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19 giugno 2014

Botanischer Garten


Bahnhof Botanischer Garten (detail)

Un cappello finito chissà quando al bordo della ferrovia. Un ampio elegante cappello da donna, la grande tesa ondulata, si abbandona per alcuni attimi ai capricci del vento. Uno strano animale di paglia che trema come fosse vivo. A vederlo così in mezzo all’erba della massicciata ci si augura che da un momento all’altro possa sollevarsi e scomparire da quel desolato luogo d’esilio. Ma nulla del genere avviene. Dopo un paio di guizzi ricade nel suo abbandono. Questa presenza e il lamento di un uccello rifugiato da qualche parte dentro la macchia mi accolgono alla stazione dell’orto botanico. Tra i suoi binari si è subito fatta largo un’ombra di poesia; è come se un fiotto caldo e vertiginoso sgorgasse da me all’esterno. Ed è per questa partecipazione del corpo a cose ignote, alle quali perciò ci si sente ancor più devoti, che ho il chiaro presentimento di trovarmi, sì, in un luogo, ma anche su una sponda aggiunta alla mia irresolutezza con cui volentieri m’incontro.
Diverse volte ho partecipato qui alla collisione di gente e di oggetti, tanto più spontanea quanto chi l’osserva vi si mostra per sua natura arrendevole. E in mezzo a tali e altre eresie io mi aggiro credendo di stringere il pendolo delle mie giornate. Ma ogni certezza che per poco abbia abitato i miei pensieri si è sempre velocemente dissolta, un’attrazione infida ha mischiato verità e finzione, beffandomi.
Eppure so che non tutto è perso. Anche al Botanischer Garten ho avuto la mia conferma. Sono bastati un maldestro viaggiatore e l’inconfessabile augurio che ovunque mi trovi a camminare le fantasie di qualcuno sfiorino le mie.
Alla sosta del treno, mentre il solito uccello della selva scandiva il suo poema, e già questa voce mi attraeva a una dimora di misteriose grotte e benevoli incantesimi, un ossuto vagabondo ha fatto capolino dal vagone, trascinando con sé una bizzarra bicicletta che era forse anche la sua casa. La sagoma del telaio infatti soccombeva al monte delle cianfrusaglie che vi erano issate, e quell’instabile carretto dava l’impressione di cedere da un momento all’altro. Sulla banchina ci siamo scambiati uno sguardo, pochi istanti tra sconcerto e reciproca approvazione. Appena avuta la riprova che ero anch’io a mio modo una nomade, come se il suo ronzino smaniasse di mostrarsene riconoscente, ecco improvviso lo schianto. Un attimo, e i ninnoli strappati ad avverse contrade giacevano a terra, amuleti di una semina meravigliosa. Non ho seguito i movimenti dell’uomo, solo notai che gli si era raccolta in viso un’aria di dispetto, simile a una pioggerella che tuttavia non basta a far cambiare il tempo.
Prima che le porte del treno si richiudessero, già avvertivo nella schiena il respiro delle betulle, insieme al segreto delle sue creature – allora finalmente mi appartenevano – ma più ancora era sorta in me una fulminea complicità davanti alla quale mi sono arresa, essendo al cospetto di una rivelazione.

(Di Claudia Ciardi)




Segnalazione:

Sul nuovo numero della rivista «Incroci» un inedito di Joseph Roth, 
Lo sconosciuto clown di Barcellona. Con un saggio di Claudia Ciardi.
A cura di Claudia Ciardi, Katharina Majer e Via del Vento edizioni



6 marzo 2014

Oh Boy - Un caffè a Berlino




Oh Boy - Un caffè a Berlino 

di Jan Ole Gerster
Germania, 2012, 83’
Cast: Tom Schilling (als Niko Fischer), Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katharina Schuttler, Justus Von Dohnanyi, Andreas Schröders, Arnd Klawitter, Martin Brambach, Frederick Lau, Ulrich Noethen, Michael Gwisdek
Fotografia: Philipp Kirsamer
Montaggio: Anja Siemens
Produzione: Schiwago Film, Chromosom Filmproduktion, Hessischer Rundfunk (HR)
Distribuzione: Academy Two


