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31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, che l’essere umano nei millenni non ha smesso di praticare fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora osservando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che l’essere umano attraversa nelle differenti circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

20 maggio 2017

Nury-Robin - Morte allo zar






È appena uscita nella collana Historica Mondadori una bella graphic novel che s’inserisce degnamente nel filone delle iniziative dedicate al centenario della rivoluzione russa. Non si tratta qui dei fatti del ’17 ma dei sanguinosi antecedenti del biennio 1904 -’05. In particolare viene ricostruito l’assassinio per le strade di Mosca del governatore Sergej Romanov, zio dello zar, sullo sfondo di un malcontento popolare sempre più fosco.
I due illustratori francesi compongono altrettanti episodi che illustrano l’attentato dal punto di vista della vittima, che sente su di sé l’inappellabile condanna dei sudditi, e dell’agente coinvolto nella sua preparazione materiale. Questo incrociarsi di prospettive, paure e dissidi interiori contribuisce a un quadro molto vivido del dramma in cui i due principali protagonisti si stagliano come solitarie icone, ora affette da gigantismo ora relegate in una pallida atrofia di gesti e toni, a fronte del feroce tumultuare del popolo.
Nella sua dettagliata introduzione al volume Sergio Brancato, sociologo dell’università Federico II, isola il filo conduttore che va dal 1848, anno che vede l’uscita a Londra del Manifesto del partito comunista, firmato da Marx e Engels, ai moti che nel medesimo anno scossero le monarchie europee. Queste primavere delle nazioni gettarono i loro semi fino alle soglie del XX secolo e la Russia non ne fu al riparo. Zarismo e emancipazione del popolo si fronteggiarono in una spirale di eventi che non poté più essere ricomposta, fino alla frattura finale. Il 17 febbraio 1905, dopo diversi tentativi falliti, il granduca e governatore di Mosca trovò la morte sulla piazza Senatskaja per mano del terrorista Ivan Kaljaev, militante del Partito Socialista Rivoluzionario. Tutto aveva avuto inizio l’anno precedente con la strage di popolo del 17 settembre, quando il Romanov, non si sa se d’intenzione o per sinistra casualità, si lasciò cadere di mano il fazzoletto, segno che la propria guardia avrebbe dovuto aprire il fuoco sui manifestanti. Cosa che avvenne puntualmente: morirono in quarantasette, fra cui tre bambini. Da allora in poi il governatore fu additato come un boia e la vendetta non sarebbe tardata. Del resto, poco prima, sempre per mano del terrorismo di matrice antizarista si era consumata l’uccisione del ministro Pleve. I palazzi tremavano sotto l’assedio del popolo, ogni giorno più stringente.
Nel frattempo da San Pietroburgo anche lo zar contribuì a peggiorare le cose, sopprimendo i moti di protesta nella famosa domenica di sangue del 23 gennaio 1905. I morti furono centinaia, stando a certe fonti quattromila in tutto. Pochi giorni dopo, a teatro a Mosca, durante la prima dell’Agamennone di Eschilo fallì un nuovo attentato al governatore. 
Che proprio la tragedia del grande poeta greco si dipani in parallelo al coagularsi del dramma storico è un’ulteriore spinta emotiva da cui la vicenda prende forza. Erna, l’avvenente fabbricante di ordigni, figlia dell’attentatore dello zar Alessandro II, ha ottenuto una copertura d’attrice in virtù della quale può incrociare e seguire i movimenti degli illustri ospiti del governatore e di quest’ultimo. Sebbene faccia fatica a imparare le battute, entra nella parte magnificamente perché comprende che l’atto di Clitemnestra in quel momento riproduce la volontà dell’intero popolo russo di liberarsi del tiranno traditore.
Questa sovrapposizione tra mito antico e attualità funziona nel libro come una partitura ben congegnata che dà profondità alla trama, sorreggendo su solide basi l’intera architettura narrativa. A monte vi è uno scrupoloso studio della letteratura del tempo, in parte citata direttamente anche nel testo, da Il governatore di Leonid Andreev, incentrato sull’ultimo periodo di vita della vittima, al Diario di un terrorista, scritto dal principale organizzatore dell’agguato mortale a Sergej Romanov.
Dunque, non solo volume da collezione per gli appassionati del genere a fumetti ma interessante saggio storico che descrive i fatti da un’angolatura insolita, di grande efficacia. 

