, che ha contribuito in maniera rilevante all’affermazione del suo nome, fu quello che gli venne affidato dalla contessa russa Praskovya Uvarova per la documentazione fotografica della Società archeologica di Mosca. Pioniera lei stessa dell’archeologia caucasica, incaricò Ermakov di una lunga e ampia ricognizione in tale provincia, pubblicando gli esiti di quell’impegnativa ricerca a partire dal 1890 in una serie d’importanti cataloghi. Nonostante questa e altre rinomate esperienze, Dmitri Ermakov è finito con lo scivolare nell’oblio. A fronte di un corpus che si stima in ventimila foto e oltre, ne risultano pubblicate un centinaio. Dopo la sua morte avvenuta nel 1916, al di là di alcune immagini esposte al museo nazionale della Georgia e nei musei di Mosca e San Pietroburgo, larga parte del fondo è rimasto occultato al pubblico, in attesa che il ministero della cultura georgiano completasse il restauro dei materiali, promesso da tempo, e la sua pubblicazione integrale. Sarebbe quindi ora di restituire a un grande nome della storia della fotografia il posto che gli compete.

(Di Claudia Ciardi) 



La famiglia di Dmitri Ermakov



L'architetto Luigi Caribaggio, padre di Dmitri, con due nipoti in uno scatto del 1886



Ivan Ermakov, figlio di Dmitri, scrittore e psicanalista morto durante la seconda guerra mondiale



La principessa Lazarev in costume tataro



Zeli-Sultan, figlio dello scià di Persia, indossa un'uniforme asburgica



Teheran, giovane derviscio, 1870 circa



Venditori arabi di tappeti, 1900 circa



Castello di Tamaras - vecchia Tblisi



Orto botanico e moschea sunnita a Tblisi, 1880 circa



Venditori di colbacchi



Paesaggio lungo il fiume Araqvi - Caucaso



Un passo sommerso dalla neve sulle montagne del Caucaso (2400 m)



Ritratto di Vittorio Sella di un paesaggio nel Caucaso

18 maggio 2018

Resistere, andare (L'Aquila-Paraloup)



