27 febbraio 2016

Tempo e memoria



Salvador Dalì - La persistenza della memoria, 1931 - Museum of Modern Art, New York


Attiene all’immaginario umano una dualità plasticamente rappresentata da una biforcazione di strade, che è pungolo di ricerca, alimentando il dubbio e spronando colui che lì è approdato a compiere delle scelte destinate al suo progresso – il che non significa successo ma semplicemente conoscenza. Al bivio si arriva dunque sotto la sferza della curiosità e del dubbio, e lo si supera con un gesto volitivo che però di quella essenza dubitante non smette di nutrirsi, neppure quando il ricordo del luogo che abbiamo attraversato e della spalle voltate a quel che sorgeva al suo fianco, si è fatto distante.
I due poli attorno a cui si orienta l’intera esistenza umana, amore e morte, danno prova di questa alternanza geografica. Secondo la religiosità greca di ascendenza orfica, di cui tanta parte è filtrata nella nostra cultura, una volta giunti nell’aldilà si incontreranno due fonti: la prima, quella dell’oblio, disseterà solo in apparenza, facendo dimenticare tutto e rinascere in un nuovo corpo chi le si avvicina. Più avanti invece è la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne, la memoria, che assicurerà un posto tra gli immortali. 
Nei poemi cavallereschi tutto questo si fissa in un’immagine diversa ma anche simile, la fonte dell’amore e del disamore, da cui un uomo e una donna che si desiderano finiscono sciaguratamente per bere all’unisono, così che la vicenda del loro tormento non può conoscere requie. L’amore, massima espressione di conoscenza, si consegna a una fuga irresoluta, celebra il trionfo dell’umana natura dubitante. Il principio è pure il medesimo, il disamore comprendendo l’oblio dei sensi. L’amore invece implicando un livello di comprensione dell’altro, necessariamente gettando le sue fondamenta nella favolosa terra dei ricordi, è il miglior sodale della memoria. 

Commemorare è il verbo deputato alla sintesi della memoria collettiva e, quindi, alla sua espressione nella ritualità pubblica. Etimologicamente derivante dal latino “cum memor” (memore, colui che ricorda insieme), la stessa successione sillabica, per chi come me ama la musicalità a scapito dell’ortodossia, potrebbe suggerire l’associazione con “moror” (attardarsi, fermarsi, dimorare). Indicando qualcosa che indugia, che si trattiene da qualche parte nella nostra percezione.  
Internet si colloca all’interno di una rivoluzione copernicana, fulcro sovvertitore dei tempi lunghi necessari alla conoscenza e a una mediazione-meditazione di quella conoscenza nel ricordo. Siamo assoggettati a una strana tirannide, il cui compito è distogliere la volontà da qualsiasi autentico atto creativo, compreso il ragionamento su noi stessi, che è per così dire la madre di tutte le muse. Senza immersione in questa sostanza primordiale, senza tornare alla fonte ci si rassegna a conoscere per sommi capi o per vie surrettizie. Molti richiami a essere qualcosa ma scarsa attitudine a immedesimarsi veramente in qualcosa, a viverlo come fossimo di quella sostanza.
Per dirla con Shelley «Quello che ci manca è la facoltà creativa di immaginare ciò che conosciamo; ci manca l’impulso generoso che attualizza quanto immaginiamo; quello che ci manca è la poesia della vita».
Se è giusto rivendicare l'aver acquisito una mole sterminata di notizie grazie al lavoro tecnico di tanti studiosi, altrettanto purtroppo è andato perso, stando alla manifestazione concreta di rinsaldare il collante delle nostre identità. E qui ci viene in aiuto la voce di un altro poeta: «Uno ha dentro di sé la propria origine come la propria morte […] è inutile cercare di essere diversi se non passando per la propria più assoluta identità». Senza questa acquisizione fondamentale, che Piero Bigongiari si impegna a disvelarci come oscillante e dolorosa, non saremo mai compresi in noi stessi ma neanche negli altri. Non è esagerato ammettere che la coesione sociale arretra anche a causa della labilità con cui ormai sono sentiti tali legami.