   
(Di Claudia Ciardi)
      

Edizione:

Nury-Robin, Morte allo zar, Mondadori Comics Historica, n. 53, 2017



2 aprile 2015

Considerazioni sul carme 65 di Catullo


Il recente scambio di riflessioni col classicista e poeta Francesco Dario Rossi ha contribuito a riaccendere il mio interesse per la poesia catulliana. Essendo io un’affezionata del mito di Procne e Filomela, che mi è capitato di analizzare sia nei testi antichi sia nell’epica inquieta e franta di Pound e Eliot, ho voluto coinvolgere il mio gentile interlocutore in un’analisi del carme 65 di Catullo. Ne sono nati una traduzione a quattro mani e un commento dello stesso Rossi che cerco qui di introdurre brevemente, ripercorrendo i miei interessi mitologici. La scelta del carme infatti è scaturita da parte mia proprio in virtù della suddetta citazione mitica che il cantore latino introduce nella prima parte della seconda strofa, quale nota del suo dolore per la perdita del fratello. Il tono è particolarmente struggente, perché prima il poeta descrive l’impossibilità di esprimersi in versi (e utilizza una formula bellissima «mens animi» per parlarci della sua sensibilità “distolta” dal lutto che lo ha colpito). Poi, per marcare in via ulteriore l’assenza di voce lirica, apre la seconda strofa alla sorte della daulia Procne; per inciso nella resa in italiano tutta questa sezione di versi sembra inclinare con moto quasi naturale verso accenti foscoliani, segno secondo me di un’assidua frequentazione da parte del poeta di Zante. Abbiamo perciò voluto mantenere questa suggestione anche nel nostro testo. 
Per quanto riguarda il riferimento al mito, si tratta di un accenno che tuttavia riattiva una tradizione letteraria profondissima nel mondo antico, che in ambito greco coinvolge le origini stesse della poesia, da Omero a Esiodo per riversarsi nelle successive elaborazioni tragiche da Eschilo (che avrebbe scritto forse un’intera tragedia su questa saga, il Tereo) a Sofocle. Ai romani era ben presente la longevità del mito e la sua forza – pensiamo al quadro ovidiano del VI delle Metamorfosi – e per Catullo, in un contesto quale quello offerto dal carme 65, concepito come biglietto di presentazione all’amico Ortalo circa il lavoro compiuto su Callimaco, l’occasione di un contatto con le matrici del proprio esercizio letterario deve aver esercitato un richiamo fortissimo. Da una parte dunque sta la citazione cosciente, suggerita dallo sfondo del carme, che tratta una materia colta, d’ispirazione ellenistica, dove il gioco dei rimandi entra a pieno titolo, ma dall’altra vi è pure la spontaneità di qualcosa che sale a fior di labbra, quasi fosse il naturale compendio d’espressione di un dolore tanto lacerante, quanto la perdita di un fratello che è «vita amabilior» può suscitare. E di questa genuinità testimonia proprio il modo della citazione, rapida, rapidissima, due versi appena in cui Catullo fa largo alla prima e più arcaica versione della storia, a noi giunta dall’Odissea. Recuperiamo infatti nel carme il nome omerico per l’ucciso, Itilo, che nelle successive varianti diviene Iti, e il cantare dell’usignolo nel folto della macchia; in Omero leggiamo «degli alberi stando tra il denso fogliame».
Un mito è una sorta di scatola magica nella quale col tempo finiscono per essere riposte molte altre storie, che tra loro si amalgamano oppure collidono causando la perdita di senso di alcune sue componenti. È un creatura metamorfica il mito, oltremodo sfuggente eppure tra le sue tante maschere sempre continuano a scorgersi quegli aspetti, per quanto talora sbiaditi, che ci riportano alle sue radici, a una territorialità complessa fatta di saghe familiari, re autoctoni e principesse straniere o viceversa, e poi ancora riti,  oracoli, preghiere, filastrocche. Questa corrente non può che provocare il lettore attraverso i secoli. Ne intuiamo tutto il carico meraviglioso, come un bastimento che attraversa il nostro immaginario senza far rumore, senza smuovere minimamente le sue acque eppure lasciando dentro di noi un’ombra durevole, qualcosa a cui guardiamo come un mondo in cui stanno gli infiniti mondi della nostra infanzia e di tante altre infanzie che fino a allora credevamo sconosciute e che lì, guardando a quella sagoma, sentiamo invece nostre.
Il mito di Procne, quindi, non si è tramandato in una sola versione. Quella ovidiana, che ci è forse più nota, la fa essere figlia del re ateniese Pandione, sposa di Tereo, re di Tracia, il quale sequestra sua sorella Filomela, violentandola e tagliandole poi la lingua perché non parli. Attraverso un espediente Procne viene a conoscenza del crimine, libera Filomela, e con la sua complicità uccide il figlio Iti, servendolo alla mensa di Tereo. Avviene così la metamorfosi ornitologica dei protagonisti, sulla quale pure non vi è accordo nella tradizione: Procne-rondine, Filomela-usignolo, Tereo-upupa.
Delle multiformi attestazioni del mito rende conto in un saggio a mio parere magistrale il grande Ignazio Cazzaniga, autore di La saga di Itis nella tradizione letteraria e mitografia greco-romana. Sebbene possa parere uno studio datato, parliamo degli anni ’50, le sue pagine procedono con una freschezza invidiabile. Inoltre, uno che attribuisce la paternità del frammento 304 N a Eschilo con la sua argomentata disinvoltura, cestinando le affermazioni pro-sofoclee di blasonati filologi, non può che essere un tipo interessante. Tuttavia, addentrandomi in tali discorsi, non vorrei scoraggiare il lettore, perché questo libro è sì specialistico ma è soprattutto un bel saggio come se ne scrivevano anni fa, quando lo studioso pensava di resistere al tempo, aggiungendo un tassello alla ricerca culturale attraverso la sua fatica.
Quanto alle sintesi novecentesche dedicate alla dolorosa storia di Procne e Filomela sarò più che concisa. Ne scrissi già diversi anni fa nelle note a un mio testo, poeticamente ancora acerbo, dedicato ai Pisan Cantos. Questo denso materiale saggistico spero prima o poi di riprenderlo in mano; si tratta di osservazioni condotte attorno ai canti LXXVII, LXXVIII, LXXXII e al The Waste Land di Eliot (vv. 99-101): «La metamorfosi di Filomela, dal barbaro re/ così brutalmente forzata; là tuttavia l’usignolo/ riempiva tutto il deserto di voce inviolabile». È la metafora della frantumazione dei rapporti umani, in cui si ascolta il deflagrare di un secolo tenuto a battesimo da due guerre mondiali, dove anche la poesia diviene qualcosa di metallico, lugubre, sfuggente, qualcosa che il poeta insegue sentendosene, alla maniera catulliana, per troppo dolore distolto.

