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18 gennaio 2015

Intervista ai No Gronda


I No Gronda, comitato di cittadini ambientalisti costituitosi nel genovese per opporsi alla costruzione di un tratto di autostrada, denominato Gronda, estremamente invasivo per una città che ha già sopportato non pochi stravolgimenti della propria fisionomia originale, intervengono sul dissesto idrogeologico, rispondendo alle domande rivolte in precedenza al prof. Paolo Arduini dell’Università di Pisa e al Gruppo 183.
Leggerete di seguito, tra le altre riflessioni, a cosa si indirizza principalmente l’attività dei No Gronda e quanto la loro esperienza, maturata durante gli anni di opposizione al progetto del passante autostradale, abbia rafforzato una coscienza e una sensibilità nei confronti di certi problemi, che urge trovi diffusione in tutto il paese. Per ulteriori notizie sui presidi e le battaglie portate avanti dal gruppo siete invitati a visitare il sito web Dibattito pubblico – Coordinamento dei comitati anti Gronda di Genova.
La tutela dei cittadini è fatta di prevenzione, come ci spiegano molto bene gli amici che hanno partecipato alla stesura di questo contributo, e nel caso specifico ciò significa “cultura del territorio”. Senza acquisire questo concetto, che può sembrare quasi scontato, ma che di fatto non trova alcuna rispondenza nella pianificazione e realizzazione delle opere sul territorio nazionale, la conta di vittime e danni, lo spreco di risorse, l’incremento esponenziale delle criticità, continueranno a essere la nefasta conseguenza di gravi tare amministrative.
Per questo, coerentemente con la loro riflessione, la domanda sul grado di efficienza della macchina dei soccorsi, chiamata in causa a disastro avvenuto e spesso al centro di fitte polemiche, rimane senza risposta.




La tutela del territorio passa necessariamente per la consapevolezza dei cittadini. La comprensione dei problemi è il primo elemento su cui edificare una comunità solida, che sia in grado di mettere a punto strategie efficaci per risolvere le proprie criticità. Dovendo giudicare il grado di coscienza e impegno civile su questi temi in Italia, cosa minaccia principalmente lo sviluppo di tali aspetti e quali, invece, le conquiste che sono state fatte grazie al lavoro capillare e paziente di comitati e associazioni? 

La domanda potrebbe essere anche riformulata come: Da dove nasce l’esigenza dei cittadini di riunirsi in Comitati? 
Quando una comunità si rende conto che scelte prese altrove mettono a rischio il territorio e la salute dei cittadini, allora nasce la necessità di informarsi. Si inizia quasi per caso, si analizza il problema, le ricadute sul territorio, la reale necessità di quanto sta per essere realizzato. Fortunatamente, negli ultimi anni, internet ha fornito uno strumento di conoscenza straordinario, che consente ai cittadini di informarsi, analizzare i progetti, le leggi, le esperienze maturate altrove su problemi analoghi. È dunque possibile farsi un’opinione e diffondere le nozioni, alimentando la consapevolezza di una comunità, di una città, su uno specifico problema, ma anche portando alla ribalta nazionale certe delicate situazioni.

Il caso della Gronda è emblematico: l’amministrazione comunale ha istituito, nel 2009, un dibattito pubblico durato tre mesi, durante il quale l’intenzione finale doveva essere comunque quella di legittimare un tracciato e veicolarne la costruzione (infatti l'opzione zero - ossia la possibilità di arrivare ad una non costruzione dell'opera - non era contemplata, contrariamente all’esperienza francese del débat public alla quale ci si voleva ispirare). Il dibattito pubblico ha finito invece con lo spingere i cittadini ad informarsi, a scambiarsi idee ed opinioni e dati in merito all'opera, alimentando invece la consapevolezza che l’infrastruttura proposta fosse inutile e dannosa e, dunque, a coalizzarsi per contrastarne la realizzazione. Lo dimostra la relazione finale del dibattito pubblico, nel quale la Commissione ha scritto che «le riflessioni sviluppate attorno al problema della congestione del nodo di Genova hanno confermato che la Gronda non è il rimedio, ma uno dei possibili rimedi. Il merito dei sostenitori della “opzione zero” è stato quello di richiamare l’attenzione sullo sviluppo del trasporto su ferro e di opere stradali e di aver proposto politiche integrate per una mobilità “dolce”», senza arrivare, di fatto, ad una scelta di tracciato fra quelli proposti dall’amministrazione comunale.

Le conquiste di Comitati ed Associazioni sono state, dunque, l’aver contribuito a diffondere una consapevolezza sulle problematiche in gioco, ed aver fornito uno strumento (la collaborazione fra cittadini) che consenta loro di confrontarsi con le Istituzioni e cercare di avere una voce in capitolo. In questi anni, i Comitati No Gronda hanno continuato la lotta, collaborando con altri comitati, associazioni ed esperti  e partecipando attivamente all’iter istituzionale di Valutazione di Impatto Ambientale dell’opera, attraverso osservazioni puntuali ed un sempre maggior grado di conoscenza del progetto.

Ciò che minaccia lo sviluppo della diffusione della coscienza dei problemi, è sostanzialmente da indicare in tre fattori: 1) La mancanza di ascolto dei cittadini da parte delle istituzioni, spesso arroccate su posizioni trasversali o di partito; 2) L’influenza degli organi di stampa – spesso adagiati sulle posizioni lobbistiche – sull’opinione pubblica; 3) L’eccessiva durata, in Italia, delle procedure burocratiche che accompagnano la genesi e la realizzazione di un'opera; fatto che può –  alla lunga – portare uno scollamento ed un senso di impotenza fra i cittadini.