C’è un passo di Marc Augé che amo molto. Lo studioso francese si riferisce a Émile Durkheim: «Le cerimonie civili non gli apparivano differenti per natura dalle cerimonie propriamente religiose. Ma queste cerimonie sono sempre per Durkheim cerimonie del ricordo, feste della memoria collettiva».
Se prendiamo le commemorazioni della nostra Resistenza, vediamo che dal dopoguerra a oggi il numero dei partecipanti si è molto ridotto. E per ciò che riguarda il dibattito storico, la riflessione su questo capitolo non è minimamente paragonabile alla cultura di memoria sviluppata ad esempio in Germania dal secondo dopoguerra in avanti. Mentre notevole attenzione è dedicata alla riscoperta della letteratura della guerra aerea, come nell’opera di W.G. Sebald, dove acquistano rilievo le testimonianze dei sopravvissuti ai bombardamenti, alle memorie della Shoah (Ruth Klüger), al dibattito sulla Stasi e alla letteratura germanofona dell’immigrazione, la Resistenza italiana è stata finora destinataria di un interesse molto minore. All’inizio del 2009 si è istituita una commissione di storici tedesco-italiana col compito di occuparsi del comune passato di guerra. 
Un articolato intervento di Michael Braun, appoggiandosi alle tesi dello storico ed egittologo Jan Assmann, autore del celebre saggio Memoria culturale, e di Theodor W. Adorno, tocca proprio tali aspetti ed è un validissimo strumento per capire cosa ne è stato negli ultimi cinquant’anni della elaborazione memoriale tedesca, applicabile in senso lato ai popoli europei usciti dal secondo conflitto mondiale: «La trasformazione incisiva della memoria culturale appare soprattutto nel fatto che il concetto normativo e censorio del “superamento” e della “elaborazione del passato” (Theodor W. Adorno) fa posto a una riflessione critica e a una narrazione pluralistica della storia […]».
Eppure, nonostante il largo respiro di questa ricognizione tra i diversi strati di memorie nel Novecento, sotto i colpi di un presente che si impone per velocità e autarchia pare essersi allontanata da noi la consapevolezza del passato. Farebbe meno scalpore se oggetto di questo oblio fossero eventi lontani nel tempo – i tumulti del senato romano, le nebulose vicende imperiali, le lotte tra comuni e signorie, la guerra dei trent’anni. Conosciamo magari la sostanza di questi fatti ma non vi associamo nessun particolare sentimento. Sono cose su cui l’occhio del tempo si è impietosamente richiuso, consegnandole al gelo dell’abbandono. Certa letteratura che sviluppa in forma di romanzo alcune vicende del passato, riesce a imporsi al gusto di non  pochi appassionati. Ma siamo di fronte a prodotti di consumo, mezzi d’evasione che nulla hanno a che vedere con la ritualità della storia pensata come parte fondante del sé cui si riferiva Augé attraverso l’analisi di Durkheim. 

La “cultura di memoria”, dunque, contrapposta alla fatuità dei social network, simbolo e sintomo di una fruizione di quel che dovrebbe interessarci e raccontare di noi, confinata alla superficie degli eventi. Lo abbiamo ascoltato spesso dalle parole di Umberto Eco, parole tornate a interrogarci nei giorni della sua scomparsa che peraltro ha trovato in rete, com’è ovvio, molti suoi canali di diffusione.
Per invertire la tendenza, ammesso che lo si voglia, io credo sia necessario un grande lavoro di autoanalisi, magari accompagnato da semplici regole pratiche. A noi spetta evitare di stare connessi per buona parte della giornata e quindi farci trovare costantemente reperibili. Oppure temiamo che l'uscita dalla rete, sebbene solo attraverso una sospensione della nostra presenza, comporti una sorta di ostracismo culturale? 
Un episodio personale mi fornisce un ottimo spunto. Dopo circa sette anni, ho scelto di non aggiornare più facebook con la frequenza di prima. I motivi sono molteplici e vanno dalla noia, al fatto che col passare del tempo cambia anche il modo di rapportarsi a certi mezzi (sarebbe bene, almeno, cambiasse) fino al senso di insicurezza trasmesso dalla gestione del social (manca un vero e proprio centro di assistenza, ci sono casi di violazione delle identità registrate, virus di sistema ecc…). Mi riferisco a questa esperienza perché a livello antropologico e filosofico riveste secondo me un interesse di qualche rilievo. Alcuni dei miei contatti, destinatari in ogni caso di una minore assiduità rispetto a quella che di solito riserviamo alle cerchie più intime dei nostri conoscenti, per un certo periodo mi hanno inviato messaggi allarmati. La mia irreperibilità era forse il frutto di qualche dramma? Stavo bene o celavo dei misteriosi problemi? Insomma, chi stacca da facebook celebra a sua insaputa una specie di funerale di se stesso. L’identità virtuale gli si è ormai a tal punto appiccata addosso da dettar legge a quella reale.
È chiaro che la cosa fa sorridere ma spinge pure, una volta di più, a ragionare. Che stiamo facendo di noi «animali sociali» ora fatalmente sempre più virtuali?

