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5 marzo 2018

Marc Augé - Un etnologo nel metrò





Marc Augé, classe 1935, antropologo francese autore di libri fortunati nei quali ha indagato il senso dello spazio e della memoria, come il celebre «Rovine e macerie» edito in Italia da Bollati Boringhieri, con «Un etnologo nel metrò», breve ma densa monografia, ci accompagna in un affascinante viaggio lungo le linee della metropolitana di Parigi.
Quello che potrebbe sembrare un insolito terreno di esplorazione, incoerente all’apparenza col mondo di superficie, si rivela un luogo di richiami e sedimentazioni, caratterizzato invece da una straordinaria capacità ricettiva. E viceversa, giacché il sottosuolo, divenendo fulcro delle abitudini in base a cui si articola la vita in metropoli, contamina largamente quel che accade qualche metro sopra. La sintonia che qui è possibile cogliere con i livelli più profondi del sé, permette di analizzare la struttura del corpo sociale, fino a tracciarne riti e itinerari riconducibili a una vera e propria era geologica che ha visto la piena affermazione della metropoli e dei suoi ritmi.
Il metrò diviene dunque una macchina del tempo in grado di mettere in contatto zone d’ombra, o più semplicemente lembi sopiti della nostra interiorità, con la storia sociale cui apparteniamo o crediamo di appartenere. I nomi delle fermate che in rapida successione si offrono allo sguardo del viaggiatore dal buio della galleria, racchiudono cosmogonie d’inaspettata ricchezza, attraverso cui risalgono matasse di memorie, delle quali non tutto, e non sempre, si indirizza alla nostra comprensione. La mappa della metropolitana descrive una geografia che solo in piccola parte è indicativa di un tragitto; i vagoni funzionano come un vero e proprio dispositivo a mezzo del quale la storia dei singoli s’incontra con le narrazioni che alimentano l’identità urbana.
«Basta, a volte, il caso di un itinerario (di un nome, di una sensazione) perché il viaggiatore distratto scopra all’improvviso che la sua geologia interiore e la geografia sotterranea della capitale hanno punti di contatto: scoperta folgorante di una coincidenza in grado di provocare nelle nicchie sedimentarie della sua memoria piccoli sismi intimi».
Questa discesa nei diversi livelli di coscienza della storia individuale e collettiva, costituisce un osservatorio privilegiato delle tante collisioni che animano la contemporaneità di cui i passeggeri sono sia spettatori che fabbri. Ma il metrò è anche il mezzo della sospensione. Durante lo spostamento da una stazione all’altra, i viaggiatori abbandonano, pur in maniera fittizia e per un lasso di tempo limitato, le certezze ma anche le noie derivanti dalla loro esistenza ordinaria in superficie. Sotto, divengono preda della ineludibile cadenza con cui i convogli setacciano gli strati meno noti della città ed è come se una strana forza traente decretasse l’orientamento di qualsiasi pensiero o sensazione. In questo stato, dove si produce una sorta di ipnosi del corpo, sperimentano per qualche istante la crisi dei sistemi in cui normalmente agiscono.
L’esorcismo è ascritto alle condizioni del viaggio e a quel filo sottile ma tenace della loro condivisione tra quanti affollano nel quotidiano, per le ragioni più disparate, le banchine del metrò. Alla più piccola variazione, l’unisono che stringe la comunità viaggiante può andare perduto; l’insieme si regge su un equilibrio assai fragile, e qualora il singolo componente salti nella catena di formule e figure, ne risulta compromessa la sostanza rituale. Perché la singolarità dello spostarsi e il senso mai unico che ne deriva affiorano qui da una delicata sommatoria tra aspirazioni dell’individuo e moti collettivi.
«Tutti questi viaggiatori sotterranei si differenziano gli uni dagli altri, anche se i loro movimenti quasi regolari (come quelli dell’oceano Atlantico, con le sue maree alte e basse e le sue fasi di tempesta o bonaccia) suggeriscono tuttavia che una stessa attrazione li anima e li muove, li riunisce e li disperde».
La metropolitana non si identifica soltanto col dedalo dei suoi tracciati, scuro fiume che inonda le cantine della città, strappando via frammenti e oggetti da quelle pareti dimenticate per rovesciarli ai piedi dei suoi frequentatori. È un’architettura composita che, al contrario di quanto si possa pensare, si regge per una piccolissima parte sulle proprie strutture visibili, affidando una porzione rilevante delle sue suggestioni simboliche a numerosi altri aspetti. Dall’annuncio delle destinazioni per mezzo della voce automatica, il che contribuisce a creare un’attesa dal gusto surreale attorno alla meta, alla sirena dei treni in partenza. E poi ancora, le vibrazioni che scuotono i muri della stazione, il gesto rapido e perfino sontuoso con cui di solito i passeggeri vidimano il biglietto precipitandosi nel varco aperto, il vento che filtra in galleria pochi secondi prima dell’arrivo del treno, e pure la corrente d’aria che visita ininterrottamente i corridoi di certe uscite. L’umore un po’ trasognato dei chioschi sotterranei, la grazia da semidei di musicisti e accattoni confinati agli imbocchi di scale e corridoi.
Augé ci guida in un microcosmo che non solo per scelta tematica ma forse più ancora nei toni si ritaglia un posto d’onore all’interno della letteratura sulla flânerie, inaugurata proprio sulle strade di Parigi da Baudelaire, Breton, Hessel, Benjamin, Kracauer, per citare alcuni tra i suoi maggiori praticanti e affabulatori. Lo studioso suggerisce una serie di chiavi di lettura in parallelo ad altrettanti punti di osservazione, con l’augurio che altri abbiano voglia di avventurarsi alla scoperta di un universo sepolto dove, lasciando che l’occhio si abitui al buio, è facile scorgere segni dei nostri infaticabili corsi e ricorsi lungo i sentieri della storia.


