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8 settembre 2021

Andrei Konchalovsky - Michelangelo

 


Firenze la velenosa, l’ingrata, la gran puttana perché corteggia e poi tradisce i suoi artisti. Ma al suo dolcissimo veleno non si può rinunciare. Il film di Andrei Konchalovsky inizia così, su un sentiero di campagna dove risuonano i passi di un Michelangelo esagitato, una figura monastica, quasi penitenziale, in sandali e saio, impegnato in un monologo acceso, un’invettiva contro tutto e tutti, i suoi committenti, gli uomini di potere, la corruzione della sua epoca. L’artista si sente braccato, sotto assedio, accerchiato dai propri demoni. Se la prende perfino coi corvi che gli gracchiano addosso, ovunque arrivi.
È il ritratto di un uomo spigoloso ma anche capace di infantile dolcezza, che cerca di destreggiarsi nei rovesci politici, negli impegni contrattuali presi con opposte fazioni, i Medici e i Della Rovere, un uomo sollecitato a creare non senza il ricorso a minacce e violenze da parte di chi reclama il suo genio. Ogni volta che cerca di svincolarsi da un impegno o di esigere i propri compensi ne nascono conflitti, fughe, drammi.
Konchalovsky ci riporta al grado zero della rappresentazione artistica e mette in scena un discorso che pone al centro l’uomo, la materia, la propria visione. Non ci sono sofismi né massimi sistemi, ma persone con le loro intemperanze, paure, con le nude mani, la loro forza fisica, la schiena rotta, in mezzo ai quali l’artista vive condividendo fatica, rischi, tormenti. Leggendo la rassegna stampa che ha accompagnato l’uscita di questo lavoro, il giudizio è stato tiepido, condizionato dai triti cliché politici e geografici – sembrano aver influito le origini e la storia di Konchalovsky – ho letto perfino un appunto sulla sua età avanzata, il che francamente lascia perplessi. Consiglierei di ascoltare le interviste al maestro sulla preparazione del film, dove si può apprezzare un uomo pieno di verve e ironia che ha fatto un gran lavoro sugli attori in un cast eterogeneo composto da italiani, tedeschi, russi, facendo emergere al meglio le personalità e le qualità professionali di tutti. Nel 2019 la pellicola è passata nelle sale italiane come una meteora, in proiezione per pochissimo tempo, rifiutata dai canali a indirizzo più commerciale – ovviamente! – cosicché in molti non se ne sono neppure accorti. Magari parlare anche di questo in qualche critica...
Più variegato il giudizio del pubblico che in media ha dato una valutazione alta. Tutti d’accordo nel riconoscere la complessità di una scelta finora inedita, facendo rivivere nel dettaglio il lavoro in cava, con la ricostruzione filologica di macchinari, consuetudini, riti delle maestranze apuane. L’ascesa vertiginosa alla montagna per la scelta dei blocchi, l
immane fatica, il rischio, il timor sacro davanti alla lizza preparata per la discesa del masso. Buona parte del film è dedicato a questo mondo di artigiani, indispensabili a dar vita al sogno dello scultore. Al contempo Michelangelo è un intrepido camminatore delle vette, poeta assorto e rapito dal paesaggio ma pure tecnico meticoloso che non intende lasciar nulla alla sorte, occupandosi personalmente dei materiali – le funi ordinate ai cordai pisani, i ganci e le pulegge disegnati con scrupolo maniacale  – chiedendone sempre riscontro ai capimastri. Prende così vita sotto i nostri occhi un mondo ruvido, sporco, avido. Il tentativo di realizzare guadagni porta infatti a giocarsi la vita in cava, anche se c’è pure un discorso sulla tempra dell’operaio, sulla necessità del mostrare di che pasta si è fatti, per cui non è ammesso non misurarsi col pericolo, un carattere che il regista porta alla luce molto bene. Tanto più che tutti gli uomini scelti per questo ruolo sono veri cavatori di Carrara, che portano la spontaneità dei loro gesti e l’asprezza non filtrata del dialetto.