Nel bellissimo saggio di Myriam Revault d’Allones, La crisi senza fine, si legge, tra numerose altre, un’affermazione illuminante: «Il tempo non si dinamizza più in una forza storica, non è più il motore di una storia da fare, di un compito politico da assolvere. Dopo il crollo della fede in un avvenire teleologicamente orientato al meglio, è divenuto un tempo senza promesse. Lo schema oggi predominante è quello di un futuro inimmaginabile e indeterminato. Questo nuovo modo di “essere nel tempo” tocca sia lo sguardo della società sul proprio avvenire collettivo votato all’incertezza, sia le rappresentazioni degli individui sull’orientamento (altrettanto incerto) della loro esistenza».
È, credo, questo svuotamento del tempo a spingere verso un’apparente ma anche sostanziale vacuità, si passi l’ossimoro, del fare e del pensarci.

(Di Claudia Ciardi)


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20 febbraio 2016

Boris Nossik - Anna Achmatova e Amedeo Modigliani





Boris Nossik, giornalista nato nel 1931, celebre mediatore culturale nell’odierna Russia, ha iniziato la sua attività durante gli anni Cinquanta come autore di reportage dall’Inghilterra e dalla Francia per la madrepatria. La ricostruzione dell’amore fra la poetessa Anna Achmatova e il pittore Amedeo Modigliani è forse la sua opera meglio conosciuta, pubblicata per la prima volta nel ’97 e edita in Italia dalla casa editrice Odoya. Si tratta di un racconto piuttosto articolato dove si dà ampio spazio alle citazioni letterarie, non solo i versi dell’Achmatova ma anche le testimonianze dei suoi contemporanei, attestanti le numerose passioni suscitate da quella singolare personalità femminile, e ovviamente le lettere e i pensieri di Modigliani, che tra l’altro era pure poeta e neppure di poco talento. Nelle pagine di Nossik prende corpo un’estesa galleria di figure, cui in qualche caso si fa perfino fatica a tenere dietro, tanta è la sua vastità situata alla confluenza di due mondi, il russo e quello parigino del primo decennio del Novecento, alla cui ombra peraltro viveva buona parte dell’intellighenzia russa del tempo. Questa Parigi d’anteguerra, rifugio di talenti, molti dei quali all’epoca dell’incontro narrato dal nostro autore non ancora rivelati o consacrati – del resto le cose stavano così anche per lo stesso Modigliani – appare come trasfigurata e sospesa, cornice di una tela che non si decide a sviluppare il proprio soggetto. 
Sotto i nostri occhi acquista un’inquietante spessore La Ruche, ribattezzata “l’alveare”, casa maledetta dei bohemienne che approdavano nella metropoli in cerca di fortuna. Luogo che l’Achmatova rifuggiva, per quanto Modigliani tenesse a farglielo visitare. Troppe esistenze miserabili ma anche troppi russi che avrebbero potuto riportare qualcosa al marito, quel Nikolaj Gumilëv che mai si rassegnò all’amore non ricambiato della poetessa, cocente delusione coniugale sfociata nel divorzio del 1918. Della bizzarra dostoevskiana residenza di artisti, il suo noto inquilino Marc Chagall ebbe a scrivere: «Qui o si moriva di fame o si diventava famosi». Non pochi riuscirono nell’impresa pagando tuttavia un prezzo altissimo in termini di sacrificio personale. In qualche caso l’epilogo fu la morte. Sull’orlo del suo riconoscimento anche Modigliani fu ghermito dalla scura signora, minato nel fisico debole per natura da anni di privazioni e vita sregolata. 
