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16 aprile 2017

Dal taccuino giapponese (II)


Una serie di studi che prosegue la narrazione del “taccuino giapponese”.



Le Alpi Apuane da San Giuliano Terme e il grande alone bianco della sera sulle cime, 8 marzo 2017



Il grande alone bianco della sera sulle Apuane - San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Il Monte Pisanino (Apuane) da San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Le Alpi Apuane da San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Schizzo del Mirteto da San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Vicinanze di Bressanone, 30 marzo 2017



Le Alpi orientali innevate. In viaggio da Milano verso Mantova, 20 maggio 2016 



8 aprile 2017

Alle Gallerie di Trento la grande fotografia d'autore




Trento si è candidata capitale italiana della cultura per il 2018. Un titolo che sarebbe stato meritatissimo a giudicare dall’offerta che la città sta mettendo in campo, non solo in occasione delle tante ricorrenze e iniziative ispirate dal centenario della Grande Guerra.
Un salto al centro espositivo delle Gallerie – località Piedicastello, circa un chilometro dalla stazione – poliedrico crocevia di arti e storie, è una tappa obbligata, direi, per qualsiasi visitatore di passaggio. 
Sono qui in corso tre grandi mostre, tutte a ingresso libero – viene richiesto un contributo minimo qualora si desideri acquistare il materiale messo a disposizione dai curatori – cataloghi, digitalizzazione di immagini, stampe.
Il primo degli eventi che desidero segnalare riguarda la suggestiva rassegna fotografica sul Nepal, raccontato dagli scatti di Giuseppe Benanti, Giacomo d’Orlando, Paolo Piechele, che riserva uno spazio particolare al disastroso terremoto del 25 aprile 2015. L’economia già fragile di questo paese, in seguito al violento sisma, subisce un ulteriore durissimo colpo. I numeri del dramma sono davvero sconvolgenti, in termini di perdite di vite umane e distruzioni materiali: ottomila morti, tre milioni di sfollati, novecentomila abitazioni distrutte o lesionate.  

Questi fotografi coniugano l’amore per il luogo all’impegno umanitario. Il progetto Maheela (“donna” in nepalese), di cui sono promotori, cerca di offrire assistenza ai nuclei familiari, facendo leva soprattutto sulle figure femminili. Una scuola di lavorazione dei tessuti, l’avvio alla coltivazione di pochi ortaggi permette a una donna di raggiungere un’autonomia economica minima in grado di risollevarla dallo stato di estrema povertà; il che fa una grande differenza, specie nella profonda crisi in cui è scivolato il paese dopo l’evento sismico. Le mani ruvide di queste figure arcaiche, i loro sguardi levigati dai gesti quotidiani e dai singolari contrasti del paesaggio nepalese, e poi i silenzi sacri, quasi tangibili, dei rituali per i defunti o dei momenti riservati alla preghiera. E su tutto lo sguardo distaccato e meditabondo delle cime himalayane, altri occhi, innevati, lontani, catturati dentro un groviglio di nubi, mentre più sotto fioriscono i verdi campi da tè. Opposizioni cromatiche chiamate ad armonizzarsi in uno spicchio di terra dalle caratteristiche inconsuete quanto affascinanti. 

Segnalo quindi le altre due emozionanti esposizioni costruite intorno al binomio conflitti-profughi, tema di portata enorme nelle vicende umane e, purtroppo, di triste attualità. Da una parte, Fabio Pasini con una tecnica di esposizione insolita ci regala bianchi e neri sfuocati delle montagne trentine. Il Sass de Stria e le dolomiti di Sesto, per citare solo alcuni dei gruppi fotografati, affiorano con i loro profili ammorbiditi e fiabeschi. L’aspetto sognante, quasi spiritato, dei monti ci restituisce intatta l’avventura umana, nei suoi risvolti positivi legati alle scalate e alla scoperta di passi e vie nuove – il prima della guerra che aleggia come termine cronologico indefinito, inattingibile – insieme a quelli più foschi, destinati a divenire preminenti, suscitati dal conflitto, quando sulle vette correva la linea del fronte.

