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27 dicembre 2021

Editoria per l'arte

 


Una collana dedicata ai grandi musei, curata da Philippe Daverio, voce infaticabile e coinvolgente nella divulgazione della bellezza. La scrittura svela i capolavori e avvicina alla loro storia. Mentre i viaggi frenano e sfugge il recupero di una piena normalità, è questa un’occasione in cui la lettura si offre di farci da guida nella sale. Una delle tante vie per conoscere, approfondire e far correre l’immaginazione, volgendo l’incertezza di questo tempo in positivo, per diventare visitatori più consapevoli.
E per superare la selva oscura delle restrizioni, che tanto male rischiano ancora di causarci – ma non voglio qui tornare su cose delle quali ho già scritto – nell’affanno, nella confusione e nella delusione che purtroppo il cambio continuo di regolamenti ci getta addosso, ormai a una velocità esasperante, benvenute siano le scialuppe che ci portano altrove, sicure custodi del nostro sentire.
Un omaggio alla vivacità con cui Daverio ha sempre spiegato l’arte in un progetto che mostra come linguaggi diversi confluiscano in un terreno d’incontro capace di affascinare.
Se c’è un’eredità affiorata dall’epidemia, che così numerose contraddizioni ha fatto emergere, è quella del confronto e della condivisione. Incroci che diversamente non si sarebbero creati, stimoli e nuovi impulsi a progetti che nell’emergenza hanno rivelato all
improvviso le loro potenzialità. Un percorso individuale e collettivo che è solo agli inizi, che adesso ci sembra ancora barcollante, discontinuo perfino minacciato ma che infine potrà pienamente distendersi e dare risalto a ogni singola parte, proprio come in un quadro.
Il libro, è già accaduto in diversi periodi storici, viene a sorreggerci, accorciando la distanza coi luoghi, colmando i silenzi. Dal libro si rinasce, nel libro si trovano le mappe per superare le difficoltà, con un libro si può anche cambiare il mondo. Perché le parole sono le prime scintille della creazione.

Si comincia mercoledì 29 dicembre con gli Uffizi (volume gratuito acquistando il Corriere).
Ad maiora!


Piano editoriale: tutte le uscite


Lancio del primo volume


(Di Claudia Ciardi)