Sebbene non ami troppo il genere delle biografie romanzate, devo riconoscere che Nossik ne esce piuttosto bene, rendendo la lettura scorrevole senza scadere nella caricatura di certi dettagli del rapporto tra i due artisti che, in mancanza di fonti, possono essere solo arguiti. La sua penna si muove con leggerezza e disinvoltura ed è in grado di renderci estremamente familiari ambienti tra loro assai diversi da Carskoe Selo, attraversato dal tumulto della storia e dalla fascinazione letteraria, al caffè della Rotonde, memorabile angolo di Montparnasse e rifugio per i russi nel corso di quasi tre decenni. Pare inoltre molto abile nel recupero della atmosfera liricamente disperata dello shtetl orientale europeo dal quale tanti creativi parigini erano fuggiti spesso in modo più che rocambolesco. Capita ad esempio che si avventuri con coinvolgente realismo nelle rugose contrade di Smiloviči, villaggio natale di Chaïm Soutine, incastonato in due pagine di grande bellezza, forse perché da lì provenivano anche gli stessi genitori di Nossik. Direi che Soutine riceve nel libro un’investitura da semi protagonista, se mi si concede l’espressione; amico di Modigliani, forse il più fedele nella giostra parigina, e vicino allo scrittore in virtù delle origini bielorusse, è al centro di un ritratto commovente, imponendosi alla memoria del lettore quasi più dell’amore giovanile scelto come fulcro della trama.  
In generale tutti i passi che ci riconducono alla primitiva intimità e integrità delle radici di coloro che formano questo sfaccettato affresco di inizio secolo, siano i villaggi degli esuli ebrei o l’infanzia della Achmatova nei mesi di villeggiatura sulle rive del Mar Nero o quella di Modì nella nativa Livorno, questi frammenti si insinuano nelle mani del lettore come vetri colorati e camminano simili a fiabe animate da vita propria. C’è qualcosa di perfettamente mistico nelle monellerie della Achmatova, bambina sulle spiagge di Crimea, in attesa del rientro dei pescatori, colori e giochi che ricordano un Babel’ adolescente, impegnato nel proprio autoritratto quando una ventina d’anni dopo stenderà i suoi Racconti di Odessa. Questa Achmatova che vede i sogni degli altri e ha indicibili presentimenti, quasi sempre veritieri, sonnambula sul tetto della casa di Carskoe Selo, nuotatrice provetta tra i laghetti della sonnacchiosa reggia, scaltra e sinuosa rusalka, non strizza affatto l'occhio al cliché della poetessa dotata di poteri fuori dal comune. Siamo invece davanti a un vestito perfettamente cucito addosso a un personaggio che fu davvero così e non poteva essere altrimenti, in Russia allora. Questa fu la Achmatova agli occhi delle amiche che la conobbero, come chi la descrive in chiesa a Kiev, il volto immerso nell’ombra, come una santa, questa fu per Gumilëv, il marito cantore eclissato all’indomani del suo esordio letterario, lei che era l’incarnazione di una forza assoluta del sentimento riversato in poesia: «nei suoi versi si rivelò subito ciò della cui mancanza rimproveravano allora (e tuttora rimproverano Gumilëv): la lirica autentica, il sentimento profondamente vissuto».