Esordio alla regia per Jan Ole Gerster che presenta un film brillante, leggero solo all’apparenza, disegnato in un bianco e nero asciutto e pulitissimo, dal quale lo sguardo dello spettatore si sente immediatamente catturato. Dopo aver ricevuto numerosi riconoscimenti in patria (ben sei Premi Lola, gli Oscar tedeschi, nel 2013), la pellicola ha trovato un riscontro più che positivo anche tra il pubblico italiano. Gerster si inserisce a pieno titolo tra i grandi narratori della metropoli da Walter Ruttmann, Friedrich Murnau, Fritz Lang, Karl Freund ai contemporanei Wim Wenders e Hannes Stöhr.
Una Berlino straniante, personaggio statuario e immenso, fa da contraltare alla voce del protagonista Niko Fischer, ex studente di giurisprudenza in crisi di identità, inguaribile perdigiorno che non riesce a darsi alcun obiettivo. La macchina da presa nelle mani di Gerster si trasforma in uno scandaglio che va pizzicando miserie e nobiltà della metropoli, pauroso specchio che invece di riflettere contorce, dea bistrata preposta al rito di una sconvolgente quanto esatta autoanalisi.
A partire dal documentario di Ruttmann del 1927, malinconico epos per immagini di quei “dorati anni Venti” scossi in realtà da innumerevoli contraddizioni e difficoltà, Berlino è il fulcro rappresentativo di una urbanitas letteraria la cui origine Joseph Roth fissa proprio nel confronto tra l’immaginario degli scrittori ebrei tedeschi e la realtà della capitale.
Questo film spinge sui tasti della flânerie, unendo agli espedienti tonali del vagabondaggio in strada, l’esplorazione di uomini e donne in cui il carattere della città ha creato bizzarre forme di adattamento, tutte connotate da una patologica insicurezza, una esasperata propensione al fraintendimento dell’altro e all’errore. In questo mulinare di nevrosi grandi e piccole, si può a momenti perfino compatire l’inadatto Niko Fischer. Attraverso i suoi occhi, ci si sveglia in una ordinaria giornata berlinese. Tempo di mollare la ragazza e accendersi una sigaretta nel tostapane di un appartamento, dove si ammassano soltanto scatoloni, gli eventi prendono subito una piega storta. Dopo aver mentito per due anni filati al padre, Niko si trova ad affrontare un genitore che, informato sui fatti, gli volta le spalle senza troppi giri di parole. Mentre procede nel viaggio, ma sarebbe più corretto dire, mentre il protagonista avanza verso se stesso, la spirale di incontri assume connotati sempre più paradossali.
A scandire i suoi brevi istanti di lucidità, il puro e semplice desiderio di farsi servire un caffè che però non arriva. L’impresa infatti si rivela più difficile del previsto, e proprio attorno a questa ricerca sempre più disperatamente allucinata che procede per un intero giorno, incontrando infine la notte della metropoli, con il suo fosco underground di periferia popolato da comparse erratiche e deliranti, prende campo la metamorfosi del protagonista. L’architettura delle stazioni ferroviarie –  luoghi di passaggio, labirinti nel labirinto dell’esistenza – ne veglia il procedere da una meta all’altra, che naturalmente non va secondo un cammino lineare ma avviene in un casuale accostamento di pretesti, i quali alla fine raggiungono un punto critico, spingendolo fuori dall’improvvido e grottesco girovagare. In questi scatti dall’alto, tra binari, scale, pensiline s’intravede una Berlino al rallentatore, molto più pacata e addirittura scarsamente frequentata di come è in realtà. O meglio, vi sono in effetti degli angoli della metropoli in cui ogni presenza pare ritrarsi come un’insolita marea. Gerster lavora esattamente su questi attimi in cui Berlino espira, restando immobile e senza contrazioni. Dalla finestra di casa, Niko osserva il treno, apparizione monitrice del tempo, richiamo al livello della strada, alla discesa nella realtà e quindi, alle scelte che non potranno più essere rimandate. Nessun appiglio si offre per sperare in un riscatto. Niente da fare, Niko non sa andare in fondo alle cose. Nell’angosciante trascinarsi quotidiano mette a segno solo due colpi: un buon tiro al golf, di fronte a un padre in vena di umiliarlo, e una fuga che lo salva da una contravvenzione per non aver timbrato il biglietto. Ma si tratta per l’appunto di due rivincite assolutamente stonate.
L’agognato caffè arriverà in un’alba solitaria, triste e allo stesso tempo liberatoria. La sequenza del risveglio della città è tra le cose più notevoli del film; angoli di strada ancora semideserti, cantieri incustoditi, ammiccanti lanterne che si avviano a spengersi, grattacieli che non suscitano inquietudine ma sprigionano una forza per certi versi rassicurante: la fotografia è essenziale, di un lirismo trascinante proprio per la grazia minimalista che la ispira. Il regista stacca velocemente da una parte all’altra, tentando una rappresentazione corale del respiro della grande città, in cerca di quell’unisono che percorre tutto il racconto e che qui, nell’attimo incantato e ancora incorrotto del nuovo giorno, alla fine riesce a affiorare.  
Niko trema di fronte alla tazza che gli è stata servita. Ha appena saputo della morte del suo ultimo compagno di strada, un vecchio saggio, e forse clochard, un santo bevitore incontrato nel cuore della notte, di cui si trova a ascoltare controvoglia i ricordi di un’infanzia berlinese tutt’altro che serena. Epilogo zen. Si esce dalla notte, gettandosi alle spalle un bel po’ di male di vivere e cortocircuiti generazionali, si prova a far pace coi pensieri e con quel buio insopportabile che viene dal dentro più che dal fuori, si prova a imboccare una strada, pur nel dissacrante rovesciamento del vivere contemporaneo.

