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20 maggio 2017

Nury-Robin - Morte allo zar






È appena uscita nella collana Historica Mondadori una bella graphic novel che s’inserisce degnamente nel filone delle iniziative dedicate al centenario della rivoluzione russa. Non si tratta qui dei fatti del ’17 ma dei sanguinosi antecedenti del biennio 1904 -’05. In particolare viene ricostruito l’assassinio per le strade di Mosca del governatore Sergej Romanov, zio dello zar, sullo sfondo di un malcontento popolare sempre più fosco.
I due illustratori francesi compongono altrettanti episodi che illustrano l’attentato dal punto di vista della vittima, che sente su di sé l’inappellabile condanna dei sudditi, e dell’agente coinvolto nella sua preparazione materiale. Questo incrociarsi di prospettive, paure e dissidi interiori contribuisce a un quadro molto vivido del dramma in cui i due principali protagonisti si stagliano come solitarie icone, ora affette da gigantismo ora relegate in una pallida atrofia di gesti e toni, a fronte del feroce tumultuare del popolo.
Nella sua dettagliata introduzione al volume Sergio Brancato, sociologo dell’università Federico II, isola il filo conduttore che va dal 1848, anno che vede l’uscita a Londra del Manifesto del partito comunista, firmato da Marx e Engels, ai moti che nel medesimo anno scossero le monarchie europee. Queste primavere delle nazioni gettarono i loro semi fino alle soglie del XX secolo e la Russia non ne fu al riparo. Zarismo e emancipazione del popolo si fronteggiarono in una spirale di eventi che non poté più essere ricomposta, fino alla frattura finale. Il 17 febbraio 1905, dopo diversi tentativi falliti, il granduca e governatore di Mosca trovò la morte sulla piazza Senatskaja per mano del terrorista Ivan Kaljaev, militante del Partito Socialista Rivoluzionario. Tutto aveva avuto inizio l’anno precedente con la strage di popolo del 17 settembre, quando il Romanov, non si sa se d’intenzione o per sinistra casualità, si lasciò cadere di mano il fazzoletto, segno che la propria guardia avrebbe dovuto aprire il fuoco sui manifestanti. Cosa che avvenne puntualmente: morirono in quarantasette, fra cui tre bambini. Da allora in poi il governatore fu additato come un boia e la vendetta non sarebbe tardata. Del resto, poco prima, sempre per mano del terrorismo di matrice antizarista si era consumata l’uccisione del ministro Pleve. I palazzi tremavano sotto l’assedio del popolo, ogni giorno più stringente.
Nel frattempo da San Pietroburgo anche lo zar contribuì a peggiorare le cose, sopprimendo i moti di protesta nella famosa domenica di sangue del 23 gennaio 1905. I morti furono centinaia, stando a certe fonti quattromila in tutto. Pochi giorni dopo, a teatro a Mosca, durante la prima dell’Agamennone di Eschilo fallì un nuovo attentato al governatore. 
Che proprio la tragedia del grande poeta greco si dipani in parallelo al coagularsi del dramma storico è un’ulteriore spinta emotiva da cui la vicenda prende forza. Erna, l’avvenente fabbricante di ordigni, figlia dell’attentatore dello zar Alessandro II, ha ottenuto una copertura d’attrice in virtù della quale può incrociare e seguire i movimenti degli illustri ospiti del governatore e di quest’ultimo. Sebbene faccia fatica a imparare le battute, entra nella parte magnificamente perché comprende che l’atto di Clitemnestra in quel momento riproduce la volontà dell’intero popolo russo di liberarsi del tiranno traditore.
Questa sovrapposizione tra mito antico e attualità funziona nel libro come una partitura ben congegnata che dà profondità alla trama, sorreggendo su solide basi l’intera architettura narrativa. A monte vi è uno scrupoloso studio della letteratura del tempo, in parte citata direttamente anche nel testo, da Il governatore di Leonid Andreev, incentrato sull’ultimo periodo di vita della vittima, al Diario di un terrorista, scritto dal principale organizzatore dell’agguato mortale a Sergej Romanov.
Dunque, non solo volume da collezione per gli appassionati del genere a fumetti ma interessante saggio storico che descrive i fatti da un’angolatura insolita, di grande efficacia. 

   
(Di Claudia Ciardi)
      

Edizione:

Nury-Robin, Morte allo zar, Mondadori Comics Historica, n. 53, 2017



17 febbraio 2017

Dada 1916-2016



Hugo Ball al Cabaret Voltaire in costume di scena (1916)


