14 aprile 2016

Intervista a «La Nuova Ecologia» (FIMA)


Proseguiamo la discussione in tema di energia e difesa dell’ambiente avviata insieme a Riccardo Bottazzo, direttore di «EcoMagazine». Grazie alla cortese disponibilità di Marco Fratoddi, giornalista e formatore, direttore di «La Nuova Ecologia», il mensile di Legambiente, segretario generale della FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali), rilanciamo l’importanza di partecipare al referendum sulle trivellazioni che interessano le nostre coste. Non solo perché si tratta di un momento in cui si esprime la libera volontà dei cittadini, e che quindi va tutelato con ogni mezzo, ma anche perché siamo di fronte a un passaggio democratico fondamentale che chiama in causa il modo stesso di impostare le politiche energetiche del paese. 
La Federazione presieduta da Fratoddi ha lanciato proprio in questi giorni un appello, che invitiamo a leggere e divulgare, sulla necessità di un giornalismo ambientale impegnato e indipendente. Lo scandalo che ha travolto il Ministero dello sviluppo economico sugli illeciti nella gestione degli impianti lucani esorta a non abbassare la guardia e a fare molto di più per una corretta informazione.
Cosa di cui si è avvertita invece tutta la carenza, addirittura con inviti espliciti a disertare il voto da parte di esponenti governativi o attraverso una descrizione fallace del quesito referendario che fino a ieri è stato descritto come “il nulla”. Mi auguro che il Presidente Mattarella sanzioni pubblicamente atteggiamenti di questo tipo che in una fase già di per sé complessa per le istituzioni democratiche, aiutano scientemente a disaffezionare ancora di più l’elettorato e tendono a espropriare il cittadino dall’esercizio di un diritto che la politica ha il compito, semmai, di difendere con ogni mezzo.
L’ambientalismo è una cultura imprescindibile se si desidera formare davvero una cittadinanza consapevole e attiva, che dunque non può non essere investita del compito di vigilare sulle risorse del proprio territorio, il quale veicola l’identità del popolo che lo occupa. È un pensiero formulato con chiarezza dall’articolo 9 della Costituzione. Tutela del paesaggio, protezione del territorio e degli ecosistemi che ospita, conservazione delle riserve idriche, per l’Italia divengono una strategia fondamentale, non di regresso come molti vorrebbero far credere, ma di sviluppo.
Ci auguriamo che la stanchezza e il disorientamento, cavalcato con opportunismo da chi nasconde altri interessi, non facciano abbassare la guardia su argomenti che influiscono in modo diretto sulla qualità di vita dei singoli, come individui e collettività.   

Qui la precedente intervista a Riccardo Bottazzo per «EcoMagazine»

Qui la battaglia dei comitati del Vallo di Diano per la difesa delle falde acquifere contro i pericoli delle trivellazioni






Tra disinformazione e appelli a disertare le urne, ci avviamo a un appuntamento elettorale molto importante. In ballo la tutela del nostro mare e del nostro territorio, oltre alla possibilità di pronunciarci sul modo di impostare e gestire la politica energetica nel paese. Quale appello rivolge ai cittadini perché vadano a votare?

Il referendum del 17 aprile è un’occasione da non perdere sia per ripristinare una regola giusta, quella che prevedeva la cessazione delle attività estrattive alla scadenza delle concessioni, inspiegabilmente rimossa con un emendamento all’ultima Legge di Stabilità, sia per sostenere una più rapida evoluzione del nostro modello energetico verso le rinnovabili: la vittoria del sì fermerà l'espansione delle concessioni già attive all’interno delle 12 miglia a tutela dei nostri mari e rappresenterà un importante segnale di accelerazione dell’Italia verso un’economia oil free, quella più innovativa e dinamica su scala globale.

Un filone della recente inchiesta sugli impianti in Basilicata riguarda il traffico illecito di rifiuti. L’impatto ambientale delle attività estrattive è di per sé affatto trascurabile, anche quando siano osservate tutte le normative vigenti in materia. Se a tale pratica si aggiunge il dolo, le conseguenze su ambiente e persone rischiano di essere pressoché irreparabili. Alla giustizia non resta che intervenire coi suoi mezzi, che nel caso italiano significano tempistiche altrettanto dolosamente lunghe, e ciò non rassicura certo la popolazione. Fintanto che non sia garantita un’efficace vigilanza su illeciti e abusi di potere, cose che l’idea di profitto purtroppo favorisce, è forse legittimo chiedere la sospensione di queste attività. Qual è la vostra idea?

Come dimostra il rapporto “Sporco petrolio” di Legambiente i processi a carico delle compagnie petrolifere finiscono quasi sempre in prescrizione, gli interessi in gioco sono notevoli e spesso le amministrazioni locali impreparate a misurarsi con i colossi del greggio sia sul piano dei controlli, sia su quello della regolarità procedurale. Sospendere complessivamente le attività estrattive personalmente mi sembra velleitario ma bisogna accelerare la riconversione verso l’efficienza e le rinnovabili, anche nel campo dei trasporto permettendo che il biometano sia immesso nella rete Snam per la distribuzione del gas: potrebbe soddisfare il 13% del fabbisogno nazionale, oltre il quadruplo di quanto garantiscono le piattaforme oggetto del referendum. Sarà il mercato a rendere obsolete le attività estrattive, nel frattempo occorre rafforzare il sistema pubblico dei controlli per fornire ogni certezza alle comunità locali su quanto avviene negli impianti: la riforma del sistema Arpa, comunque si evolvano le indagini a Viggiano, rappresenta una priorità.