Ovunque, quando mi ripetono i nomi delle montagne, per me è come una poesia letta ad alta voce. La decisione di salire lassù l’ho presa d’istinto non appena mi capitò di tornare in Abruzzo. Un po’ di presentazioni, qualche libro da distribuire, un bel viaggio dagli Appennini alla costa adriatica. Una via che potrei dire familiare, visto che dai miei vent’anni mi ha destinato con generosità tutto il suo fascino poetico. L’Italia del centro-sud con la sua ruvidezza gentile, a misura d’uomo, i paesi guardiani arroccati sui monti nel loro arcaismo senza tempo, non ha mai smesso di attrarmi. Queste dorsali rugose, le cime in apparenza severe eppure pronte a sguardi complici sono capaci d’incanto come poche altre cose.
Era maggio, e dopo una mattinata di pioggia a tratti anche intensa arrivai a Sulmona, benedetta da un sole abbagliante. La bianca superficie dilavata di San Francesco, la linea metafisica dell’acquedotto romano e più sopra le montagne, dove per tutto il tempo della mia permanenza nuvole e vento si sono alternati sulle cime, gettando ombre tra misteriosi spiragli. Entrare in città, dopo una lunga passeggiata dalla stazione giù per il viale alberato, e posare gli occhi sui fianchi dell’Appennino lambiti dal tramonto. Sontuosamente scolpito in una primavera selvatica, un monumento incoronato dai campi e dalle poche tracce di neve non ancora dissolte in quota. Quelle striature vive, pulsanti come il dorso di un animale sconosciuto. E le voci nelle case mentre si preparava la cena, quasi risalite da un altro mondo, sorprese fra certi muri sbrecciati o in qualche sottoscala cadente, ma per il resto silenzio. Vento e silenzio ovunque, a scandire un’antica lentezza. C’era un corteo di sbandieratori adolescenti quando sono arrivata. Il ritmo dei loro tamburi mi ha fatto da guida nei vicoli. A suo modo fu anche quello un segnale. Non so se sia stata una mia particolare disposizione d’animo in quei giorni ma ogni cosa, un incontro per strada, i miei vicini di tavolo a pranzo, il saluto di qualcuno finivano per assumere i toni di un insolito presagio. Infine, girando per consegnare i miei libri, mi son trovata davanti la porta della biblioteca comunale, chiusa: problemi di stabilità. Mi ricordai che qualcosa di simile era accaduto anche dalle mie parti, dopo il terremoto dell’Emilia. Una scossa arrivata di notte, il gelo nel corpo al pensiero che là vicino, senza sapere dove di preciso, ma vicino, era accaduto un fatto grave. Il sonno che alla fine ti riprende, per poi svegliarti di soprassalto in cerca di notizie. Anche da me chiusero la biblioteca, un edificio troppo antico cui quella scossa, nata a chilometri nelle viscere della terra, aveva inferto il colpo di grazia. Fa impressione quando a chiudere è un luogo che sta al centro della vita di una comunità. Ricordo pure come questa esperienza abbia maturato in me la consapevolezza di una fragilità dalla quale troppo spesso ci sentiamo svincolati.
Il terremoto, ferita aperta, continuava in Abruzzo a incombere sul vivere quotidiano. Davanti a quel portone sprangato, nella piazza deserta, ho sentito più forte il richiamo verso le montagne, per quel cuore di pietra che tanta distruzione ha dato ma sempre pulsante, origine di storia, fine e inizio, insolvibile legame.
Dunque, salii all’Aquila. A piedi, intendo, dopo essermi messa su un treno della mattina che mi ha portata sotto l’acropoli. Solo così, zaino in spalla, pochi libri con l’intento di lasciarli a qualcuno, un piccolo gesto per portare un po’ di solidarietà, esserci insomma. Solo così, dicevo, si tocca con mano ciò che è stato, il propagarsi di quell’attimo in un assordante allora e ora, ossessione del presente costretto a guardare indietro. Solo così, costeggiando la strada a passo lento, si incrocia lo sguardo coi memoriali, si scendono scale invase dai rampicanti, in punta di piedi, perlustrando vecchi giardini dove sorgono mute case. E vicino a una chiesa, sorretta da impalcature e puntelli, una cancellata sembra indicare un biglietto, infilato lì di recente, perché un mese prima c’era stato l’anniversario e questo l’omaggio silenzioso dei vivi ai loro morti. Leggendo, guardando le fotografie appese ai muri, quasi col timore, indugiandovi troppo, di mancare di rispetto a qualcuno, si sente nella pelle cosa sia una perdita, il non esserci di chi una volta è stato lì e lì ha condiviso uno spazio e un tempo; poi all’improvviso, al suo posto, l’assenza.