Non appena è iniziato l’autunno abbiamo vissuto un vero e proprio stato di calamità a causa del continuo susseguirsi delle alluvioni. La Liguria, il basso Piemonte, Parma, Carrara, la provincia di Roma. Ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. In un territorio a fortissimo rischio idrogeologico, tutela e prevenzione si sono rese latitanti per troppi anni. Quali considerazioni? 

Purtroppo, al di là di una assai carente prevenzione e controllo del territorio, quello che più preoccupa è l’assoluta assenza di una “Cultura del territorio” che ha caratterizzato la politica, soprattutto locale, degli ultimi decenni. Le carenze politiche si sono automaticamente riflesse poi sulla comunità che, priva di un indirizzo e di una informazione capillare, è cresciuta troppo spesso, nell’inconsapevolezza delle tematiche legate all’ambiente e alla sua tutela. In questa ottica il lavoro svolto da comitati e associazioni si è rivelato essere spesso l'unica fonte vera di informazione, ma non sufficiente a creare una cultura capillare che dovrebbe avere nella scuola un punto di riferimento.

La cementificazione è certamente uno dei tanti mali italiani. Il settore dell’edilizia che, fino a poco prima della recessione, figurava come uno dei volani economici della penisola, nasconde in realtà moltissime ombre e più di una responsabilità nell’attuale sfacelo del territorio. Che tipo di politiche bisognerebbe avere il coraggio di organizzare da subito?  

L’Italia, la cui fragilità territoriale è conclamata, dovrebbe investire le risorse nella messa in sicurezza del proprio territorio e nella riqualificazione dei centri urbani. Queste sono le uniche grandi opere che servirebbero al nostro paese. A livello nazionale, occorrerebbe un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio, avviando immediatamente le opere necessarie per la risoluzione delle emergenze più stringenti, realizzando quindi un sistema di monitoraggio e di gestione delle criticità del territorio a lungo termine. A livello regionale, occorrerebbe incentivare la rinascita della campagna: troppe situazioni di dissesto nascono dallo stato di incuria e di abbandono in cui versano le campagne ed i nostri monti. Inoltre, attraverso un meccanismo di sgravi, occorrerebbe promuovere la messa in sicurezza dei centri urbani e delle periferie cittadine, inibendo la possibilità di procedere a nuove operazioni di consumo di suolo, ma promuovendo, invece, la riqualificazione di quanto già esistente che, spesso, è fatiscente oppure versa in condizioni di abbandono.

I danni portati dal dissesto idrogeologico sono, sul piano economico, ingentissimi. Un esempio: 40 milioni di euro il costo dello scolmatore sul Bisagno a fronte di 60 milioni di danni stimati nell’alluvione del 9 ottobre. Si continuano a sostenere opere faraoniche quali la Gronda, per rimanere in territorio genovese, e la Tav. Perché, neppure a fronte dell’enorme difficoltà economica in cui ormai si dibatte il paese, e delle caratteristiche palesemente controproducenti di questi progetti, la classe dirigente non fa marcia indietro una volta per tutte? 

L’ostinazione con la quale molti dei nostri politici continuano a promuovere le grandi opere nasce dallo stesso sistema politico italiano, che vede i segretari di partito dettare le linee che gli altri membri devono seguire senza nemmeno preoccuparsi di verificare quanto loro impartito. Purtroppo questo si vede sia a livello locale sia a livello nazionale, dove troppo spesso chi deve decidere non è nemmeno informato sull'argomento di merito e segue le direttive di questo o quel segretario o presidente di regione. Senza poi contare quando ci sono poi di mezzo veri e propri interessi economici o legami con la criminalità organizzata, come dimostrato anche dalle recenti cronache.
Altro punto è l'assoluta mancanza di lungimiranza della classe politica, in particolare quella ligure che ha comandato negli ultimi decenni. Le scelte sul territorio sono sempre state dettate più da necessità di raccogliere immediati consensi elettorali, che da una attenta programmazione delle politiche in corso e future.

(Intervista di Claudia Ciardi)

14 dicembre 2014

Intervista al Gruppo 183


Il Gruppo 183 prosegue la riflessione sul dissesto idrogeologico lanciata da questo blog lo scorso 30 novembre, che ha visto il coinvolgimento del professor Paolo Arduini dell’Università di Pisa. Gruppo 183 è un’associazione senza fini di lucro con sede a Roma, costituita nel 1995 dall’iniziativa di ambientalisti, parlamentari e rappresentanti di Regioni, governi locali, dirigenti sindacali e d'impresa, che hanno messo a disposizione le proprie competenze per sviluppare proposte e interventi sulla gestione delle acque e del suolo, e in materia di rischio alluvioni. Prende il nome dalla legge di riforma ambientale e istituzionale per la difesa del suolo e la tutela delle acque (L. 183/1989, poi abrogata dal D.Lgs. 152/2006) e fa parte delle 17 istituzioni italiane segnalate dall'United Nations Convention to Combat Desertification per l’impegno nella lotta alla desertificazione. Per ulteriori notizie esorto a visitare il sito dell’associazione, Gruppo183.org, dove troverete schede dettagliate sui principali progetti realizzati o in corso d’opera. Tra le ultime iniziative segnaliamo l’adesione alla Coalizione per la prevenzione del rischio idrogeologico, nata a seguito della recente tragedia che ha colpito Genova (ottobre 2014). 
Desidero ringraziare il coordinatore nazionale Michele Zazzi, che con disponibilità e competenza ha reso possibile la stesura di questo contributo, valendosi dell’ottima collaborazione degli attivisti che da anni lo affiancano. Affinché la lettura risulti più agevole, essendo le risposte alquanto articolate, evito di trascrivere le domande, le stesse che sono state rivolte a Arduini nella precedente intervista, sintetizzandone il contenuto in calce alle diverse sezioni del testo.