E risuona anche un inno alle Alpi Apuane, fra le ombre dello sfruttamento massiccio che ne ha cambiato i connotati e il fascino eterno di un ambiente infernale fatto di paurosi strapiombi, leggende, fantasmi. Dove perfino il marchese Malaspina – interpretato da Orso Maria Guerrini in modo impeccabile – si materializza come un riflesso spettrale della montagna, vestendo i panni di una nobiltà senza affettazione, sanguigna, tutta d’un pezzo. Michelangelo che pure è ospite di riguardo e ha l’onore di usare la camera-studio in cui Dante passò i suoi giorni da esule, viene invitato senza giri di parole e alla presenza di un sicario a fare le sue scelte: o le cave di Carrara o quelle dei Medici a Pietrasanta. Anche il marmo era una questione politica.
Alberto Testone, il protagonista, che al suo attivo ha diversi lavori per il teatro e nei film di Pasolini, si esprime sul filo di una timida sfrontatezza, aporia assoluta che Konchalovsky solletica e plasma in ogni sequenza. Chi ha parlato di riduzione macchiettistica credo non abbia saputo concentrarsi sulle vere tonalità narrative dell’opera, forse infastidito dall’impostazione di fondo. Le unghie rotte, le strade piene di letame, i capelli sporchi, le barbe intrise di unto, le bestemmie, la vita povera e violenta, la lotta per la sopravvivenza, il sangue. Per chi vuole essere rassicurato in un’idea di arte asettica, pulita, lieve e guantata certamente vedrà in questa pellicola solo elementi di disturbo.
Così il regista: «Era un mondo pieno di letame, alla lettera, e deve esserci. La vita in realtà era sporca, miserabile, puzzolente». Un artista era dunque immerso in questi elementi. E ancora: «Il potere della cinematografia risiede nell’impatto emozionale delle immagini. Questo film è un film sul silenzio». L’oscillazione che si produce tra bassezza ed elevazione, tra sporcizia e raccoglimento, tra la scoperta del mostro (monstrum in latino è il prodigio), il blocco grezzo ancora imprigionato nel ventre della montagna in cui s’intuisce l’opera, e la sua nascita, cioè la discesa dal monte e l’incontro con la mano del levatore artista, sono polarità continuamente cercate dal cineasta russo. Né il suo intento è in alcun modo didascalico. Non vuole risolverle ma solo offrirle come spunti di lettura allo spettatore. Fatica, sudore, cattiveria, abbandono viscerale alla poesia che a sua volta non è per nulla un mare tranquillo in cui specchiarsi ma un rifugio a cui avvicinarsi nella consapevolezza della vita – Michelangelo fu anche poeta, autore di una cospicua quantità di versi –  sono gli ingredienti di questo ritratto, i nostri punti cardinali per comprendere la bellezza, la levità delle «anime bianche», secondo la suggestiva definizione di Antonio Forcellino. Quel candore rivelato nelle statue lo si può capire davvero se prima si sono posati gli occhi sull’abbrutimento umano, materiale, morale. Il riscatto è racchiuso in quella leggerezza.
Come ulteriore sintesi cito integralmente il commento di Kleber, autore per
«My movies.it», che mi sembra riassumere molto bene alcuni aspetti toccati in questo articolo: «Arte e lavoro: Ci voleva un russo per raccontare i valori perduti dell’italianità. Di tutto il cinema “progressista”, ben pochi hanno rappresentato con tanto rigore, passione e vicinanza il rapporto fra arte e lavoro, come ci insegna questo gigante ex-sovietico. Mai cinema italiano sovvenzionato era riuscito a rappresentarci l’essenza e il carattere dei cavatori di Carrara; forse per la prima volta il dialetto carrarese è risuonato in una sala cinematografica, con tutta la sua ruvida e frugale espressività. Grazie, Konchalovsky, sei stato veramente un grande nel rivelarci l’essenza del genio di Michelangelo, il rapporto fra arte, denaro, potere, sangue e merda, indissolubilmente legati in un Rinascimento italiano che riviviamo grazie a questa incredibilmente riuscita operazione culturale. Oltre al grande cinema, Konchalovsky e il suo entusiasmante cast ci impartiscono una grande lezione sull’arte e pure sulla cultura apuana del lavoro, simbolo della creatività operosa alle origini dell’ormai quasi esternalizzato “made in Italy”, come mai l’autoreferenziale cinematografia romana è riuscita a (o non ha mai voluto) fare».
D’accordo o no, ritengo indiscutibile il fatto che Konchalovsky abbia qui tentato una via biografica nuova. L’invito è a procurarvi questo film, se l’avete perso nei giorni della sua proiezione lampo, e a dedicargli un po’ del vostro tempo libero, seguendo anche tutto il making of, che è pure un’appassionante lezione sulle possibilità del dialogo tra arte e cinema.        