25 febbraio 2015

Intervista a Paolo Zignani


Paolo Zignani l’ho conosciuto nel 2013, girando in rete alla ricerca di siti e pagine affini con cui scambiare esperienze culturali. Il mio blog aveva aperto i battenti appena un anno prima ed era in una fase per così dire di assestamento della propria linea editoriale. Trovarmi davanti una persona di buon senso, pacata, animata da sincera passione per il proprio mestiere di giornalista, creò immediatamente le condizioni per riflettere sul mestiere di tradurre e l’idea di traduzione, prendendo le mosse da quel saggio immenso che è Die Aufgabe des Übersetzers (Il compito del traduttore) di Walter Benjamin. Gli sono molto grata per aver stimolato in me quella scrittura e averla poi ottimamente introdotta, ospitandola nel suo spazio. 
Paolo ha una conoscenza profonda del territorio in cui lavora e un occhio di riguardo a quanti sono stati messi in seria difficoltà dalla crisi economica, ma più in generale da quella che si potrebbe definire una pesante incuria sociale, frutto di molte dissennatezze, di cui l’economia è solo una delle tante parti in causa – certo rilevante ma non così centrale. Negli ultimi anni si è creata una pericolosa sponsorizzazione della crisi che ha secondo me esagerato i danni reali da essa derivanti. Laddove si sarebbero potute creare condizioni di maggior collaborazione, dove si sarebbero potute reperire forze e energie per limitare i danni e forse avviare nuove iniziative per il recupero di persone e luoghi, ci si è abbandonati invece a una rassegnazione, in molti casi cialtrona e furbesca. Troppo in fretta si è radicata l’abitudine di dire: «C’è crisi, non possiamo venire incontro alle vostre richieste». Questa dinamica è molto pericolosa, in quanto estremamente mistificatoria. Nel caso della generazione cosiddetta “entrante”, i più giovani per intendersi, ha prodotto e sta producendo dei danni colossali. Il patto generazionale, rotto per paura e biechi egoismi, con eccezioni troppo rade per invertire la tendenza, ci ha oltremodo indebolito. Se le competenze, in ogni ambito della società, non passano dai più anziani ai più giovani, se non vi è volontà vera di insegnare, di coinvolgere, di seguire, di creare una massa critica alla quale i singoli contribuiscano ognuno per le proprie capacità, l’impoverimento generalizzato sarà prima di tutto un fatto culturale, indipendente dalla crisi economica. E questo, nel sistema dello slogan, del chi si ferma è perduto, dell’essere duri e puri anche quando il tetto della casa ti frana addosso, sta già avvenendo.
In una delle numerose lettere che ci siamo scritti Zignani si esprimeva così: «Slogan, mistificazioni, falsità e depistaggi sono utilizzati in modo pesante e insopportabile. Non ho mai sentito tanto forte il bisogno di chiarezza, coerenza e informazione come in questi anni così difficili e sofferti da troppe persone. Per molti la vita quotidiana è drammatica, per fragilità economica e situazioni ambientali dolorose, solitudine, emarginazione, incertezza, precariato: manca però secondo me la consapevolezza di un disegno complessivo che metta le persone in condizione di sentirsi efficaci.».
Invito a visitare il suo blog «Quaderni corsari», titolo dal sapore pasoliniano che ben sintetizza le difficoltà e le contraddizioni vissute ogni giorno, nel confronto sempre più teso e complesso tra città e periferie, tra centro e margini, tra rappresentati e dimenticati, tra politiche fatte sul territorio e politiche di palazzo. Per questo le problematiche raccontate da Paolo Zignani escono dalla loro appartenenza geografica, divenendo una fotografia di tutto il paese, e in generale di una globalizzazione sempre più lontana dall’essere umano.




Non sono un’entusiasta dei paralleli storici perché credo portino con sé il rischio di forzature e banalizzazioni degli eventi oggetto di paragone. Nell’attuale crisi economica c’è chi ha voluto scorgere delle affinità con la grande crisi del ’29 e, nel caso specifico della Grecia, si ragiona sugli aspetti comuni con la situazione tedesca nel periodo di Weimar.
Inoltre con il 2014 sono entrate nel vivo le commemorazioni legate al centenario della prima guerra mondiale. Anche in questo caso i paralleli con i conflitti e i problemi che riempiono la nostra attualità sono fioccati da ogni parte, a costo di non poche esagerazioni. Volendo valutare le effettive similitudini dei tempi e certi eccessi fatalisti cosa ti sentiresti di dire?

Le forme di stato e di governo democratiche esistono perché la cultura faccia accettare le forme economiche come necessità indiscutibili. I mass media e i giornalisti esistono per questo: far capire che la guerra è vita e la miseria è disgrazia. In Grecia però ci sono cassiere di supermercato che non fanno pagare la spesa a chi non ha soldi e casellanti che non fanno pagare il ticket dell’autostrada. In Italia ci sono insegnanti in pensione che fanno lezione gratis ai figli degli immigrati o delle famiglie italiane in difficoltà. La prima guerra mondiale è stata una scelta autoindotta da poteri economici e governi, che poi hanno dovuto giustificarsi con i “quaderni colorati” per dire ai cittadini che ogni Stato è intervenuto per legittima difesa. Gli eserciti sono stati costretti a combattere, i popoli non volevano la guerra. Nella Repubblica di Weimar certa propaganda puntava sulle convinzioni di un popolo legato alla memoria dello Stato tedesco forte, imperiale e umiliato nella Grande Guerra. Oggi i cittadini possono autorganizzarsi per iniziative sociali o imprenditoriali senza bisogno di affidarsi a grandi leader. Per questo ho fiducia. Stato e forze economiche nulla possono senza lavoratori e cittadini che dispongono dell’infinita forza creativa della libertà.

Dalle più recenti analisi economiche emergerebbe una ripresa, seppur fragile, ma con dati di disoccupazione nell’Eurozona ancora allarmanti. Inevitabile pensare al fatto che in un contesto del genere il divario sociale interno non possa che crescere. In base alla tua esperienza sul territorio come la vedi?