(Di Claudia Ciardi)


Related links:

Arri-Kino/ film

Artechok/ Kritik

Mymovies

Berlin calling – La Recherche/ Icaro a Berlino. Tra catabasi e poesia di Claudia Ciardi




In questo blog:

Stemma di Berlino:
«Tributo fin dal titolo al ciclo di poesie della Kolmar sugli stemmi delle città tedesche, cui lo scrittore dedica l’avvio del suo saggio e il denso capitolo conclusivo, tra i più coinvolgenti dell’intera trattazione, questo volume sulla poesia della metropoli intreccia alcune delle voci più rappresentative dell’umore e della cultura berlinesi alle opere degli artisti contemporanei che le accompagnarono, ponendosi in molti casi come loro fonte d’ispirazione.
Franco Buono conduce la sua ricerca seguendo gli sviluppi contemporanei di due potentissimi archetipi mitologici, che esprimono anche una fatale mescolanza di spazio e di tempo, ossia il labirinto e la metamorfosi, alla quale è soggetto chi abbraccia un percorso la cui destinazione appare a un primo sguardo indecifrabile».

«Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino».

«Opera del ’74, in questo film Wenders si cimenta in una narrazione doppia. Da una parte c’è il viaggio dei protagonisti che è tuttavia un divagare senza meta, il quale, invece di apportare un progresso, produce perdita e alienazione; dall’altra c’è una scrittura che affiora proprio dalle immagini del movimento di cose e persone, rivelando specularmente la sagoma più intimista del racconto. Falso movimento è l’ars poetica di Wenders, il lavoro dove con la maggiore incisività viene formulata la domanda di fondo che percorre l’intera sua produzione, ossia come possa la tecnica cinematografica definire la falsità caratteriale che ispira il movimento cinema. Ritmicità quasi ossessiva, quella con cui i mezzi di spostamento e comunicazione sono rappresentati sulla scena, già peraltro fotografati nel ruvido espressionismo della metropoli contemporanea in Alice nelle città».
    

