16 febbraio 2015

Una graphic novel su Dino Campana




Concluse da poco le celebrazioni per il centenario della stesura dei Canti Orfici, torno a occuparmi del loro geniale autore attraverso un’opera per certi versi spiazzante, che ha il pregio di raccontarci questa controversa figura in un modo di sicuro originale rispetto al filone classico degli studi campaniani. 
La vita di Dino Campana si presta forse più di altre a essere disegnata. Il lavoro di Simone Lucciola e Rocco Lombardi, entrambi originari di Formia, rispettivamente classe 1978 e 1973, rende omaggio all’esistenza inedita e vagante del poeta di Marradi con grande semplicità. In una Vita disegnata di Dino Campana si cimentò già Pablo Echaurren, outsider dell’arte del fumetto, figlio del celebre pittore surrealista Sebastián Matta, che negli anni ’30 e ’40 strinse sodalizi artistici, tra gli altri, con Federico García Lorca, André Breton, Salvador Dalí, René Magritte, Jackson Pollock. Di Echaurren, illustratore anche della biografia di Ezra Pound, mi occupai anni fa in una lezione pubblica sul “ragazzo dell’Idaho” e l’avanguardia anglo-americana. Ricordo che la proiezione delle sue tavole fu particolarmente gradita al pubblico, contribuendo a vivacizzare quella che altrimenti sarebbe stata un’esposizione di concetti alquanto didattica e forse perfino poco comprensibile.
C’è da dire tuttavia che questa graphic novel su Campana è qualcosa di sostanzialmente diverso in rapporto alle modalità rappresentative di Echaurren. Gli autori qui hanno scelto di procedere con tavole singole o doppie entro le quali si dispiega e si conclude un episodio, dando alla narrazione un ritmo incalzante come era del resto l’ingegno del protagonista, caso disperato e irrefrenabile di ribellione. 
Il segno grafico scarno che rimanda alla tecnica dell’incisione, scorci visionari di città e visioni come città dell’io, tutto rigorosamente in bianco e nero a esaltare la natura intimistica della poesia e ancor più l’affinità tra il poeta e quella dimensione notturna che presiede al suo viaggio creativo. 
Se ne trae un’immediatezza che ci fa stare vicinissimi alla solitudine, all’amara perdizione di un artista che sacrificò tutto alla ricerca dei propri versi, in maniera estremamente lucida, consapevole che anche la follia era da mettere in conto, che sarebbe stata il frutto più pericoloso della sua determinazione a “divenire Dino Campana”. La malattia mentale si aprì un varco nella personalità dell'uomo senza che le venisse opposta alcuna resistenza, come se colui che la subiva l’avesse aspettata da sempre, e nel portarsela addosso la sua fede fu pertanto di non mostrarsene sorpreso. Ma gli riuscì poco. Lottò per tutta la vita, viaggiò come un dannato, andò in prigione e in manicomio, e quando finalmente la bestia sembrò placata, quando si preparava il suo ritorno alla normalità – si può dire per un poeta? – un malore improvviso, un attacco di setticemia a quanto pare, se lo portò via a quarantasette anni. Durante il ricovero a Castelpulci fu benvoluto da ospiti e inservienti. La sua cultura incantava, ricordavano che leggeva forsennatamente, fino a rovinarsi gli occhi. Il padre, maestro di scuola, che aveva sempre subito le stramberie del figlio come un dispetto alla sua persona e una minaccia alla sua posizione di piccolo borghese, non andò mai a trovarlo. Né vi andò Sibilla Aleramo, destinando a Campana la stessa freddezza riservata alla madre, anche lei finita precocemente in manicomio. La Aleramo, forse per la propria storia di famiglia, nutriva uno spavento indicibile nei confronti della malattia mentale. Questo spiega la rottura con Dino ma vi è anche, è probabile, la presa di coscienza, seppure tardiva, di non alimentare l’illusione di un sentimento ormai compromesso, in un uomo che rischiava di morirne: «là sulle rive dei fiumi che stanchi di guerra mettono foce, nel mentre sulle loro rive si crea la pena eterna dell’amore», si legge nei Canti.  
I nostri disegnatori sono molto abili nella resa di questo rovello sentimentale, del modo chimerico e allo stesso tempo sporco, quasi triviale, oltre misura fisico con cui Campana pensava e cantava l’amore. Del resto l’inizio dei Canti Orfici è una discesa notturna attraverso la memoria nella quale l’elemento carnale, la pulsione erotica accentra la chiara visione del mondo, che è cosa spettrale, scheletrica, straniante al di fuori dell’incontro di due esseri che si attraggono. «Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina».
Non è un caso se a veicolare il maggior lirismo sono proprio i disegni dedicati alle città notturne, Livorno, i portici di Bologna, una Firenze surreale su cui grava la mano del Perseo che solleva la testa mozzata di Medusa, e infine Marradi, tragicamente deserta come un fiore calpestato.
Sfogliando queste tavole, si ha l’impressione di trovarsi a bordo di un treno che di notte fila via rapido e silenzioso, mentre qua e là arrivano le voci dei passeggeri intenti a quell’unico viaggiatore di cui si intuisce la diversità ma anche la terribile carica emotiva. Rivivono così pensieri e memorie affidati a Emilio Cecchi, Eugenio Montale, il pittore Primo Conti che conobbe Campana all’epoca della bohème fiorentina e i cui ricordi sono stati poi recuperati in una tarda intervista da Gabriel Cacho Millet, i quali accompagnano i turbamenti dell’artista da giovane, dalla prima richiesta di ricovero in manicomio alle brucianti invettive da lui scagliate contro le avanguardie italiane, liquidate in blocco, alla sfida a duello lanciata al Banti, giornalista livornese reo di averlo canzonato. 
Né mancano curiose sovrapposizioni come il viso di Iginio Ugo Tarchetti, scrittore scapigliato e antesignano del “maledettismo” in poesia, che nei panni di ispettore di polizia si affaccia da un quadro futurista per leggere al poeta le accuse di anarchismo, spionaggio e renitenza alla leva. 
Un’opera nel complesso più che gradevole, che riesce a far largo anche a una sana dose di ironia in grado di stemperare qua e là il dramma dell’uomo che vi è narrato. Infine, non abbiate timore di perdervi nelle citazioni, perché il libro contiene una ricca sezione di note a cura di Simone Lucciola e una breve bibliografia a uso e consumo del lettore che vorrà mettersi sulle tracce avventurose dell’Orfeo di Marradi.

(Di Claudia Ciardi)


Simone Lucciola, Rocco Lombardi, 
Campana, Giuda edizioni, 2011


Bibliografia:

Pablo Echaurren, Vite di poeti. Campana, Majakovskij, Pound, premessa di Enzo Siciliano, Bollati Boringhieri, 2000

Primo Conti, La gola del merlo. Memorie provocate da Gabriel Cacho Millet, Sansoni, 1983

Related links:

Dino Campana - Il fauno dell'Appennino

Incontro dedicato a Ezra Pound - «Il Tirreno» 23 marzo 2011
a cura di Claudia Ciardi

3 commenti:

  1. bel testo ma togli Filippo Tramonti...

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  2. Gentile Paolo, ha ragione. Avrei dovuto farlo da tempo. Di questa presenza infestante del ritratto di Tramonti se ne è parlato anche a Firenze, lo scorso settembre, in occasione della giornata di poesia organizzata dal Centro studi di Marradi. Ammetto che prima di allora io stessa tendevo a scambiarlo per Dino Campana, complici anche alcune pubblicazioni cartacee dove l'errore ha trovato terreno fertile. Provvederò appena possibile. Grazie.

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