Conosco giovani laureati italiani che per anni e anni guadagnano poche centinaia di euro al mese, un terzo delle pensioni da 1.400 euro dei loro genitori, e madri di famiglia immigrate costrette a orari di lavoro stressanti per 500 euro al mese, mentre non hanno soldi per pagare farmaci e alimenti ai loro figli malati d’asma. Faccio interviste in case popolari fatiscenti dove le bollette sono spropositate rispetto ai redditi. Lo stato sociale dipende dai bilanci pubblici, ma i prezzi di materie prime come il petrolio sono imposti dal venditore, come i Paesi dell’Opec, e quindi dalla politica energetica statunitense. La ripresina, in questo capitalismo assetato di crisi strutturali e riforme incessanti, sarà accompagnata dall’ennesimo rinnovamento delle aziende italiane che vogliono maggiore redditività e forza nei rapporti con la concorrenza europea: i “garantiti” saranno sempre meno. Un bilancio statale migliore dipenderà, visti gli orientamenti, da una spesa selettiva e classista per il welfare, la sanità e la scuola. Allora chi può, chi ha energia morale e carattere, tempo, passione, partecipi a iniziative come quelle delle brigate di solidarietà. Crediamo nello stato sociale? Facciamolo come possiamo tra di noi: le istituzioni oggi hanno scarso potere e non abbiamo grandi statisti. Non provo sfiducia nella politica italiana: la vedo debole. Chi può osare strategie controcorrente sono i cittadini.

A meno di tre ore di aereo dall’Italia sono in corso due conflitti devastanti: Siria e Ucraina. La barbarie dell’Isis si intensifica con una velocità spaventosa. L’Ucraina è spaccata in due e vittima dei troppi tentennamenti dell’Europa che in politica estera, come in altri casi, fatica così a trovare una linea unitaria e, dunque, a dare continuità al proprio agire. Come valuti il ruolo dell’UE in entrambe le situazioni?

L’Europa è influente solo sul lungo termine, non ha gli strumenti per imporsi. Bismarck quando non faceva guerre [le guerre bismarckiane furono tre, dal 1864 al 1871, con cui venne realizzata l’unificazione della Germania] siglava trattati, sempre in nome di uno Stato nazionale molto forte e a servizio della sua espansione economica. La politica estera tradizionalmente si è fatta avendo un esercito alle spalle, tuttavia si può cambiare.
Quel che possiamo fare è partecipare a iniziative come la proposta di legge per una difesa non violenta. Pare utopia, sì, però è pragmatico attivare azioni di pace in zone di tensione per prevenire guerre e conflitti. Non è più tempo di protestare e basta, si può entrare in azione ciascuno come può. Possiamo discettare sull’estremismo islamico e lo sfruttamento abnorme dell’Africa nei secoli. Meglio, nel frattempo, sostenere progetti culturali ed economici nei territori di crisi. La Russia poi non va demonizzata e isolata. Meglio fare affari e scambi culturali. Un po’ di pragmatismo smonterebbe decenni di contrapposizioni ormai inammissibili.

Prendo spunto da una riflessione di Roberto Cotroneo che in un suo recente contributo per il «Corriere della Sera» ragiona sulla percezione dell’immagine nella contemporaneità: «La nitidezza è un’invenzione culturale non un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà e il dettaglio come verità».
Mi pare un affondo interessante sulla mistificazione in cui ci dibattiamo. Vorrei un tuo parere.

