6 novembre 2014

Il Leopardi di Martone, favoloso e commentatissimo




Già prima di stendere la mia recensione avevo letto parecchi pezzi dedicati a «Il giovane favoloso». Ho poi voluto flagellarmi in via ulteriore, incuriosita dal tam tam della rete; così mi sono addentrata nella marea di commenti firmati da martoniani e antimartoniani. Dopo che sotto gli occhi mi è passato praticamente tutto e il contrario di tutto, dopo aver sentito scomodare altrettante glorie della letteratura e della filosofia per supportare o distruggere tesi – e ho trovato la cosa molto bizzarra sotto il profilo antropologico, cioè toccare con mano questa inconsulta animosità sulla riuscita o meno di un film – vorrei spendere ancora due parole al riguardo.
Il film nasce di per sé come rappresentazione, essendo il cinema un mezzo per l’appunto rappresentativo, perché si serve di immagini. Rendere la poesia sullo schermo è un’operazione complessa, forse perfino contraddittoria, visto che si tratta di conciliare due mondi, non dico in conflitto, ma certo saldamente fondati su premesse opposte. Da una parte l’evidenza e l’immediatezza di quel che si vede, dall’altro quel lungo, inattingibile lavorio interiore che presiede alla scrittura e che, nel caso della poesia, è introspezione allo stato puro. Un dibattito simile si è accompagnato al testo teatrale, scritto per essere recitato, per la sua dimensione pubblica: quindi una scrittura corale che il poeta ha in mente per questo suo carattere finitimo alla destinazione e che tuttavia può essere letta e capita anche prescindendo dalla messa in scena. Pensiamo a un dramma pirandelliano o a una tragedia greca, dove più ancora sono gli elementi giocati sulla teatralità: li leggiamo come si legge un romanzo e non ne abbiamo certo uno stravolgimento di senso.  
Ora, a me pare Martone ne sia uscito piuttosto bene. È un film con i suoi limiti, magari qualcosa di meglio poteva venirne fuori, ma sinceramente sostenere che si è persa una grande occasione per far rivivere Leopardi e che Martone ha girato centotrentasette minuti di pellicola a vuoto lo ritengo pretestuoso. Per tacere di chi si è sentito offeso, uscendo dal cinema addirittura infuriato. Lo scrivo qui non per difendere l’opera di Martone a tutti i costi ma perché il tono di certi commenti mi permette di riflettere su un aspetto di cui avrei voluto parlare da tempo. C’è un atteggiamento che somiglia a un a priori di superiorità nel quale mi sono imbattuta tante volte tra i miei connazionali. Una cosa che non me li fa rimpiangere affatto quando sono all’estero. Questo voler criticare tutto per forza, rasentando il compiacimento, proprio perché nulla ci piace. Così la nona sinfonia di Beethoven è roba superata e «m’illumino d’immenso» di Ungaretti son due paroline, pure un po’ scontate a ben guardare, buttate lì tanto per fare sensazione. Porto questi esempi perché si tratta di esperienze dirette:  sono passata da fessacchiotta avendo osato manifestare in pubblico un interesse per queste due cosucce superate.
Rilancio con un altro esempio. C’è una mostra, una retrospettiva dedicata a un pittore e subito nascono le fazioni: “che mostra idota” – c’è chi mette le mani avanti – “di sicuro non ci andrò, perché l’unica vera mostra del cotale pittore si tenne due anni fa nella cotale città e quella sì valeva la pena”. Oppure: “Io l’ho già visto in tutta Europa, cosa m’importa di vedere nella cotale città di provincia la cotale mostra!”. E avanti. Tra parentesi a volte nelle cosiddette “retrospettive provinciali” ci sono dei gioielli che non si riescono a vedere neppure nella città d’origine di un artista. Aggiungo che ogni iniziativa può essere bella di per sé, rivelare qualche dettaglio che nelle nostre precedenti ricognizioni ci è sfuggito.  
Tutto per dire che superate a me sembrano essere principalmente le persone che nei confronti della vita hanno questa malcelata spocchia. E tante volte quella che è presentata come cultura solo perché produce un'affilatissima critica si scopre invece essere una preparazione deficitaria sulle cose che si liquidano come “già viste e già sentite”.
Leopardi, “il pessimista cosmico” (io ad esempio questa definizione, mi perdonino gli italianisti, non l’ho mai capita), il nostro Leopardi nell’osservare una simile profusione di armi critiche puntate sul film della sua vita, si sarebbe fatto delle belle risate. A Martone, lo ripeto, va il merito di aver risvegliato un interesse verso il poeta. Se vi fate un giro in libreria troverete in zona Leopardi delle pubblicazioni che mi chiedo se si sarebbero viste in assenza del film. I librai si sono sentiti in obbligo di ordinarle e anche questo, secondo me, è un gran bene. Colgo l’opportunità per segnalare il grazioso volumetto sulla corrispondenza del poeta da Roma, ritratto impietoso della città eterna, pubblicato nella collana UTETextra. Potete vederlo qui:
Ne parleremo in uno dei prossimi articoli.
Oltretutto il regista sbeffeggia magnificamente l’intellettualismo cattolico mascherato di azione e sani principi che imbrigliava il paese nell’Ottocento. Anzi, avrebbe potuto essere molto più cattivello e mordace. A chi non è andato giù il ruolo di Leopardi “genio ribelle” perché ciò si collocherebbe “oltre la letteratura” (ho letto anche questo!) dico semplicemente: Leopardi era un genio, in rivolta con la sua epoca. La sintesi è nella sua poesia.