[Considerazioni sulla tutela dell’ambiente per ridurre il dissesto]
La manutenzione e la cura del territorio assumono oggi un ruolo strategico, soprattutto se tradotte in presidio territoriale svolto dalle comunità locali, responsabili e garanti di un'azione utile per una politica di prevenzione dal rischio idrogeologico del territorio antropizzato. È indispensabile favorire interventi di manutenzione per garantire la funzionalità degli ecosistemi, attraverso azioni periodiche e diffuse perché a seguito dei cambiamenti climatici la manutenzione assumerà sempre più il ruolo d'intervento strutturale. 
Una valutazione obiettiva sul livello di coscienza dei cittadini sulla questione ambientale, e in particolare sulla tutela del territorio, non può essere univoca ma differenziata a seconda che la si guardi quando si esprima positivamente nelle sue varie e articolate manifestazioni pubbliche o negativamente nei suoi comportamenti individuali. 
Inoltre, le drammatiche perdite umane e materiali provocate negli ultimi anni nel Paese hanno fatto sì che la difesa del territorio dalle alluvioni e dalle frane diventasse forzatamente una delle emergenze principali nell'opinione pubblica. 
Nel secondo caso bisogna confessare che se solo si andasse a guardare il consumo di suolo per impermeabilizzazioni registrato in Italia, allora il giudizio necessariamente deve cambiare. Prova ne è il trend del consumo di suolo che vede una costante progressione negli anni. L'ISPRA certifica che la percentuale di suolo impermeabile (urbanizzato) sulla superficie nazionale passa dal 2,9% negli anni Cinquanta, al 5,4% nel 1989, al 7,3% nel 2012. Il 30% del consumo è dovuto alla costruzione di edifici e capannoni ed è noto quanto questa proliferazione di nuove costruzioni non si sia fermata in moltissimi comuni neppure di fronte a rigidi vincoli urbanistici o idrogeologici. 
Nelle condizioni date, per favorire la diffusione di valori ambientali e dell’attenzione alla difesa del territorio nell'opinione pubblica, bisognerà valorizzare esperienze preesistenti e sfruttare le nuove disposizioni introdotte in materia dalle norme europee. 
Tra le esperienze significative occorre citare tra le prime le azioni e le opere condotte dai consorzi di bonifica. Una larga parte del territorio italiano esposto a rischio idrogeologico (sostanzialmente le pianure interessate dai fenomeni di esondazione dei corsi d'acqua, di ristagno idrico e di alluvione) è tutelata da opere di difesa idraulica, consistenti prevalentemente in canali di drenaggio, idrovore, vasche di laminazione e di intercettazione del trasporto solido. La loro manutenzione è affidata, sulla base di una normativa che risale al 1904, ai consorzi di bonifica partecipati da tutti i proprietari di immobili che ricevono beneficio dalle suddette opere di difesa idraulica. Questa manutenzione, almeno in linea di principio, è a costo zero per i bilanci pubblici, dal momento che viene sostenuta dalla contribuzione dei proprietari consorziati. Ciò non toglie che nei confronti dei consorzi si debba operare una grande azione di trasformazione e riordino per recuperare grandi margini di inadempienze e renderli sempre più 
efficienti. 
La partecipazione del pubblico ai processi decisionali in materia di acque è prevista e incentivata a livello comunitario dalla Direttiva 2000/60/CE (art. 14) e a livello nazionale dal Decreto legislativo 152/06. Questa norma, come d'altronde molte altre della Direttiva, è stata ignorata dalle nostre autorità. Per la sua implementazione necessiterebbe di strategie di governance. A tal proposito strumenti efficaci di programmazione negoziata con gli stakeholders potrebbero essere i "contratti di fiume", già diffusi in molte nazioni europee, che stanno trovando anche in Italia un crescente interesse. Attraverso i contratti di fiume a livello di bacino o sottobacino è possibile supportare la pianificazione e programmazione all'interno dei distretti idrografici e integrare i piani e le norme sulla gestione e tutela delle acque con quelli per la difesa del suolo. Tali strumenti sono stati riconosciuti nel Collegato ambientale; ora vanno supportati a livello nazionale, oltre che distrettuale e regionale integrandoli e sostenendoli attraverso misure legislative e finanziarie che ne supportino le fasi di avvio, ne controllino e uniformino a livello nazionale la qualità dei processi. 
Una azione efficace di difesa del suolo da inondazioni e frane richiede ed esige una azione puntuale e capillare di manutenzione ordinaria dei versanti e del sistema idrografico affidata alla popolazione locale di collina e di montagna. In questa prospettiva non si può prescindere dall'attività degli agricoltori. Nelle politiche di Sviluppo Rurale alcuni dei presupposti di base per poter ottenere positivi risultati nella gestione del territorio e nella mitigazione del rischio idrogeologico sono: la definizione di pratiche agricole che diano effettivi benefici e sulle quali concentrare le misure dei programmi di sviluppo rurale; la formazione ed informazione degli agricoltori; l'affidamento da parte delle amministrazioni locali di piccoli lavori di ingegneria naturalistica. 