La nitidezza dell’immagine non può sostituire la visione dell’essenza. Solitamente la conoscenza viene insidiata e minacciata da operazioni di conquista dell’ovvio. Contro l’oggettività della produzione tecnologica artificiosa, che seduce e sottomette, e contro la datità del banale che s’insinua passando inosservata, vale ancora l’alternativa dell’epoché [in greco antico: “sospensione”, in ambito filosofico “sospensione del giudizio”] fenomenologica. Mettiamolo tra parentesi questo mondo fatto di informazioni ossessive, propaganda martellante e nebulose di banalità. Lo sguardo che osserva, il soggetto che descrive con accuratezza, l’attenzione mirata alla conoscenza sono indispensabili: la fenomenologia presuppone una libertà che produce sapere partecipato, non intuizioni ermeneutiche individuali, geniali e isolate. Si coglie nelle parole di Cotroneo un riferimento alla poetica del Leopardi, il quale infatti era un genio della poesia che suggerisce, tratteggia ed evoca ma anche un razionalista demistificatore, un intellettuale che demoliva le illusioni costruite da borghesi e gazzettieri due secoli or sono, un pensatore duro, aspro, libero e aggressivo, non un venditore di prodotti commerciali: non lavorava su commissione per il mercato.

Mi collego alla domanda precedente per qualche considerazione finale sul potere dello slogan nella nostra cultura. In qualità di addetto all’informazione trovi condivisibile questo pensiero? E, in caso, come pensi si possa invertire tale tendenza?

Voglio dare una risposta ampia sull’uso di slogan nella politica in particolare, in quanto altri ambiti di conversazione e comunicazione, come l’intrattenimento, vi sono connessi e ne risentono, anche se drammatizzano, commentano o fanno umorismo su fatti di cronaca di cui la politica indirettamente si occupa perché legifera. La soggettività politica vuole autolegittimarsi tramite un consenso generato artificialmente dai mass media, usando tecniche di produzione di realtà fittizie: un vizio causato dalla cittadinanza debole e minimalista di questi tempi e dalla politica dotata di procedure fragili e priva della volontà di dare un indirizzo all’economia e ai comportamenti sociali, bensì protesa a rispettare normative e obiettivi di bilancio con scadenze stringenti. E dire che il primo mass media è la persona che parla e comunica quotidianamente con gli altri. Il corpo proprio, il comportamento, la parola sono strumenti di comunicazione, e in eventi come un corteo dimostrano la loro efficacia: il consenso diretto è però oggi quanto mai non solo mediato bensì tendenzialmente sostituito con tecniche mirate. Slogan, parole guida e immagini suggestive vengono usate a questo scopo, imposte dall’esterno del discorso che invece va sviluppato corrispettivamente alle esperienze vissute. Al giornalista viene così offerta una cornice di senso alla quale si chiede di adeguarsi introducendo varianti irrilevanti perché collabori a una produzione di consenso mai legittimata. Politici e amministratori, di governo o opposizione, costruiscono così un racconto fondato su un sapere comune, radicato negli insegnamenti degli educatori e nelle convinzioni più scontate e indiscusse (una Lebenswelt culturale ma spesso inconsapevolmente sedimentatasi) e inseriscono nel linguaggio regolato da convinzioni indiscusse alcune parole guida che instillano paura o speranza, cioè sentimenti così forti che, una volta evocati, possono rendere controllabile l’opinione pubblica. In questo modo sui mass media, grazie alla debolezza giuridica e contrattuale del giornalismo, passano per legittime strategie politiche mai approvate se non da uomini di vertice. La politica stessa è uno strumento di costruzione del consenso e della legittimità, ed è utilizzata palesemente dalle forze economiche prevalenti. Il mondo arabo e islamico di solito nemmeno arriva a essere conosciuto e compreso, sostituito e sequestrato da etichette inaccettabili e strumentalizzazioni sfacciate. Quindi non resta che raccontare le storie e esperienze degli immigrati quando i temi d’attualità lo rendono utile, connettendo vicende ed eventi inseriti in settori che pur restando distinti devono far parte di un disegno (welfare, economia, ambiente, politica, religione). I cittadini italiani, ogni giorno, d’altra parte hanno a che fare con islamici, persone non religiose di lingua araba, lavoratori africani: l’integrazione quando avviene è spontanea, non imposta; poi diventa storia.