Quando si posano i piedi in un paesaggio così devastato, che suscita ancor più sconcerto perché era città, con la sua affollata esistenza comunitaria, la sua sorte in bilico tra poesia urbana, volti della storia e ansie moderne, questa sintesi dissonante a tratti e allo stesso tempo necessaria per quanti tra quei tetti stanno, scomparsa infine da un momento all’altro, ecco quando capita di entrarci significa molto più che passare semplicemente in un luogo. È fissare uno specchio che rimanda a una consuetudine spezzata e a coloro che non vi prenderanno parte mai più. Una consapevolezza in lotta con un’accettazione violenta che implica violento dolore. Uno specchio su cui non si cammina in superficie ma dove ad ogni passo si scivola giù, corpo a corpo col vuoto di una rovina. E arginare fisicamente il nonsenso di questa devastazione significa scendere a patti con una forma di annientamento. Ma si può patteggiare con una cosa che ti sovrasta ed eccede di così tanto la misura dell’umano sopportabile? 
Sono salita all’Aquila in un giorno di nuvole e sole. Le braccia meccaniche delle gru si stendevano sopra le strade; masticato polvere, posato l’orecchio sul cuore dei cantieri. Otto anni dopo il terremoto, io che in Abruzzo c’ero anche in quei giorni. Sono discesa all’Aquila, forse è più giusto dire così, e ho pensato che son quasi passati dieci anni e sembra ieri. Camminato sullo specchio che mi ha fatto scendere dentro me stessa, ascesa e caduta, e sentire tutto daccapo, le pulsazioni della città fin nelle narici, gli umori, il calore dissolto, però sì, sotto quelle bende, aver anche toccato, di nuovo, il risveglio di una vita.
Resistere, andare. Non so dire per quali traiettorie del destino qualche mese dopo mi son trovata ad attraversare le valli di Cuneo, i luoghi di «un paese ci vuole», l’epica struggente di Cesare Pavese che quei borghi ha cantato. L’invito a incontrare la gente della montagna, quella che lì ha vissuto, con le sue storie di resistenza e di attaccamento alle proprie radici, ruvide braccia ben piantate nella terra, assodate da un tempo tenace, da un’idea schietta di appartenenza. Così sono andata, ad ascoltare più che altro, non solo la storia di Paraloup ma anche di tutti gli altri che in quei giorni hanno disegnato la mappa, dai molti obliata, di una marginalità paesana, dalle Alpi all’Appennino. Lungo i tracciati di questa geografia dell’abbandono c’è il lavoro minuzioso di chi censisce senza pause il proprio territorio, di chi si fa narratore di genti e spazi dimenticati, di chi annota, scheda, fotografa ogni santo giorno perché sa che quegli atlanti sono un bene comune, uno strumento immersivo fra memoria e ricerca, una catalogazione che si annuncia paesaggio sentimentale.
La sera che ci siamo riuniti, in cerchio, come usava nelle vecchie cucine dei contadini davanti al fuoco, io sì ho seguito i discorsi di ognuno, me li ricordo anche abbastanza bene. Ma credo che una sola fosse la cosa su cui il resto faceva perno. Le mani della raccoglitrice di castagne seduta accanto a me. Mani forti e belle, con un filo di terra che correva tra unghie e falangi. Mi ricordava un compagno di classe che stava in campagna a Lari, nome gentile per frutteti e colline e antenati.
E poi ci son salita di nuovo, a Paraloup, a piedi, zaino in spalla, un paio di bastoncini per non scivolare lungo il sentiero, e via. Perché solo così puoi vedere quello che è un bosco d’inverno, un tempio consacrato ai suoi silenzi, strana vereconda creatura mentre compie la sua metamorfosi, immobile, in attesa, sul bordo di un sogno. Solo così attribuisci un senso ai tuoi passi perché hai il tempo di misurarli, di studiare il loro cadenzato oscillare sulla neve, perché è soltanto quando cammini lì che ti parlano con quella voce, risoluta e cedevole insieme. Lo spazio di quel sentiero è una strada che apri in te stesso, fuori e dentro il mondo che ti circonda, uno sconfinamento cui ti presti volentieri non tanto per la promessa di evasione che ti fa, quanto per la scoperta di ciò che non sospettavi esistesse di te intorno a te.
Ogni orma non la imprimi solo nella neve, la disegni anche nella tua mente, forse addirittura ce la scrivi con un alfabeto solo tuo. Salire, discendere, salire di nuovo. Resistere, andare. È così che va.