[A proposito della maggiore frequenza degli eventi alluvionali]
In merito al «continuo susseguirsi delle alluvioni»  (*citazione dal secondo quesito) che abbiamo vissuto nelle scorse settimane, va preliminarmente considerato che, in realtà, anche nei decenni trascorsi si sono frequentemente verificate tragiche sequenze di eventi alluvionali in località differenti, anche con drammatiche repliche, nei medesimi corpi idrici, in montagna, nei territori in pianura, o lungo le  coste.
È il caso, ad esempio, del Triveneto dove, proprio in conseguenza del ripetersi di alluvioni, che per diversi anni avevano colpito quel Distretto idrografico, nel 1907 una legge parlamentare costituì il Magistrato alle Acque per le province venete e di Mantova, dipendente dal Ministero dei Lavori Pubblici, con sede a Venezia, con il compito del buon governo delle acque pubbliche e del regime dei porti. La natura dell’Istituto era soprattutto tecnica, strutturata gerarchicamente, e si avvaleva di una rete distribuita di uffici statali del Genio Civile, generali e speciali, del Servizio idrografico e delle Opere marittime.  
Per oltre un secolo quell’istituto dimostrò una particolare efficienza e prestigio tecnico, tanto da essere di esempio per analoghe strutture speciali successivamente istituite in altri ambiti particolari del Paese (il Magistrato per il Po, nel 1953, l’Ufficio speciale per il Tevere e l’Agro Romano, l’Ufficio speciale del Reno, ecc.). La Commissione de Marchi, nel 1970, propose di estendere a tutto il Paese la costituzione di una decina di Magistrati alle Acque. Ma la proposta non ebbe seguito, soprattutto per il sopravvenuto decentramento di molte funzioni dalla Stato alle Regioni, tra cui quella della difesa del suolo, avvenuto a partire da quegli anni. 
Trascorso un ventennio di dibattiti e ripensamenti, finalmente nel 1989 il nostro Paese si dotò di un’importantissima riforma legislativa – la legge n.183 sulla difesa del suolo – che ha introdotto il concetto cardine del piano di bacino idrografico, ponendo così le basi per un nuovo percorso per le politiche dell’assetto idrogeologico ed il governo delle acque.
Con il trascorrere degli anni però, la legge si dimostrò via via inefficace e i suoi ambizioni obiettivi in generale non erano raggiunti. L’elenco degli eventi alluvionali accaduti stanno purtroppo a dimostrarlo.   
I piani di bacino si sono dimostrati strumenti troppo lunghi e articolati, con tempi di approvazione dell’ordine del decennio, e comunque strumenti di scarsa utilità ai fini della mitigazione del rischio idrogeologico e del governo delle acque. Le azioni indicate dai piani, faticosamente approvati, in genere non sono state attuate, non solo e non tanto per mancanza di finanziamenti, ma soprattutto per l’insorgere di altre complesse cause, quali l’opposizione delle popolazioni interessate dagli interventi strutturali previsti (casse di espansione, dighe, …), le sentenze conseguenti ad alcuni ricorsi amministrativi, la rimessa in discussione delle soluzioni indicate dai piani stessi, ecc. Non ultima la mancata approvazione, da parte della Conferenza delle Regioni, dei previsti programmi triennali degli interventi, fondamentali strumenti attuativi dei piani, da inviarsi al Ministero del Tesoro per il successivo inserimento nelle leggi finanziarie.
Un punto nodale dell’inefficacia dei piani di bacino ha riguardato la loro separazione dalla pianificazione urbanistica. Le prescrizioni dei piani troppo debolmente hanno inciso sulla pianificazione territoriale, di diretta competenza delle Regioni.
Più recentemente sono state numerose le norme che hanno modificato la legge 183, nel vano sforzo di un suo miglioramento. In particolare, a partire dal 2006, le “riforme” legislative (tra cui il Testo Unico dell’Ambiente D.Lgs. 152/2006) hanno avuto l’ambizione, spesso mal riposta, di confermare gli aspetti positivi della legge “madre” integrandoli con il recepimento delle Direttive comunitarie sulle acque e sulle alluvioni (Direttive 2000/60/CE e 2007/60/CE). Nei fatti le nuove norme, con l’istituzione del Distretti Idrografici, a tutt’oggi non ancora costituiti, hanno complicato notevolmente il quadro della governance, rendendo ancora più difficile la difesa del suolo nel nostro Paese. Il “successo” dei piani di bacino è andato via via ulteriormente riducendosi, sempre più dimenticati dalla politica, dai media, e dalla cittadinanza, che ne ha criticato soprattutto le scelte poco partecipate, mentre sono proliferate le politiche idriche e di difesa idrogeologica “fuori campo”.
Nel frattempo, negli ultimi decenni, il territorio è profondamente cambiato, a cominciare dai versanti montani, scendendo in pianura, fino ai litorali marini. Il “consumo” di suolo, l’abbandono della montagna, la cementificazione delle reti idrauliche e la mancanza della loro manutenzione, le incontrollate escavazioni di ghiaia dagli alvei, il sovra sfruttamento delle falde acquifere e la subsidenza, sono solo alcuni degli aspetti, ormai largamente conosciuti, di quanto è accaduto, cui si deve aggiungere il contestuale cambiamento climatico, che ha portato una diversa piovosità, l’innalzamento del livello marino, l’intrusione salina nelle falde acquifere, ecc. L’insieme di questi fattori ha aumentato inesorabilmente il rischio idrogeologico ed il rischio dello stato ecologico di tutti i corpi idrici del nostro Paese, sia in termini di probabilità di accadimento degli eventi, sia per quanto riguarda gli effetti che questi provocano per la vita e la salute umana, l’ambiente, il patrimonio culturale, l’attività economica e le infrastrutture. 
Di fronte all’incapacità di mettere “in piedi” un sistema valido di difesa del suolo, si è consolidata la capacità del “navigare a vista”, privilegiando il sistema della Protezione civile, svincolato dalle autorità di bacino e facente capo soprattutto alle amministrazioni regionali e decentrate, fondato sulle attività della previsione, della prevenzione e degli interventi urgenti per il ritorno alla normalità dopo il verificarsi di eventi emergenziali (alluvioni, siccità, ecc.). E purtroppo la logica dell’emergenza è diventata sistema, non si è cioè limitata alle sole situazioni calamitose.
Infatti, da alcuni anni, i diversi governi del Paese si sono dimenticati dei percorsi previsti dal quadro normativo ordinario della difesa del suolo (fondato sui piani di bacino) ed hanno invece adottato altri schemi gestionali, fondati sulla nomina di commissari governativi straordinari (i presidenti delle regioni) e degli Accordi di programma Ministero-regioni, finalizzati all’attuazione di interventi urgenti e prioritari individuati e quantificati dalle stesse regioni. 
A tale riguardo recentemente il Governo ha istituito la Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico che ha confermato tale percorso anomalo, e proprio in questi giorni ha proposto un piano straordinario per il periodo 2014-2020 per interventi per la sicurezza nelle città e aree metropolitane per oltre un miliardo di euro. Tutto ciò senza spiegarne la compatibilità con i piani di gestione del rischio di alluvioni, previsti dalla Direttiva 2007/60/CE, per il periodo 2015-2021 che le autorità di bacino presenteranno entro quest’anno.
Nemmeno il Parlamento finora è riuscito ad imporre una svolta a questi singolari percorsi anomali, pervenendo ad una riforma legislativa da troppi anni attesa