(Intervista di Claudia Ciardi)


30 novembre 2014

Intervista a Paolo Arduini


Mi sembrava necessario per questo mese concentrare la discussione sul dissesto idrogeologico. I ‘bollettini di guerra’ venuti da Genova ma anche da molte altre parti d’Italia hanno riacceso tanti interrogativi. Purtroppo ho dovuto constatare, nel corso dei miei scambi con quanti sono stati colpiti dal disastro e con attivisti, che c’era molta stanchezza e poca voglia di mettere su carta qualche considerazione. Se fossi un amministratore del territorio, questo sentimento diffuso in maniera così capillare, mi susciterebbe non poche preoccupazioni. Siamo inequivocabilmente davanti a un distacco dettato prima di tutto dalle difficoltà materiali in cui migliaia di persone si sono trovate, dalla rabbia per aver denunciato in tempi recenti le criticità (il caso di Carrara mi pare emblematico) senza ricevere risposte adeguate, e infine anche dall’idea che “ormai è tutto inutile”, il che ha comportato e comporta l’isolamento di migliaia di cittadini i quali non riescono più a pensare se stessi come parte attiva di un contesto.
L’esito dell’ultima tornata elettorale fa spavento. A giudicare dal clima che, seppure su scala minore, ho percepito nelle settimane precedenti, per cui chi ancora ha qualcosa a cui attaccarsi va avanti a testa bassa e senza far motto, e chi non ha più nulla ha perso anche la voce, il crollo non poteva non attendersi. Un astensionismo così alto è uno schiaffo in pieno viso alla politica di qualunque colore. E il premier, secondo me, è caduto in un errore marchiano, commentando i risultati. Minimizzare i dati sull’astensione può sembrare un modo risoluto attraverso cui prendere di petto l’onda del dissenso, che per questa via si è espresso. Ma in una compagine sociale già estremamente sfilacciata a causa del protrarsi della crisi e dei problemi ulteriori che la crisi accompagnano, il rischio concreto è di esserne travolti. Il dissesto del territorio non è tema secondario. Oltre all’impatto materiale sulla vita delle persone, ne ha un altro assai più profondo in chi non ne è colpito direttamente, a livello psicologico. L’impressione di vivere in una “casa” che crolla e verrà spazzata via, suscita paura, disorientamento, ma anche il bisogno di essere ascoltati da chi opera nelle amministrazioni centrali e locali. Se non si creano mai le condizioni di un incontro, se non si gettano le basi per un disegno di risanamento vero – la proposta toscana a “volumi zero” che blocca la deriva cementizia è un primo passo – se, insomma, ci si veste di decisionismo, lo si mangia a colazione, pranzo e cena, però poi non si versa carburante negli annunci, la disaffezione della cittadinanza andrà sicuramente messa in conto.   
In un dettagliato resoconto del 15 ottobre 2014 scritto da Sergio Rizzo per il «Corriere della Sera» si legge che lo scolmatore sul Bisagno a Genova è «appeso a un bando folle», un’espressione che rende bene le lungaggini burocratiche sull’opera di messa in sicurezza. L’articolo si sofferma quindi sulla previsione di durata dei lavori: 1846 giorni (cinque anni e un mese) per un costo di 40 milioni di euro. Ciò dà la misura di quanto tempo prezioso sia andato finora sprecato. Ma anche della rilevanza dell’investimento che, messo in rapporto con i danni prodotti dall’alluvione del 9 ottobre (l’ultima stima è di 60 milioni di euro per famiglie e imprese) dà un sapore ancora più amaro all’intera vicenda. In situazioni d’emergenza i ritardi creano una voragine economica da cui è difficile venir fuori, specialmente in una fase così stentata per il nostro ciclo produttivo. 
Nel caso genovese il progetto, dunque, c’è da tempo ma la volontà di praticarlo è di là da venire. L’acqua non si ferma e non si fermerà. Ce lo ha dimostrato anche negli ultimi due mesi. La natura non è né buona né cattiva, né giusta né sbagliata, come già un paio di secoli fa ci ricordava il nostro bistrattato Leopardi. Semplicemente si riprende lo spazio che le appartiene, dicendoci che l’incuria non paga mai.
Ospitiamo un breve intervento del professor Paolo Arduini, insegnante presso il dipartimento di latino di lingue dell’Università di Pisa, da anni impegnato nella difesa dei diritti del cittadino (rappresentanza, casa, lavoro) e sui temi di tutela ambientale contro l’abuso edilizio, i condoni facili, la cementificazione selvaggia. Con la generosità che lo caratterizza, messa a servizio dell’avventura redazionale «Luci sulla Città», e portata in diverse battaglie che hanno coinvolto anche personaggi importanti dell’attivismo culturale italiano, come Don Ciotti di «Libera», Milena Gabanelli, Marco Travaglio, ha risolto alcuni dei quesiti da me formulati in relazione ai recenti problemi.
Le sue parole sono, come sempre, buoni spunti di riflessione, nell’auspicio che altri abbiano voglia di ripartire da qui e levare una voce di protesta costruttiva. Il silenzio, infatti, non aiuta a sensibilizzare chi ancora non comprende la gravità del vivere in un territorio pesantemente inquinato e offeso.