(Di Claudia Ciardi)



 Paraloup, ottobre 2017



L'Aquila, maggio 2017



Sulmona, maggio 2017

Foto di Claudia Ciardi ©



11 maggio 2018

Pietre sacre in Val di Susa



Un’opera che ci accompagna in un viaggio insolito attraverso la Val di Susa, con incursioni per nulla marginali ai fini del quadro storico complessivo nella valle del Tanaro, in Liguria e Lunigiana. Un racconto affascinante che coniuga la divulgazione scientifica, sorretta dai tanti dati archeologici che si susseguono in queste pagine, censiti con meticolosa pazienza dai due autori, con uno sguardo che potremmo definire poetico e resiliente insieme. Perché la Val di Susa è stata nell’ultimo ventennio un territorio conteso, con scontri anche recenti tra i suoi abitanti e chi si è ostinato nel taglio delle montagne, per un’infrastruttura di dubbia utilità, ormai considerata tale anche da alcuni sostenitori della prima ora. Territorio di lotta e resistenza, situazione che ha esposto l’enorme patrimonio culturale che possiede a pericoli e danneggiamenti, oltre a fare i conti con la consueta dose di incuria di cui purtroppo già soffrono i beni nazionali. Dunque, luogo costretto a vivere negli ultimi tempi una condizione di fragilità, ma non fragile, anzi, capace semmai di raccogliere la sfida e rialzarsi con ostinazione.
Giacomo Pignone e Pier Paolo Strona compilano un manuale che attira il lettore in una dimensione lontana nello spazio e nel tempo, fatta di culti della terra, celebrazione rituale del passaggio dall’inverno alla primavera, libagioni e sacrifici – nel mondo antico andava così –  in siti il cui raggiungimento era tutt’altro che facile, per non dire che si trattava di posizioni in molti casi decisamente impervie; la sommità di una montagna, la roccia che bordeggiava un dirupo.
Segni di un’umanità, e della sua religiosità, che è difficile cogliere ancora e men che meno ricostruire al dettaglio. Lo ripetono più volte le nostre due guide, che non si sbilanciano di fronte a dubbie interpretazioni e attribuzioni. Ci si aggira infatti tra il neolitico e la prima età del ferro, un lasso temporale esteso per il quale non abbiamo fonti scritte e dove quel che osserviamo, nel tentativo di decifrarlo, ha risentito di molti passaggi. Colpisce in questa narrazione il continuum di un sentimento del sacro che è venuto depositandosi e sovrapponendosi su queste terre, anche nei suoi risvolti più violenti, quando il cristianesimo volle epurare le ultime tracce cultuali pagane, difese come fattore identitario – ancora resilienza! –  ed etnico dai valligiani.
Paesaggio e storia qui hanno dialogato sempre, come altrove del resto. Ma queste montagne, con il loro arcaismo magico, parlano forse ancor più che altrove una straordinaria lingua spirituale, che non lascia indifferente chi le attraversa. Non è un caso che i due autori inizino il loro percorso sotto gli auspici di Giuditta Dembech, scrittrice e giornalista, che con il suo Musinè magico ha firmato un importante resoconto storico e letterario in Val di Susa, prima poetica ricognizione dei reperti di un luogo oggetto di tante leggende e fantasiose stranezze. Il libro della Dembech, pubblicato da Piemonte in Bancarella, un’altra piccola editrice piemontese raffinata e di qualità, scorre di continuo tra le righe di questo volume. E anche in ciò si percepisce l’attaccamento dei due studiosi nei confronti del territorio e di tutti coloro che con umile ostinazione hanno contribuito a salvarne una memoria. 
Aggirandoci così tra i reperti meno noti di cui è disseminata la Val di Susa, dal neolitico al dominio dei re liguri, dai romani all’arrivo di franchi e longobardi, grazie anche al denso apparato fotografico a colori e in bianco e nero, si tocca dunque, lo abbiamo detto, una stratificazione culturale millenaria, nutrita di una sacralità che trovava nel paesaggio e nel rapporto con i cicli della natura la sua principale fonte d’ispirazione.
Si accenna anche alle straordinarie statue stele della Lunigiana (custodite al castello di Pontremoli, luogo già di per sé incantato), espressione di una cultura arcaica ligure similare, in questo caso apuana e celtica, a seguito della penetrazione di questo elemento, che da qui, passando per le Alpi marittime, Cozie e Graie, si estendeva fino alla Valle d’Aosta. Una narrazione che onora degnamente l’origine del nome Piemonte (ai piedi del monte), avvicinandoci a una ritualità in cui le montagne vegliano e benedicono il gesto umano. L’esplorazione di dolmen, menhir, altari, coppelle, totem, macine diviene una fitta trama di rimandi incrociati che ci racconta con voce sommessa di quella lunga, e per certi versi ancora misteriosa, stagione culturale che fu il megalitismo, dall’Europa al nord Africa. Si pensi agli ottomila nuraghi della Sardegna, e a quanto la caratteristica isolana di una tale singolarissima manifestazione bussi al nostro immaginario con fascino mai tramontato. Da simili agglomerati, sorti fra il 2000 e il 1000 a.C., si giunge alla dominazione romana, nel tentativo di decifrare, col passare del tempo, adattamenti e modifiche circa la loro funzione. Emblematico il caso delle macine: utensili legati solo alla produzione locale oppure in qualche caso anche elementi rituali? Dei tanti usi e riusi delle macine si ha peraltro testimonianza in posti assai lontani e diversi. Ad esempio, sull’isola di Capraia la penuria di materiali ha fatto in modo che le macine servissero da copertura stradale – e sebbene manchi uno studio organico al riguardo, sembra che alcuni resti litici dell’entroterra siano riconducibili proprio alla fioritura megalitica; dalla montagna alle isole il filo di una civiltà longeva e tenace pare dunque dipanarsi attraverso i secoli.
Scorrono qui sotto i nostri occhi tanti centri radiali che hanno composto la storia umana e, se vogliamo, l’orizzonte sentimentale della Val di Susa. Vaie, Chiomonte, Avigliana, Colle Braida, Vernetta, Monte Ciabergia, Caprie, fino alla Sacra di San Michele. Il ritratto dedicato al menhir del Musinè che dialoga in lontananza col Monviso è una sintesi poetica di rara bellezza, quasi due pietre sacre intente a parlarsi. E lo si può forse leggere come un’immagine simbolica che in tutto riassume questo viaggio.