[Considerazioni a margine della cultura del cemento]
Per fronteggiare subito la cementificazione, bisognerebbe almeno approvare il disegno di legge n. 948 proposto dall'ex Ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, che, quantomeno, si prefiggeva l'obiettivo di contenere il consumo di suolo e incoraggiava la ricerca di soluzioni innovative capaci di guardare positivamente alle sfide future. Dovremmo quindi avviare una grande stagione di rigenerazione urbana, cioè un cambiamento del ciclo edilizio e una riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio esistente. Gli strumenti di governance, le intelligenze e le tecnologie per un New Deal dell'ambiente, del paesaggio e dei beni culturali in Italia sarebbero allora possibili. Centri di ricerche e università, associazioni, movimenti e singole intelligenze e, non per ultime, le parti più avanzate della pubblica amministrazione potrebbero diventare i protagonisti di questo riscatto. Sembra, però, mancare – e questa è l'aspetto negativo – una forte volontà politica. 
Secondo l'Ispra, negli ultimi tre anni abbiamo coperto di cemento 720 chilometri quadrati di suolo. Nemmeno la crisi economica quindi ha fermato questa cementificazione, che devasta l'Italia senza neanche risolvere l'"emergenza casa" che riguarda ben 650 mila famiglie che per reddito e condizioni avrebbero diritto ad un alloggio di edilizia popolare. 
A rendere più complesso il discorso occorre ricordare che in queste materie si incrociano competenze di Stato e regioni, alcune esclusive, alcune concorrenti e altre invece trasferite alle regioni, come quelle in materia di urbanistica. Ma sommariamente anche gli enti locali non sono esenti da colpe, anzi i comuni e le regioni hanno spesso adottato "piani casa regionali" e piani regolatori generali discutibili che hanno favorito la cementificazione dell'ex Bel paese. 
Come abbiamo visto in questi giorni l'incrocio tra consumo di suolo, dissesto idrogeologico e cambiamenti del clima è un mix esplosivo, che richiede interventi di messa in sicurezza urgenti ma anche, e soprattutto, un'idea di programmazione e coordinamento delle funzioni e delle competenze che sembra scomparsa dall'orizzonte ideale delle attività dello Stato centrale. 
Sembra però che con la conversione in legge del Decreto "Sblocca Italia" le scelte del governo Renzi siano state altre. I sostenitori dello "Sblocca Italia" usano spesso parole come modernità e progresso ma il modello è quello vecchissimo del boom edilizio degli anni '60. A questo proposito Salvatore Settis parla di una "modernità invecchiata", quasi un ossimoro per descrivere una forma di arretratezza culturale non percepita dalle classi dirigenti che si ostinano a proporre soluzioni non percorribili dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Agricoltura, città, biodiversità, bacini idrici dovrebbero stare insieme in un disegno che garantisca gli interessi della collettività e non divenire terreno di rapina per vecchi e nuovi speculatori. 
Volendo entrare nel merito, si può affermare che diverse previsioni del Decreto Sblocca-Italia potrebbero diminuire la capacità di controllo delle amministrazioni nel governo dell’interesse collettivo. Con il capo IV, “Misure per la semplificazione burocratica”, rafforza l’influenza del sistema finanziario sulle grandi opere e sulle città. Nel Capo V, l’articolo 17 prevede un “permesso di costruire convenzionato”, in cui occorrerà prestare attenzione ai modi secondo i quali avverrà il negoziato tra costruttore e amministrazioni. Inoltre, le opere di urbanizzazione, diventano eseguibili per “stralci”, con tutte le difficoltà relative a un processo amministrativo che diventa più complicato e probabilmente sfilacciato nel tempo. L’articolo 25 “semplifica” (cioè di fatto rimuove, dice Settis) ogni autorizzazione per “interventi minori privi di rilevanza paesaggistica”, governati ormai dal silenzio-assenso, sicuramente facilitando le prassi di trasformazione del territorio.
L’articolo 26 stabilisce che i comuni possano presentare un proprio progetto per cambiare destinazione agli immobili non utilizzati appartenenti al demanio dello Stato. Questa variante urbanistica consente all’Agenzia del Demanio di vendere, dare in concessione o cedere il diritto di superficie di quell’immobile o complesso immobiliare. I Comuni potrebbero, quindi, essere incentivati a svendere il patrimonio pubblico. Con l’articolo 31, infine, si permette ai proprietari di alberghi, di ottenere il cambio di destinazione urbanistica automatico anche per le strutture ricadenti in zona agricola. Anche in questo caso con un grave rischio per le delicate strutture territoriali nelle quali saranno inserite funzioni non necessariamente compatibili con il contesto.
Concludiamo la risposta con una domanda provocatoria. Come è possibile contrastare il dissesto idrogeologico e i cambiamenti climatici se neppure il Governo sembra sostenere con convinzione politiche di forte contrasto ai processi di nuova cementificazione e consente, con eccessiva disinvoltura, l'estrazione dei combustibili fossili sul nostro territorio? 