Lavorava ai suoi versi in segreto la giovane Anna Gorenko, aveva perfino pudore a leggerli in pubblico pur cosciente del proprio valore. Se ne stava così, bellissima e inaccessibile, alla “torre” di Vjačeslav Ivanov, il poeta e filosofo pietroburghese nel cui appartamento era solita incontrarsi l’élite letteraria. Non diceva una parola ma il suo enigma bastava a mettere ogni cosa in risonanza. 
Il 1910 e la primavera successiva sono gli anni dell’incontro e dell’amore con Modigliani. Sebbene non ne restino tracce evidenti – le donne sanno custodire molto bene e con intelligenza certi segreti, specie quando ciò che si prova è autentico – si sa che l’incontro in qualche modo ha tenuto a battesimo la fioritura artistica di entrambi. Per la Achmatova fu la pubblicazione della prima raccolta poetica e la gloria in patria; fin dall’esordio alcune sue liriche erano declamate addirittura nella lontana e selvaggia Bessarabia. Per Modigliani fu il più maturo compimento del suo lavoro, nonostante la sua cometa sia scomparsa dai cieli terreni molto più velocemente di quella dell’amica poetessa. E in effetti, essendo stato l’astro della Achmatova più durevole, diciamo che la cronaca di Nossik si apre con non minore partecipazione empatica, rispetto ai capitoli le precedono, alle innumerevoli traversie della poetessa in patria, lasciandola sul gradino del tardivo riconoscimento all’estero. Un racconto struggente che si sintetizza nel furto di quasi trent’anni di questa vita straordinaria, ostracizzata e poi riabilitata e infine di nuovo estromessa dalla cultura del proprio paese. Furto nel quale si inseriscono episodi drammatici che danno la misura della violenza delle campagne denigratorie in atto nella Russia staliniana. Spie appostate nel cortile di casa, agenti del servizio pedinamento sempre all’erta: la Achmatova era inavvicinabile dagli ospiti stranieri e dai suoi connazionali sospettati di avere rapporti con gli occidentali. E poi ancora, il fattaccio legato alla persona di Boris Ejchenbaum, suo antico ammiratore e autore del primo libro entusiasta sulla sua poesia. Professore universitario con diversi incarichi, un libro su Tolstoj da finire, una famiglia da salvare, non ebbe il coraggio di opporsi alla risoluzione dell’agosto ’46 ai danni dell’Achmatova. Il povero Boris non salvò niente, tradì l’amica, perse il posto, sua moglie morì l’anno successivo, e lui stesso fu incluso in un nuovo gruppo da colpire di lì a poco insieme ad altri letterati ebrei. Se avesse avuto il coraggio di levare la sua voce per Anna Achmatova le cose per lui sarebbero andate meglio? No, di certo. Ma come uomo sì, la sua sincerità di uomo non sarebbe stata intaccata, salvando l’amicizia avrebbe comunque salvato qualcosa. Avrebbe tentato di mettere al riparo l’anima di una rusalka dalla burrasca e forse la sorte gliene sarebbe stata riconoscente, chi può dirlo. Magari avrebbe guadagnato il rispetto del nemico, per quel che poteva valere.
Al di là dell’incontro amoroso tra due grandi, che in sé potrebbe anche deludere, è un libro che consiglio soprattutto per le atmosfere, l’incisività con cui epoche, ambienti e psicologia dei personaggi sono rese nella massima fedeltà storica ma anche con sincera devozione sentimentale da parte dell’autore.