(Di Claudia Ciardi)

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Il giovane favoloso - la recensione di Margini in/versi 

2 novembre 2014

Jason Lutes - Berlin. La città delle pietre





L’espressione viene da un
feuilleton di Joseph Roth uscito su «Das Tagebuch» nel 1930. Ma la città di pietra è prima di tutto il titolo di un libro, chiamato in causa da Roth proprio nel suo pezzo, scritto da Werner Hegemann e pubblicato da Gustav Kiepenheuer. Questa premessa, forse un po’ pedante, su chi ha citato per primo chi, serve più che altro a capire quanto Jason Lutes si sia mosso con scrupolosità da filologo nella costruzione delle sue tavole su Weimar. Ciò che gli ha permesso di firmare una storia non solo estremamente articolata ma anche rigorosa dal punto di vista del ritratto sociale e dello scavo psicologico dei personaggi. Siamo di fronte a un vero e proprio romanzo a fumetti, un’opera corale suddivisa in due volumi, narrazione storica di vasto respiro della quale Lutes si fa pioniere e interprete, mantenendo per l’intero racconto una freschezza di tratto e un’attenzione al dettaglio che gli sono valse meritati riconoscimenti in diverse parti del mondo. 
Il periodo è quello tormentato della Repubblica di Weimar alle sue ultime battute (dal settembre 1928 al primo maggio 1929), quando i segnali di cedimento si fanno sempre più scoperti. È la Berlino dei sussulti politici, la metropoli dei grandi assembramenti, dal traffico ai comizi operai, ma anche lo spazio dove si aprono improvvise zone di solitudine, tagli astratti in un organismo pieno zeppo di illusioni.
Un’atmosfera catturata dal continuo andirivieni della matita di Lutes che segue i suoi protagonisti dalla strada al chiuso delle loro stanze, dalla concitazione delle attività cui sono intenti allo straniamento delle ore notturne. E tuttavia proprio la notte si popola di sogni, a volte incubi, di incontri, confessioni, immaginazioni, di finestre aperte su vie deserte lungo i binari, e surreali distese innevate che nessuno calpesta.
Le fonti del disegnatore sono innumerevoli, sia lo si è detto, per quanto riguarda il versante testuale, sia per il complesso bagaglio grafico. Si coglie tra gli altri più di uno spunto dal “diario” berlinese di Masereel, almeno nella rappresentazione per così dire filmica degli scorci metropolitani, e più ancora nel dialogo lirico tra architetture e passanti. In effetti proprio il Mein Stundenbuch dello xilografo espressionista è un’altra citazione importante che Lutes non si lascia sfuggire, quando si sofferma sulla caratterizzazione dell’Accademia d’arte. Marthe Müller è una giovane corsista che ha lasciato Colonia per andare a studiare nella capitale. La sua è una fuga dall’oppressione paterna e dalla scelta obbligata di sposarsi. Sul treno diretto in città incontra Kurt Severing, giornalista per «Die Weltbühne», la testata di Carl von Ossietzky, che sarà poi perseguitato dai nazisti. Severing è un uomo galante ma deluso dalla vita. La sua situazione – una ex dalla quale non ha avuto figli e con cui il rapporto è finito senza un motivo preciso – e la consapevolezza che dietro le