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5 marzo 2018

Marc Augé - Un etnologo nel metrò





Marc Augé, classe 1935, antropologo francese autore di libri fortunati nei quali ha indagato il senso dello spazio e della memoria, come il celebre «Rovine e macerie» edito in Italia da Bollati Boringhieri, con «Un etnologo nel metrò», breve ma densa monografia, ci accompagna in un affascinante viaggio lungo le linee della metropolitana di Parigi.
Quello che potrebbe sembrare un insolito terreno di esplorazione, incoerente all’apparenza col mondo di superficie, si rivela un luogo di richiami e sedimentazioni, caratterizzato invece da una straordinaria capacità ricettiva. E viceversa, giacché il sottosuolo, divenendo fulcro delle abitudini in base a cui si articola la vita in metropoli, contamina largamente quel che accade qualche metro sopra. La sintonia che qui è possibile cogliere con i livelli più profondi del sé, permette di analizzare la struttura del corpo sociale, fino a tracciarne riti e itinerari riconducibili a una vera e propria era geologica che ha visto la piena affermazione della metropoli e dei suoi ritmi.
Il metrò diviene dunque una macchina del tempo in grado di mettere in contatto zone d’ombra, o più semplicemente lembi sopiti della nostra interiorità, con la storia sociale cui apparteniamo o crediamo di appartenere. I nomi delle fermate che in rapida successione si offrono allo sguardo del viaggiatore dal buio della galleria, racchiudono cosmogonie d’inaspettata ricchezza, attraverso cui risalgono matasse di memorie, delle quali non tutto, e non sempre, si indirizza alla nostra comprensione. La mappa della metropolitana descrive una geografia che solo in piccola parte è indicativa di un tragitto; i vagoni funzionano come un vero e proprio dispositivo a mezzo del quale la storia dei singoli s’incontra con le narrazioni che alimentano l’identità urbana.
«Basta, a volte, il caso di un itinerario (di un nome, di una sensazione) perché il viaggiatore distratto scopra all’improvviso che la sua geologia interiore e la geografia sotterranea della capitale hanno punti di contatto: scoperta folgorante di una coincidenza in grado di provocare nelle nicchie sedimentarie della sua memoria piccoli sismi intimi».
Questa discesa nei diversi livelli di coscienza della storia individuale e collettiva, costituisce un osservatorio privilegiato delle tante collisioni che animano la contemporaneità di cui i passeggeri sono sia spettatori che fabbri. Ma il metrò è anche il mezzo della sospensione. Durante lo spostamento da una stazione all’altra, i viaggiatori abbandonano, pur in maniera fittizia e per un lasso di tempo limitato, le certezze ma anche le noie derivanti dalla loro esistenza ordinaria in superficie. Sotto, divengono preda della ineludibile cadenza con cui i convogli setacciano gli strati meno noti della città ed è come se una strana forza traente decretasse l’orientamento di qualsiasi pensiero o sensazione. In questo stato, dove si produce una sorta di ipnosi del corpo, sperimentano per qualche istante la crisi dei sistemi in cui normalmente agiscono.
L’esorcismo è ascritto alle condizioni del viaggio e a quel filo sottile ma tenace della loro condivisione tra quanti affollano nel quotidiano, per le ragioni più disparate, le banchine del metrò. Alla più piccola variazione, l’unisono che stringe la comunità viaggiante può andare perduto; l’insieme si regge su un equilibrio assai fragile, e qualora il singolo componente salti nella catena di formule e figure, ne risulta compromessa la sostanza rituale. Perché la singolarità dello spostarsi e il senso mai unico che ne deriva affiorano qui da una delicata sommatoria tra aspirazioni dell’individuo e moti collettivi.
«Tutti questi viaggiatori sotterranei si differenziano gli uni dagli altri, anche se i loro movimenti quasi regolari (come quelli dell’oceano Atlantico, con le sue maree alte e basse e le sue fasi di tempesta o bonaccia) suggeriscono tuttavia che una stessa attrazione li anima e li muove, li riunisce e li disperde».
La metropolitana non si identifica soltanto col dedalo dei suoi tracciati, scuro fiume che inonda le cantine della città, strappando via frammenti e oggetti da quelle pareti dimenticate per rovesciarli ai piedi dei suoi frequentatori. È un’architettura composita che, al contrario di quanto si possa pensare, si regge per una piccolissima parte sulle proprie strutture visibili, affidando una porzione rilevante delle sue suggestioni simboliche a numerosi altri aspetti. Dall’annuncio delle destinazioni per mezzo della voce automatica, il che contribuisce a creare un’attesa dal gusto surreale attorno alla meta, alla sirena dei treni in partenza. E poi ancora, le vibrazioni che scuotono i muri della stazione, il gesto rapido e perfino sontuoso con cui di solito i passeggeri vidimano il biglietto precipitandosi nel varco aperto, il vento che filtra in galleria pochi secondi prima dell’arrivo del treno, e pure la corrente d’aria che visita ininterrottamente i corridoi di certe uscite. L’umore un po’ trasognato dei chioschi sotterranei, la grazia da semidei di musicisti e accattoni confinati agli imbocchi di scale e corridoi.
Augé ci guida in un microcosmo che non solo per scelta tematica ma forse più ancora nei toni si ritaglia un posto d’onore all’interno della letteratura sulla flânerie, inaugurata proprio sulle strade di Parigi da Baudelaire, Breton, Hessel, Benjamin, Kracauer, per citare alcuni tra i suoi maggiori praticanti e affabulatori. Lo studioso suggerisce una serie di chiavi di lettura in parallelo ad altrettanti punti di osservazione, con l’augurio che altri abbiano voglia di avventurarsi alla scoperta di un universo sepolto dove, lasciando che l’occhio si abitui al buio, è facile scorgere segni dei nostri infaticabili corsi e ricorsi lungo i sentieri della storia.


(Di Claudia Ciardi – articolo pubblicato nel 2014)


Edizione recensita:

Marc Augé, Un etnologo nel metrò
Elèuthera, 2010


*Per alcune considerazioni sugli itinerari della metropoli si veda l’articolo "Denkbilder e passages", pubblicato in questo blog.

31 agosto 2016

Marc Augé - Nonluoghi



Egon Schiele - Una casa


«Non si possono più riconoscere
i monumenti dell’epoca trascorsa,
immensi spalti ha consunto il tempo vorace.
Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,
giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.
Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono anche le città morire».