(Di Claudia Ciardi)


Boris Nossik, Anna e Amedeo,
traduzione di Emanuela Guercetti,
Odoya, 2015 


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10 febbraio 2016

P. B. Shelley - In difesa della poesia




Composta dal poeta Percy Bysshe Shelley nel 1821, un anno prima della morte, la Defence of Poetry nasce da una provocazione lanciata al grande letterato inglese da Thomas Peacock, autore di uno scritto che aveva inteso dimostrare l’inutilità della poesia. Infuriato dalla temerarietà dell’argomento, «per vendicare l’offesa alle Muse» Shelley stese una replica in forma di trattato breve, destinato a divenire non solo il suo testamento spirituale ma anche quello di un’intera generazione di artisti che seppero infondere nuove energie alla loro epoca. Quelle forze creatrici continuamente evocate nel saggio, uniche per il magnetismo che sprigionano e in grado di recare in sé la sintesi suprema di tutte le conoscenze umane.
Lo slancio cui l’autore attinge, frutto di una lotta serrata con il crescente affermarsi delle scienze, dell’esercizio della ragione svincolata da ogni impulso sentimentale, dalla sincera meditazione dei saperi acquisiti, si riverberò ancor più nei tempi a venire, quando la stagione del romanticismo inglese poté dirsi conclusa. Forse la più chiara dimostrazione circa la bontà delle tesi divulgate nel suo libello. Se infatti, come Shelley sosteneva, poeta è colui che compie un atto rivelatore, è un interprete capace di trascendere le correnti della storia e perciò di dare alle parole una dimensione mantica, allora può anche essere il narratore di qualcosa che è di là da venire. Intreccio di componenti istintuali e immaginative, la scrittura poetica e in generale l’animo poetico non seguono i dettami della volontà e della coscienza ma infrangendo i limiti entro cui queste cose sono solite operare, tendono a risolvere la parzialità del contingente nel flusso emozionale di idee che da sempre alimenta il mondo. Proprio in virtù di un simile corrispondersi di sensibilità che accomuna latitudini e momenti storici pur tra loro discontinui, i popoli ritrovano i segni della bellezza che credevano smarrita. Muovendo le corde più profonde dell’umano i poeti vegliano affinché l’immaginazione non smetta in loro di vibrare. E proprio all’elemento fantastico il discorso shelleyano attribuisce la forza durevole della poesia. Non vi è compimento creativo senza il manifestarsi di questa facoltà, in grado di eternare chi la esercita e coloro che con lui, attraverso la sua opera, entrano in sintonia. Il nozionismo che ci sommerge manca di influire positivamente sulla realtà che viviamo perché non suffragato da alcuna immaginazione: «Possediamo più conoscenze nel campo morale, politico e storico, di quante siamo in grado di metterne in pratica; le nostre conoscenze scientifiche ed economiche sono esorbitanti rispetto a quelle che sarebbero necessarie a garantire un’equa distribuzione della ricchezza. In questi sistemi di pensiero la poesia è sepolta sotto il cumulo di fatti e di processi computazionali. […] Quello che ci manca è la facoltà creativa di immaginare quello che conosciamo; ci manca l’impulso generoso che attualizza ciò che immaginiamo; quello che ci manca è la poesia della vita». Qui peraltro risuona più di un accento che rivestì l’ossatura della celebre orazione inaugurale tenuta da Ugo Foscolo all’università di Pavia, nel gennaio del 1809, per il suo insediamento nella cattedra di eloquenza. Un intervento dove molti sono i passi riservati alla grandezza della capacità immaginifica, passata al setaccio anche per il suo potere illusorio, obliante, mistico, la sola che quasi sollevi l’uomo al rango di un dio: «E la fantasia del mortale, irrequieto e credulo alle lusinghe di una felicità ch’ei segue accostandosi di passo in passo al sepolcro, […] rappresenta piaceri perduti che si sospirano, offre alla speranza e alla previdenza i beni e i mali trasparenti nell’avvenire; moltiplica ad un tempo le sembianze e le forme che la natura consente alla imitazione dell’uomo; tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato; e quasi per compensare l’umano genere dei destini che lo condannano servo perpetuo ai prestigi dell’opinione ed alla clava della forza, crea le deità del bello, del vero, del giusto, e le adora; crea le grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte, e la interroga e interpreta  il suo freddo silenzio; precorre le ali del tempo e al fuggitivo attimo presente congiunge lo spazio di secoli e secoli ed aspira all’eternità; sdegna la terra, vola oltre le dighe dell’oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle”». 