crescenti tensioni sociali si prepara qualcosa di fosco, ne fanno una strana mescolanza di cinismo ma anche voglia di ritrovare una complicità che percepisce come essenziale alla sua sopravvivenza. Marthe, delusa a sua volta dalla promessa di successo e emancipazione della grande città, per ragioni più o meno complementari, ne diviene l’amante. Questo binomio, sfondo al denso corteo di fatti e figure che con disinvoltura si dipana dalla penna di Lutes, per un verso funge da contraltare alla complessa vicenda weimariana – il messaggio è che alla fine pur nella difficoltà dei tempi, il sorgere spontaneo di un sentimento è qualcosa si inarrestabile e confortante – dall’altro rischia di peccare di qualche ingenuità proprio nei modi in cui il rapporto si costruisce. Dopo appena una settimana di lavoro ai magazzini Wertheim per provare a cavarsela da sola, Marthe decide che la cosa non fa per lei, casualmente ritrova nella tasca del cappotto il biglietto da visita di Severing, bussa al suo appartamento la notte di Natale, un calice di vino, finiscono a letto, lui provvede subito a pagarle l’affitto arretrato: fin troppo facile. Certi luoghi comuni sarebbe stato meglio lasciali fuori della porta, se non altro perché stridono non poco con le violenze e gli enormi problemi economici disegnati attorno alla coppia. In mezzo vi sono infatti le commemorazioni del 9 novembre 1918, le riunioni dell’Internazionale comunista, il ricordo dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, l’esistenza ghettizzata di operai ridotti alla fame, invalidi di guerra costretti all’accattonaggio, immigrati ebrei che vivono di espedienti e soffrono la discriminazione, pestaggi molto duri tra manifestanti che chiedono lavoro e poliziotti con l’ordine di sfollare. 
Sono i tanti volti di un’emarginazione che Lutes fa affiorare con delicatezza dalle sue pagine, comparse legate a non più di una manciata di tavole, che subito cedono il passo al ritratto di altri, salvo poi essere recuperati insieme, in dialoghi dove la sorte individuale si intreccia sempre e comunque alle istanze sociali. Degni di nota anche certi assoli nei quali i protagonisti sono en face col paesaggio, quasi dei fermi immagine che creano repentini squarci nel vortice degli eventi, lasciando la trama come sospesa.
Ognuna di queste apparizioni è tracciata con accuratezza ed è in buona sintonia con le principali corde su cui balla la storia tedesca del Novecento. Temi a lungo dibattuti che in molti casi presentano nodi ancora da sciogliere. 
La prima parte del racconto si conclude con il corteo della festa dei lavoratori, la carica “a freddo” della polizia che irrompe tra i manifestanti e che, dopo aver seminato il panico, apre il fuoco. Epilogo pendente sulla vicenda già dal suo avvio, per quelle ombre che Severing definisce “presentimenti” e che dal treno non lo mollano fino all’arrivo a Berlino, ma soprattutto per quelle essenze mute e larvali, vaganti da un portone all’altro, da una piazza all’altra, con le loro aspirazioni e il loro carico di incertezze, che improvvisamente si sentono svegliate dalla storia e chiamate a prendervi parte.  