Rutilio Namaziano, De reditu suo



Credo che il passo del poema tardolatino composto da Namaziano si presti molto bene a introdurre questo breve discorso sull’antropologia di Marc Augé, di cui ho sempre letto con interesse la produzione saggistica. Francese di Poitiers, nato nel 1935, instancabile viaggiatore come si addice a chi pratichi il mestiere di osservare uomini appartenenti a diverse latitudini e culture, è autore di numerosi studi che non solo hanno contribuito ad aprire nuovi itinerari nella sua disciplina, ma si sono imposti a livello assai più ampio, cosa ben attestata dalla diffusione di alcuni suoi neologismi, uno su tutti quello di “nonluogo”. Ricordo di essere tornata alla lettura di Augé un paio di anni fa, nel corso di una sosta affatto breve alla stazione di Milano. In quelle ore sentii l’esigenza di tuffarmi tra i suoi libri e feci incetta delle ultime edizioni riviste e introdotte ex novo dall’antropologo. Trovai anche abbastanza singolare d’essermi imbattuta, sempre in quella strana giornata di rimeditazione degli argomenti di Augé, in un corteo di attivisti in partenza per Ginevra che inscenarono una prolungata invasione delle zone di attesa per difendere il diritto al libero attraversamento delle frontiere europee da parte dei cittadini extracomunitari. Tema spinoso che si sarebbe materializzato di lì a un anno con la grande spinta migratoria, determinando i bivacchi d’emergenza proprio in stazione centrale a Milano, immagine stridente con l’inaugurazione di Expo, e le famose marce dei disperati sulla via dei Balcani. Della concitazione di quelle settimane si rammenta troppo poco, se non l’imbarazzo stizzito degli euro leader e il cosiddetto coraggio della Cancelliera che da una parte voleva accogliere e dall’altra premeva, senza parere, affinché la rotta balcanica venisse sigillata al più presto. E qui si potrebbe malignare ulteriormente: in tal modo il peso sarebbe tornato a scaricarsi in direzione univoca sull’Italia, cosa accaduta con la puntualità di una pendola prussiana.
Rileggere allora le pagine dedicate da Augé al concetto di frontiera è stato un esercizio di grande utilità per mettere meglio a fuoco le dinamiche in atto ma anche le non poche dissennatezze politiche espresse da tutte le parti in gioco; mentre il parlamento europeo sbandierava il rispetto dei diritti umani, a est ferveva il lavoro attorno ai muri anti migranti. E dunque ecco spuntare la domanda di sempre: quale Europa?
Nel definire la contemporaneità una messa in discussione dalle fondamenta delle idee consolidate di spazio e tempo, lo studioso francese ci parla di un inevitabile scorrimento delle frontiere, moto parallelo al manifestarsi delle direttrici globali. Non sono solo i confini fisicamente tracciati e riconosciuti in un territorio a essere ripensati ma anche le nostre stesse barriere interne orientate a negoziare un’identità condivisa, a costituire gruppi e nuclei comunitari dai tratti distintivi che siano al contempo punti d’incontro per l’altro. In un livellamento anonimo, consumato a ritmi vertiginosi, pure il rito di conoscenza e accettazione dell’alterità, processo fondamentale nella definizione del sé, sembra condannato a svuotarsi. Orizzonti, consuetudini, bisogni omologati prosciugano i particolarismi, rendono quasi superflua ogni ipotesi di differenziazione. In tal senso la scomparsa della frontiera potrebbe venire accolta come il realizzarsi di un’utopia umanistica per così dire liberatoria e coerente con le tendenze attuali. Mentre Augé appunto ci mette in guardia dalle false semplificazioni. La globalità, come lui la chiama, è omologante in superficie ma contiene i medesimi nuclei narrativi su cui l’antropologia indaga dall’inizio del suo operare. L’accelerazione di tempo e spazio, lo schiacciamento delle coordinate da cui l’essere umano era solito attribuire senso alle proprie azioni, sono esiti che non rimuovono le problematiche di fondo del vivere ossia le strategie che alimentano il suo organizzarsi. Ciò che cambia è il riflesso, la ricaduta in termini soprattutto di percezione che i nuovi parametri della contemporaneità impongono a chi vi si trova immerso nei doppi panni di attore-spettatore.
Responsabile di un simile abbaglio, secondo Augé, sarebbe la sovrabbondanza di elementi intesa come eccesso di informazioni che impediscono di acquisire sia un punto di vista su quel che accade sia un metodo efficace di catalogazione. La storia, di pari passo all’identità dei luoghi, a festività e ricorrenze nelle quali sono piantate le radici di ognuno, alla condivisione sociale delle esperienze, meccanismo basilare del cementarsi di una comunità, sembra perdere di significato. E questo perché l’orizzonte contemporaneo, cosmo policentrico e sfuggente, non è in grado di offrire un principio di intelligibilità, almeno stando ai codici che hanno sostenuto l’avventura della conoscenza in epoca moderna. L’uomo del nuovo millennio va incontro alla storia animato da un movimento riflesso. Scendendo in metropolitana, davanti ai suoi occhi scorrono nomi di quartieri che rimandano a monumenti, battaglie, personaggi, sedimenti urbani del passato, eppure non è il coefficiente temporale a imporsi all’attenzione di chi affronta quel percorso ma una spazialità di natura meccanicistica, ripetitiva – per molti si tratta dell’itinerario che tutti i giorni conduce al lavoro o verso impegni familiari, ed è quindi lo spazio a dare un volto alla storia e non viceversa.
Così negli svincoli autostradali che ci conducono all’aeroporto o che affiancano il nostro viaggio, incidentalmente ci vengono incontro i cartelli che invitano a fare una deviazione per visitare un complesso architettonico o i resti di una villa romana. Il nonluogo, un raccordo a scorrimento veloce che serve solo a trasportarci da un posto allaltro, costeggia i luoghi della storia, i luoghi dell’identità e della relazione, ammicca alla loro presenza e alle loro ragioni ma non va oltre. L’essere umano globale «guarda e passa», anzi più spesso passa soltanto. Questo scarto prosegue e compendia per certi versi il ragionamento sviluppato in Rovine e macerie, l’altro celebre scritto di Augé. La rovina in quanto costruzione abbandonata dalla storia, non è più in grado di parlarci in dettaglio del tempo vissuto da coloro che se ne servivano, è una scheggia indistinta di un capitolo ormai sfuocato. Ma il fatto che sia ancora lì e possiamo contemplarla, ha in sé qualcosa di rassicurante, il peso del passato si stempera e si lascia scrutare attraverso un velo di nostalgia. Nelle macerie invece si avverte il deragliamento della storia. Dal latino maceria, muro di cinta non legato da calce o fatto di terra impastata (da cui si suppone il greco massein, impastare), edificato per chiudere un vigneto o un parco per la caccia, in italiano è registrato l’uso plurale indicante ciò che resta di strutture abbattute da fenomeni che recidono in modo violento il vissuto da un luogo. Può essere un bombardamento o un cataclisma, come il terremoto. Di qui l’importanza di rinsaldare subito le comunità e contribuire al ripristino dei legami necessari alla socialità di quei luoghi. Diversamente verrebbero cancellati, le macerie non diverrebbero rovine, non potrebbero neppure trasformarsi in “luoghi della memoria” perché l’unica possibilità per la memoria di preservarsi è rappresentata dagli abitanti dei territori.
Nella polarizzazione odierna di luogo e nonluogo Augé riscontra qualcosa di simile, pur ammettendo che gli incroci tra queste due realtà sono tutt’altro che infrequenti. Come le macerie, anche i nonluoghi – le aree destinate al passaggio, al commercio massificato o quelle deputate alla sosta dei disperati del mondo (campi profughi, centri di identificazione) – tendono ad annullare il patrimonio relazionale umano. Le destabilizzazioni che producono, differenti nei modi in cui avvengono, sortiscono un impatto per lo più identico. 
Da nessuna parte tuttavia si danno luoghi e nonluoghi in senso assoluto, le infiltrazioni sono anzi il vero paradigma del loro definirsi tali. L’aspetto contaminante è veicolato dagli esseri umani che attraversano di continuo entrambe le dimensioni. Nelle loro mani l’opportunità di non soccombere all’anonimia ma di farsi interpreti delle istanze di una nuova idea di spazio comunitario, sorto dallo scontro-incontro dei due poli. 
Pensiamo alle isole. Luoghi per loro definizione staccati dalla terra e forse perciò meno soggetti al mutamento o al culto dell’effimero che ovunque ci tallona. Il turismo però ha dettato le sue necessità, livellato e reso accessibile quel che in un primo tempo non era. Ha portato il mondo globale, le sue immagini, le sue nevrosi anche dove sembravano non poter attecchire e dove paradossalmente – uno dei tanti paradossi della nostra epoca – andiamo in cerca di tranquillità e ritmi del tutto differenti da quelli della terraferma. E però la natura ingaggia a sua volta una specie di lotta con le nostre abitudini, quasi avessimo due ombre. La vita isolana resta dura, anche se si va da turisti e accolti appunto dal comfort turistico. L’ambiente conserva la sua asprezza, in qualche caso è vero si tratta di mimica facciale, di una simulazione costruita ad hoc per lo sguardo del turista, ma in profondità si fa esperienza di un luogo che non si lascia addomesticare. Ed è forse anche questa consapevolezza, questa oscillazione tra un estremo e l’altro ad esercitare un richiamo così forte sui visitatori.            
In una delle sue più recenti apparizioni per la tv italiana, Augé sedeva in un caffè di Parigi. Fu un paio di settimane prima del Bataclan. Non parlò molto, stava davanti al tavolino dove qualcuno gli aveva ordinato qualcosa e disse in due parole come era cambiato negli ultimi anni il modo di condividere uno spazio così tipico della metropoli parigina – il caffè-bistrot amatissimo approdo  dei primi flâneur – alla luce della nuova generazione social. Il fatto che una decina di giorni dopo quegli spazi siano stati violati da un’altra delle fratture più estreme prodotte dall’era globale, il terrorismo fondamentalista, ha dato alle parole dell’antropologo una forza ulteriore.
Si torna così all’inizio del nostro ragionare. Le frontiere, quelle geografiche ma ancor più quelle etniche e sociali che vedono lo sconvolgente incrementarsi del divario tra ricchi e poverissimi, non vanno né ignorate né fortificate. Vanno prima di tutto comprese, perché di qui passa la vera conoscenza e il rispetto dell’altro. E nel caso del divario sociale va gradualmente limato e risolto. Questa la principale tra le sfide che ci attendono.              