(Di Claudia Ciardi)





 Etsi me adsiduo defectum cura dolore
     Seuocat a doctis, Ortale, uirginibus,
Nec potis est dulcis Musarum expromere fetus
     Mens animi: tantis fluctuat ipsa malis,—
Namque mei nuper Lethaeo gurgite fratris
     Pallidulum manans adluit unda pedem,
Troia Rhoeteo quem subter litore tellus
     Ereptum nostris obterit ex oculis.
     . . . . . . .
     Numquam ego te uita frater amabilior
Adspiciam posthac: at certe semper amabo,
     Semper maesta tua carmina morte canam,
Qualia sub densis ramorum concinit umbris
     Daulias absumpti fata gemens Ityli,—
Sed tamen in tantis maeroribus, Ortale, mitto
     Haec expressa tibi carmina Battiadae,
Ne tua dicta uagis nequiquam credita uentis
     Effluxisse meo forte putes animo,
Vt missum sponsi furtiuo munere malum
     Procurrit casto uirginis e gremio,
Quod miserae oblitae molli sub ueste locatum,
     Dum aduentu matris prosilit, excutitur;
Atque illud prono praeceps agitur decursu,
     Huic manat tristi conscius ore rubor.


Anche se, da un dolore senza tregua sfinito, mi distoglie
dalle Muse laffanno, Ortalo
né partorire può il dolce frutto della poesia
il mio sentire: per mali tanto grandi ondeggia
(è poco infatti che dal gorgo del Lete una corrente
il pallido piede di mio fratello lambisce)

[...]