(Di Claudia Ciardi)




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Coconino Press - Catalogo







28 ottobre 2014

Intervista a Fabrizio Casari


Fabrizio Casari dirige la testata di informazione online «altrenotizie.org». Giornalista di professione, si occupa principalmente di analisi politica internazionale. Con alcuni colleghi, insieme ai quali ha condiviso esperienze di lavoro sia sulla carta stampata che sul web, ha deciso di fondare un suo spazio, in cui raccontare la notizia in una versione non allineata rispetto ai grandi media. 
Così si legge in un passo tratto dalla presentazione del sito:  
«Il conflitto d'interessi si è risolto con la fine del conflitto e la crescita degli interessi. L'informazione, che dovrebbe controllare, è completamente controllata. È ridotta ad un container di pubblicità ed il governo della famiglia garantisce che l'una e l'altra restino nelle solite mani. In questo panorama rovesciato, in questa generale ipertrofia del nulla, alcuni tentano di dire quello che pensano e di fare quello che dicono».
Ha accettato di parlare con noi di informazione e di Europa, commentando la crescente insofferenza tra governanti e governati, campanello d’allarme sullo stato di salute della democrazia in questo inizio di secolo. Il suo intervento tiene a battesimo la sezione riservata dal nostro blog alle interviste e gliene siamo grati.




In una fase che somma i dati sulla recessione economica a una desolante sterilità del dibattito politico, che cosa significa informare in Italia da una posizione non allineata con i grandi media?

Le due cose sono intimamente legate. La definitiva conquista della politica da parte del sistema finanziario, sia dal punto di vista ideologico con l’assunzione acritica dei postulati dell’ultramonetarismo e delle sue logiche, sia con l’ingaggio diretto - vero e proprio - degli uomini chiave nei posti strategici, ha reso inevitabilmente il dibattito politico tappezzeria allo stato puro. La morte delle ideologie ha comportato la morte delle idee in generale. L’idea stessa della discussione politica, di soluzioni diverse per la crisi socio-economica, prodotto di culture alternative e della prefigurazione di modelli di società diversi, è stata espunta. La dialettica politica, all’oggi, rappresenta un elemento di disturbo ed un potenziale bacino di pericolo per la gestione del consenso. Il mercato della circolazione delle idee, così come lo avevamo concepito durante il Novecento, risulta insopportabile per un modello che, proprio per la sua natura escludente e per la sua articolazione politica in un regime confessionale,  vive solo a condizione della morte del pensiero.

Uno degli elementi su cui si è incardinato il pensiero unico riguarda proprio il controllo militare del mercato della circolazione delle idee. In questo senso il controllo dei media è stato un tassello strategico, al pari di quanto lo sia stato – e tuttora lo sia – il dispositivo finanziario, quello politico e militare ai fini del controllo all’interno e del dominio all’esterno da parte di un modello che è del tutto obsoleto e non più in grado di sviluppare storia in forma progressiva. Un sistema di potere transnazionale che per arginare il suo declino ha bisogno di riaffermare con la forza idee, progetti ed interessi altrimenti difficili da veicolare.

Il controllo dei media ha rappresentato il fulcro di questa ambizione. La fine dell’editoria pura, come un tempo la si chiamava, ha consegnato la proprietà dei media a squali vestiti da tycoon e ad una pattuglia di miliardari che hanno sentito il bisogno di rovesciare il tavolo. Mentre infatti fino alla fine del Novecento gli editori intendevano conquistarsi uno spazio nella società per affermare i loro interessi, condizionare le scelte della politica ed assumere un ruolo di rilievo pubblico, oggi sono piuttosto impegnati a rilanciare voce ed interessi del blocco di potere di cui essi stessi sono parte. Se il 22% del pianeta consuma il 78% delle risorse, il racconto di una democrazia assediata dal terrore è l'unica arma di distrazione di massa possibile affinché quel 78 non chieda il conto al 22.

Sta riprendendo forza la battaglia sull’uscita dall’euro ma nessuno, per ora, sembra intenzionato a spendere qualche parola sull’eventuale dopo euro. Propaganda o volontà vera di svegliare i cittadini (e l’Europa) su un tema caldo?