[Sui danni economici prodotti dal dissesto, che superano largamente il costo della messa in sicurezza del territorio, e sulle controversie legate alle  grandi opere
La risposta a quesiti di questo genere non è semplice. Ci pare di poter distinguere due aspetti prevalenti.  Il primo attiene alla difficoltà di portare a compimento interventi di natura preventiva rispetto a probabili eventi calamitosi di cui si conoscono con certezza le cause. Il dibattito che si è attivato in queste settimane in conseguenza dell'ennesimo disastro provocato dalle esondazioni nella città di Genova testimonia in maniera abbastanza chiara la situazione in essere. Complicazioni inerenti all'assegnazione dell'appalto delle opere pubbliche, difficoltà nella messa in atto dei lavori, aleatorietà dei tempi e delle responsabilità nella conduzione del processo attuativo, costituiscono fatti tristemente noti per i quali non si è finora riusciti a trovare una soluzione radicale in tempi sufficientemente brevi. La recente istituzione e attivazione della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche presso la Presidenza del  Consiglio, nelle mille indeterminazioni, ha almeno il merito del tentativo di razionalizzazione a livello centrale della miriade di iniziative in corso sul territorio nazionale, perlomeno sul piano della gestione della spesa e degli investimenti approvati, in molte occasioni, da lungo tempo. Corollario a questa situazione è un aspetto ancor più problematico da risolvere e che attiene ai modi secondo i quali selezionare i nuovi interventi per la messa in sicurezza del territorio alla luce delle segnalazioni "storiche" dei piani per l'assetto idrogeologico, elaborati e approvati nello scorso decennio, e alle nuove domande che nascono nell'attualità. Gli interventi previsti nei piani assommavano a circa quaranta miliardi di euro a cui occorre aggiungerne con ogni probabilità altri venti. Si tratta evidentemente di cifre imponenti, che potranno essere rese disponibili secondo un impegno temporale, nella migliore delle ipotesi, non inferiore ai vent'anni. Diventa, quindi, fondamentale la selezione delle priorità secondo una prospettiva nazionale o almeno dei distretti idrografici istituiti ai sensi delle direttive europee. Questa attività di selezione è compito specifico della pianificazione di bacino idrografico e, nello specifico, dei piani di gestione del rischio alluvioni dei distretti che le autorità di bacino nazionali, in collaborazione con le regioni interessate, stanno provvedendo a elaborare. La sfida sembra prospettarsi in questi termini: quanto riusciranno ad essere autorevoli e convincenti tali piani e come riusciranno a raccogliere il più ampio consenso ai fini della selezione delle priorità di intervento negli anni a venire? Come reagiranno le comunità locali di fronte al lungo periodo transitorio necessario per vedere finalmente i risultati tangibili degli interventi prospettati? Quanto le amministrazioni di vario ordine e grado saranno in grado di accompagnare gli interventi di messa in sicurezza del territorio con parallele e importantissime attività, cosiddette non strutturali, di limitazione preventiva delle condizioni di rischio nonché di allertamento ed educazione alla convivenza con il rischio stesso? 
Il secondo punto riguarda la programmazione dei grandi investimenti infrastrutturali del nostro Paese e per certi versi è tema un poco distante dagli interessi specifici del Gruppo 183. È fuor di dubbio che le grandi opere solletichino le aspettative dei decisori politici, dei grandi investitori e anche delle comunità locali interessate, oltre a rivestire un valore simbolico per un'intera comunità nazionale sovente mortificata dall'incapacità storica di portare avanti grandi programmi pubblici di natura strategica. Spesso derivano da accordi internazionali non semplici da risolvere. Altrettanto di frequente hanno già visto ingenti finanziamenti della fase progettuale se non di attività già espletate. Proprio per la loro natura e gli interessi coinvolti hanno dato luogo a dibattiti assai controversi, nei quali i saperi esperti non sono risultati dirimenti. 
La questione può allora essere affrontata da un altro punto di vista. Come mai non si è riusciti ad affiancare alla proposta dei grandi progetti e delle grandi opere una altrettanto "grande" e molto più meritoria opera di manutenzione generalizzata del nostro territorio. Perché ci si è dimenticati così in fretta della necessità di un presidio territoriale dell'attività antropica sul territorio montano e rurale? È fuor di dubbio che, tradizionalmente, azioni amministrative in tal senso non abbiano costituito lo scenario preferito dai decisori, proprio per la difficoltà intrinseca delle scelte da farsi e per la mancanza di un sicuro "ritorno" di natura politica delle posizioni assunte. 
Più difficile da comprendere è la sostanziale incapacità di risposta della società civile nel suo complesso, fatti salvi i soliti noti nel mondo delle associazioni, della ricerca e delle amministrazioni settoriali che istituzionalmente si occupano di questi temi. Senza voler sconfinare in questioni antropologiche probabilmente improprie, si possono ricordare un certo fatalismo nei confronti degli eventi naturali, la difficoltà nel trovare una rappresentanza politica adeguata rispetto a questi temi, addirittura una certa complicità derivante dal vantaggio economico di alcune, pur scellerate, scelte di localizzazione di insediamenti e attività. 
Sembra comunque che la rilevanza e la quantità dei problemi messi in gioco dal dissesto di natura idrogeologica non siano mai riuscite a raggiungere quella "massa critica" necessaria per coinvolgere in maniera diffusa i decisori e le comunità insediate, nonostante, il terribile stillicidio della perdita di vite umane. Addebitando le cause dei fenomeni, in maniera a volte davvero vergognosa, alle mutate condizioni di natura, come se l'insipienza nella gestione pubblica del territorio e la connivenza dei tanti soggetti interessati al proprio particolare non fossero quasi sempre l'elemento scatenante dei danni e dei lutti. Probabilmente la vera condizione di eccezionalità nel dispiegarsi degli eventi. 