Gli interessi di Total e Shell verso il nostro paese non sono nuovi. Dal ’97 a oggi gli abitanti della Valle del Diano, riuniti in un comitato di difesa delle risorse idriche del territorio, sono stati impegnati in un duro testa a testa a colpi di perizie e cause in tribunale. Spesso si accusano questi movimenti di essere organizzazioni animate da pressappochismo e arretratezza, mentre leggendo le carte relative ai rischi corsi dai luoghi interessati dalle perforazioni, si ha lo spaccato di un paese che punta i piedi perché i rischi oggettivamente corsi non valgono il guadagno. L’Italia è un paese a forte sismicità e dove i problemi legati al dissesto idrogeologico si manifestano con particolare frequenza. I cittadini sono chiamati, credo, a opporsi fortemente a impiantare qualsiasi attività non consideri questi due aspetti, che determinerebbero una catastrofe di ampie proporzioni e la morte dei territori coinvolti. Non se ne parla mai abbastanza: i tratti geologici del nostro ambiente richiedono un occhio di riguardo. Cosa si sente di dire al riguardo?     

L’Italia è un paese intrinsecamente fragile, indebolito dal consumo di suolo e minacciato sempre più spesso da fenomeni meteorologici estremi innescati dal cambiamento climatico. Anche il rischio di terremoti non si puo sottovalutare, qualche anno fa abbiamo pubblicato all'interno di un’inchiesta su «La Nuova Ecologia» la cartina dei siti industriali a rischio d’incidente rilevante e quella delle zone a più elevata attività sismica notando come molte di queste coincidano. Per di più molte di queste attività sono anche causa di patologie per le comunità locali, a prescindere da eventuali emergenze. Ma le ragioni per andare oltre l'industria del Novecento sono anche altre, bisogna costruire un'economia più equa e adeguata alla sfida del clima, che valorizzi la morfologia del paese anziché sottoporla a pesanti stress.

L’estensione della nostra penisola non le permette di sopportare attività così invasive quali trivellazioni a 4000-5000 metri di profondità per estrarre gas e idrocarburi. Conformazione, orogenesi, limitatezza di spazi disponibili non possono essere ignorate. Ci affacciamo inoltre su un mare con un ricambio delle acque imparagonabile rispetto a quello che interessa gli oceani. Volendo fare un raffronto, anche in virtù di un territorio assai più vasto del nostro, gli Stati Uniti possono gestire una politica energetica diversa in materia di energia, sebbene io credo che il graduale abbandono del petrolio sia una tappa a cui nessuno nel breve riuscirà a sottrarsi. Le carte da giocare per il nostro sviluppo sono dunque nel monitoraggio e nella valorizzazione delle risorse agricole e paesaggistiche. Voglio dire, il clima ci benedice da secoli. Perché scambiare un inquinamento certo, per una vocazione aiutata dalla natura del nostro ambiente?

È una domanda che ci facciamo in molti, peraltro diversi indicatori confermano come il paese reale si stia muovendo verso un'economia a basso tenore di carbonio, sia nel settore manifatturiero, dove crescono gli investimenti in tecnologie green, sia in altri ambiti che interpretano la vocazione all’accoglienza e alla valorizzazione dei beni ambientali e culturali del nostro paese, alla gastronomia sana e tipica, alla produzione culturale: sono i veri giacimenti dell’Italia, immaginare un futuro centrato sulle fonti fossili e sull’industria energivora ci porterebbe lontano dalle nostre specificità. La politica fatica a certificare questi processi, è in ritardo come lo è sempre le grammatica rispetto alla lingua effettivamente utilizzata dalle persone e infatti anche negli stili di vita, lo conferma un recente sondaggio di «Lifegate», vediamo prepotentemente avanzare scelte e comportamenti virtuosi come l’utilizzo di soluzioni leggere nella mobilità, vedi la bicicletta o il car sharing a flusso libero, l’interesse verso l’autoproduzione o la filiera corta alimentare, l’attitudine alla differenziata programmata in modo capillare. Ma se questo ritardo non si colma, anzi aumenta, rischiamo di frustrare queste potenzialità e anche di vanificare molte esperienze d’avanguardia in campo economico, penso in particolare al recupero di materia, vedi l’esperienza del consorzio Contarina nel trevigiano, su cui avremmo molto da insegnare all’estero.

Oggi il connubio tra tecnologie, saperi e ricerche nel settore dell’agronomia permette una resa della terra più elevata che in passato. In questi anni impietosi di crisi economica, la terra è stata inoltre un rifugio per chi è rimasto senza occupazione o per chi un’occupazione la stava cercando per la prima volta. Molti i giovani che hanno preferito investire in attività agricole. Le risorse idriche rivelano pertanto la loro natura strategica, mentre l’attività estrattiva ne minaccia la sussistenza per le future generazioni. Si tratta secondo me di scegliere cosa vogliamo essere, anche e soprattutto per i nostri figli. Non sarebbe ora di ribadire con forza che tutelare l’ambiente non è affatto un moto umano regressivo, ma semmai l’opzione più attuale di cui disponiamo?

Anche l’agricoltura è al centro d’importanti processi d'innovazione che guardano verso la logica multifunzionale: alla coltivazione e all'allevamento si aggiunge la vendita diretta e poi l’accoglienza, la produzione di energia da fonti rinnovabili, tutte attività che si possono ben integrare con la produzione agroalimentare. L’agricoltura di precisione apre scenari ulteriori che modernizzano le pratiche efficientando l’utilizzo delle risorse, acqua compresa. Qui come altrove è in atto una competizione, forse un vero e proprio conflitto fra modelli alternativi: a prescindere dal risultato che emergerà dalle urne credo che la campagna referendaria rappresenti comunque un momento per avanzare culturalmente verso la società low carbon

(Intervista a cura di Claudia Ciardi)
  

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