Nell’assenza di soggetti, Pasini mette volutamente al centro il paesaggio in quanto collettore di memorie tra chi all’ombra delle montagne ha vissuto e chi sulle creste si è trovato a combattere. Perciò non sorprende che le sue vette ci parlino con voce umana e che l’osservatore si trovi a dialogare con questi ritratti esattamente come farebbe di fronte a volti in carne e ossa. Di notevole interesse anche la sua idea di documentare la taiga siberiana, altri scatti di abbacinante solitudine, immagini come grandi murales in evidente collisione con la scelta minimalista dei quadri montani. L’autore ha voluto infatti evocare la perdita di punti di riferimento dei profughi di guerra dell’impero austroungarico, dispersi in Siberia e da lì costretti a estenuanti viaggi di ritorno – si pensi al celebre romanzo di Joseph Roth, Fuga senza fine. Mancava una restituzione visiva di questa vicenda, passata quasi sotto silenzio, e Pasini è riuscito, lasciando parlare la natura e la sua apparente, ma solo apparente, immobilità, a generare un transfert emotivo e diretto con i recenti naufragi della storia.

   
Per chiudere, infine, la mostra “Gli spostati” geniale già dal titolo, sui trentini costretti alla fuga e al trasferimento a causa dell’avanzare del fronte di guerra. Le foto delle distruzioni a Rovereto e in Vallarsa danno la dimensione tangibile di una catastrofe che inevitabilmente sradicò migliaia di persone dai propri territori (il programma avviato dal Comando italiano tra il ’15 e il ’17 implicò il ricollocamento di trentacinquemila civili in trecento comuni della penisola). A moltissimi altri toccò in sorte la deportazione forzata nei territori dell’impero: si tratta delle comunità che occuparono i cosiddetti “villaggi di legno”, agglomerati di baracche dove si faceva la fame e spesso si moriva. Lager ante litteram, chi riuscì a cavarsela in questi posti lo dovette alla fortuna e alla capacità di arrangiarsi; mestieri e ogni genere di abilità aiutarono a guadagnare quel poco che serviva a mangiare e vestirsi. Attraverso le foto e le lettere degli spostati si è ricostruita una testimonianza intima e diretta delle vicissitudini affrontate da ciascuna delle comunità disperse dallo scoppio della guerra.

(Di Claudia Ciardi)


All’entrata del polo sono presenti anche le mie due monografie di inediti tedeschi:

Robert Musil, Narra un soldato e altre prose, a cura di Claudia Ciardi, traduzione di Claudia Ciardi e Elisabeth Krammer, Via del Vento edizioni, 2012.
(Presente in poche copie in quanto il lavoro risale al 2012. Si tratta di una “fine tiratura” che mi sembrava buona cosa condividere in questa sede).

Thomas Mann, Sedute spiritiche e un'altra prosa inedita, cura e traduzione di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, 2016.
(Diverse copie, trattandosi di una pubblicazione recente. Quindi chi è in zona o capita qui, si faccia avanti).



Maheela, mostra fotografica sul Nepal, fino al 28 aprile 2017


Fabio Pasini, Dalle Alpi alla Siberia, fino al 25 giugno 2017


Gli spostati. Guerra e profughi trentini, fino al 3 dicembre 2017


Segnalo anche La Gran Vera - La Grande Guerra, Galizia-Dolomiti presso il polo museale del Teatro Navalge di Moena fino al 28 ottobre 2017


4 febbraio 2017

Guida insolita delle Dolomiti


Guglie del Latemar dal Lago di Carezza

La guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni, personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire a proprio agio i suoi visitatori.
E proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi, spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti della vita in cui capita dimbattersi, senza che si ripetano. Cenni al folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli abiti tradizionali dei valligiani.        
Dino se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente valere.
Leggere queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di un territorio.   

(Di Claudia Ciardi)

   Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano


Dino Dibona,
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton Compton editori, 2000  


Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)


Related links:

I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton

Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna

Sosta d'autunno


6 gennaio 2017

Rupi e boschi incantati





Gettando una luce insolita e vivace sulle radici di un territorio altrimenti poco noto, le fiabe delle Apuane raccolte dall’anglista Paolo Fantozzi, appassionato di folclore e cultura dei territori montani di Garfagnana, entroterra versiliese e Lunigiana, contribuiscono a risvegliare una sana attenzione per un ambiente che ha bisogno di essere tutelato, se vuole conservare la propria identità e integrità fisica nell’immediato futuro. Perché l’Italia, in quanto culla degli italici, nasce e si sviluppa essenzialmente attorno alle sue valli, nella lotta aspra e magnifica delle comunità montane che col passare dei millenni hanno resistito in questi territori difficili. Scriveva lo storico Appiano che la penisola non tanto risultava divisa tra nord e sud ma ancor più longitudinalmente, dall’Appennino, confine tra aree e popolazioni assai diverse. E però questa imponente barriera naturale, per gli antichi in larga parte impenetrabile, ha da sempre incarnato anche l’ossatura del paese, una singolare quanto vitalissima colonna vertebrale in grado di mettere in circolo energie, risorse, visioni del mondo e dunque quella somma di immaginari che non è esagerato definire il nostro cuore pulsante.
Come fa notare Paolo Rumiz nell’introduzione a uno dei suoi testi più noti, La leggenda dei monti naviganti, è nelle nostre valli che si gioca anche la prossima sfida politica: «In questi spazi la parola – il logos – sembra riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica. […] Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei principi della vita. Senza questi invisibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe desertificata da tempo. […] Che i politici scendano dai loro elicotteri e imparino a camminare; o l’Italia diverrà in breve una terra di locuste e avremo non una, ma mille periferie di furore. Le periferie bastonate si vendicano, e la montagna è periferia». È periferia ma anche centro, se appunto si impara a camminarci e incontrarla. Per un territorio come quello italiano dove il mare e i monti sono cardine e decumano di una tra le più poliedriche avventure culturali che si siano viste affacciarsi nel mondo, si tratta di unimprescindibile dialettica. Nei giorni che ho recentemente trascorso in Val di Fassa e Val di Fiemme, sforzandomi di vivere la montagna soprattutto nella sua dimensione più autentica e meno omologata, che oggi forse si fatica a cogliere, ho cercato il contatto con i valligiani e soprattutto ho osservato. E tra i diversi incontri ce n’è uno che mi ha fatto riflettere più di altri. Tra le vie quasi deserte di Predazzo, dopo un’escursione di qualche ora sopra labitato, nei pressi di una fonte dove intendevo rinfrancarmi mi sono sentita guardata. E in effetti, dietro una finestra ho scorto per un attimo un paesano che mi teneva d’occhio. C’era in lui chiaramente la curiosità di vedere chi fosse “sceso dall’alpe” –  quindi immagino un certo stupore da parte sua nell’essersi trovato davanti una mezza sciagurata lì da sola con una precaria attrezzatura da trekking. Ma posso anche aggiungere, senza sbagliarmi, che il tipo mi stesse puntando come per dire “vedi di non combinare qualcosa alla fonte o sono guai”. Penso di aver capito in quel preciso istante, ben al di là di tante vane blaterazioni, cosa significhi per la gente di montagna l’attaccamento alle proprie risorse, che passa di necessità attraverso il presidio e la conservazione del territorio. E questo è anche il motivo per cui mi vanno stretti certi esercizi intellettualistici in cui si enunci di ridar vita ai borghi montani abbandonati usando la leva dell’immigrazione, senza parlare di infrastrutture, investimenti e progetti concreti. Non dimentichiamo infine che queste comunità, per loro indole solidali, hanno pur sempre una connotazione etnica propria con cui non si può non confrontarsi. L’integrazione, che già di per sé è un processo lento, quando si vuole realizzare davvero, perché passa attraverso la conoscenza, l’avvicinamento e la negoziazione di identità diverse, qui dovrebbe adattarsi ai ritmi ancora più lenti imposti dalla montagna. Chi arriva bisogna che sia accettato prima di tutto dalla legge non scritta della vita in quota – il che non è un automatismo – quindi dalle comunità territoriali.
Aggiungo infine che se certi borghi si sono spopolati, nonostante una secolare presenza contadina, non è solo colpa delle sirene del capitalismo. In alcune frazioni della Lunigiana mi raccontavano anni fa che la vita si faceva di anno in anno più dura essendo l’acqua sempre più scarsa. Molte fonti erano ormai prosciugate e si era quindi creato un problema di approvvigionamento quotidiano. Così torniamo all’infrastruttura e alle risorse. Senza i necessari investimenti la montagna muore. 
Il libro di Paolo Fantozzi mi è molto caro perché si pone come studio antropologico che intende salvare una memoria territoriale tra le più importanti. Il patrimonio fiabesco è infatti il collettore di una tradizione contadina che attraverso i suoi riti e i simboli espressi nel racconto orale definisce le coordinate della propria storia. Così queste fiabe apuane, raccolte negli anni Ottanta dalla voce degli abitanti dei principali borghi alpini, sono un mezzo d’elezione per comprendere vita e fisionomia di un territorio frastagliato e complesso, dove oggi la parola dei vecchi tende ad affievolirsi e scomparire mentre le nuove generazioni sono chiamate ad assumere sulle proprie spalle scelte complesse, circa uno sfruttamento sostenibile del territorio e le modalità di traghettare la cultura dell’alpe raccogliendo le sfide del nuovo millennio.       
Si tratta, dicevo, di un libro a cui sono affezionata anche per il modo in cui l’ho scoperto. A passeggio per Pontremoli, caposaldo sulla Via Francigena, paese incantevole e incantato di cui consiglio caldamente la frequentazione a chi non lo conosca. Fra pellegrini muniti di bordone e conchiglia di riconoscimento che attraversano la piazza, graziose librerie vecchio stile che tradiscono una passione antica per la carta stampata e in generale per l’editoria, risalente a secoli addietro, quando i contadini riempivano le gerle di viveri e manoscritti in cerca di acquirenti che nella colta e curiosa Lunigiana non era arduo trovare, non resterete delusi.
Le fiabe apuane fanno volare la nostra immaginazione fin sugli alpeggi del Corchia, della Tambura, del Pisanino. In mezzo a grotte presidiate da fate e maghi capaci di rapire, imprigionare o compensare con tesori meravigliosi, nel vortice di incantesimi che sovvertono la realtà e mettono alla prova l’indole di giovani donne e uomini che si avventurano sui crinali, tra fantasmi, animali parlanti, castelli fantastici, tocchiamo con mano l’indole di queste genti montanare, misteriose e un po’ arcigne come le creature che popolano i loro racconti.   
E scortati dalle loro parole prendiamo confidenza con un mondo che diversamente ci sarebbe precluso. I nomi delle Alpi divengono pian piano familiari, punti di uno spazio letterario capace d’invenzioni sorprendenti in cui il lettore, dopo i primi brani, non fa fatica a muoversi, penetrando con disinvoltura in una mentalità arcaica che tuttavia ha il dono di attrarre, manifestando una versatile, spiazzante modernità.  