(Di Claudia Ciardi)


Edizione consigliata:

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità.
Con una nuova prefazione dell’autore,
Elèuthera, 2009



 Manifestazione per l’asilo politico "europeo" a Milano Centrale - giugno 2014




4 dicembre 2014

Holzwege - Questione di sentieri





La seguente riflessione nasce attorno a una frase di paternità ignota che, va detto, non è proprio un esempio di chiarezza anzi, posto che si venga in qualche modo rassicurati sul senso, non è del tutto condivisibile, ma invitante comunque a sviluppare un ragionamento sul camminare.
«Sulle montagne si possono trovare centinaia di sentieri che portano tutti nella stessa direzione, non importa quale decidiate di prendere. L'unica perdita di tempo è quella di colui che cammina in lungo e in largo, dicendo a quelli che incontra che il suo sentiero è sbagliato».
Riporto le voci dei tre commentatori sotto forma di variabili. 

x: Perplesso.
y: A che proposito? 
x: Riguardo la temerarietà delle affermazioni.
z: Che si imbocchi il sentiero "giusto" o quello "sbagliato", il passaggio delle nubi sulle montagne non delude mai.
x: L’errore grave di questo scritto è che nella natura le parole giusto e sbagliato sono senza virgolette.
y: Sbagliato senza virgolette, la parola "giusto" non c'è. Ho cercato questo scritto un po' dappertutto ma non ho trovato una vera e propria fonte.
z: Le virgolette stanno a indicare la relatività di due concetti che, come dici tu, non sono per l'appunto dati in natura e neanche nella vita dell'essere umano. Cosa sia giusto o sbagliato nessuno lo sa, il bello è mettersi in cammino.
x: Veramente ho scritto proprio il contrario. Ma va bene.
In natura se si prende il sentiero giusto si torna a casa. Se si piglia lo sbagliato è meglio, se c’è nebbia, avere il sacco a pelo. In Italia escono ogni anno 13000 titoli nuovi circa.
[L'incauta “z” aveva avuto l’ardire di presentarsi poco prima come soggetto in forze all’editoria]
z: Lo dirò senz’altro al mio editore. Quanto ai sentieri, mi è capitato più di una volta di imboccare quelli sbagliati, ma quando ormai pensavo di essermi persa, ogni volta mi sono ritrovata in un luogo assai migliore.

Al di là del tono di fondo piuttosto pugnace, e la materia non mi pare cosa su cui accalorarsi, questo breve confronto mi ha stimolata a scriverne. È evidente che “z” gioca sul filo della metafora. Assurdo sarebbe infatti prendere alla lettera la frase citata all’inizio. I sentieri in montagna non vanno affatto nella stessa direzione, alcuni si perdono nel nulla, altri sono semplicemente impraticabili per le ragioni più diverse. Invece, postulando che alla base dell’affermazione vi sia l’idea che il viaggio è bello per sé, e dunque vale la pena affrontarlo, anche se questo comporta incertezza e forse perfino incoscienza, allora l’insieme del discorso diviene più congruente. Nell’identico procedere dei sentieri verso la meta, bisogna leggere, credo, quel pungolo a mettersi in strada che l’essere umano, qualsiasi sia l’epoca o la latitudine di provenienza, possiede come uno dei suoi istinti. 
È curioso che nel dialogo riportato, la necessità di accogliere sotto forma di metafora quanto si dice non venga presa in considerazione. Ma vi è pure un ulteriore aspetto che sollecita a soffermarsi sulle parole. “Giusto” e “sbagliato”, virgolettati per introdurre alla via metaforica, sono certamente due concetti basati sull’esperienza umana. Quindi, anche fuor di metafora, dire che in natura le virgolette non ci sono equivale a sostenere che il cielo è azzurro; sì, azzurro al nostro occhio. La natura, dal suo punto di vista, non contempla affatto questi due concetti. L’uomo con il fraintendimento che ne deriva, glieli affibbia in totale disinvoltura. Del resto è l’unico modo che ha per immaginarla. Considerarla anche solo parte del suo ragionare, per quanto polo opposto e incomprensibile e depositario di forze minacciose, implica da parte sua l’inserimento in un sistema di pensiero che da se stesso volge all’esterno.
L’uomo traccia le sue strade, interiori e reali, ovunque ritenga opportuno, a volte non senza forzature o aggressioni; anzi proprio da questo atteggiamento spesso manchevole della ricerca di una complicità con la natura, ossia di far arretrare se stesso, vengono nefaste conseguenze. Dunque, socraticamente parlando, cosa sono il giusto e lo sbagliato in assoluto l’uomo non è in grado di saperlo. Cosa siano per la natura è domanda priva di fondamento, perché presuppone vestire la natura di panni che non può indossare.
E siccome, benché s’illuda, la riflessione umana è necessariamente limitata, sarà pure il caso di non interrogarsi troppo su quelle vie che, almeno in apparenza, non ci portano a nessuna meta. Ce le ha descritte magnificamente Martin Heidegger, battezzandole Holzwege, alla lettera “sentieri del legno”, in quanto servono ai boscaioli a portare la legna fuori dal bosco e quindi si interrompono dove gli alberi sono stati tagliati. Con tale metafora Heidegger voleva affermare che non esiste un’unica via per pensare, ma che tutte hanno una loro utilità e legittimità.