29 ottobre 2012

Theodor Fontane - Elogio della flânerie


Theodor Fontane
L’aria di Berlino
Titolo originale: Von Zwanzig bis Dreißig, 1898
Traduzione italiana di Carmen Putti
Casa editrice: Santi Quaranta
Anno: 2004

From the book: pp. 102-105

«A Pasqua venni promosso alla classe superiore e mi ripromisi di essere diligente e ordinato. Ma non misi mai in atto i miei buoni propositi. Anzi, per quanto riguarda gli studi fu un vero fallimento, e non del tutto per colpa mia. O almeno per quella volta non fu colpa mia. A Pentecoste, allo zio August venne l’idea di affittare una casa per l’estate nelle vicinanze di Berlino e scelse una località ad un buon quarto d’ora di distanza dalla porta di Oranienburg, che veniva familiarmente chiamata “bei Liesens” (da Liesen). Da lì ci impiegavo esattamente un’ora per arrivare alla mia scuola e non era cosa da poco. Ma nulla era quell’ora di cammino in confronto a ciò che mi aspettava ogni mercoledì e domenica! In questi due giorni, infatti, erano programmate le escursioni botaniche con l’insegnante di scienze naturali, il benemerito maestro Ruthe. Poiché egli abitava all’imbocco della Köpnickerstraße, guarda caso le escursioni venivano sempre fatte nella zona verso Treptow o, meglio ancora, verso Britz e sui prati di Rudow. Vi partecipavo volentieri, soprattutto per merito del maestro. Mentre sedevamo sul cordolo di una rustica pista da bocce intenti a bere il nostro latte, il buon Ruthe, che in fondo era un uomo semplice, lasciava cadere la maschera dell’insegnante e faceva trasparire la sua vera natura di filantropo rousseauiano ed educatore. Toccava volentieri questioni riguardanti la morale.
“Ebbene, miei giovani amici, indubbiamente la botanica è una cosa buona e anche le scienze lo sono. Ma la cosa più importante resta sempre l’uomo con la sua retta moralità. Ve ne parlerei volentieri, subito qui, ma anche in classe. Vi gioverebbe di più di molti altri argomenti. Ma purtroppo non posso farlo.” Quest’ultimo era un chiaro riferimento al direttore, il vecchio Klöden, che credo avesse molte perplessità circa gli argomenti di morale di Ruthe. Ruthe era indubbiamente una persona eccellente, benché non abbia mai saldato con noi il debito del “mistero della vita”, ma per quanto lo amassi non riuscii mai a perdonargli la sua ostinazione nel non voler modificare la meta delle escursioni dai prati di Rudow. Abitando nella Köpnickerstraße, quella meta per lui era indubbiamente comoda e anche per i miei compagni di scuola il tragitto fino a casa non era eccessivamente lungo, per me invece, le vere difficoltà della giornata iniziavano appena terminata la lezione: troppo spesso, infatti, dovevo rifarmi il tragitto dalla Köpnickerstraße fino a Liesen con i piedi piagati poiché non ho quasi mai posseduto stivali in cui i miei talloni si trovassero a loro agio. Arrivavo perlomeno dopo un’ora e mezza di cammino. Una volta a casa facevo appena in tempo a sistemare gli esemplari botanici raccolti nella carta assorbente e finalmente sprofondavo stanco morto nel letto. È facile immaginare con che spirito mi alzassi il mattino successivo per andare a scuola. A volte l’impresa era superiore alle mie forze.
Un’altra conseguenza della villeggiatura a Liesen fu la pessima abitudine di andare a zonzo, tanto che per me divenne consuetudine marinare la prima ora di lezione, dalle otto alle nove. Per mia fortuna quell’ora corrispondeva alla lezione di francese e il professore insegnava in almeno altre tre scuole e così gli importava francamente poco degli assenti. Come il leone non riesce più a trattenersi dal compiere carneficine una volta assaporato il gusto del sangue, così ben presto anch’io non seppi più accontentarmi di bigiare la prima ora di lezione trascorrendo addirittura intere giornate a bighellonare dentro e fuori le mura cittadine. Le assenze prolungate avevano il vantaggio di essere facilmente giustificabili con la scusa di una “malattia”. E i giorni da ottobre a Natale si prestavano ottimamente allo scopo.