(Di Claudia Ciardi)

  
Paolo Fantozzi,
Rupi e boschi incantati. Fiabe dalle Alpi Apuane,
Apice libri,
2016


Salendo per Bosco Fontana (sopra Predazzo)


Related links:

Rivista Meridiani - Montagne. Alpi Apuane - Numero 31 - Editoriale Domus



Disegni I / Disegni II – su «Il chiosco del flâneur»


30 dicembre 2016

Dal taccuino giapponese


Circa dal gennaio 2014 ho iniziato a disegnare montagne. Per la maggioranza schizzi ma pure rese più elaborate che talora sviluppano l’idea tracciata in velocità su carta durante alcune escursioni. Luoghi non solo attraversati fisicamente ma soprattutto dialoganti con la mia sensibilità, nei quali si è sedimentata larga parte del mio immaginario.
Questa galleria di disegni rientra in una raccolta abbastanza recente, detta il “taccuino giapponese” per le sue suggestioni orientali, cui del resto il tema della montagna si mostra particolarmente incline. È un progetto tuttora in fase di realizzazione.


(Di Claudia Ciardi)



Le Alpi Apuane innevate da Boccadarno - uno studio preparatorio, 6 aprile 2015




Le Alpi Apuane da Boccadarno, 6 aprile 2015




Le Alpi Apuane innevate dal Guadolongo - uno studio preparatorio, 4 marzo 2016




Le Alpi Apuane innevate dal Guadolongo - uno schizzo, 4 marzo 2016




Il Monte Pisanino (Apuane) innevato dal Guadolongo, 4 marzo 2016




Le Alpi Apuane innevate dal Guadolongo, 4 marzo 2016




Il Monte di Caprona e Monti Pisani sullo sfondo - uno studio preparatorio, 16 aprile 2016




Le Dolomiti da Moena con il caratteristico "aquilone" all'estremità del gruppo - uno studio preparatorio (il motto in ladino è dipinto sulla facciata di una delle case del borgo), 24 settembre 2016


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