(Di Claudia Ciardi – articolo pubblicato nel 2014)


Edizione recensita:

Marc Augé, Un etnologo nel metrò
Elèuthera, 2010


*Per alcune considerazioni sugli itinerari della metropoli si veda l’articolo "Denkbilder e passages", pubblicato in questo blog.

23 settembre 2012

There is a garden in the memory.....


There is a garden in the memory.....

Eraclito

Heraclitus, Fragment 44:
Diogène Laërce, Vies des philosophes, IX, 2

_ _ μάχεσθαι χρὴ τὸν δῆμον ὑπὲρ τοῦ
νόμου ὅκωσπερ τείχεος.

[44. Le peuple doit combattre pour la loi
comme pour ses murailles.]
[The people must fight for its law as for its walls.]


Yasunari Kawabata
Il suono della montagna – Der Klang des Berges

«Non era ancora il cielo di agosto, ma gli insetti cantavano già. Si udiva il suono della rugiada che, a goccia a goccia, cadeva da una foglia sull’altra. Poi, all’improvviso, Shingo udì il suono della montagna.
Non tirava vento. La luna era chiara, quasi piena, ma l’aria della notte era umida. I contorni degli alberi che ornavano la collina erano vaghi. I rami, tuttavia, erano fermi. Anche le foglie delle felci sotto la veranda dove si trovava Shingo erano ferme.
La casa si trovava in fondo a una terra stretta che a Kamakura chiamavano comunemente yato, la valle. Certe notti si udiva il suono delle onde. All’inizio, perciò, Shingo aveva pensato che si trattasse del suono del mare. Era chiaramente il suono della montagna, invece.
Somigliava al suono del vento lontano, ma aveva una forza profonda come se si trattasse dei rimbombi della terra. Pareva quasi che qualcosa risuonasse nel suo capo.»

«….et le vent du matin soufflait sur les lanternes.

C’était l’heure où l’essaim des rêves malfaisants

tord sur leurs oreillers les bruns adolescents;

où, comme un oeil sanglant qui palpite et qui bouge,

le lampe sur le jour fait une tache rouge»


«…..il vento del mattino soffiava sul lampione un po’ spento.

Era l’ora che sciami di sogni turbolenti

torcono sui cuscini i bruni adolescenti.

Come un occhio ferito che palpita, intorno

sanguinate, la lampada macchia di rosso il giorno»

Charles Baudelaire, Le crépuscule du matin [Il crepuscolo del mattino]


Robert Musil
Heft 26, 1921-1923?, p. 672

Alle Völker wurden von etwas Irrationalen aber Ungenheurem berührt, fremd, nicht von der gewohnten Erde, später als eine Halluzination erklärt. Bemerkbare Teile dieses Erlebnisses: Jeder hatte mit jedem zum erstenmal etwas gemeinsam. Auflösung in ein überpersönliches Geschehen. Man spürt die Nation leibhaft. Mystische Ureigenschaften so real wie Fabriken. Andres Verhältis zum Tod. Beim Duchschnittsmenschen speziell: Gefühl etwas Großes zu erleben. Man kann das nicht einfach eine Trunkenheit, Psychose, Suggestion, Blendwerk usw. nennen. Etwas Verwandtes wiederholte sich beim Ende des Kriegs. Die österliche Weltstimmung. Auch sie war keine Illusion usw. Sie war wie ein trojan Pferd: ein Betrug – aber in den Umrissen eines göttlichen Erlebnisses.