Ero perfettamente cosciente dello spreco di tempo che stavo perpetrando ma, contemporaneamente, non incontravo difficoltà nel mettere a tacere i rimorsi di coscienza, anche e soprattutto grazie alla mia giovane età. Producendo un’encomiabile opera di persuasione mi autoconvinsi che, di lì a pochi anni, sarei diventato un famoso botanico, per cui trovavo assai più proficuo pattugliare regolarmente i boschi e le lande che seguire le lezioni di grammatica del professor Philipp Wackernagel; si ostinava a dettare nei nostri quaderni infinite liste di vocaboli terminanti in «ig» e «ich», che poi dovevamo anche studiare a memoria. Ancora oggi ignoro l’opinione in proposito del professor Wackernagel, un’ottima persona, oltre che erudito di fama eccelsa. Insomma, boschi e brughiere mi avevano definitivamente conquistato e divenni un perfetto conoscitore del territorio rupestre circostante. A prescindere da queste digressioni, ero seriamente alla ricerca di muschi e licheni, immaginando di essere un piccolo criptogamologo. In effetti la fioritura dei muschi è uno spettacolo meraviglioso.
Verso l’una del pomeriggio ero generalmente a casa e mangiavo con appetito invidiabile che, evidentemente, non dava segni di venir rovinato dai sensi di colpa. Al termine del pranzo mi si presentava il dilemma su come trascorrere le restanti ore del pomeriggio. Ma un modo lo trovavo sempre. All’angolo tra la Schönhauserstraße e la Weinmeisterstraße, quindi in una zona della città in cui era molto improbabile incontrare il direttore Klöden e gli altri insegnanti, si trovava la pasticceria del mio amico Anthieny. Bevevo il mio caffè immerso nella lettura dei periodici letterari più in voga: il «Beobachter an der Spree», il «Freimütigen», il «Gesellschafter» e soprattutto il mio favorito, il «Berliner Figaro». Ore di completa beatitudine. Divoravo le recensioni teatrali di Ludwig Rellstab, i saggi e i racconti di Gubitz e le poesie di quei sei o sette giovanotti che, forse loro malgrado, formavano la scuola poetica berlinse dell’epoca. Ricordo i nomi di Eduard Ferrand, Franz von Gaudy, Jiulius Minding e August Kopisch, i migliori, talenti che, nonostante il mutare delle mode e dei costumi, hanno saputo affermarsi e sono conosciuti anche ai nostri giorni. Eduard Ferrand, che forse oggi è retrocesso in seconda linea nel gusto della critica contemporanea, morì molto giovane e componeva versi semplicemente sublimi. Una della sue poesie migliori ispirò i versi di Georg Herweghs: «Vorrei spengermi come l’ultimo bagliore del tramonto». I versi di Ferrad esordiscono con le parole: «Vorrei morire come quella nube» che, ripetute, ritornano ad ogni capoverso con piccole variazioni. Impossibile non cogliere la somiglianza. Ripensando alle mattinate nei boschi e ai pomeriggi da Anthieny, quelle giornate caratterizzate non solo dalla pigrizia, ma anche da menzogna e inganno, non posso fare a meno di provare un certo turbamento, paragonandomi al famoso «Cavaliere sul lago di Costanza» che si rese conto della sventatezza della propria impresa solo dopo averla compiuta. Trasalisco al solo pensiero del tempo perduto e prego i miei giovani lettori di non volermi imitare. Sono stato uno sventato, ma non per tutti la sorte è così benevola. Ora che sono felicemente sfuggito al pericolo, pur ammettendo la mia colpa, non posso comunque fare a meno di esprimere una certa soddisfazione per aver marinato la scuola e per aver intrapreso le “escursioni nel Brandeburghese” molto prima del loro inizio ufficiale. Da un punto di vista fisico quel moto mi faceva bene e poi, nei pomeriggi, le letture letterarie da Anthieny, mi hanno permesso una tale padronanza della lirica tedesca degli anni trenta, che forse, ancora oggi, nessuno la conosce meglio di me. Se, invece, avessi adempiuto diligentemente ai miei obblighi scolastici, indubbiamente avrei conservato una coscienza pulita, ma al mio bagaglio culturale, peraltro già carente, sarebbe venuta a mancare anche la preziosa formazione che devo alla lettura del «Freimütigen», del «Gesellschafter» e del «Figaro». Alle critiche di mia madre, che rinfacciava a mio padre di attingere il proprio sapere dal dizionario enciclopedico, egli regolarmente rispondeva dicendo che «la fonte della cultura è completamente irrilevante». E mi sento di condividere questa sua opinione».

