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12 maggio 2020

La notte passerà senza miracoli


Esordio letterario per Gnigne, alias Daniele Vaienti, poeta e performer, classe 1984, nativo di Cesena. La notte passerà senza miracoli pubblicata da Edizioni del Faro nel 2019 all’interno della Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati, si colloca come punto di snodo della sua lunga attività nel circuito della poetry slam e della recitazione. 
Nel giugno 2017 Vaienti ha fondato insieme ad altri amici Voceversa, gruppo col quale organizza eventi di poesia. Recentemente ha preso parte alle riprese del film Never Apply Salt to Attract a Potential Lover girato a Cervia (in programma la presentazione per luglio 2020).
Quest’opera prima è una raccolta di testi per lo più autobiografici suddivisi in due sezioni: una sorta di racconto in cui le poesie sono disposte in ordine cronologico, seguito da altri versi composti tra il 2012 e il 2019. La prefazione firmata da Simone Savogin, slammer noto a livello nazionale anche grazie alla sua partecipazione a Italia’s got talent, segna il passo tra linguaggio e metalinguaggio. Qui scrivere è quantomai un atto rituale che si compie su un doppio versante, interiore e pubblico. Una poesia che in ogni sua sfaccettatura mima la catarsi teatrale, e di quella immaginazione esternata si nutre per materializzare l’utopia, intonando il cambiamento possibile.

(Di Claudia Ciardi)


La notte passerà senza miracoli di Daniele Vaienti (Edizioni del Faro 2019) è un libro d’esordio, dalla libera e smaniosa tenacia descrittiva in un andamento sonoro che emana le sue radici nella misura tagliente e drammatica dell’umanità celebrata come «un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo» (Jack Kerouac). I versi ricercano l’esistenza della familiarità e si riappropriano delle espressioni private, quotidiane e semplici, comuni alle confessioni emotive che rivelano il rifugio consolatorio di ogni esperienza ideologica e pratica, tangibile e autobiografica. La diffusione della poesia è la magnetica registrazione esistenziale incisa su materiale resistente all’usura del tempo. La deformazione di visioni concrete e carnali, (una foto, le sigarette, l’autunno) permette di immaginare una licenza onirica e reale, in cui la vita è il passaggio comunicativo di ciò che si scrive con passione e per la propria felicità. La scrittura ipnotica e confidenziale di Daniele Vaienti è una benevolenza dell’ebbrezza nella padronanza di un vissuto in cui la tecnica ed il ritmo serrato ed incisivo decantano un’autonomia sentimentale che tormenta le imprevedibilità e le contraddittorietà degli affetti, gli ostacoli della disperazione nella loro profondità allusiva. L’intensità scritta oltre i versi segue il distacco dalla poetica convenzionale e si nutre dell’improvvisazione letteraria coinvolgendo i simboli emotivi del magico vortice teatrale, compagno, in ogni commento, delle risorse emotive del poeta. Il poeta esiste nell’istantaneo presente liberando l’agguato della nostalgia e del ricordo nelle vibrazioni svincolate dei sentimenti. I testi catturano l’inviolabilità dell’amore, contro l’inevitabile sconfitta del mondo e la lacerazione delle sue costrizioni ed esortano alla necessità di una nuova concezione di beatitudine, di salvezza verso il richiamo alla vita autentica e alla complicità dell’istante. La scoperta di se stessi, del pensiero assolto dai pregiudizi, dei valori umani, della coscienza collettiva è la meta di una compiuta affinità poetica con il viaggio individuale verso un’assegnazione alla speranza. L’esigenza artistica nasce da un desiderio di libertà di espressione, di dinamismo vitale e indagando nel senso del bene comprende l’universalità dei contenuti e la ricerca intima del tutto.





* Testi scelti da Rita Bompadre


Nient’altro

Si tratta di imparare
l’esistere
senza la pretesa
dessere.

Accadere,
attenti
a non cadere.


Quel silenzio

Sparo sorrisi a salve
contando i treni
persi e da perdere
per riuscire a scordare
quella voce che assente
alza di una tacca
il volume del silenzio.


Autunno

Cosa me ne dovrei fare
di questo autunno
bagnato
che fa paura
tutto sbagliato
come la mia punteggiatura
questo autunno
che ha tolto il sorriso alla città
che ci si abbraccia per necessità
ché fuori fa freddo
e dentro
non si può fumare.

Ecco
di questo autunno
cosa me ne dovrei fare?


La foto

Conservo una foto di noi sui polpastrelli
tu che mi saluti, mi abbracci e dici:
“torna a trovarci”.

TrovarCi

Ti nascondi dietro un plurale
di gente che non importa.

Io
codardo più di te
capisco
non dico niente
conservo la foto.


Occhi chiusi

A volte
quando chiudo gli occhi
capita
che poi non vedo niente
e fa paura.
Ci sono sogni mancati
e sogni mancanti.
La differenza è enorme,
credimi.


