11 maggio 2015

Naufragio di guerra #3




La guerra da che mondo è mondo si combatte anche e soprattutto con mezzi che nulla o quasi hanno in comune con i campi di battaglia. Un giro di soldi e informazioni, se ben organizzato, è in grado di cambiare le sorti di un conflitto. La questione dello spionaggio durante la prima guerra mondiale è tutt’altro che secondaria e si può dire che l’Italia si affacci impreparata sullo scacchiere europeo anche sotto questo aspetto. Gravava sull’organizzazione la mancanza di mezzi economici oltre all’incertezza, protratta fin troppo a lungo, su chi avremmo dovuto appoggiare e chi, in conseguenza, sarebbe divenuto nostro nemico. Il giolittismo si era fatto in qualche modo garante degli interessi tedeschi in Italia, che erano estesi e ben radicati. Molti soggetti economici e quadri dirigenziali avevano remore a entrare in guerra contro la Germania per i legami con i finanziatori d’oltralpe. Prima ancora che al fronte, si combatteva con gli appalti. In un paese arretrato quale era appunto l’Italia appena unificata, gli investimenti stranieri erano vitali per sviluppare le nostre infrastrutture. La Francia aveva acquistato partecipazioni nelle società ferroviarie, investendo nel settore dei trasporti urbani e in quello immobiliare, mettendo sul tavolo un capitale di un miliardo e quattrocentotrenta milioni di franchi circa. E tuttavia è la Banca Commerciale tedesca, nata nel 1895, a veicolare una presenza assai più sostenuta e diversificata. Pensiamo che ancora nel 1914 a Roma l’appalto dei medicinali per tutti gli ospedali se lo aggiudica la società tedesca Mariland e che sempre i tedeschi ottengono concessioni per esplorare i giacimenti di mercurio del Monte Amiata. Una rete di soldi e presenze da cui sarà difficile svincolarsi anche negli anni di guerra. Più limitata, ma comunque abbastanza incisiva, l’azione economica degli austriaci, operanti nel nord Italia e sull’Adriatico per ragioni storiche. È chiaro tuttavia che gli attriti sulle terre irredente avevano fatto montare un clima sfavorevole nei confronti delle imprese di Vienna. 
Il sistema creditizio messo in piedi dai tedeschi è estremamente funzionale in quanto permette ai nostri “partner commerciali” di controllare capillarmente le attività cui si indirizza l’economia italiana. L’Istituto di credito, infatti, concede finanziamenti solo alle aziende della penisola che si impegnano a comprare materiale dalle società tedesche. Ciò comporta l’obbligo di compilazione di schede informative sugli affari societari, dati che con tutta probabilità finiscono a Berlino. La Germania non avrebbe avuto alcun motivo di entrare in guerra. La sua situazione era già assai rosea, dal punto di vista delle relazioni economiche e della sua massiccia presenza finanziaria nel Mediterraneo; le velleità coloniali di Guglielmo II, ossessionato dall’impero inglese, hanno finito per tradursi in una scelta del tutto controproducente: quello per cui si struggeva così tanto, in buona parte già lo aveva.
Da questa premessa si capisce forse un po’ meglio una delle tante vicende oscure d’Italia, che alcuni storici hanno definito il primo mistero della nostra storia nazionale. A settantadue ore dall’attentato di Sarajevo, il generale delle nostre forze armate, Alberto Pollio, viene trovato morto in una camera d’albergo a Torino. La ricostruzione è sempre stata piuttosto fumosa, accompagnata da rapporti censurati che non hanno fugato del tutto le numerose contraddizioni gravanti sulla vicenda, a partire dalle cure somministrate al generale la sera del supposto malore. Pollio soffriva di miocardite, è vero, ma il suo stato di salute non ha mai destato preoccupazione. In più, il suo accompagnatore in quella fatale circostanza, l’ufficiale Vincenzo Traniello, da allora sparisce di scena, la sua carriera è di fatto troncata. Allontanamento di un testimone scomodo?