         
(Di Claudia Ciardi)


 

Regia di Andrei Konchalovsky. Cast: Alberto Testone, Jakob Diehl, Francesco Gaudiello, Federico Vanni, Glen Blackhall. Genere: biografico, drammatico, storico – Russia, Italia, 2019, durata 134 minuti. Distribuito da 01 Distribution.

Produzione: Fondazione Andrei Konchalovsky per il Cinema e lo Spettacolo, Ministero della Cultura della Federazione russa, con l’aiuto dell’imprenditore e filantropo russo Alisher Usmanov e Jean Vigo Italia con RAI Cinema.



16 gennaio 2017

Segantini - Ritorno alla natura



Giovanni Segantini, Paesaggio di montagna, 1898 


Un evento imperdibile che vede in proiezione nelle sale italiane solo per il 17 e il 18 gennaio il documentario biografico sulla parabola artistica di Giovanni Segantini (Arco di Trento, 15 gennaio 1858 – Monte Schafberg, 28 settembre 1899).
Orfano di madre a sette anni, padre e sorella trasferiti a Milano senza curarsi delle sue sorti, un’adolescenza complicata da miseria e tribolazioni di ogni tipo, gli esordi di Segantini furono piuttosto difficili. Seppure il suo precoce talento fosse già stato notato negli anni di riformatorio, fu soltanto dopo aver «attraversato tutta l’eterna pianura della tristezza e del dolore» che l’accademia di Brera gli conferì un premio importante nel 1879. Ma la miseria era ancora una componente tuttaltro che fugata nella vita del giovane talentuoso. Figure come quella di Vittore Grubicy, pittore e mercante d’arte che gli fece da guida e tutore, e della compagna, Luigia Bugatti, lo aiutarono a trovare un equilibrio e a dare al suo percorso creativo una crescente incisività.
Innamorato dei paesaggi alpini e della luce che la montagna era in grado di offrire, dopo diversi spostamenti, scelse di trasferirsi insieme alla famiglia a Savognino, villaggio delle Alpi a circa mille e duecento metri d’altezza, e da qui in Engadina. Scomparso a soli quarantuno anni, ottenne ampio riconoscimento tra collezionisti e noti artisti stranieri, quali Klimt e Kandinskij. Quest’ultimo, confrontandolo con Rossetti e Böcklin, disse che Segantini, pur sembrando il più materiale dei tre «adottò forme naturali definite, elaborate fin nei minimi particolari e (…) seppe creare figure astratte. Per questo, forse, è interiormente il meno materiale».
A due anni dalla retrospettiva milanese, il cinema torna ad omaggiare la grandezza delluomo e dellartista.

(Di Claudia Ciardi)


Segantini - Ritorno alla natura
Un film di Francesco Fei. Con Filippo Timi, Gioconda Segantini, Annie-Paule Quinsac, Franco Marrocco, Romano Turrini Eventi, durata 60 min. - Italia 2016 - Nexo Digital





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In fuga dalla modernità, sulle montagne di Segantini - Corriere delle Sera (24 gennaio 2011)