(Di Claudia Ciardi)


Torre di Caprona - Monti Pisani

19 giugno 2014

Botanischer Garten


Bahnhof Botanischer Garten (detail)

Un cappello finito chissà quando al bordo della ferrovia. Un ampio elegante cappello da donna, la grande tesa ondulata, si abbandona per alcuni attimi ai capricci del vento. Uno strano animale di paglia che trema come fosse vivo. A vederlo così in mezzo all’erba della massicciata ci si augura che da un momento all’altro possa sollevarsi e scomparire da quel desolato luogo d’esilio. Ma nulla del genere avviene. Dopo un paio di guizzi ricade nel suo abbandono. Questa presenza e il lamento di un uccello rifugiato da qualche parte dentro la macchia mi accolgono alla stazione dell’orto botanico. Tra i suoi binari si è subito fatta largo un’ombra di poesia; è come se un fiotto caldo e vertiginoso sgorgasse da me all’esterno. Ed è per questa partecipazione del corpo a cose ignote, alle quali perciò ci si sente ancor più devoti, che ho il chiaro presentimento di trovarmi, sì, in un luogo, ma anche su una sponda aggiunta alla mia irresolutezza con cui volentieri m’incontro.
Diverse volte ho partecipato qui alla collisione di gente e di oggetti, tanto più spontanea quanto chi l’osserva vi si mostra per sua natura arrendevole. E in mezzo a tali e altre eresie io mi aggiro credendo di stringere il pendolo delle mie giornate. Ma ogni certezza che per poco abbia abitato i miei pensieri si è sempre velocemente dissolta, un’attrazione infida ha mischiato verità e finzione, beffandomi.
Eppure so che non tutto è perso. Anche al Botanischer Garten ho avuto la mia conferma. Sono bastati un maldestro viaggiatore e l’inconfessabile augurio che ovunque mi trovi a camminare le fantasie di qualcuno sfiorino le mie.
Alla sosta del treno, mentre il solito uccello della selva scandiva il suo poema, e già questa voce mi attraeva a una dimora di misteriose grotte e benevoli incantesimi, un ossuto vagabondo ha fatto capolino dal vagone, trascinando con sé una bizzarra bicicletta che era forse anche la sua casa. La sagoma del telaio infatti soccombeva al monte delle cianfrusaglie che vi erano issate, e quell’instabile carretto dava l’impressione di cedere da un momento all’altro. Sulla banchina ci siamo scambiati uno sguardo, pochi istanti tra sconcerto e reciproca approvazione. Appena avuta la riprova che ero anch’io a mio modo una nomade, come se il suo ronzino smaniasse di mostrarsene riconoscente, ecco improvviso lo schianto. Un attimo, e i ninnoli strappati ad avverse contrade giacevano a terra, amuleti di una semina meravigliosa. Non ho seguito i movimenti dell’uomo, solo notai che gli si era raccolta in viso un’aria di dispetto, simile a una pioggerella che tuttavia non basta a far cambiare il tempo.
Prima che le porte del treno si richiudessero, già avvertivo nella schiena il respiro delle betulle, insieme al segreto delle sue creature – allora finalmente mi appartenevano – ma più ancora era sorta in me una fulminea complicità davanti alla quale mi sono arresa, essendo al cospetto di una rivelazione.

(Di Claudia Ciardi)




Segnalazione:

Sul nuovo numero della rivista «Incroci» un inedito di Joseph Roth, 
Lo sconosciuto clown di Barcellona. Con un saggio di Claudia Ciardi.
A cura di Claudia Ciardi, Katharina Majer e Via del Vento edizioni



6 marzo 2014

Oh Boy - Un caffè a Berlino




Oh Boy - Un caffè a Berlino 

di Jan Ole Gerster
Germania, 2012, 83’
Cast: Tom Schilling (als Niko Fischer), Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katharina Schuttler, Justus Von Dohnanyi, Andreas Schröders, Arnd Klawitter, Martin Brambach, Frederick Lau, Ulrich Noethen, Michael Gwisdek
Fotografia: Philipp Kirsamer
Montaggio: Anja Siemens
Produzione: Schiwago Film, Chromosom Filmproduktion, Hessischer Rundfunk (HR)
Distribuzione: Academy Two


Esordio alla regia per Jan Ole Gerster che presenta un film brillante, leggero solo all’apparenza, disegnato in un bianco e nero asciutto e pulitissimo, dal quale lo sguardo dello spettatore si sente immediatamente catturato. Dopo aver ricevuto numerosi riconoscimenti in patria (ben sei Premi Lola, gli Oscar tedeschi, nel 2013), la pellicola ha trovato un riscontro più che positivo anche tra il pubblico italiano. Gerster si inserisce a pieno titolo tra i grandi narratori della metropoli da Walter Ruttmann, Friedrich Murnau, Fritz Lang, Karl Freund ai contemporanei Wim Wenders e Hannes Stöhr.
Una Berlino straniante, personaggio statuario e immenso, fa da contraltare alla voce del protagonista Niko Fischer, ex studente di giurisprudenza in crisi di identità, inguaribile perdigiorno che non riesce a darsi alcun obiettivo. La macchina da presa nelle mani di Gerster si trasforma in uno scandaglio che va pizzicando miserie e nobiltà della metropoli, pauroso specchio che invece di riflettere contorce, dea bistrata preposta al rito di una sconvolgente quanto esatta autoanalisi.
A partire dal documentario di Ruttmann del 1927, malinconico epos per immagini di quei “dorati anni Venti” scossi in realtà da innumerevoli contraddizioni e difficoltà, Berlino è il fulcro rappresentativo di una urbanitas letteraria la cui origine Joseph Roth fissa proprio nel confronto tra l’immaginario degli scrittori ebrei tedeschi e la realtà della capitale.
Questo film spinge sui tasti della flânerie, unendo agli espedienti tonali del vagabondaggio in strada, l’esplorazione di uomini e donne in cui il carattere della città ha creato bizzarre forme di adattamento, tutte connotate da una patologica insicurezza, una esasperata propensione al fraintendimento dell’altro e all’errore. In questo mulinare di nevrosi grandi e piccole, si può a momenti perfino compatire l’inadatto Niko Fischer. Attraverso i suoi occhi, ci si sveglia in una ordinaria giornata berlinese. Tempo di mollare la ragazza e accendersi una sigaretta nel tostapane di un appartamento, dove si ammassano soltanto scatoloni, gli eventi prendono subito una piega storta. Dopo aver mentito per due anni filati al padre, Niko si trova ad affrontare un genitore che, informato sui fatti, gli volta le spalle senza troppi giri di parole. Mentre procede nel viaggio, ma sarebbe più corretto dire, mentre il protagonista avanza verso se stesso, la spirale di incontri assume connotati sempre più paradossali.
A scandire i suoi brevi istanti di lucidità, il puro e semplice desiderio di farsi servire un caffè che però non arriva. L’impresa infatti si rivela più difficile del previsto, e proprio attorno a questa ricerca sempre più disperatamente allucinata che procede per un intero giorno, incontrando infine la notte della metropoli, con il suo fosco underground di periferia popolato da comparse erratiche e deliranti, prende campo la metamorfosi del protagonista. L’architettura delle stazioni ferroviarie –  luoghi di passaggio, labirinti nel labirinto dell’esistenza – ne veglia il procedere da una meta all’altra, che naturalmente non va secondo un cammino lineare ma avviene in un casuale accostamento di pretesti, i quali alla fine raggiungono un punto critico, spingendolo fuori dall’improvvido e grottesco girovagare. In questi scatti dall’alto, tra binari, scale, pensiline s’intravede una Berlino al rallentatore, molto più pacata e addirittura scarsamente frequentata di come è in realtà. O meglio, vi sono in effetti degli angoli della metropoli in cui ogni presenza pare ritrarsi come un’insolita marea. Gerster lavora esattamente su questi attimi in cui Berlino espira, restando immobile e senza contrazioni. Dalla finestra di casa, Niko osserva il treno, apparizione monitrice del tempo, richiamo al livello della strada, alla discesa nella realtà e quindi, alle scelte che non potranno più essere rimandate. Nessun appiglio si offre per sperare in un riscatto. Niente da fare, Niko non sa andare in fondo alle cose. Nell’angosciante trascinarsi quotidiano mette a segno solo due colpi: un buon tiro al golf, di fronte a un padre in vena di umiliarlo, e una fuga che lo salva da una contravvenzione per non aver timbrato il biglietto. Ma si tratta per l’appunto di due rivincite assolutamente stonate.
L’agognato caffè arriverà in un’alba solitaria, triste e allo stesso tempo liberatoria. La sequenza del risveglio della città è tra le cose più notevoli del film; angoli di strada ancora semideserti, cantieri incustoditi, ammiccanti lanterne che si avviano a spengersi, grattacieli che non suscitano inquietudine ma sprigionano una forza per certi versi rassicurante: la fotografia è essenziale, di un lirismo trascinante proprio per la grazia minimalista che la ispira. Il regista stacca velocemente da una parte all’altra, tentando una rappresentazione corale del respiro della grande città, in cerca di quell’unisono che percorre tutto il racconto e che qui, nell’attimo incantato e ancora incorrotto del nuovo giorno, alla fine riesce a affiorare.  
Niko trema di fronte alla tazza che gli è stata servita. Ha appena saputo della morte del suo ultimo compagno di strada, un vecchio saggio, e forse clochard, un santo bevitore incontrato nel cuore della notte, di cui si trova a ascoltare controvoglia i ricordi di un’infanzia berlinese tutt’altro che serena. Epilogo zen. Si esce dalla notte, gettandosi alle spalle un bel po’ di male di vivere e cortocircuiti generazionali, si prova a far pace coi pensieri e con quel buio insopportabile che viene dal dentro più che dal fuori, si prova a imboccare una strada, pur nel dissacrante rovesciamento del vivere contemporaneo.