L’uscita dall’euro può sembrare una soluzione viabile solo ai teorici dell’ottuso, tra i quali Salvini e Grillo. L’euro è, come tutte le monete, uno strumento, non una politica economica. Uscirne rappresenterebbe una tragedia finanziaria senza precedenti, dal momento che la quotazione di una moneta è internazionale e la lira, come la dracma o la peseta sarebbero quotate alla stregua di pezzi di metallo, dato lo stato di salute delle rispettive economie e, in particolare, la dimensione delle riserve in divisa, il rapporto tra deficit e PIL dei rispettivi paesi e la dimensione industriale e finanziaria esposta sull’estero. Dunque bisognerebbe dire che, come minimo, il valore dei depositi dei nostri conti correnti si ridurrebbe del 50-60%. Ma chi lo dice?

Cosa non va in questa Europa? Il progetto comunitario rischia concretamente il naufragio?

Non si può confondere l’idea dell’Europa unita con quella della moneta unica, che solo dovrebbe essere lo strumento monetario di politiche economiche. L’idea di una Europa unita, nacque in primo luogo per contenere all’interno di una responsabilità condivisa e continentale lo strapotere tedesco, per evitare che dopo l’impero di Prussia e il Terzo Reich arrivasse in pochi decenni anche il quarto. Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli, era però non solo questo: raffigurava una Europa a dimensione continentale come terza via tra il capitalismo statunitense e il socialismo reale; pur incardinando il Vecchio Continente all’interno della sfera occidentale e capitalista, il riferimento economico preciso era al Modello Renano, diverso in forma e sostanza dal modello della reaganomics (monetarismo ereditato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys) che faceva riferimento a Keynes e che riteneva la struttura del welfare state l’elemento regolatore degli squilibri sociali.

Di quel disegno, che oggi sembrerebbe onirico ma che invece al tempo altro non era se non l’eredità della cultura socialdemocratica europea di Mitterrand, Willy Brandt, Olof Palme e Bruno Kreisky, si sono perse le tracce dopo che il turbo monetarismo ultraliberista ha assunto la totale egemonia nelle discipline economiche. Più che uscire dall’euro, quindi, si dovrebbe affrontare il tema del riequilibrio economico dell’Europa, le sue scelte di politica finanziaria e la quota di sovranità che deve o non deve essere ceduta. Allo stesso tempo appare risibile, francamente, che un paese che produce il PIL della Basilicata possa dettare regole e sanzioni a Francia o Italia.

Dunque andrebbero cancellati gli accordi di Maastricht e ricostruita una politica comune europea che veda l’economia, il commercio, la politica estera e la difesa come elementi comuni. Last, but no least, stabilire se l’impero americano, giunto in una fase di declino conclamata, ormai autentico ostacolo ad una idea equilibrata di governance globale, debba esercitare ancora la leadership sull’Occidente, ottenendo così il mantenimento del ruolo dell’Europa sottoposto agli interessi USA (vedi Ttip o embargo alla Russia); o se, invece, gli interessi europei, palesemente divergenti sul piano strategico, debbano trovare una loro rappresentazione politica nell’indipendenza da Washington sotto il profilo economico, politico e militare.

Da professionista dell’informazione, e soprattutto da cittadino, cosa la preoccupa maggiormente nell’incomunicabilità tra amministratori e amministrati? Quale lettura si sente di dare a un fenomeno sempre più esteso?

L’incomunicabilità è figlia della crisi della rappresentanza. La rappresentanza esiste solo per i grandi interessi, mentre per il mondo del lavoro nell'odierna società di massa, alle prese con le difficoltà del vivere, tale strumento fondamentale di espressione e partecipazione risulta cancellato. Da qui la fine della credibilità per una categoria, come i politici, che fanno della loro riperpetuazione ciclica l’Alfa e l’Omega della politica. Se il ceto politico diventa la forma della politica, è perché il censo si è sostituito al protagonismo delle larghe masse.