Portrait of Theodor Fontane

Theodor Fontane: Meine Kinderjahre
  Vorwort
Als mir es feststand, mein Leben zu beschreiben, stand es mir auch fest, daß ich bei meiner Vorliebe für Anekdotisches und mehr noch für eine viel Raum in Anspruch nehmende Kleinmalerei mich für einen bestimmten Abschnitt meines Lebens zu beschränken haben würde. Denn mit mehr als einem Bande herauszutreten, wollte mir nicht rätlich erscheinen. Und so blieb denn nur noch die Frage, welchen Abschnitt ich zu bevorzugen hätte.

Nach kurzem Schwanken entschied ich mich, meine Kinderjahre zu beschreiben, also »to begin with the beginning«. Ein verstorbener Freund von mir (noch dazu Schulrat) pflegte jungverheirateten Damen seiner Bekanntschaft den Rat zu geben, Aufzeichnungen über das erste Lebensjahr ihrer Kinder zu machen; in diesem ersten Lebensjahre »stecke der ganze Mensch«. Ich habe diesen Satz bestätigt gefunden, und wenn er mehr oder weniger auf Allgemeingültigkeit Anspruch hat, so darf vielleicht auch diese meine Kindheitsgeschichte als eine Lebensgeschichte gelten, Entgegengesetztenfalls verbliebe mir immer noch die Hoffnung, in diesen meinen Aufzeichnungen wenigstens etwas Zeitbildliches gegeben zu haben: das Bild einer kleinen Ostseestadt aus dem ersten Drittel des Jahrhunderts und in ihr die Schilderung einer noch ganz von Refugié-Traditionen erfüllten Franzosen-Kolonie-Familie, deren Träger und Repräsentanten meine beiden Eltern waren. Alles ist nach dem Leben gezeichnet. Wenn ich trotzdem, vorsichtigerweise, meinem Buche den Nebentitel eines »autobiographischen Romanes« gegeben habe, so hat dies darin seinen Grund, daß ich nicht von einzelnen aus jener Zeit her vielleicht noch Lebenden auf die Echtheitsfrage hin interpelliert werden möchte. Für etwaige Zweifler also sei es Roman!
Th. F.

Links:
Theodore Fontane.de
Bücher
Franz Hessel - Reveries in Berlin/ Fantasticherie berlinesi di Claudia Ciardi
(La Biblioteca di Israele a cura di Giusi Meister per Franz Hessel)

1 giugno 2012

Stemma di un vagabondaggio


Stemma di un vagabondaggio
Wappen einer Wanderung
A coat of arms for a pilgrimage
di/von Claudia Ciardi