(Di Claudia Ciardi)


Related links:

Arri-Kino/ film

Artechok/ Kritik

Mymovies

Berlin calling – La Recherche/ Icaro a Berlino. Tra catabasi e poesia di Claudia Ciardi




In questo blog:

Stemma di Berlino:
«Tributo fin dal titolo al ciclo di poesie della Kolmar sugli stemmi delle città tedesche, cui lo scrittore dedica l’avvio del suo saggio e il denso capitolo conclusivo, tra i più coinvolgenti dell’intera trattazione, questo volume sulla poesia della metropoli intreccia alcune delle voci più rappresentative dell’umore e della cultura berlinesi alle opere degli artisti contemporanei che le accompagnarono, ponendosi in molti casi come loro fonte d’ispirazione.
Franco Buono conduce la sua ricerca seguendo gli sviluppi contemporanei di due potentissimi archetipi mitologici, che esprimono anche una fatale mescolanza di spazio e di tempo, ossia il labirinto e la metamorfosi, alla quale è soggetto chi abbraccia un percorso la cui destinazione appare a un primo sguardo indecifrabile».

«Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino».

«Opera del ’74, in questo film Wenders si cimenta in una narrazione doppia. Da una parte c’è il viaggio dei protagonisti che è tuttavia un divagare senza meta, il quale, invece di apportare un progresso, produce perdita e alienazione; dall’altra c’è una scrittura che affiora proprio dalle immagini del movimento di cose e persone, rivelando specularmente la sagoma più intimista del racconto. Falso movimento è l’ars poetica di Wenders, il lavoro dove con la maggiore incisività viene formulata la domanda di fondo che percorre l’intera sua produzione, ossia come possa la tecnica cinematografica definire la falsità caratteriale che ispira il movimento cinema. Ritmicità quasi ossessiva, quella con cui i mezzi di spostamento e comunicazione sono rappresentati sulla scena, già peraltro fotografati nel ruvido espressionismo della metropoli contemporanea in Alice nelle città».
    

15 gennaio 2014

Racconto di Berlino - Erzählung aus Berlin #1


Gli incontri a Berlino non sono mai privi di significato. Intendo con ciò che un gesto, un volto in cui ci si imbatte per le strade della metropoli hanno un’implicazione quasi metafisica, un tiro di dadi della sorte che si riserva, con opera infaticabile e cinica, di comporre gli eventi nella più esaltante combinazione. È per questo che quando mi capita di tornare in città dopo un certo periodo, la mia attenzione è quasi interamente catturata dalla gente che mi sfila accanto.
Una volta aveva spiovuto da poco, la sera ormai inoltrata. Io scendevo i viali restando un passo dietro a me stessa, inspiravo l’aria frizzante del temporale che strisciava su alberi e case come un insetto ubriaco, e sembrava che in me si facesse largo una bizzarra creatura impastata di pioggia, posseduta da frettolosa voluttà. Nell’aria serpeggiava un bagliore bluastro, molle e indolente, simile a certe confessioni che sole avvengono nei sogni. Le traiettorie di uomini e cose sbocciavano confusamente, creature soggiogate a un ritmo indecifrabile, oscurità di ingranaggi, anonimi ticchettii di ruote dentate e lancette nelle mani di un sapiente orologiaio, il tempo, che esortava a rallentare e ancor più abdicare. 
Ovattati erano anche i pensieri, fluivano madidi affiancati dall’incespicante e fuligginoso corteo di ombre che sempre scorta i passanti lungo le banchine della ferrovia sotterranea. Anche il treno di città sembrava correre su un binario d’acqua, pauroso anfibio con le fauci protese verso il muro dei pendolari. In precedenza avevo interpellato l’inserviente della stazione – ancora adesso mi chiedo se fosse un uomo o una donna – che in una bizzarra tenuta da casellante, brandendo con la sinistra una bandierina per chissà quali segnalazioni, mi aveva indicato il binario con estrema lentezza, masticando insieme alla parola “Gleis” un che di sconcertante. In compagnia di un simile augurio, alla successiva stazione di cambio, il manico della valigia ha deciso di cedere. Non me ne sono stupita poi tanto. Quindi, sospinta dall’inaudita corrente di maschere e viaggiatori sono saltata a bordo dell’ultimo treno per raggiungere casa. 
Ora il vagone dondolava, spoglio e silenzioso, pareva riconsegnarmi a uno spazio liscio e intatto, esistente da qualche parte nei ricordi come l’interno di un vaso di ceramica, ma forse ben più antico e lontano in un’infanzia che fosse perfino oltre la mia, un identico moto di stagioni che sanno l’una dell’altra senza corrispondersi, uno strascico di sentimenti come sponde in un fiume o cantilene materne. Mentre mi abbandonavo a questa e altre riflessioni, più istintive che logiche, non desistevo dal cercare attorno a me una traccia, un indizio che fosse in grado, se non di spiegare la natura di quel percorso, almeno di farmene comprendere la bontà o comunque di vederci un qualcosa di sensato.
Ed è così che nel riflesso turchese dei vetri del treno, nell’atmosfera morbida e assonnata di quell’insospettabile pomeriggio già pieno di sogni notturni, l’ho finalmente trovato. Era il viso scarno di una donna, sfumato e distante come ogni cosa in quell’ora, un viso meravigliosamente incorniciato dalle luci tenui della carrozza, il che contribuiva all’immobilismo della sua espressione, una posa quasi ieratica che dissuadeva dal soffermarsi sulla natura dei singoli lineamenti. Guardava dritto, senza interessarsi a niente, ma per un attimo – un istante, tanto è durato – ho creduto che fissasse nella mia direzione e che mi avesse riconosciuta. Sì, proprio così, riconosciuta. Come due persone che s’incontrano per strada dopo anni e, prima di proseguire, frastornati fino alla diffidenza, si scambiano un saluto, non più di un cenno in cui sono racchiuse le loro vite, incapaci di parlarsi.
Questa donna, o meglio, questo volto, mi richiamava così singolarmente a sé ma io sapevo che non poteva esserci stata nessuna conoscenza precedente. Vengo da troppo lontano, mi ripetevo, ho pochi amici qui e quei pochi mi appartengono, non può essere che tu li abbia anche per te, che tu sappia… semplicemente non può essere.
Poi il treno è scivolato in galleria. Quando siamo tornati alla luce, nel lampo azzurro e  grifagno che ci scolorava il presente, la donna – il volto – non c’era più. Impossibile. Non ci siamo fermati, non può essere scesa. Magari mi sono distratta, avrà cambiato posto.
Eppure qualcosa in me suggeriva, quasi con prepotenza, che quella nereide bistrata, la vaga indovina di quel giorno, era scomparsa. Sapevo anche che da quell’incontro il mio ritorno aveva avuto la sua benedizione. Tutto quanto non era successo in lunghi mesi, si era rivelato nel breve spazio di un viaggio in treno. Adesso potevo finalmente far pace con la via di casa.