Le tre grandi scuole di pensiero del “secolo breve” - socialismo, pensiero cattolico e liberalismo - non sono più rappresentate sul piano culturale. I partiti che ne erano stati la diretta espressione sono diventati dei supermercati del consenso, dove le cose comprano la gente. Ma mentre le ultime due ideologie vivono nella carne degli interessi dominanti, della prima si sono perse le tracce, sepolta probabilmente sotto il Muro di Berlino. In realtà, la caduta del Muro doveva essere la data di nascita di un socialismo del terzo millennio, il primo giorno quindi di una storia tutta da costruire; ma l’incapacità di leggere e interpretare i grandi mutamenti sociali intervenuti a seguito della maledetta globalizzazione dei mercati, si sono sommati ad una generale incapacità di proiettare le idealità nell’area del possibile e dell’auspicabile, così che non già gli ideali della Rivoluzione bolscevica, ma quelli (molto più attuali e giusti) della Rivoluzione francese, sono diventati concetti da carta dei baci perugina.

L’egemonia economica e mediatica del capitalismo, che proprio mentre è diventato unipolarismo ha messo a nudo la sua natura escludente e non includente, ha completato l’opera, rendendo il pensiero alternativo una sorta di involucro di sovversione e appropriandosi dei concetti affascinanti che - dall’illuminismo fino alla rivoluzione cubana, dalla vittoria contro il nazifascismo fino alla decolonizzazione - avevano sedotto miliardi di persone. In una generale fiera del paradosso, i termini come Libertà, Uguaglianza, Fraternità, sono stati sequestrati nel generale silenzio dalla destra che, in Italia come in ogni parte del mondo, li ha sempre combattuti. Se persino la sfera della comunicazione alternativa, come lo furono i volantini negli anni ’60 e ’70 sono diventati la comunicazione a terra del BTC (business to consumer) e le forme di ribellione estetica sono diventate moda, si può osservare come nulla sia stato lasciato al caso.

Fare bastian contrario, mentre il governo prova a blindare il suo operato al ritmo di un annuncio al giorno, rischia di essere una posizione impopolare, specialmente se la politica gioca al rilancio promettendo moneta sonante. Perché, secondo lei, è necessario togliere la maschera a troppo facili sponsor?

Perché denudare il re è sempre un piacere inenarrabile. Perché continuo a pensare che il giornalismo sia il cane da guardia del potere, che per riprodursi ha bisogno della menzogna o anche solo dell’opacità. La trasparenza, prima ancora che i codici che lo stesso sistema ‘democratico’ si è dato, risultano ormai insopportabili per le esigenze di controllo sociale ed incompatibili con la cultura elitaria che sottintende la differenza tra governo e comando. Porre domande scomode, rifiutare l’arruolamento nelle file dell’ossequio, rivolgere dubbi impertinenti, non accettare le verità prefabbricate, è il senso unico della professione di informare. Tenere la schiena dritta è fondamentale per vivere controvento e costruire la sana prevalenza della passione nella vita che scandisce i minuti che ci si mettono a disposizione su questa terra, c’impone di non piegare la testa, non chiudere gli occhi e le orecchie. Avvertire delle menzogne che il potere diffonde, tenere viva la capacità di critica, saper esercitare la nobile arte del rifiuto, mi pare un buon modo di spendere il nostro credito.

(Intervista di Claudia Ciardi)

24 ottobre 2014

Il giovane favoloso



Il giovane favoloso
Regia: Mario Martone
Interpreti: Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco
Genere: biografico
Durata 137 min.
Italia 2014