[La gestione dell’emergenza sul territorio]
La sensazione è che, nonostante i limiti noti e le derive dell’ultimo periodo in cui vi era a capo Guido Bertolaso, la Protezione civile italiana abbia quasi sempre dimostrato una significativa competenza tecnica per la prima emergenza, soprattutto per i grandi eventi calamitosi successivi al terremoto dell’Irpinia. Più discutibili le scelte effettuate per la risposta di medio periodo, comunque molto condizionate dalle decisioni politiche. Inoltre, anche la Protezione civile nazionale, come lamentato a più riprese, sembra aver subito negli ultimi tempi il mancato sostegno da parte degli organi di governo, diminuendo in maniera assai significativa la sua rilevanza e la efficacia.
Molto più articolata è la situazione della Protezione civile a scala locale, dove la capacità di risposta e le competenze presenti sono molto differenziate nel territorio nazionale. Ed è su scala locale che diventa necessario essere in grado di dare una risposta adeguata alle conseguenze provocate dai fenomeni di natura idrogeologica. 
È, quindi, molto difficile suggerire azioni con carattere di generalità. Sicuramente occorre ribadire ancora una volta che l’unico modo per riuscire a rendere meno critica l’azione immediatamente post-evento è mettere in campo un rigoroso programma di azioni di natura preventiva atte ad ottenere la maggiore consapevolezza possibile delle popolazioni insediate. Indubbiamente, in molti casi, è necessaria la realizzazione di opere per la diminuzione del rischio presente. Ma a fianco di questi interventi devono essere promosse regole per il corretto uso del territorio e il giusto comportamento durante gli eventi, compresa la corretta valutazione dell’allerta. Risulta, inoltre, necessario prevedere una migliore forma di coordinamento e responsabilità della catena decisionale a carattere locale, tra soggetti istituzionali – le amministrazioni interessate – e il composito mondo delle associazioni volontarie, in modo tale da evitare carenze organizzative e vuoti di direzione nei momenti immediatamente successivi all’evento.
In molte parti d’Italia non si parte da zero, occorre allora essere sempre più puntuali ed efficaci nelle procedure già stabilite. E, come sempre, occorrono i fondi relativi per tenere in vita o prevedere ex novo le strutture necessarie.

(Intervista di Claudia Ciardi)

30 novembre 2014

Intervista a Paolo Arduini


Mi sembrava necessario per questo mese concentrare la discussione sul dissesto idrogeologico. I ‘bollettini di guerra’ venuti da Genova ma anche da molte altre parti d’Italia hanno riacceso tanti interrogativi. Purtroppo ho dovuto constatare, nel corso dei miei scambi con quanti sono stati colpiti dal disastro e con attivisti, che c’era molta stanchezza e poca voglia di mettere su carta qualche considerazione. Se fossi un amministratore del territorio, questo sentimento diffuso in maniera così capillare, mi susciterebbe non poche preoccupazioni. Siamo inequivocabilmente davanti a un distacco dettato prima di tutto dalle difficoltà materiali in cui migliaia di persone si sono trovate, dalla rabbia per aver denunciato in tempi recenti le criticità (il caso di Carrara mi pare emblematico) senza ricevere risposte adeguate, e infine anche dall’idea che “ormai è tutto inutile”, il che ha comportato e comporta l’isolamento di migliaia di cittadini i quali non riescono più a pensare se stessi come parte attiva di un contesto.
L’esito dell’ultima tornata elettorale fa spavento. A giudicare dal clima che, seppure su scala minore, ho percepito nelle settimane precedenti, per cui chi ancora ha qualcosa a cui attaccarsi va avanti a testa bassa e senza far motto, e chi non ha più nulla ha perso anche la voce, il crollo non poteva non attendersi. Un astensionismo così alto è uno schiaffo in pieno viso alla politica di qualunque colore. E il premier, secondo me, è caduto in un errore marchiano, commentando i risultati. Minimizzare i dati sull’astensione può sembrare un modo risoluto attraverso cui prendere di petto l’onda del dissenso, che per questa via si è espresso. Ma in una compagine sociale già estremamente sfilacciata a causa del protrarsi della crisi e dei problemi ulteriori che la crisi accompagnano, il rischio concreto è di esserne travolti. Il dissesto del territorio non è tema secondario. Oltre all’impatto materiale sulla vita delle persone, ne ha un altro assai più profondo in chi non ne è colpito direttamente, a livello psicologico. L’impressione di vivere in una “casa” che crolla e verrà spazzata via, suscita paura, disorientamento, ma anche il bisogno di essere ascoltati da chi opera nelle amministrazioni centrali e locali. Se non si creano mai le condizioni di un incontro, se non si gettano le basi per un disegno di risanamento vero – la proposta toscana a “volumi zero” che blocca la deriva cementizia è un primo passo – se, insomma, ci si veste di decisionismo, lo si mangia a colazione, pranzo e cena, però poi non si versa carburante negli annunci, la disaffezione della cittadinanza andrà sicuramente messa in conto.   
In un dettagliato resoconto del 15 ottobre 2014 scritto da Sergio Rizzo per il «Corriere della Sera» si legge che lo scolmatore sul Bisagno a Genova è «appeso a un bando folle», un’espressione che rende bene le lungaggini burocratiche sull’opera di messa in sicurezza. L’articolo si sofferma quindi sulla previsione di durata dei lavori: 1846 giorni (cinque anni e un mese) per un costo di 40 milioni di euro. Ciò dà la misura di quanto tempo prezioso sia andato finora sprecato. Ma anche della rilevanza dell’investimento che, messo in rapporto con i danni prodotti dall’alluvione del 9 ottobre (l’ultima stima è di 60 milioni di euro per famiglie e imprese) dà un sapore ancora più amaro all’intera vicenda. In situazioni d’emergenza i ritardi creano una voragine economica da cui è difficile venir fuori, specialmente in una fase così stentata per il nostro ciclo produttivo. 
Nel caso genovese il progetto, dunque, c’è da tempo ma la volontà di praticarlo è di là da venire. L’acqua non si ferma e non si fermerà. Ce lo ha dimostrato anche negli ultimi due mesi. La natura non è né buona né cattiva, né giusta né sbagliata, come già un paio di secoli fa ci ricordava il nostro bistrattato Leopardi. Semplicemente si riprende lo spazio che le appartiene, dicendoci che l’incuria non paga mai.
Ospitiamo un breve intervento del professor Paolo Arduini, insegnante presso il dipartimento di latino di lingue dell’Università di Pisa, da anni impegnato nella difesa dei diritti del cittadino (rappresentanza, casa, lavoro) e sui temi di tutela ambientale contro l’abuso edilizio, i condoni facili, la cementificazione selvaggia. Con la generosità che lo caratterizza, messa a servizio dell’avventura redazionale «Luci sulla Città», e portata in diverse battaglie che hanno coinvolto anche personaggi importanti dell’attivismo culturale italiano, come Don Ciotti di «Libera», Milena Gabanelli, Marco Travaglio, ha risolto alcuni dei quesiti da me formulati in relazione ai recenti problemi.
Le sue parole sono, come sempre, buoni spunti di riflessione, nell’auspicio che altri abbiano voglia di ripartire da qui e levare una voce di protesta costruttiva. Il silenzio, infatti, non aiuta a sensibilizzare chi ancora non comprende la gravità del vivere in un territorio pesantemente inquinato e offeso.