Né più mai, fratello, potrò rivederti
della vita più caro: ma sempre certo ti amerò.
Sempre tristi carmi per la tua morte canterò,
quali sotto lombre fitte dei rami
Procne piangente la sorte dellucciso Itilo fa risuonare.

Ma pur in così gravi affanni tinvio,
Ortalo, questi versi del Battiade Callimaco per te tradotti,
perché tu forse non pensi che dallanimo mio
ai vaghi venti date, sian le tue parole disperse,
come una mela, segreto dono dello sposo,
dal puro grembo della ragazza rotola via,
dimenticando lei che fosse nella molle veste nascosto,
mentre allarrivo della madre si scuote, e quella cade;
e rapida scivolando avanza,
e a lei triste in viso sale latteso rossore.




Catullo scrisse questo carme come accompagnamento alla traduzione della Chioma di Berenice di Callimaco, che egli dedica ed invia a Quinto Ortensio Ortalo. 
Dice ad Ortensio che gli scrive questi versi adempiendo ad una promessa, anche se il dolore per la morte del fratello vicino a Troia lo tiene lontano dalle Muse e gli inibisce il canto. Da ora in poi scriverà soltanto «maesta carmina», come quelli che cantò Procne, gemendo per il destino atroce del figlio Itylo, che aveva fatto a pezzi e dato in pasto per vendetta al marito Tereo.
Catullo afferma che, nel lutto del suo animo «nec potis est dulcis Musarum fetus mens animi». La poesia è considerata «dulcis fetus» (parola della stessa radice di fero, fertilis, fecundus, femina e quindi connotata di vita, di forza creativa). Anche il verbo «expromere» esprime molto bene la sofferenza e nello stesso tempo la gioia del parto, tanto più se il fetus è dulcis, come la poesia.

Ci troviamo di fronte ad uno dei problemi chiave della creazione poetica: il dolore atroce può generare poesia?
E non ci può essere dolore più atroce di quello di una madre che, come Medea, uccide il figlioletto e per di più lo dà in pasto al marito per vendicarsi di un suo tradimento. Come in Medea, la gelosia e la vendetta accecano Procne a tal punto da superare la forza dell’amore più forte e naturale, quello di una madre per i suoi figli, carne della sua carne e continuazione di lei nel tempo.
A seguito di questo dolore straziante Procne «cecinit maesta carmina», come quelli che Catullo scrive dopo la morte dell’amato fratello. 
A mio avviso il dolore straziante inibisce la vera poesia,  che dovrebbe essere in equilibrio tra personale e fuga dal personale, tra emozione e fuga dall’emozione. Solo con la rielaborazione del lutto sgorga la vera e universale poesia, che nasce dal virgiliano «sunt lacrimae rerum».
Dal dolore atroce possono uscire urla, parole troppo gridate e personali per attingere una valenza universale. Oppure dal lutto non rielaborato nasce una poesia-lamento, dove il poeta si piange addosso e poco comunica. Si pensi ad esempio a molti versi del Pascoli, in cui egli piange per lutti in realtà non rielaborati. Le vere poesie pascoliane non sono queste, ma i versi in cui canta il mistero, la vertigine del vuoto.

Tornando al carme 65 di Catullo, sono bellissimi gli ultimi sei versi, in cui, per dire che le parole di Ortensio Ortalo «vagis nequiquam credita ventis effluxisse» (si noti l’assonanza aerea di vagis e ventis) parla di una fanciulla, a cui il fidanzato ha donato una mela e, per nasconderla alla madre, la cela in seno. Poi, colta all’improvviso dall’arrivo della madre, la ragazza sussulta: la mela cade a terra, rotolandole in grembo, e lei arrossisce, di un «rubor conscius» (si rende conto di arrossire e arrossisce ancor più).
La mela «prono praeceps agitur decursu»: l’allitterazione delle “p” e delle “r” trasmette al lettore o ascoltatore l’immagine della mela che corre via, rotolando in grembo alla ragazza. 

Il carme 65 è una splendida poesia. E questo dimostra che Catullo riteneva a torto inibita la sua capacità poetica per la morte del fratello. Ma il suo era un lutto rielaborato e quindi compatibile con la creazione poetica.

Francesco Dario Rossi, 
Sestri Levante, 15 marzo 2015


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