Mario Martone confeziona un buon lavoro sulla vita di Giacomo Leopardi, impresa non semplice che il regista napoletano ha condotto in porto con uno stile rigoroso, restituendo a se stessa la genuinità dei versi leopardiani, e al contempo liberando l’uomo da imbarazzanti pastoie didattiche e letture obsolete che poco o nulla erano in grado di raccontare sulla sua avventura creativa. La risposta del pubblico è forse il migliore dei riconoscimenti e in questo periodo è un dato che fa un gran bene al cuore. Una folla eterogenea di spettatori, diversi per età, gusti e cultura, si è ritrovata davanti al ritratto del sommo poeta, fragile e geniale, emarginato da un’epoca che non lo volle capire. Questa partecipazione dimostra che l’interesse per la cultura in Italia dà segni di vita, e che quando si tratta di recuperarne sillabe e cadenze, non c’è moda che tenga; accade dunque che la poesia la vinca su effetti speciali e altre rumorosità.
Il poeta, di cui con studiato realismo indossa i panni un ottimo Elio Germano, è un giovane diviso tra lo studio intenso e soverchiante nel palazzo di famiglia, e l’inestinguibile febbre che lo consuma, spingendolo a varcare quegli angusti confini. È un ragazzo dominato dal sacro fuoco dei classici, che si sfinisce gli occhi sui tomi dei maestri greci, tanta è l’adorazione per quella lingua, la mente aperta e inquieta di un filosofo antico che posa con foga il suo sguardo sulla natura, smanioso di poter afferrare fuori e dentro di sé le correnti del mondo. Il film comincia per l’appunto dal paesaggio che «sovvien l’eterno», il giardino di casa che troppo poco rivela dell’orizzonte, geografia scarna, rimirata con rassegnazione, a volte perfino con sdegno ma oggetto di un tale incantamento interiore che ne scaturirà quel vertice lirico che è L’infinito.  
In questo spazio nei primi anni di vita i giochi dei fratelli, Giacomo, il primogenito, la dolce Paolina che gli è affezionatissima e complice silenziosa nel suo desiderio di evasione, e Carlo, si susseguono in armonia, quando ancora ognuno serba intatti i suoi sogni sull’avvenire. Ma i tre sono anche sottoposti a una ferrea disciplina, che li forza a trascorrere ore nell’immensa biblioteca domestica, di cui fanno parte oltre ventimila volumi, raccolti dal padre Monaldo che ne conosce a memoria la collocazione. A nove anni Giacomo sa già scrivere in latino.  
Altrettanto precocemente iniziano tuttavia anche i tormenti fisici. Guai però a giudicare il pensiero dell’uomo attraverso i suoi malanni. È un messaggio che nel corso della narrazione il regista fa affiorare di continuo. Tra Leopardi e gli intellettuali a lui contemporanei corre una distanza abissale, non solo in termini di pensiero ma anche e soprattutto di forza. Colui che nell’impietoso ritratto di chi lo frequentava era un infelicissimo, mostra invece maggior coerenza e lena proprio per quel coraggio con cui fissa la sorte dell’uomo, accettandola senza scappatoie.  
Quanti invece professavano una stolida ottimistica fiducia nelle capacità umane, ancor più si nascondevano, fuggivano la problematicità dell’esistenza, e proprio lo spirito di costoro, ammantato di ogni virtù e offerto come incrollabile speranza nei tempi futuri, si macchiava della maggior viltà. 
Giacomo affronta la solitudine a viso aperto, dallo scherno di cui è destinatario nel «natio borgo selvaggio» alle molte delusioni che la vita gli riserverà: incomprensioni, amori non ricambiati. Inciderà non poco sulla sua realizzazione personale anche la rigida morale cattolica alla quale Leopardi imputava l’immobilismo del paese. Una posizione che lo fece bersaglio di critiche sia tra i reazionari che tra i liberali, creandogli avversione con Alessandro Manzoni e Niccolò Tommaseo. Quest’ultimo si rese protagonista di una campagna particolarmente denigratoria nei suoi confronti, che trovò ampia risonanza sulla stampa. Nel film al giovane e sprezzante Tommaseo è riservata la chiosa sulla riunione del Gabinetto Viesseux a Firenze, quando viene comunicato a Leopardi che le sue Operette morali non hanno ottenuto il premio. Appena lui se ne va, si affretta a dire: «Nel Novecento non se ne ricorderà più neanche la gobba». 