(Di Claudia Ciardi)

Edizione recensita

Giacomo A. Pignone, Pier Paolo Strona,
Pietre sacre in Val di Susa. Dolmen, coppelle, altari e menhir,
Neos edizioni, 2016



Il menhir del Musinè



Parete di macine - Vaie - Stazione Rumiano



Via delle macine - Rione Saràcino - Isola di Capraia




Pietre sacre e graffiti in Valle d'Aosta - Forte di Bard (foto di Claudia Ciardi ©)



Statue stele della Lunigiana - Pontremoli - Castello del Piagnaro


28 aprile 2018

F. Braudel - Sguardi sul Mediterraneo (I)




Un saggio di storia tra i più profondi, estesi e stimolanti degli ultimi cinquant’anni, dove cronaca, commento agile e disinvolto dei fatti, analisi sociologica e teoria politica s’intrecciano mirabilmente, facendo appassionare il lettore a vicende altrimenti poco note, eppure non così lontane nello spazio e nel tempo. Ci aggiriamo infatti negli avventurosi e turbolenti secoli che preparano il terreno al consolidamento degli Stati moderni, tra la metà del Cinquecento e il Seicento, periodo di cambiamenti sociali, in qualche caso sarebbe più opportuno dire scivolamenti, e anche repentine battute d’arresto. Il libro è Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, la sterminata opera di Fernand Braudel, in Italia pubblicata da Einaudi a partire dalla metà degli anni Sessanta e subito al centro di un fervido dibattito. Inutile dire che siamo davanti a uno di quei monumenti sacri investiti del ruolo di attrarre e convogliare attorno a sé energie nuove della storiografia recente e della sua teoria, innovando la disciplina in alcune delle principali articolazioni che le sono proprie.
Bastano scorci di questo tipo: «Siviglia, ottobre 1581: i vagabondi fermati in una retata della polizia sono imbarcati di forza sulle navi di Sotomayor [l’artefice del disastro dell’invincibile armada], dirette verso lo stretto di Magellano. Erano destinati a fare gli sterratori, i guastatori, ma quattro legni colarono a picco durante la traversata e mille di quegli sventurati finirono annegati», oppure «in Sicilia le imprese dei briganti erano cantate dagli “urvi”, cantori ciechi itineranti, che si accompagnavano con una specie di violino polveroso, e che la folla circondava avidamente sotto i platani dei viali». Bastano, si diceva, questi quadri vividi tratti dai resoconti del tempo, che Braudel con l’agilità del grande studioso riassume in poche pennellate e fa tornare attuali, per farci toccare con mano il passato e scoprirlo sorprendentemente contiguo, e per dare al suo lavoro un taglio che non è esagerato definire letterario. Del resto a fornire tutti gli ingredienti è proprio il gran teatro della storia, cui lo scrittore guarda. La severità tracotante, nutrita del più arcaico e immobile feudalesimo, dell’aristocrazia, le ambizioni di una borghesia mercantile che tuttavia è ancora poco cosciente del suo ruolo di classe, uno Stato moderno consolidato ma al contempo dai confini ancora incerti, che vive d’innumerevoli compromessi e appoggi nella classe nobiliare che ancora fino a tutto il Seicento orienta i giochi di potere. Ma pure si tratta di una nobiltà ambigua, sfuggente, che attraversa rovesci pesantissimi e si apre, di necessità, agli innesti di nuove personalità, di grandi mercanti e banchieri che avevano fatto fortuna lontano dalla terra e che a un certo punto alla terra vogliono tornare. Infine la massa di contadini, poveri, vagabondi, avventurieri, rovinati delle congiunture economiche sfavorevoli, che sulla fine del Cinquecento divengono una sconcertante realtà con cui le culture mediterranee si trovano a fare i conti. Picari, briganti, pirati, ladruncoli di strada, mercenari, imboscati, prostitute, vedove in cerca di nuovi redditieri, rivoltosi, disoccupati per costrizione o per volontà di non voler andare sotto un padrone. Le torme di diseredati che scendono dai monti verso la pianura, affluendo nelle campagne di Spagna o sulle coste provenzali o nell’entroterra italiano, al solo fine di razziare, sono connaturate alla storia mediterranea, dai Pirenei al Marocco. Talora divengono protagoniste di sommosse, anche violente, ma brevi e subito brutalmente strangolate dagli eserciti o da altri mercenari, in qualche caso quella stessa gente che viveva in promiscuità con tali compagni di strada, assoldata dal signore di turno per far pulizia.
È un mondo in subbuglio che Braudel inchioda alle soglie di un pauperismo in deciso aumento in tutte le civiltà che si affacciano sul Mediterraneo. Sovrappopolazione, violenza dei potenti, soprusi di Stato, graduale o improvvisa uscita di scena di quelle borghesie mercantili che avevano saputo attrarre ricchezze e metterle in circolo nella società, costituiscono una miscela infiammabile, destinata a rimescolare di lì a poco equilibri e certezze. «Un lungo e intenso lavorio in profondità elaborò a poco a poco e trasformò le società mediterranee, dal 1550 al 1600, concludendo una lunga gestazione. Il malessere generale e crescente, pur non traducendosi in rivolte palesi, modifica nondimeno tutto il paesaggio sociale. Ed è un dramma innegabilmente di carattere sociale. […] Indubbiamente, tutto tende a polarizzarsi tra una nobiltà ricca, vigorosa, ricostituita in famiglie potenti sostenute da vasti beni stabili, e una massa di poveri sempre più numerosi e miserabili, “bruchi o maggiolini” [così si legge nelle cronache d’epoca], insetti umani, ahimè sovrabbondanti. Un cracking spacca in due le vecchie società, vi scava baratri. Nulla li colmerà: neppure, ripetiamolo, la straordinaria carità cattolica di fine secolo. […] La crisi dà i suoi colori alla vita degli uomini. Se i ricchi bazzicano con la canaglia, si mescolano più facilmente alla folla che disprezzano, vuol dire che la vita ha allora le sue due rive vicine; case nobili da un lato, sovrappopolate di domestici; picardìa dall’altro, mondo del mercato nero, del furto, del vizio, dell’avventura e soprattutto della miseria… Analogamente, la più pura, la più esaltata passione religiosa si accosta alle più sorprendenti bassezze e brutalità. Singolari e meravigliose contraddizioni del barocco, si è esclamato. No, non del barocco ma della società che lo sostiene e lo ricopre male. E, nel cuore di queste società, quale disperazione di vivere!». Questo il commento conclusivo a una delle sezioni più avvincenti del libro, il capitolo V dedicato alle società e alle loro incongrue, complesse, affatto scontate trasformazioni, di cui intendiamo qui rileggere alcuni passi salienti. Se non è vero che la storia si ripete esatta, è invece inconfutabile che la sua conoscenza approfondita aiuti a capire meglio chi siamo. L’approfondimento di alcune delle dinamiche riportate alla luce dall’enorme lavoro di scavo di Braudel è un dono quanto mai prezioso che di certo non ha ancora esaurito il suo messaggio. 