(Foto e testi di Claudia Ciardi ©)


Schöneberg

Am Wannsee

Gesundbrunnen - Hochstraße

Gesundbrunnen - Swinemünder Brücke

Licheni nella Fabeckstraße - Flechten in Fabeckstraße

Friedrichstraße Bahnhof 2:00 a.m.

Schöneberg - Hauptstraße

24 dicembre 2013

Am Schlachtensee



Foto di Claudia Ciardi ©

Am Schlachtensee

A Joseph Roth


La strada corre lungo il Mexikoplatz, una lingua verde a tratti quasi impudente per la fretta dei ciclisti. Ma io amo sorprenderne il volto gentile che si perde tra gli alberi e tenta di raccontare qualcosa come se facesse cadere dietro di sé molliche di pane, questo più di tutto mi seduce.
Prima dello Schlachtensee ci si ritrova su un’ampia curva, una morbida parentesi nell’astratto rettilineo che serra i pensieri alle fermate. Quindi lentamente affiora con le sue pagode ubriache il Mexikoplatz incagliato sul binario. Perfino la voce registrata del treno sembra per un attimo far posto a un’esotica imminente evasione, sbocciata tra le case come per gioco.
Ma per me, per me soltanto, evoca molto di più. Ben oltre l’idea del nuovo mondo giunto agli incroci della metropoli sta la vera stravaganza che me l’ha fatto immaginare assai prima di arrivarci. Parlo di un sogno in cui la città intorpidiva nell’abbaglio dell’inverno, e le strade erano poco più che una mistura confusa di orme lasciate dai passanti sulla neve. Così mi trovavo a bussare a porte e finestre, mentre le ore passavano e il tramonto trascinava con sé qualcosa di inesorabile.
Al Mexikoplatz ero infine perduta. La città, immobile e svuotata, giaceva in un riverbero azzurro che annunciava la sera. Tutto cospirava per scacciarmi, e anche l’impossibilità di rimanere, era chiaro, incarnava un’ipotesi fatale che sfiorava strani tasti della mia fantasia e una corda, cui sentivo appeso più di un episodio della mia vita. Queste sensazioni non mi hanno dato tregua neppure dopo, quando ho veramente visitato la piazza. La realtà si è messa a sparigliare le carte insinuando in quel che vedevo il dubbio di un’effettiva esistenza. Improvvisamente, la fontana, gli alberi, i vialetti secondari, le teste dei clienti nel bistrot reclamavano di essere guardati con intensità maggiore di quella che si riserva normalmente alle singole apparizioni. Già sapevano che da me avrebbero ottenuto più comprensione di quanta potessero offrirmi nell’istante in cui li ho sorpresi.
Il Mexikoplatz non si raggiunge per caso. Qui una camminata non si limita a uno spostamento nello spazio ma sembra preparare chi vi si avventura a un moto ulteriore. Per quanto mi riguarda è una tappa verso lo Schlachtensee coincidente con un sintomo del mio divagare, qualcosa di simile a un incontro che si è desiderato per molto, un oggetto indecifrabile che mentre si manifesta perde ogni potere di rivelazione e beffardamente ci rimanda ad altro. Come capita di bere e continuare ad aver sete, così ogni volta che cammino lì nei dintorni, non posso fare a meno di spingermi in avanti.
La curva docile e ombreggiata che conduce al lago e l’arco stesso che disegnano le sue rive leggermente scoscese mi ricordano il bel viale di platani che nella mia infanzia mi portava al mare. Le querce vegliano il sentiero, e il tramonto lo accende come il dorso di un drago addormentato. Di tanto in tanto un treno rotola sul binario e il bosco ne rimanda il sussulto smorzato, e qualcosa di quel battito metallico e primitivo resta per pochi attimi impigliato da qualche parte nel fitto della vegetazione. Anche il noleggio delle barche affiora senza clamore, la casetta dei due custodi appare come scaraventata in quel punto dalla distrazione di qualcuno; una staccionata di legno che invece di indicare un perimetro dà l’impressione di stare lì per assecondare le fantasticherie del viaggiatore. Se non fosse per le voci dei padroni in cui risuona un berlinese ruvido e sbrigativo, se non fosse per qualche infuocata lite a distanza tra rematori attardati e implacabili doganieri, tutto farebbe pensare a un avamposto lasciato deserto ormai da anni.
Ma non è questa ancora la meta del mio andare. Neppure qui, tra questo muro in ombra e la finestrella incollata al sottotetto, timida vedetta di una fiaba, neanche in quest’angolo riesco ancora ad avvistare un segno di quel che mi ha adescato. Da diverso tempo molte cose sembrano indicarmi un approdo seppur provvisorio ma in grado di rassicurare, che magari offra riposo, e io non so coglierlo o continuo a respingerlo, fatto è che le due cose sempre finiscono per allearsi e congiurano contro di me.
Ebbene, io sono caparbia, cerco ugualmente la mia via attraverso il coro di squillanti sirene che mi si para davanti. Non è facile superarlo, però un verso per guadagnare l’altra riva deve pur esserci. Questione di affidarsi a una buona corrente. E alla fine, a metà del lago, scorgo sopra un fitto canneto una selva di gioiose betulle scosse dal vento. Freme con la grazia di un tempio chiuso, un respiro che imparo subito e sento scendere dentro di me. Si potrebbe passare ore a contemplarla o anche un’intera vita. E il senso di aver compiuto qualcosa cancella ogni smarrimento. Per un po’ qui ci sarà pace, per un po’ si potrà restare.


(Di Claudia Ciardi)



                      