C’è una convivialità con la morte, sentita dal poeta come vicina e liberatoria. Ciò che ancora una volta gli valse tra i suoi detrattori l’epiteto di inguaribile malinconico. Per lui era nient’altro che la naturale considerazione del vivere, la vera sapienza che le pagine degli antichi così bene gli avevano trasmesso, se già Erodoto nelle sue Storie tiene a trasmetterci l’apologo sui traci: si pianga quando nasce qualcuno, si provi gioia quando muore.
Il film dà giusto rilievo all’alienazione leopardiana, alle difficoltà incontrate dal poeta in un clima intellettualmente ostile. Unico punto fermo, la stima incondizionata del classicista Pietro Giordani, col quale un Giacomo diciannovenne scambia lettere infiammate dal desiderio di affermarsi e di fuggire dal paternalismo recanatese. Giordani lo saluta subito come nuova gloria delle lettere italiane e la sua amicizia non verrà mai meno, voce isolata in un coro che si ostinerà invece a rinfacciare a Leopardi di aver tradito le aspettative che in lui si erano riposte. Anche qui Martone fa una rappresentazione filologicamente impeccabile, accompagnata da uno scavo a tutto campo nella lingua e negli epistolari del poeta. Giordani è il miscredente, l’uomo della rivoluzione, colui che Monaldo accuserà di aver istigato i figli alla rivolta contro le regole della casa e soprattutto di aver fomentato in Giacomo quel desiderio di fuga che, dopo l’incontro con il letterato piacentino, non si potrà più arginare. Perfetta anche la resa dei momenti in cui il poeta recita i suoi versi, quasi sempre di notte davanti a una finestra schiusa o all’aperto, una scelta che dà enfasi a quella necessità comunicante tra uomo e natura che intride l’immaginario leopardiano e solleva la sua poesia a vette estreme. Di questo rapimento estatico è straordinaria interprete la colonna sonora firmata dal tedesco Sasha Ring, i cui motivi elettronici dialogano perfettamente con Rossini, un amalgama fortunato che contribuisce alla bellezza del racconto. Per il suo lavoro Ring ha ottenuto allo scorso Festival di Venezia il Premio Piero Piccioni, quest’anno al suo esordio in mezzo ai tanti altri noti riconoscimenti della rassegna.
Dei periodi dell’esistenza leopardiana fuori Recanati, Martone sceglie quello fiorentino e quello napoletano che occupano esattamente la seconda metà del film. Il capitolo di Napoli è di gran lunga superiore. Nella città partenopea Giacomo ritrova la presenza cabalistica e costante della morte tante volte evocata nei suoi scritti, complice anche l’epidemia di colera che lì lo sorprende e la spettacolare eruzione del Vesuvio alla quale assiste da Torre del Greco. La Napoli scura e notturna dei bassi e la schiena glabra del vulcano sono immagini di estremo vigore. Fedele compagnia negli spostamenti del poeta, a partire dal 1831, è l’amico napoletano Antonio Ranieri, uomo sul quale nel tempo si sono accumulati sospetti e ombre. A Ranieri il film lascia molto spazio, forse troppo, anche se ciò contribuisce a fare un po’ di chiarezza su una figura altrimenti fraintesa. Come pure ampio rilievo è riservato alla storia “triangolare” con la bella nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti, colta e spietata con i suoi amanti. In una valutazione complessiva penso di poter dire che i giorni alla villa di Torre del Greco, quelli in cui il poeta raccoglie le energie per la stesura del canto La ginestra, così come sono descritti, trasmettano una straordinaria serenità. 
Un appunto più sostanziale riguarda invece un vuoto narrativo sul soggiorno pisano e il ritorno a Recanati (tra il 1828 e il ’29), a causa di una ricaduta fisica e della impossibilità per il giovane conte di trovare un’occupazione. Si tratta infatti di un momento cardine nella gestazione poetica leopardiana. Quello che presiede a Le ricordanze, suo testamento spirituale, dove il ritorno al «paterno ostello» innesca una deflagrazione di memorie, in un impeto che provoca la parola a disegnare la parabola di un'intera vita. Poter vedere cosa sia un poeta, un solo attimo, mentre crea un simile assoluto di musicalità e sentimento, sarebbe quasi avvicinarsi a dio.
Un cenno andava forse fatto. Per il resto, una prova che centra le attese e per la quale Martone si merita un pieno plauso, avendo contribuito a risvegliare una voce incommensurabile e altissima della nostra poesia.

(Di Claudia Ciardi)


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