La frequentazioni viennesi di Pollio gli avevano causato noie e richiami da parte dei nostri vertici. In qualità di attaché militare, compito simile a quello di un agente segreto, avrebbe dovuto limitare i suoi exploits mondani ma il proprio ascendente naturale glielo impediva. Pollio a corte piaceva, così da entrare nelle grazie dello stesso Francesco Giuseppe. Tanto fa che tra un ricevimento e l’altro vi trova moglie, la giovane baronessa Eleonora Gormasz, appartenente a una delle cinquanta famiglie ebree a cui l’imperatore ha concesso il titolo nobiliare. Sebbene l’Italia rilasci subito i documenti per il nulla osta al matrimonio – non vi sono leggi che impediscano l’unione di un nostro ufficiale con una straniera, a differenza dell’Austria dove vige il divieto – le malignità contro Pollio aumentano a dismisura. La sua posizione precipita. La moglie viene additata come spia austriaca e sarà tenuta sotto controllo sempre, anche durante la guerra, quando già vedova si sospettava che continuasse a tenere relazioni con ufficiali dell’esercito austriaco – e in effetti i frequenti viaggi in Svizzera e le permanenze in alberghi di lusso di una donna che sosteneva di non avere redditi sufficienti per mantenersi, suscitano qualche dubbio. Cadorna odiava Pollio, si sentiva in competizione con lui evidentemente, e quando Giolitti, che a sua volta non nutriva alcuna fiducia in Cadorna, gli preferisce il brillante ufficiale napoletano con ottime credenziali presso gli Asburgo, il vecchio generale non riesce a trattenere la sua acredine.
Insomma, Pollio era scomodo e al momento dell’entrata in guerra sono in molti a volerlo togliere di mezzo. Come potrebbe darsi un capo di Stato Maggiore di un esercito in guerra con gli imperi centrali, sposato a un’austriaca per giunta sospettata di spionaggio? Dunque, guerra tra spie si diceva all’inizio. E l’Austria felix in ciò era molto più avanti di noi, con l’Evidenzbureau, il proprio servizio segreto che aveva avuto tutto il tempo di affinare i suoi metodi nella vasta congerie dei territori che facevano parte dell’impero. L'istituzione prende il nome dal modo di dire “Etwas in Evidenz halten” (tenere qualcosa sott’occhio), viene inaugurata nel 1850 e in Italia dimostra la sua efficacia durante le guerre di Indipendenza. La sconfitta del generale La Mamora a Custoza è in buona parte dovuta alla capacità austriaca di far circolare informazioni sballate fra i nostri. 
Ai primi di agosto del ’14, gli austriaci predispongono il rafforzamento di spie in Italia, perché sospettano la nostra adesione all’Intesa. Noi, invece, prendiamo tempo senza organizzarci, per il controspionaggio ci appoggiamo a una sezione della polizia statale, e sebbene i nostri agenti siano piuttosto solerti, mancano di pratica e finiscono per esagerare nei sospetti, creando confusione.

(Di Claudia Ciardi) 


Alcuni riferimenti citati in questa sintesi sono tratti da Roberto Giardina, 1914. La Grande Guerra. L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, Imprimatur, 2014. Al reportage dello storico palermitano, residente dal 1986 in Germania, testo che in modo accattivante intreccia cronaca e analisi storica, dedicheremo uno dei prossimi articoli. 


In dormiveglia

Valloncello di Cima Quattro* il 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia 

Giuseppe Ungaretti da L’Allegria (sezione Il Porto Sepolto)

* Corrisponde all’incirca all’abitato di Poggio Terza Armata (Sdraussine in friulano, Zdravšcine in sloveno), frazione del comune di Sagrado (Gorizia), nella regione Friuli-Venezia Giulia. Si trova tra Sagrado e Savogna d’Isonzo.

Ninna nanna della guerra  (di Trilussa)

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello [*]
Farfarello e Gujermone [**]
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe [***]
che se regge co le zeppe,
co le zeppe dun impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo dassassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Note:

* Uno dei diavoli dell’inferno dantesco
** Guglielmo II, l’imperatore tedesco
*** Francesco Giuseppe imperatore d’Austria





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