Libro:

Daniele Vaienti, La notte passerà senza miracoli, Edizioni del Faro, 2019 

18 aprile 2019

Juhani Pallasmaa - L'immagine incarnata


Architetto finlandese, autore di alcuni saggi di successo su arte, antropologia, psicologia e, per l’appunto, architettura, conferenziere stimato dal pubblico, Juhani Pallasmaa ha indagato in diversi scritti cosa vuol dire essere oggi costruttori e comunicatori, esplorando la necessità di risvegliare quel senso latente di poesia in grado di restituire contenuto alle cose, ravvivando le connessioni storiche e culturali su cui poggia la nostra immaginazione. È questa capacità la prima pietra del grande edificio collettivo entro il quale si celebra l’arte, dove ritualmente prende forma la volontà di autorappresentazione dei popoli, il corpo che trasuda la sostanza organica di sogni e memorie. Perché esattamente tale è l’impronta lasciata dalle nostre vite, una parte creativa, intangibile, in apparenza acefala, invertebrata, svincolata dall’ossatura del mondo, un’altra invece inscritta nel tempo quotidiano, nella contingenza del reale. Ma a ben vedere son due fronti affatto opposti, semmai interrelati nel profondo, di cui l’essere umano si nutre in continuo.
Lungi dal rappresentarsi come qualcosa di disincarnato, immaginazione e immaginari sono infatti espressioni concrete, multisensoriali, composite in quanto originate da una stratificazione di esperienze, da una polifonia di segni e sensibilità;  recano in sé il portato del mondo. Eppure, quel che oggi svuota di significato larga parte delle cosiddette opere d’arte e, dunque, molti progetti di architettura è proprio l’assenza di ponti gettati dall’uomo verso la sua più autentica storia sentimentale. Manca sempre più spesso un’anima pulsante al centro del sillabare o disegnare un’idea, un’ipotesi, uno spazio. Quando si enuncia questa parte spirituale, allora tutto riaffiora all’unisono nel corpo di un’opera e di chi ne fa esperienza. Il prodotto artistico manifesta qui l’integrità che le appartiene, connotandosi come una creatura viva, radicata nel tempo, viscerale ma anche altrettanto ineffabile. Tuttavia, l’epoca che attraversiamo, tende a bandire l’immaginazione, snaturandola, negandola addirittura. Paradossalmente, e neppure tanto,  l’eccesso di immagini da cui siamo ovunque sommersi, perfino assediati in certi luoghi o circostanze, falsifica e distoglie dal vero potere che le realtà visive in condizioni diverse eserciterebbero sulle nostre esistenze. Troppe immagini per nessun immaginario. Ecco quale cieca profezia va prosciugando sul nascere gli spunti creativi che vorrebbero concorrere a una profonda, sensata e ampiamente condivisa immedesimazione.
Davanti allo svuotarsi di senso di ciò che più avrebbe il compito di restituircelo, scaturendo in noi una riflessione e quella generosa catarsi che sola libera le energie positive del vivere, l’essere umano resta attonito, disorientato. Guarda il flusso di immagini che lo investe, ma sembra non vederlo, pare averne solo una minima percezione che però sfugge a un più solido processo significativo. Per Pallasmaa è possibile e auspicabile risignificare i nostri immaginari, unica via per tornare a un umanesimo delle idee, dei caratteri e delle arti. Tale è la condizione necessaria per raggiungere di nuovo la bellezza, i valori, ciò che dà peso alla storia. Senza una cultura rilevante non c’è infatti alcuna storia che sappia riempire le commessure di un immaginario e tramandarlo. Senza immaginazione l’uomo nega una delle sue attitudini primarie e perde un suo tratto essenziale, che equivale a uno dei fondamenti del sopravvivere.   
Tornare alla grande arte e architettura, significa saper ritrovare la strada per la vera e grande poesia. Aver smarrito le formule di questa evocazione espone l’umanità al rischio dell’anonimato, a un lento oblio sentimentale dove non c’è altro spazio se non per le angustie di ogni giorno e il livellamento delle coscienze. Uno stato di torpore diffuso in cui la creatività si troverebbe a disagio fino a venir meno. Se si vuol conservare la scintilla, è della massima importanza che il sentire non divenga preda d’ingorde sirene che nessun favore gli renderebbero, tranne annegarlo.          

(Di Claudia Ciardi)       



Edizione consultata:

Juhani Pallasmaa, L'immagine incarnata. Immaginazione e immaginario nell'architettura, Safarà Editore, 2014