(Di Claudia Ciardi)


«Nel vasto campo mediterraneo del secolo XVI, l’evoluzione delle società appare abbastanza semplice. A patto, evidentemente, di limitarsi all’insieme, di trascurare i particolari, i casi locali, le aberrazioni, le occasioni perdute (che furono numerose) e i rivolgimenti spesso più drammatici che profondi: sorgono, poi spariscono.
Questi sconvolgimenti, è evidente, hanno la loro importanza. Ma le società di allora, a base terriera, si evolvono lentamente e sono sempre in ritardo sulla politica e sull’economia. E le congiunture sociali sono come tutte le congiunture, ora in un senso, ora nell’altro; spesso finiscono col compensarsi, così che, alla lunga, l’evoluzione effettivamente compiuta resta poco avvertibile. In Francia, probabilmente hanno giocato forti alternative: tutto il primo secolo XVI è sotto il segno della mobilità sociale, i poveri si spostano da un punto all’altro, da una regione all’altra, senza soccombere nel corso dell’avventura; in pari tempo, in verticale, lungo la scala sociale, ci sono ricchi che cessano di esserlo e sono sostituiti da nuovi ricchi; poi, verso gli anni 1550-60 si osserva un rallentamento, e il movimento riprende più tardi per bloccarsi ancora, forse fin dal 1587 in Borgogna, o verso il 1595, sull’ora mondiale dell’inversione della tendenza maggiore. Abbiamo così di volta in volta, un’accelerazione, un ritardo, una ripresa, un ristagno, e tutto ciò porta, ma solo momentaneamente, alla vittoria evidente delle aristocrazie, e solo sul finire del secolo, a un semiblocco delle società. Questa realtà, però, è ancora un risultato congiunturale, di quelli che possono scomparire o essere compensati dall’ondata successiva» [si cita in proposito il Drout “Mayenne et la Bourgogne”: «Questi legulei, che avevano da un secolo sconvolto il vecchio ordine sociale, verso il 1587 formavano già un corpo conservatore. Volevano mantenere il regime che aveva favorito la loro ascesa, e il pane che poteva garantire il loro avvenire. Tendevano anche ad isolarsi come classe sulla sommità conquistata»].
Il secolo XVI, insomma, nonostante le sue esitazioni o a causa di esse, non ha rimesso in discussione le vere basi della società. In complesso, le accetta e le riceve, già pronte, dalle epoche precedenti; e a sua volta le accetterà il secolo XVII. […] Una nobiltà alle prese con continue difficoltà finanziarie, a cui tuttavia sopravvive; uno Stato moderno che non riesce a compiere la sua missione e a realizzarsi come rivoluzione sociale (si accontenta di compromessi, gioca alla coesistenza); una borghesia che continua a tradire – ma si riconosce forse come patria sociale? – ; infine un popolo inquieto, scontento, agitato e tuttavia privo di una vera coscienza rivoluzionaria».

[…]

«All’epoca di Enrico II, la nobiltà francese importava, ogni anno – così si diceva – capi di abbigliamento per quattro milioni di lire, provenienti dall’Italia. Ma le apparenze non escludono, anzi richiamano le realtà tangibili della potenza, della ricchezza… Su spazi immensi, quelle nobiltà vivono della linfa e delle vigorose radici feudali. Un ordine antico fa capo a quei privilegiati e ancora li sostiene. Le sole eccezioni sono intorno o all’interno delle grandi città, corruttrici delle antiche gerarchie, sono nei centri mercantili (e ancora), nei paesi arricchitisi per tempo, quali i Paesi Bassi e soprattutto l’Italia, ma non tutta l’Italia.
E queste eccezioni? Punti minuscoli, zone ristrette. Su scala mediterranea ed europea, si tratta, evidentemente di una storia minoritaria. Di quel vasto complesso, possiamo ripetere ciò che diceva Lucien Romier della Francia di Caterina de’ Medici, nella quale tutto diventa chiaro “non appena le viene restituita la sua cornice naturale, un vasto regno semifeudale”. Per ogni dove, lo Stato, rivoluzione sociale (ma appena abbozzata) quanto politica, deve lottare contro “quei possessori di feudi, padroni dei paesi, dei campi, delle strade, guardiani dell’immenso popolo rurale”. Lottare, e cioè venire a patti con essi, dividerli, e anche proteggerli, perché è impossibile tenere in pugno una società senza la complicità di una classe dominante. Lo Stato moderno prende nelle sue mani quello strumento, e se per avventura lo spezzasse, tutto sarebbe da rifare. E creare un ordine sociale non è cosa da poco, tanto più che nessuno, nel secolo XVI, ci pensa seriamente.
Così, nobiltà e feudalità hanno dalla loro il peso delle consuetudini, la forza di posizioni da tempo tenute, per non parlare della relativa debolezza degli stati, o della limitata immaginazione rivoluzionaria del secolo».