«Tutti i popoli vennero toccati da un che di irrazionale e mostruoso, estraneo, non proveniente dal mondo usuale, più tardi spiegato come un’allucinazione. Parti percettibili di questa esperienza: ognuno aveva qualcosa in comune con ognuno. Dissoluzione in un accaduto sovrapersonale. Si percepisce la nazione in carne ed ossa. Qualità mistiche reali al pari di fabbriche. Un diverso rapporto nei confronti della morte. Particolarmente presso gli uomini mediocri: sensazione di qualcosa di grande da conoscere. Non la si può semplicemente chiamare un’ebbrezza, una psicosi, una suggestione, un’illusione. Un che di affine si ripeté al termine della guerra. L’universale sentimento della Pasqua. Non era un’illusione ecc…Era un cavallo di Troia: un imbroglio ma sotto le spoglie di un’esperienza divina.»
Traduzione di Claudia Ciardi

Birken im Schnee ©

Sergej Esenin
Сергей Александрович Есенин
[Ardi, mia stella, non cadere]

Ardi, mia stella, non cadere.
Fai scendere freddi i tuoi raggi.
Giacché oltre la cinta del cimitero
un cuore vivo non batte.

Tu splendi di agosto e di segale
e riempi il silenzio dei campi
con il singhiozzante tremore
di gru non migrate.

E, alzando più alta la testa,
al di là del bosco, della collina,
sento ancora qualcuno che canta
il paese paterno, la casa natale.

E l’autunno che si fa d’oro,
e secca il succo alle betulle,
per tutti quelli che ho amato e lasciato
sulla sabbia piange le foglie.

Io so, so. Presto, presto,
per colpa non mia né di altri
sotto un basso steccato di lutto
avrò in sorte anch’io di giacere.

Si spengerà la carezzevole fiamma,
e il cuore in polvere si muterà.
Una pietra grigia porranno gli amici
con una gioiosa scritta in poesia.

Ma conciliato col rito funebre,
io per me stesso così scriverei:
ho amato la patria e la terra
come la bettola l’alcolizzato.

Traduzione di Margherita De Michiel
I poeti di Via del Vento, Sergej Esenin, Stanco di vivere e altre poesie, Acquamarina, 17

Full catalogue on facebook/ Via del Vento, «Acquamarina» archive

Esenin.ru


Mein Fenster
Tagebuchzeichnung
1910
Lawrence Ferlinghetti

The Canticle of Jack Kerouac
Il cantico di Jack Kerouac

[.....]

Far from the sea far from the sea
of Breton fishermen
the white clouds scudding
over Lowell
and the white birches the
  bare white birches
along the blear night roads
flashing by in darkness
(where once he rode
in Pop’s old Plymouth)
And the birch-white face
of a Merrimac madonna
             shadowed in streetlight
 by Merrimac’s shroudy waters
- a leaf  blown
                                             upon the sea wind
out of Brittany
over endless oceans


There is a garden in the memory of America
There is a nightbird in its memory
There is an andante cantabile
in a garden in the memory
of America
In a secret garden
in a private place
a song a melody
a nightsong echoing
in the memory of America
In the sound of a nightbird
outside a Lowell window
In the cry of kids
in the tenement yards at night
In the deep sound
of a woman murmuring
a woman singing broken melody
in a shuttered room
in an old wood house
in Lowell
As the world cracks by
                                    thundering
like a lost lumber truck
                                    on a steep grade
                in Kerouac America  

[.....]


*** *** ***

Lontano dal mare lontano dal mare
dei pescatori bretoni
le nuvole bianche navigano veloci su Lowell
    e le bianche betulle le
                                     bianche betulle nude
      lungo le buie strade della notte
                  compaiono improvvise nel buio
(dove lui una volta passava
                               nella vecchia  Plymouth di Pop)
E il volto bianco come una  betulla
                                      di una madonna di Merrimac
     sotto l’ombra di un lampione di strada
                    lungo le nebbiose acque del Merrimac
        -  una foglia soffiata
                             dal vento di mare
dalla Bretagna
                      su oceani infiniti


C’è un giardino nella memoria d’America
C’è un uccello notturno nella sua memoria
C’è un andante cantabile
in un giardino della memoria
d’America
In un giardino segreto
in un luogo privato
un canto una melodia
l’eco di una canzone notturna
nella memoria d’America
Nel canto di un uccello notturno
fuori da una finestra di Lowell
Nelle grida di bambini
nei cortili popolari
Nel suono profondo
di una donna che sussurra
una donna che canta una melodia interrotta
in una stanza con le persiane chiuse
in una vecchia casa di legname
a Lowell
Mentre il mondo scricchiola
                                     con gran rumore
come un vecchio camion di legname
                                      su una ripida salita
                nell’America di Kerouac                   


Via Nemoreto
Foto di Claudia Ciardi ©
 
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