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16 ottobre 2013

Racconto di Berlino - Erzählung aus Berlin #0


Le fotografie qui raccolte sono il frutto di uno dei miei recenti viaggi nella metropoli, scatti letteralmente rubati alla strada che non ambiscono a essere reportage ma hanno solo la pretesa – davvero minima se messa in rapporto con l’ampiezza della materia – di salvare qualche istante di vita in uno dei luoghi forse più narrati degli ultimi due secoli. Quando ripenso alla Stimmung della Berlino dei miei ventisette anni, non posso che prendere atto di un’esperienza irripetibile; le sensazioni e la scrittura di allora erano state il frutto del mio primo sguardo sulla metropoli, il punto zero, l’attimo in cui la città con le sue tante voci e i suoi incredibili richiami, non pochi dei quali destinati a rimanere incompresi, mi era venuta incontro, configurandosi come straordinario centro di attrazione del mio immaginario. Da quel preciso momento Berlino diveniva determinante, avviava in me una nuova ricerca, il peso delle sue tante storie scorreva dai suoi incroci alle periferie della mia volontà di espressione. Avevo come il presentimento di sfidare il tempo, andavo in cerca di narrazioni e puntualmente mi sottraevo a ogni ritratto troppo preciso, respingevo le parallele della storia e aspiravo a una sorta di circolarità fantastica, al recupero – sebbene quasi del tutto inconsapevole – di una dimensione in cui il ‘dimenticato’ dell’infanzia potesse trovare una via per rappresentarsi. Più o meno lo stesso di quanto riferisce Kracauer a proposito dei cortili di Parigi – ma si sa che i suoi cortili, le sue vie sono sempre quelli di Berlino, perché qui ha imparato ad essere flâneur e qui soltanto poteva esserlo completamente; come i Passages di Benjamin provengono dagli alfabeti berlinesi, coordinate mitologiche e caratteri affettivi imparati durante l’infanzia nella metropoli.
In tal senso Berlino è anche una patria sepolta, uno specchio meraviglioso rivolto al passato o almeno a qualcosa di molto somigliante a esso, intendendo qui il vissuto come uno spazio fisico più che concettuale. E tuttavia questo dare appuntamento alla memoria – che io, peccando magari di presunzione, vedevo come la possibilità di ritrovare qualche frammento della mia in un luogo che così tante ne aveva accolte –  era per quanto mi riguarda un esercizio piuttosto maldestro, portato avanti casualmente, dal quale risalivo spossata. A cosa tendevo davvero? In quale parte di me mi dirigevo?
La città ha coltivato in me questa silenziosa regressione, la città-levatrice ha provocato il corpo a riscoprire gesti e rituali delle proprie origini.
Non sono le sue strade, non sono i suoi passanti, questi volti in cui capita di scorgere infinite epoche e mondi, nessuno in particolare nell’istante in cui ci si sofferma a guardarli, eppure presenti tutti insieme in uno sconvolgente unisono; questi passages, più del pensiero che della realtà, eppure di un'intimità così organica, sono le segrete scale da cui io discendo al fondo della mia immaginazione. 
(Foto e testi di Claudia Ciardi ©)
«Smanioso di pervenire al luogo in cui il dimenticato mi sarebbe finalmente sopravvenuto, non potevo rasentare il più modesto vicolo laterale senza infilarlo e senza svoltare all’angolo che si apriva alle sue spalle. […] Nello scrutare, così, da ogni parte – dal sole fino all’ombra e di nuovo, indietro, al giorno – avevo la netta sensazione di non muovermi soltanto nello spazio, ma di varcarne non di rado i limiti e di fare irruzione nel tempo. Una segreta pista di contrabbandieri conduceva nel distretto delle ore e dei decenni, il cui sistema stradale era altrettanto labirintico di quello della città medesima ».
Siegfried Kracauer, Strade di Berlino e altrove 
[Straßen in Berlin und anderswo -  Suhrkamp Verlag, 1964]
«Credo da tempo che, se una speranza ancora esiste per il continente europeo, essa si celi nelle potenzialità, artificialmente inibite, dei paesi compresi tra la Germania e la Russia».
Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia

Botanischer Garten - Bahnhof

 Botanischer Garten - Bahnhof (detail)

 Muro nella Fabeckstraße (Dahlem)

 Hochstraße nei pressi di Gesundbrunnen Bahnhof

 Schöneberg (Bahnhof) - pavimento della stazione

 


















La Marlene di Friedenau (Bahnhof)


Friedenau (Bahnhof - Gestalten)

Nikolassee (Bahnhof - passage)

Un canneto al Wannsee - Schilf am Wannsee

1 luglio 2013

Denkbilder e passages


I passages della flânerie: Kracauer e Benjamin


                            Foto ed elaborazione di Claudia Ciardi ©

In qualità di ‘medium’ in grado di registrare la contemporaneità weimariana, il flâneur incarna un’inclinazione intellettuale e sensoriale che interpreta e reagisce ai nuovi fenomeni in atto nella metropoli, ai nuovi stimoli veicolati dalle sue strade. Questa disposizione è tanto un prodotto della cultura del moderno quanto uno stato collettivo che Siegfried Kracauer e Ernst Bloch descrivono secondo le categorie degli “impiegati” (Die Angestellten), di “coloro che attendono” (Die Wartenden) e dello “svago” che definisce la loro condizione. Certo, è proprio la convergenza tra il modo di vedere del flâneur e lo status collettivo dei tempi che, per Walter Benjamin, motiva “il ritorno del flâneur” nella Berlino degli anni Venti. La nuova tendenza alla “biografia come forma d’arte” che Kracauer ravvisa in questo periodo può essere dunque rintracciata nella letteratura della flânerie. Puntando la loro attenzione sulla concreta esperienza di un “sé” consapevole, in un tempo nel quale “nel più recente passato le persone sono state costrette a esprimere troppo persistentemente tutta la propria insignificanza – tanto quanto quella degli altri” sia la flânerie che la biografia sono sembrate perciò offrire alla soggettività concreta il suo estremo rifugio.
Pertanto la letteratura del flâneur può essere intesa come una “autobiografia frammentaria priva di ordine cronologico” [nonchronological and fragmentary autobiography] dell’esperienza sensibile dei propri autori.
Concordemente al saggio di Kracauer sulla vita weimariana, la letteratura della flânerie emergeva da un’esperienza di vacuità e alienazione individuali e collettive, da un’esperienza della nullità [Nichtigkeit] dell’individuo. Insieme alla rassegnazione procurata dalla prima guerra mondiale, alla confusione di una rivoluzione tedesca, e all’incertezza che serpeggiava nei primi anni della democrazia di Weimar, questo filone letterario riflette pure in modalità visive l’insicurezza generata dalle innovazioni tecniche e dalla rivolta, eventi che aiutarono ad accrescere il numero di immagini liberamente accessibili nella sfera pubblica e nello spazio esterno della metropoli del tempo di Weimar. Come suggerisce Simmel nella sua ‘sociologia dei sensi’, questo incremento quantitativo si sollecitazioni esterne è legato a uno slittamento qualitativo e a una destabilizzazione di ruoli interni. Questi mutamenti coincidono con l’incapacità della psiche a opporre resistenza mentre viene influenzata dalle incursioni e dalle profferte della tecnologia, sviluppi che possono essere seguiti molto più da vicino a Berlino, la quale, come capitale ‘meccanizzata’, forse meglio esemplifica una metropoli la cui esistenza si svolge simultaneamente al processo moderno di evoluzione tecnologica. Questa meccanizzazione prende crescentemente possesso di tutti gli aspetti di vita berlinesi, producendo uguali effetti nel modo di comportarsi sul lavoro e nel tempo libero. Berlino si trasforma in “città dalla più accentuata cultura di colletti-bianchi” come risulta dall’analisi di Kracauer. Dal momento che il lavoro diviene “sempre più settoriale”, le forme del divertimento nella società berlinese sono pertanto soggette a cambiamenti. […] La tensione (Anspannung) che seziona uomini e donne in funzionali gruppi muscolari può essere allentata soltanto per via di una cultura dell’intrattenimento egualmente frammentata, ossia, per dirla con Kracauer, una cultura della “distrazione” [distraction].
Kracauer intende la distrazione come una costante della vita moderna, un equivalente delle condizioni lavorative dettate dalla cultura impiegatizia weimariana che implica il prendere in esame una molteplicità di stimoli in costante cambiamento. La routine dell’ufficio riflette ora le azioni di un’intera società in movimento: proprio nel modo in cui “la procedura burocratica presiede a un viaggio… attraverso le carte” […] così pure andare a passeggio per le strade diviene una “consuetudine” e dopo la chiusura degli uffici, inizia un viaggio altrettanto confuso “tra gli allestimenti delle vetrine, altri impiegati e giornali”. L’ultima meta di questi viaggi indirizzati alla dissoluzione rappresenta spessissimo la loro continuazione nel mondo codificato di immagini, vale a dire, il cinema. In accordo con gli automatismi della tecnologia e con i suoi ormai frammentati ambiti di lavoro attentamente regolati, l’incremento puramente quantitativo di popolazione cittadina scompone l’immagine della città in un tipo nuovo di confusione che non è del tutto esterna. Come spiega Kracauer “non può essere trascurato il fatto che Berlino conta quattro milioni di abitanti”. La vorticosa necessità della loro circolazione trasforma la vita della strada nell’ineluttabile [unentrinnbare] strada della vita, facendo sorgere configurazioni che pervadono anche lo spazio domestico [bis in die vier Wände dringen]. La strada – sia l’una che ha vita sia l’altra che è vita – diviene metafora centrale del sentire per la dimensione pubblica weimariana. La sua tendenza allo “sviluppo del puro esterno” è accresciuta sia dalle forme frammentarie della dis-trazione sia dal rapido proliferare di stimoli nella moderna cultura di Weimar, quanto da una disposizione interiore in cui tutti i nuovi media della cosiddetta ‘confusione’ trovano corrispondenza:

«Si è banditi dalla propria vacuità verso una pubblicità estranea. Un corpo mette radici nell’asfalto e, insieme alle luminose rivelazioni dell’illuminazione, uno spirito, che non è diverso dal suo proprio – va errando incessantemente fuori dalla notte e nella notte… I manifesti fanno incursione nello spazio vuoto… si trascinano di fronte allo schermo [Leinwand], tanto arido quanto un palazzo sgomberato. E una volta che le immagini iniziano ad affiorare una dopo l’altra, nient’altro resta nel mondo della loro evanescenza. Si dimentica se stessi nell’atto di guardare, e il grande buco nero è animato dall’impressione [Schein] di una vita che non appartiene a nessuno ed esaurisce tutti».

Kracauer definisce questo vuoto interiore “noia”, un vacuum che fa spazio a uno schermo interno su cui proiettare una molteplicità di immagini esteriori. Questo senso di apertura ‘bucata’ procura quindi, come Kracauer fa notare “una sorta di garanzia per cui si è, per così dire, ancora in grado di controllare la propria esistenza, di fronte a una generale tecnicizzazione della vita.

(Traduzione dall’inglese di Claudia Ciardi)

From:
The Art of Taking a Walk: Flanerie, Literature and Film in Weimar Culture
Anke Gleber, Princeton University Press, 1999




Denkbilder der Moderne:
Kracauer, Benjamin, Bloch, Adorno


Denkbilder sind Figuren einer "anschaulichen Erkenntnis", die poetische Gestalt und reflexiven Gehalt literarischer Texte miteinander vermittelt. Bei Walter Benjamin und anderen Autoren im Umfeld der Frankfurter Schule bezeichnet das Konzept die Poetik modernistischer Miniaturen, die Erfahrungen in/mit der urbanen Massengesellschaft literarisch ausgestalten und kritisch reflektieren. Ausgehend von scheinbar marginalen Gegenständen und Alltagsphänomenen wie Achterbahnen oder Leuchtreklamen werfen die Texte zeitdiagnostische Blicke auf die gesellschaftliche Moderne – und entziehen sich zugleich in ihrer Komplexität jeder vereindeutigenden Lektüre. Im Seminar lesen wir literarische Denkbilder von Siegfried Kracauer (Straßen in Berlin und anderswo), Walter Benjamin (Einbahnstraße), Ernst Bloch (Spuren) und Theodor W. Adorno (Minima Moralia). Dabei geht es zunächst um die rhetorisch-poetische Textur dieser Miniaturen sowie um deren wiederkehrende Denkfiguren (Flanerie/Straßenrausch, Raumkrise/Exterritorialität, Eingedenken/Vergessen, Utopie/Melancholie, Lesbarkeit/Rätselcharakter u.a.), die wir in einem Verfahren des close reading herausarbeiten wollen. Darüber hinaus werden wir diese literarischen Texte exemplarisch auf einflussreiche theoretische Arbeiten der Autoren beziehen – Benjamins Passagen-Werk, Kracauers Ornament der Masse, Blochs Geist der Utopie und Adornos Ästhetische Theorie. Mit dieser vergleichenden Gegenüberstellung wollen wir versuchen, Schnittstellen und Differenzen zwischen literarischer Praxis und philosophisch-ästhetischer Kulturtheorie sowie zwischen den verschiedenen Poetiken des Denkbildes in den Blick zu bekommen.

Fonte: Peter Szondi Institut (FU)
*****
Was ist ein Flaneur? 
Der Typus des Flaneur in der Literatur wird von seinem früheren Ebenbild, dem Wanderer, abgeleitet, der die Natur durchstreifte und, an dem, was er dort beobachtete, seinen Gedanken und Gefühle artikulierte. Diese Tradition geht auf die germanischen Saga zurück, wobei sich niemals zur Ruhe zu setzen auch den Wandermönchen der Frühzeit als "Gottes Weg"galt. Auch im Deutschland des 17. Jahrhunderts scheint das Motiv der Lebenswanderung vielfach auf, wobei der Spaziergänger auf der ewigen Suche nach dem Weg in die eigene Existenz erscheint.
D
en Eingang in die Literatur fand er schließlich mit Edgar Allan Poes Erzählung "The man of the crowd" von 1838. Der Flaneur wird traditionell als männliches Wesen beschrieben, das als gut situierte Person mit bürgerlicher Kleidung und entweder dem Bürgertum aber auch oft dem Adel angehörig anonym, mit Vorliebe durch die Großstädte geht und schweigend beobachtet. Die Figur des Flaneurs ist aber von Anfang an weniger als reale Existenz denn als Manifestation einer Idee zu betrachten.

Claudia Taller 
Fonte/ Quelle: http://www.claudia-taller.at/flaneur-literatur.shtml




                                                ****
As a member of the crowd that populates the streets, the flâneur participates physically in the text that he observes while performing a transient and aloof autonomy with a "cool but curious eye" that studies the constantly changing spectacle that parades before him (Rignall 112). As an observer, the flâneur exists as both "active and intellectual" (Burton 1). As a literary device, one may understand him as a narrator who is fluent in the hieroglyphic vocabulary of visual culture. When he assumes the form of narrator, he plays both protagonist and audience--like a commentator who stands outside of the action, of whom only the reader is aware, "float[ing] freely in the present tense" (Mellencamp 60).  The flâneur has no specific relationship with any individual, yet he establishes a temporary, yet deeply empathetic and intimate relationship with all that he sees--an intimacy bordering on the conjugal--writing a bit of himself into the margins of the text in which he is immersed, a text devised by selective disjunction. Walter Benjamin posits in his description of the flâneur that "Empathy is the nature of the intoxication to which the flâneur abandons himself in the crowd. He . . . enjoys the incomparable privilege of being himself and someone else as he sees fit. Like a roving soul in search of a body, he enters another person whenever he wishes" (Baudelaire 55). In this way the flâneur parasite, dragging the crowd for intellectual food--or material for his latest novel (Ponikwer 139-140). In so doing, he wanders through a wonderland of his own construction, imposing himself upon a shop window here, a vagrant here, and an advertisement here. He flows like thought through his physical surroundings, walking in a meditative trance, (Lopate 88), gazing into the passing scene as others have gazed into campfires, yet "remain[ing] alert and vigilant" all the while (Missac 61). The flâneur is the link between routine perambulation, in which a person is only half-awake, making his way from point A to point B, and the moments of chiasmic epiphany that one reads of in Wordsworth or Joyce. Like Poe’s narrators, he is acutely aware, a potent intellectual force of keen observation--a detective without a lead. If he were cast a character in the "drama of the world," he would be its consciousness.

Source:




Links:


Flaneur Society

Walter Benjamin – Bibliographie

Kracauer - Fragments. Cityscapes. Modernity

See also:

Paolo Zignani e Claudia Ciardi, I dilemmi della traduzione, «Quaderni corsari», giugno 2013

Grottesca di Claudia Ciardi su «Mumble»

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