[…]

«Nel secolo XVI, la borghesia, legata al commercio e al servizio del re, è sempre sul punto di perdersi. Essa non rischia solo la rovina. Se diventa troppo ricca o ne ha abbastanza dei rischi della vita mercantile, eccola acquistare cariche, rendite, titoli o feudi e lasciarsi tentare dalla vita nobiliare, col suo prestigio e i suoi ozi tranquilli. Al servizio del re si diventa nobili abbastanza rapidamente; anche per questa via, che non esclude le altre, la borghesia si perde. Essa rinnega se stessa, ancor più facilmente perché, nel secolo XVI, il denaro che distingue il ricco dal povero vale già come un pregiudizio di nobiltà. E poi, alla svolta tra il XVI e il XVII, gli affari segnano il passo, respingono i prudenti verso la terra e i suoi valoro sicuri. E la terra è aristocratica per vocazione. «Molti dei principali mercanti fiorentini sparsi per le diverse piazze dell’Europa – racconta il Galluzzi nella Istoria del Granducato di Toscana – secondando il genio del granduca portarono in Toscana i loro fondi per convertirli in terreni, ed applicarsi all’agricoltura; in conseguenza di ciò ritornarono da Londra i Corsini e i Gerini, i Torrigiani da Norimberga e si fecero fiorentini gli Ximénes, mercanti portoghesi, i quali ben volentieri concorsero a covertire in tante terre in Toscana le loro ricchezze…». […] Non è eccessivo parlare di un fallimento della borghesia, a condizione di portarsi abbastanza avanti nel secolo XVII. La borghesia era legata alle città; ora, le città conobbero una serie di crisi politiche, come la rivolta dei Comuneros spagnoli nel 1521, la caduta di Firenze nel 1530. Le libertà cittadine ne soffrirono molto. Poi vennero le crisi economiche; prima transitorie, poi, col secolo XVII, persistenti, esse intaccano profondamente le prosperità della città. Tutto cambia, deve cambiare».

[…]

«Sui poveri la storia getta ben poche luci, ma essi sanno, a modo loro, attirare l’attenzione dei potenti di allora, e di rimbalzo anche la nostra. Disordini, sommosse, rivolte, preoccupante moltiplicarsi di “vagabondi e girovaghi” [“erranti e vagabondi” è la definizione dei consoli e scabini di Marsiglia, che, nel loro consiglio del 2 gennaio 1566, decisero di visitare i quartieri della città per cacciarne tutti quegli oziosi]. Ripetuti colpi di mano di banditi, tanto subbuglio, seppure spesso attutito, rivela la singolare ondata di miseria dello scorcio del secolo XVI, destinata ad aumentare ancora nel secolo successivo. Verso il 1650, probabilmente, quella afflizione collettiva tocca il fondo. Ascoltiamo il diario inedito di G. Baldinucci, da cui abbiamo tratto più di una notizia: nell’aprile 1650, a Firenze la povertà è tale che non è più possibile ascoltare in pace la messa, tanto si è importunati, durante il rito, dai miserabili «ignudi et pieni di scabbia». Tutto, in città, è spaventosamente caro «e le arti non hanno lavoro»; per colmo di sventura, poi, il lunedì di Carnevale, una tempesta ha distrutto olivi, gelsi e altri alberi da frutta…».

[…]