9 aprile 2015

Aesopica #2 - Animali di Esopo e Collodi


Ho già avuto modo di accennare brevemente al significato dell’asino in letteratura, prendendo spunto da Esopo per approdare a Pinocchio. La presenza per così dire scenica di questo animale va ben al di là della parodia fisiognomica che normalmente ne scaturisce. La sua longeva vitalità nei testi schiude infatti un livello assai più profondo, dove il meccanismo della metamorfosi evidenzia i tanti strati di cui questa figura è andata rivestendosi nel tempo. Si tratta di un retaggio sicuramente arcaico, la narrativa esopica col suo ampio ventaglio di caratteri e situazioni in parte lo attesta. Per quanto riguarda il capolavoro di Collodi credo si possa dire con ragionevole certezza che tutte le maschere animali che lì si danno convegno, rappresentino una summa di tali aspetti concentrati sia nella favolistica antica sia in quella moderna, come ad esempio in Perrault di cui l’autore di Pinocchio fu geniale traduttore, pochi anni prima la stesura del suo straordinario mito. Tali maschere, si diceva, introducono nel racconto gli aspetti più reconditi dei rapporti umani, i più intimi, che attengano alla violenza o alle maggiori tenerezze, del resto nelle pieghe dell’inconscio le due cose non sono per nulla disgiunte, e pare che simili nodi trovino in esse migliore e più immediata rappresentazione. Certamente la metamorfosi asinina convoglia il massimo delle energie descrittive, quasi che tutti gli sguardi precedenti si concentrino su quell’unica bestia oggetto di scherno ed emarginazione. E ben si percepisce come, abbandonato il travestimento da asino, la definitiva catarsi non potrà essere più rimandata. 
Alla luce di queste considerazioni, vorrei ora stabilire un parallelo tra la fantomatica città collodiana di Acchiappacitrulli, dove Pinocchio approda accompagnato dal gatto e la volpe, nulla sospettando del loro inganno, e un paio di mythoi esopici, nei quali ritroviamo il tema dei truffatori e truffati e di chi utilizza la propria posizione di vantaggio per acquisire diritti sui più deboli.
Nel passo di Collodi è chiara l’allusione al consorzio umano: la sua città di animali è un campionario della dabbenaggine dell’uomo e della situazione abietta cui si riduce quando non prende provvedimenti seri contro i suoi simili che lo raggirano.

«Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome “Acchiappacitrulli”. Appena entrato in città, Pinocchio vide le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall’appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l’elemosina d’un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorate, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti, cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d’oro e d’argento, oramai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina».

La forza allusiva di questa sezione è evidente. La attraversa un intero cosmo esopico che nelle mani di Collodi si concentra in poche frasi, rendendoci peraltro la medesima coloritura dell’antico favolista. La bellezza di Pinocchio sta tutta qui, in questa natura larvale, in cui “dentro” e “fuori” interferiscono di continuo, sovrapponendosi, nella leggerezza con la quale le cose avvengono in un vorticoso trapasso, senza che venga concesso spazio alle leggi della fisica o della logica. Tutto è come nel grembo materno: indistinto e ancora possibile. Il disagio che se ne trae è anche ciò che maggiormente ci rassicura, che le cose non andranno sempre così, come nell’essere vivente è l’impulso a venire al mondo e quindi al distacco da chi lo ha generato.
Ma Collodi, alla maniera di Esopo, sa anche spiazzarci alla perfezione. Il comportamento criminale del gatto e la volpe, e la loro meritata fine, essendo un monito per chi legge non potranno che assumere accenti di crudezza, di malvagità: chi non prova ribrezzo di fronte allo zampetto del gatto che Pinocchio, nel tentativo disperato di difendersi, stacca al suo aggressore?
Insomma, la vita si fa pur strada nella sua apparente, badiamo solo apparente, levità e la favola è soprattutto territorio di caccia per le pulsioni che in quella si agitano.
Ecco dunque come Esopo si occupa di argomenti simili attraverso una figura umana – cosa peraltro piuttosto insolita al suo modo di narrare – e in un “trittico” sui rapporti di forza tra animali, ancora una volta fatti sfilare come maschere umane, dove, guarda caso, ad avere la peggio è proprio l’asino.

(Di Claudia Ciardi)



Il truffatore

«Un uomo povero, che era ammalato, e molto gravemente, promise agli dèi che avrebbe offerto loro in sacrificio cento buoi, se l’avessero salvato. Quelli vollero metterlo alla prova e in breve lo fecero star meglio. Quando si levò dal letto, dato che buoi veri non ne possedeva, ne fece cento di sego e li bruciò su un altare dicendo: «Eccovi, o dèi, quanto vi avevo promesso». Ma gli dèi, a loro volta, vollero ricambiare la beffa dei buoi, e gli mandarono un sogno per invitarlo a recarsi sulla spiaggia: là si sarebbero trovate mille dramme attiche per lui. Tutto allegro, andò di corsa alla spiaggia: là si imbatté nei pirati, che lo portarono via; e quando fu messo in vendita, si trovarono proprio mille dramme attiche per lui».

Il leone, l’asino e la volpe

«Il leone, l’asino e la volpe fecero società tra loro e se ne andarono a caccia. Quand’ebbero fatto un buon bottino, il leone invitò l’asino a dividerlo tra di loro. L’asino fece tre parti uguali e invitò il leone a scegliere. La belva inferocita gli balzò addosso, lo divorò e poi ordinò alla volpe di far lei le parti. Lei radunò tutto in un mucchio, lasciando fuori per sé solo qualche piccolezza, e poi invitò a scegliere. Il leone allora le chiese chi le aveva insegnato a fare le parti così. «È stata la disgrazia dell’asino» rispose la volpe».


Pinocchio nella città di Acchiappacitrulli

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