La Fondazione Brescia Musei e il Santa Giulia proseguono il ciclo di grandi mostre inaugurato lo scorso anno con la rassegna sugli esordi di Marc Chagall in Russia. Giunto quasi alla sua conclusione, desidero spendere qualche parola su un evento di particolare interesse che ha inteso celebrare il centenario della nascita del dadaismo, immaginifico quanto frastagliato cantiere delle arti aperto in Svizzera nel febbraio 1916.
Si tratta di un’esposizione molto curata che riesce a incanalare buona parte delle performance dadaiste in un percorso tematico avvincente, senza smarrire un opportuno principio di coerenza, cosa che altrimenti renderebbe difficile seguire una vicenda culturale così variegata.
Il dadaismo infatti nasce da molti semi diversi, un amalgama di ingredienti geografici, etnici, storici che fanno massa critica nella libera e pacifica Zurigo, terra di esuli e rifugiati in un’Europa sventrata dalla prima guerra mondiale. Vi si ritrovarono artisti che desideravano proseguire la loro opera e studenti che volevano continuare l’università, più in generale e semplicemente uomini preoccupati di non andare sotto le armi, impegnati a preservare un’altra idea di mondo, in evidente collisione con le classi dirigenti dell’epoca.
In tal senso la fase pre-dadaista mostra molto bene i chimerici indirizzi, tra loro spesso diversi nella sostanza e negli esiti, che alimentano questo insolito fenomeno, destinato a far parlare di sé abbastanza a lungo, spartendosi poi in numerosi rivoli, dopo la conclusione di quello che si potrebbe definire il periodo più tempestoso e creativo, dalle serate al Cabaret Voltaire, nel ’16, all’immediato dopoguerra. Dai tardosimbolisti francesi, alle forme giovaniliste dell’espressionismo tedesco con cui la nuova avanguardia svizzera si confronta in maniera piuttosto serrata, alle ricerche strutturali su testo e immagine divulgate dall’avanguardia russa, fino all’idea di un’arte che superasse l’arte, elaborata da Marcel Duchamp a partire dal 1912.
La rottura dada fa perno sulla parola, discussa, rovesciata, sradicata, associata a forme d’arte visiva funzionali di volta in volta a metterla in crisi o a espanderne i limiti strutturali di significante e significato. Le esibizioni provocatorie e senza centro di Tristan Tzara (1896-1963), poeta rumeno tra i maggiori promotori del dadaismo, cui forse si deve anche l’aver coniato il nonsense “dada”, sono exempla del palinsesto che orienta tutta la rumorosa impalcatura di questo progetto. Ed esattamente la provocazione è un segno che non va mai smarrito, attraverso cui s’intende far passare un messaggio parallelo a quello abituale e innegabilmente brutale della realtà, una sorta di telecinesi del pensiero con cui, anche in una prospettiva di superamento delle vicissitudini della guerra, si potesse mettere a fuoco un’alternativa culturale e politica per l’essere umano. Il fatto che la corrente dadaista abbia iniziato a scorrere nel pieno del carnaio bellico, non è questione secondaria e denota l’esigenza di un’evasione dal mondo, una fuga, se però vogliamo dire fino in fondo, impegnata, una militanza trasversale che ha visto confluire le esigenze di tanti giovani nelle forme di un’immaginazione molto meno fine a se stessa di quanto si possa pensare a un primo sguardo in superficie.
La mostra è in massima parte incentrata sul rapporto tra la fucina originaria e il Sud delle Alpi, la frontiera italiana che pure attraverso il futurismo incontra e veicola “dada” nella penisola, dando vita ad affascinanti laboratori, come a Roma, o a quello se vogliamo un po’ inaspettato di Mantova, alla luce del carattere per certi versi appartato e perfino sonnacchioso della città. Ma c’è un aspetto ancora più inconsueto, non sufficientemente approfondito credo, che questa rassegna pone in risalto, ossia l’esperienza di “eremitaggio artistico” del Monte Verità, ad Ascona, nel Canton Ticino. Un gruppo cospicuo di ingegni e talenti, in cerca di un più genuino contatto con la natura, si ritirarono in una convivenza scandita da arte, misticismo e anarchia. Eredi della filosofia naturista fondata da Ida von Hofmann, è significativo che alcune delle personalità che qui si incontrarono, fossero le stesse che si ritrovarono a Zurigo ad animare, neppure un paio di anni dopo, le serate inaugurali della rivolta dada. Basti il nome di Hugo Ball, figura immortalata nella locandina della mostra e personaggio di spicco in questa vorticosa galassia, ma ancor più emblema della sua implosione. Qui si scorge, infatti, in controluce l’impronta di una dadaismo spirituale e mistico verso cui Ball tornerà convintamente proprio dopo la fine della Grande Guerra, abbracciando un ostinato e definitivo ritiro al monte, in condizione di solitudine. A questo proposito è interessante leggere la testimonianza dello scrittore svizzero Friedrich Glauser che frequentò Ball ad Ascona: « … una misura difensiva […] A cosa valevano la logica, la filosofia e l’etica contro l’influsso di quel macello che era diventata l’Europa? Era una bancarotta dello spirito. Ogni giorno se ne raccoglievano nuovi esempi […]. Era un tentativo di distruggere i mezzi di cui il materialismo si era appropriato per difendere il proprio mondo” (F. Glauser, Dada, Ascona e altri ricordi, Sellerio, 1991)».
Un risvolto affatto secondario, capace di illuminare le ragioni del movimento plasmato da Tzara, Arp, Richter e compagnia, attraverso le sue componenti più intimiste e forse perciò anche maggiormente rivelatrici.

(Di Claudia Ciardi)




Monte Verità, Ascona, Ritratto femminile. Archivio Fondazione Monte Verità 
      

Related links:



Avanguardia russa


Catalogo: Dada 1916. La nascita dellantiarte, Silvana Editoriale, 2016


* Le prese della mostra sono state autorizzate dal personale. Foto di Claudia Ciardi ©



Marianne Werefkin, Il cenciaiolo, 1917 


Paul Klee, La casa rossa, 1913



Linternazionale dadaista a Berlino


Fortunato Depero, Tamburo al teatro dei piccoli, 1918


Cartolina che informa delluscita del primo numero della rivista «Procellaria» a Mantova

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