«In realtà, a differenza dell’Europa settentrionale dove le guerre cosiddette di religione mascherano una serie di rivoluzioni sociali a catena, il Mediterraneo del secolo XVI, pur di sangue vivo, vede fallire le sue rivoluzioni. Non certo per non averle messe e rimesse in cantiere. Esso, però, è vittima di una sorta di stregoneria. Forse perché le città furono presto smantellate, lo Stato forte ebbe la vocazione irresistibile del gendarme? Il risultato in ogni caso, è chiaro: si potrebbe immaginare un enorme libro dove disordini, sommosse, assassini, misure poliziesche, rivolte si succedono e raccontano una perpetua e molteplice tensione sociale. Alla fine, però, non esplode niente. Il libro delle rivoluzioni del Mediterraneo è enorme, ma i capitoli non sono legati assieme e il libro stesso, in fondo, suscita dubbi. Merita forse solo il suo titolo?
Questi disordini, infatti, avvengono ogni anno, ogni giorno, come semplici incidenti stradali cui nessuno più bada, né gli autori, né le vittime, né i testimoni, né i cronisti, né gli stessi stati. Tutti sembrano rassegnati a questi incidenti endemici, tanto al banditismo catalano, quanto a quello di Calabria o a quello degli Abruzzi. Ora, per un fatto citato, dieci, cento ci sfuggono, e certi sfuggiranno sempre. I più importanti sono inoltre così piccoli, così poco chiari, così difficili da interpretare. Che cosa fu veramente la rivolta di Terranova in Sicilia nel 1516? Quale posto dare alla cosiddetta rivolta protestante di Napoli nel 1561-62, occasione di una spedizione punitiva delle autorità spagnole contro Valdesi della montagna calabrese: alcune centinaia di uomini sgozzati come bestie? O la stessa guerra di Corsica, per tutta la sua durata (1564-1569) e la guerra di Granada, verso la fine, entrambe decomposte in episodi indecisi, guerre della miseria ancor più che guerre straniere o religiose? Che cosa veramente sappiamo sui torbidi di Palermo nel 1560, sulle cospirazioni degli “eretici” contro il duca di Mantova nel 1569? Nel 1571 i sudditi del duca di Urbino si sollevarono contro le esazioni del loro signore, Francesco Maria della Rovere; ma l’episodio è poco noto, di difficile spiegazione; il ducato d’Urbino è terra di soldati mercenari; allora chi tira le fila? La crisi interna di Genova nel 1575-76 è appena più chiara. La jacquerie dei contadini insorti in Provenza nel 1579 (i Razas), la presa del castello di Villeneuve e il massacro del signore del luogo, Claude de Villeneuve, si perdono nella complicata trama delle guerre di religione francesi al pari di molti torbidi sociali. […] Nel 1589 si erano ribellati i sudditi del duca di Piombino, sulla costa toscana. L’insurrezione calabrese nel 1599, occasione dell’arresto di Campanella, fu soltanto un grosso fatto di cronaca. Numerose anche le rivolte che si notano nell’impero turco dal 1590 al 1600, senza contare le sollevazioni endemiche di arabi e di nomadi in Africa del nord o nell’Egitto, sollevazioni abbastanza vigorose di Yazigi, lo “scrittore”, e dei suoi partigiani nell’Asia Minore, nelle quali la cristianità pose speranze eccessive; moti di contadini serbi nel 1594 nel Banato, nel 1595 nella Bosnia ed Erzegovina, nel 1597 di nuovo nell’Erzegovina. Se a quest’elenco incompletissimo aggiungiamo di colpo la massa fantastica dei fatti di cronaca relativi al brigantaggio, non avremo un libro, ma un’enorme collezioni di racconti… Sì, d’accordo: ma quegli incidenti, quegli infortuni, quel nugolo di fatti di cronaca costituiscono forse la trama di una storia sociale valida, che, in mancanza di altra espressione, parlerebbe quella lingua confusa, goffa, forse ingannevole? Si tratta dunque di una coerente testimonianza in profondità? Questo è il problema. Rispondere di sì, come facciamo noi, significa accettare corrispondenze, regolarità, movimenti d’assieme, là dove, a un primo sguardo, non c’è che incoerenza, anarchia, assurdità evidente. Significa ammettere, per esempio, che Napoli “dove si ruba e si incrociano le spade (quotidianamente) fin dalla prima ora della notte” sia teatro di un’interminabile guerra sociale, in cui il delitto puro non ha, né può avere la parte principale. Significa ammettere la stessa cosa per la Parigi della primavere del 1588, ormai politicamente – anche socialmente – fanatizzata. […] Guerra sociale, dunque crudele e a buon mercato, che fa leva su passioni e antinomie profonde. Ora, tutti quei fatti di cronaca di cui parlavamo portano a loro volta il segno di crudeltà sempre all’erta, dall’una come dall’altra parte. I crimini agrari che cominciano attorno a Venezia all’inizio del secolo sono spietati quanto le repressioni che vi tengono dietro. I cronisti, o chi consegna quei fatti nei registri pubblici sono, di necessità, contrari a quei fautori di disordini, di cui danno, regolarmente, un ritratto denigratorio. […] La ferocia degli atti commessi e della repressione – questi segni dunque, restituiscono autenticità a quei fatti di cronaca, danno ad essi un senso dell’interminabile rivoluzione larvata che caratterizza tutto il secolo XVI e poi tutto il XVII».

[…]

«Questo gioco di guardie e ladri, di città oneste e di vagabondi non ha principio né fine. È uno spettacolo permanente, una struttura. Una retata, e tutto ritorna calmo, poi le rapine, gli assalti ai viandanti, gli omicidi si moltiplicano. Nell’aprile 1585, a Venezia, minaccia d’intervenire il Consiglio dei Dieci. Nel luglio 1606 a Napoli tornano a esserci troppi delitti: sono allora operate perquisizioni notturne in alberghi e locande, nel corso delle quali vengono fatti 400 arresti, tra cui molti soldati delle Fiandre “avvantaggiati” e cioè “superpagati”. Nel marzo 1590 “li vagabondi, zingari, sgherri e bravazzi” sono cacciati da Roma con otto giorni di tempo. […] In tutta l’Europa, troppo popolata per le sue risorse, non più animata da un espansivo impulso economico compensatore, e anche in Turchia, si prepara la pauperizzazione di notevoli masse di uomini, tormentati dal bisogno del pane quotidiano: l’umanità che sta per precipitarsi negli atroci conflitti della guerra dei trent’anni, quella che Challot, testimonio implacabile, ritrarrà nelle sue incisioni, e di cui Grimmelshausen è il cronista troppo fedele».


Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Einaudi, volume II, 1976, capitolo V, Le Società.










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