Giovanni Segantini, La punizione della lussuria, 1891

6 novembre 2014

Il Leopardi di Martone, favoloso e commentatissimo




Già prima di stendere la mia recensione avevo letto parecchi pezzi dedicati a «Il giovane favoloso». Ho poi voluto flagellarmi in via ulteriore, incuriosita dal tam tam della rete; così mi sono addentrata nella marea di commenti firmati da martoniani e antimartoniani. Dopo che sotto gli occhi mi è passato praticamente tutto e il contrario di tutto, dopo aver sentito scomodare altrettante glorie della letteratura e della filosofia per supportare o distruggere tesi – e ho trovato la cosa molto bizzarra sotto il profilo antropologico, cioè toccare con mano questa inconsulta animosità sulla riuscita o meno di un film – vorrei spendere ancora due parole al riguardo.
Il film nasce di per sé come rappresentazione, essendo il cinema un mezzo per l’appunto rappresentativo, perché si serve di immagini. Rendere la poesia sullo schermo è un’operazione complessa, forse perfino contraddittoria, visto che si tratta di conciliare due mondi, non dico in conflitto, ma certo saldamente fondati su premesse opposte. Da una parte l’evidenza e l’immediatezza di quel che si vede, dall’altro quel lungo, inattingibile lavorio interiore che presiede alla scrittura e che, nel caso della poesia, è introspezione allo stato puro. Un dibattito simile si è accompagnato al testo teatrale, scritto per essere recitato, per la sua dimensione pubblica: quindi una scrittura corale che il poeta ha in mente per questo suo carattere finitimo alla destinazione e che tuttavia può essere letta e capita anche prescindendo dalla messa in scena. Pensiamo a un dramma pirandelliano o a una tragedia greca, dove più ancora sono gli elementi giocati sulla teatralità: li leggiamo come si legge un romanzo e non ne abbiamo certo uno stravolgimento di senso.  
Ora, a me pare Martone ne sia uscito piuttosto bene. È un film con i suoi limiti, magari qualcosa di meglio poteva venirne fuori, ma sinceramente sostenere che si è persa una grande occasione per far rivivere Leopardi e che Martone ha girato centotrentasette minuti di pellicola a vuoto lo ritengo pretestuoso. Per tacere di chi si è sentito offeso, uscendo dal cinema addirittura infuriato. Lo scrivo qui non per difendere l’opera di Martone a tutti i costi ma perché il tono di certi commenti mi permette di riflettere su un aspetto di cui avrei voluto parlare da tempo. C’è un atteggiamento che somiglia a un a priori di superiorità nel quale mi sono imbattuta tante volte tra i miei connazionali. Una cosa che non me li fa rimpiangere affatto quando sono all’estero. Questo voler criticare tutto per forza, rasentando il compiacimento, proprio perché nulla ci piace. Così la nona sinfonia di Beethoven è roba superata e «m’illumino d’immenso» di Ungaretti son due paroline, pure un po’ scontate a ben guardare, buttate lì tanto per fare sensazione. Porto questi esempi perché si tratta di esperienze dirette:  sono passata da fessacchiotta avendo osato manifestare in pubblico un interesse per queste due cosucce superate.
Rilancio con un altro esempio. C’è una mostra, una retrospettiva dedicata a un pittore e subito nascono le fazioni: “che mostra idota” – c’è chi mette le mani avanti – “di sicuro non ci andrò, perché l’unica vera mostra del cotale pittore si tenne due anni fa nella cotale città e quella sì valeva la pena”. Oppure: “Io l’ho già visto in tutta Europa, cosa m’importa di vedere nella cotale città di provincia la cotale mostra!”. E avanti. Tra parentesi a volte nelle cosiddette “retrospettive provinciali” ci sono dei gioielli che non si riescono a vedere neppure nella città d’origine di un artista. Aggiungo che ogni iniziativa può essere bella di per sé, rivelare qualche dettaglio che nelle nostre precedenti ricognizioni ci è sfuggito.  
Tutto per dire che superate a me sembrano essere principalmente le persone che nei confronti della vita hanno questa malcelata spocchia. E tante volte quella che è presentata come cultura solo perché produce un'affilatissima critica si scopre invece essere una preparazione deficitaria sulle cose che si liquidano come “già viste e già sentite”.
Leopardi, “il pessimista cosmico” (io ad esempio questa definizione, mi perdonino gli italianisti, non l’ho mai capita), il nostro Leopardi nell’osservare una simile profusione di armi critiche puntate sul film della sua vita, si sarebbe fatto delle belle risate. A Martone, lo ripeto, va il merito di aver risvegliato un interesse verso il poeta. Se vi fate un giro in libreria troverete in zona Leopardi delle pubblicazioni che mi chiedo se si sarebbero viste in assenza del film. I librai si sono sentiti in obbligo di ordinarle e anche questo, secondo me, è un gran bene. Colgo l’opportunità per segnalare il grazioso volumetto sulla corrispondenza del poeta da Roma, ritratto impietoso della città eterna, pubblicato nella collana UTETextra. Potete vederlo qui:
Ne parleremo in uno dei prossimi articoli.
Oltretutto il regista sbeffeggia magnificamente l’intellettualismo cattolico mascherato di azione e sani principi che imbrigliava il paese nell’Ottocento. Anzi, avrebbe potuto essere molto più cattivello e mordace. A chi non è andato giù il ruolo di Leopardi “genio ribelle” perché ciò si collocherebbe “oltre la letteratura” (ho letto anche questo!) dico semplicemente: Leopardi era un genio, in rivolta con la sua epoca. La sintesi è nella sua poesia.

(Di Claudia Ciardi)

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Il giovane favoloso - la recensione di Margini in/versi 

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