La tutela del territorio passa necessariamente per la consapevolezza dei cittadini. La comprensione dei problemi è il primo elemento su cui edificare una comunità solida, che sia in grado di mettere a punto strategie efficaci per risolvere le proprie criticità.
Dovendo giudicare il grado di coscienza e impegno civile su questi temi in Italia, cosa minaccia principalmente lo sviluppo di tali aspetti e quali, invece, le conquiste che sono state fatte grazie al lavoro capillare e paziente di comitati e associazioni?

La coscienza non c'è o è sminuzzata in mille risposte particolari. Solo il movimento No TAV in Val di Susa ha costruito una "coscienza di luogo" (che è quello che vorremmo costruire qui a Calci, dove vivo ora), ma lo stanno massacrando militarmente, perché la coscienza di luogo richiede un'azione di attacco e difesa ma le forze sono impari.

Non appena è iniziato l’autunno abbiamo vissuto un vero e proprio stato di calamità a causa del continuo susseguirsi delle alluvioni. La Liguria, il basso Piemonte, Parma, Carrara, la provincia di Roma. Ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. In un territorio a fortissimo rischio idrogeologico, tutela e prevenzione si sono rese latitanti per troppi anni. Quali considerazioni?

Banale, ma va ribadito: al primo posto ci sono le Grandi Opere inutili e costose, dove ci sono forti guadagni, legali e illegali poco importa, mentre la manutenzione e programmazione del territorio nessuno la farà mai, in un sistema fondato sul Dio Denaro.

La cementificazione è certamente uno dei tanti mali italiani. Il settore dell’edilizia che, fino a poco prima della recessione, figurava come uno dei volani economici della penisola, nasconde in realtà moltissime ombre e più di una responsabilità nell’attuale sfacelo del territorio. Che tipo di politiche bisognerebbe avere il coraggio di organizzare da subito? 

Rendere effettiva la chiacchiera sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio edilizio esistente; abbattere tutto il resto, offrendo alternative semplici e concrete a chi ci è rimasto "infognato".

I danni portati dal dissesto idrogeologico sono, sul piano economico, ingentissimi. Un esempio: 40 milioni di euro il costo dello scolmatore sul Bisagno a fronte di 60 milioni di danni stimati nell’alluvione del 9 ottobre. Si continuano a sostenere opere faraoniche quali la Gronda, per rimanere in territorio genovese, e la Tav. Perché, neppure a fronte dell’enorme difficoltà economica in cui ormai si dibatte il paese, e delle caratteristiche palesemente controproducenti di questi progetti, la classe dirigente non fa marcia indietro una volta per tutte?

Non possono fare marcia indietro, per il motivo appena detto, e in questo sono un sistema unico di affari e dominio, senza colore.

Nel corso delle emergenze la macchina degli aiuti si muove con grande lentezza e inadeguatezza. Non si ha il coraggio di ammettere che non siamo preparati ad affrontare disagi di tali proporzioni. Cosa non va nell’attuale gestione delle crisi?

Gli aiuti servono a "tappare i buchi"  e ottenere voti, non a dare un corso diverso alle opere e alla vita delle persone, per cui saranno sempre in ritardo e atti solo ad alzare il PIL (vedi gli euri ora richiesti da Renzi all'UE per il riassetto idrogeologico, *il riferimento è al controverso piano Juncker di cui finora non sono stati chiariti né termini né risorse).

(Intervista di Claudia Ciardi)

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