La tutela del territorio passa necessariamente per la consapevolezza dei cittadini. La comprensione dei problemi è il primo elemento su cui edificare una comunità solida, che sia in grado di mettere a punto strategie efficaci per risolvere le proprie criticità.
Dovendo giudicare il grado di coscienza e impegno civile su questi temi in Italia, cosa minaccia principalmente lo sviluppo di tali aspetti e quali, invece, le conquiste che sono state fatte grazie al lavoro capillare e paziente di comitati e associazioni?

La coscienza non c'è o è sminuzzata in mille risposte particolari. Solo il movimento No TAV in Val di Susa ha costruito una "coscienza di luogo" (che è quello che vorremmo costruire qui a Calci, dove vivo ora), ma lo stanno massacrando militarmente, perché la coscienza di luogo richiede un'azione di attacco e difesa ma le forze sono impari.

Non appena è iniziato l’autunno abbiamo vissuto un vero e proprio stato di calamità a causa del continuo susseguirsi delle alluvioni. La Liguria, il basso Piemonte, Parma, Carrara, la provincia di Roma. Ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. In un territorio a fortissimo rischio idrogeologico, tutela e prevenzione si sono rese latitanti per troppi anni. Quali considerazioni?

Banale, ma va ribadito: al primo posto ci sono le Grandi Opere inutili e costose, dove ci sono forti guadagni, legali e illegali poco importa, mentre la manutenzione e programmazione del territorio nessuno la farà mai, in un sistema fondato sul Dio Denaro.

La cementificazione è certamente uno dei tanti mali italiani. Il settore dell’edilizia che, fino a poco prima della recessione, figurava come uno dei volani economici della penisola, nasconde in realtà moltissime ombre e più di una responsabilità nell’attuale sfacelo del territorio. Che tipo di politiche bisognerebbe avere il coraggio di organizzare da subito? 

Rendere effettiva la chiacchiera sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio edilizio esistente; abbattere tutto il resto, offrendo alternative semplici e concrete a chi ci è rimasto "infognato".

I danni portati dal dissesto idrogeologico sono, sul piano economico, ingentissimi. Un esempio: 40 milioni di euro il costo dello scolmatore sul Bisagno a fronte di 60 milioni di danni stimati nell’alluvione del 9 ottobre. Si continuano a sostenere opere faraoniche quali la Gronda, per rimanere in territorio genovese, e la Tav. Perché, neppure a fronte dell’enorme difficoltà economica in cui ormai si dibatte il paese, e delle caratteristiche palesemente controproducenti di questi progetti, la classe dirigente non fa marcia indietro una volta per tutte?

Non possono fare marcia indietro, per il motivo appena detto, e in questo sono un sistema unico di affari e dominio, senza colore.

Nel corso delle emergenze la macchina degli aiuti si muove con grande lentezza e inadeguatezza. Non si ha il coraggio di ammettere che non siamo preparati ad affrontare disagi di tali proporzioni. Cosa non va nell’attuale gestione delle crisi?

Gli aiuti servono a "tappare i buchi"  e ottenere voti, non a dare un corso diverso alle opere e alla vita delle persone, per cui saranno sempre in ritardo e atti solo ad alzare il PIL (vedi gli euri ora richiesti da Renzi all'UE per il riassetto idrogeologico, *il riferimento è al controverso piano Juncker di cui finora non sono stati chiariti né termini né risorse).

(Intervista di Claudia Ciardi)

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