Tribute to Gertrud Kolmar and Walter Benjamin


                                                 
                                     Collana curatori-autori - Gattili edizioni



                                  Stemma di un vagabondaggio

Nella stanza c’è un aleph. So stabilirne con precisione il punto. È una mattonella sbiadita ai piedi del letto. Da lì s’intravede chi ci ha abitato e molti passi ancora risuonano su questi solai, a volte me li sento vibrare fin dentro le scarpe e non so se il mio cammino prosegue quello di un altro. Una tenda sanguigna guizza dal quadro di una finestra come un aquilone spezzato o una coda di lucertola. Davanti c’è sempre il fiume, gravido, gorgogliante intorno ai piloni, col suo odore pungente di melma che stropiccia senza sosta quei fianchi troppo stretti, il corpo di una bestia che scarta da tutte le parti per disarcionare il suo padrone. Onde torniscono le sue vertebre di bragia e la testa impagliata rotola nelle pieghe della corrente. Anni fa c’era qui un luna park che riempì un pomeriggio della mia adolescenza. L’argine potato somiglia a una cresta ispida dove gli insetti vagano confusi alla ricerca di vecchi steli. Lascia affiorare scheletri. Oggetti appartenuti a una quotidianità, forse neanche troppo lontana, si fanno sorprendere indecifrabili e desueti, mentre gli alberi si sfrondano insieme ai rumori della stazione rovesciati sull’erba incanutita e rada.
Il ghiaccio mi scricchiola sotto i piedi. Esco da questa specie di ghetto in cui sono entrata mio malgrado tre anni fa. Esco, ed è come se mi partorissero veramente adesso. Lungo il corridoio ancora addormentato, non una luce, non una presenza nel mattino stagnante. Un passo dopo l’altro fuori, per scardinare l’attesa, la folle pesantezza degli anni e il ferro con cui siamo stati marchiati, lo stesso che di nuovo ci spinge fuori. Il mio corpo è un centro di gravità, un palpito sulla curva invisibile in cui si decide lo stacco del funambolo. Al mio pallido involucro l’aria avvolge la sua lingua, è gelida, mi porta un canestro di spine davanti al viso, è tutto quello che sa offrire.
Mi credono un mendicante ma è pur vero che perfino gli dèi si son vestiti di stracci per provare la benevolenza della gente. Vita, non vedi che mi son fatta mendica per attaccarti il mio orecchio alle viscere?
E attraverso di nuovo la mia regione, dal mare all’interno. Quanto mi è costata questa ennesima discesa nel grembo che mi ha messo al mondo. In questa geografia si è decisa la mia vita e il mio esserci si è nutrito di questo ventre. Ma troppi sono ancora i momenti in cui non mi sento parte nulla e il distacco pende uguale a una corda che era una volta la carrucola di un pozzo. Ne abbiam fatto lo stemma di un vagabondaggio, dalle braccia e le fiamme ammutolite, che incoronano i soffitti della nostra piaga. Mentre l’ora scende sull’umida valva delle strade, il mio velo si squarcia insieme alle barbe del tempo che l’aria smuove sopra le crepe. Ho stinto la mia biacca ai bordi di questi fossati e uno strascico d’ossa mi premeva tra nidi d’ombra, dove i ragni tessono muti il fiato ubriaco dei lampioni.

Sito ufficiale/ Official site - Gattili

Antonio Pellegrino - Gattili edizioni su Google Books


Appendix
Stemma di Berlino / Wappen Berlins

Lo stemma cittadino ha la seguente descrizione araldica: «In un campo d'argento, un orso rampante nero, armato e linguato di rosso. In alto, una corona d'oro decorata con otto fioroni dello stesso metallo, di cui cinque in vista.»
L'origine dello stemma è sconosciuta, tuttavia si suppone che esso sia stato adottato in omaggio ad Alberto I di Brandeburgo (1100-1170).

Wappen der Stadt Berlin von 1920
(Entwurf von 1934)
Beschreibung des Wappens:
In weißem Schild ein aufrecht, nach rechts schreitender schwarzer Bär mit roter Zunge. Der Schild ist rot umrahmt und trägt eine stark stilisierte rote fünftürmige Mauerkrone.
Geschichte des Wappen:
Mit der Revolution von 1918 werden die Adler im Schild "überflüssig". Seit 1920 steht der Bär allein im Wappenschild, als Symbol der neuen Stadtgemeinde. In diesem Jahr wurde aus 8 Städten, 59 Landgemeinden und 27 Gutsbezirken die neue Stadtgemeinde Berlin geschaffen. Der Wunsch den neuen Bezirken eigene Wappen zu vergeben, blieb aber bis 1945 unerfüllt. 1934 unterbreitet Sigmund von Weech einen Entwurf für ein neues Berliner Wappen. Dieses zeigt den Bären in weißem Feld mit roter Schildumrahmung und roter Mauerkrone. Dieses Wappen wurde praktisch unverändert bis 1990 von Ost-Berlin benutzt.

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