E il riconoscimento di una simile religiosità che attiene all’immaginazione, dunque alla poesia che su questa si incammina, ha sovente stabilito un parallelo tra poeti e profeti. Nel mondo antico i cosiddetti filosofi naturali scrivevano in versi e le conoscenze di cui erano in possesso ne facevano i detentori di una sapienza se vogliamo oracolare. In alcuni momenti il poeta tocca altezze tali da concentrare su di sé lo spirito del passato e quello che ancora è avvolto nell’indeterminatezza del futuro. Questo per certi aspetti lo avvicina alle figure di grandi rivoluzionari e predicatori. Un parallelo che riaffiora in diversi punti del fraseggio di Shelley e piuttosto frequentemente nel dire dei poeti. Così Yeats, di cui peraltro è nota la fascinazione per l’occulto e il simbolismo alchemico e che appena trasferito a Londra conobbe e frequentò il mago MacGregor Mathers e la teosofa Madame Blavatsky; interessi legati alla sua idea di letteratura, e di poesia in particolare, come massima forma di religione dal carattere universale: «Qualunque cosa avessero affermato i poeti nei loro momenti migliori, ciò costituiva il punto più vicino possibile ad una religione autorevole, e la loro mitologia, i loro spiriti del vento e dell’acqua, non erano che verità letterale».
Nonostante l’astio che alcune età le riservano, e sebbene nella deriva moderna corra il rischio di venire relegata ai margini della costruzione sociale, la poesia non abdica alla propria fede. Che gli impulsi corruttori liberati dagli uomini destabilizzino, offendendole, le norme sacre dell’interiorità, è un pericolo ancor più concreto nell’Inghilterra sedotta dalla rivoluzione industriale, e come del resto andrà affermandosi ovunque in Europa. Il poeta registra la portata tutt’altro che secondaria di tale passaggio e per primo lo definisce un discrimine in rapporto a quanto lo ha preceduto nella percezione e nel modo stesso di coltivare le arti. Con incredibile lungimiranza vuole mettere in guardia chi legge ma allo stesso tempo desidera sollevarlo, perché il piacere e la bellezza, anche se minacciate, non soccomberanno né si sottrarranno ai loro cantori. I periodi di decadenza – e c’è in questo un’eco dei cicli vichiani, accostamento suggerito dallo stesso Giuseppe Ungaretti che fu affezionato divulgatore della Defence –  le fasi cioè in cui le possibilità creative sembrano ripiegarsi su stesse, per quanto scoprano la rinuncia ai tratti fondamentali che in ogni civiltà hanno sollevato la mente umana, non rappresentano una capitolazione. Così come la corruttela non potrà estendersi fino a prosciugare le sorgenti che in sé preservano i divini doni della poesia: «Ma prima che la poesia possa estinguersi completamente è necessario che la corruzione abbia completato il disfacimento del tessuto della società umana». Compito morale dell’individuo è arginare ciò che vorrebbe sradicarlo da se stesso, impegnarsi perché dalla società non siano bandite le idee più nobili che ispirano il progresso culturale, la pace, il bello tutte necessariamente intrise di sostanza emotiva. Rifuggire questa componente, screditarla a favore di espressioni caduche e ingannevoli, non produrrà nulla di veramente valido nelle nostre vite. Ne avremo anzi un peggioramento della condizione personale e, quindi, collettiva. Il poeta è un essere solitario che però in ogni istante della sua solitudine non cessa di essere in comunione con quanto lo circonda. Per questo la sua parola incide con grazia e tensione inarrivabili la pietra dei sensi, perché irrompe nella consuetudine, nel gergo abituale cui affidiamo i nostri sguardi. Il gesto del poeta reca con sé la rivolta di quello che crediamo acquisito ai nostri orizzonti, fondandone di nuovi, irrompe nella regolarità, smaschera le rassicurazioni da cui siamo circonfusi e ne denuncia l’indecenza. Di qui il suo statuto morale, il più alto che sia dato conseguire a un uomo: «Riproduce l’universo di cui siamo parte e che percepiamo, e scosta dalla nostra pupilla interiore la patina della consuetudine che ci tiene nascosta la meraviglia del nostro essere. […] La poesia è il più indomito araldo, compagno e seguace del risveglio di un popolo, che opera benefiche trasformazioni della sensibilità e delle istituzioni».
L’assenza di poesia nel nostro vivere privato come nell’azione politica ha a che fare col concetto di giustizia sociale. Lo statista che non sia ispirato e non faccia dell’immedesimazione nell’altro il credo del proprio compito civile, fallirà. Leggere, adesso, queste pagine dedicate al divario fra chi detiene la ricchezza e chi è costretto in povertà, all’inganno che i fautori dell’utile traggono con sé, al calcolo che l’economista impone a fenomeni umani e leggi di natura, ci sottolinea quanto la denuncia di Shelley meritasse di venire raccolta. Ora che le dinamiche globali hanno amplificato a dismisura, esasperandoli, quegli squilibri che già si erano affacciati nell’Inghilterra di duecento anni fa. Ora che la dottrina dell’accumulo di beni materiali ha imposto al poeta, figura immateriale per eccellenza, il livellamento delle culture e del linguaggio, non più mezzo di catarsi e comprensione ma sorgente irrimediabilmente prosciugata. 
Nel 1975, di fronte all’Accademia di Stoccolma, Montale proseguiva questo dibattito chiedendosi se sarebbe riuscita a «sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa». Con Shelley anche lui ammise che «non c’è morte possibile per la poesia», ma era però palese che il consumismo, veicolato dalle odierne sirene pubblicistiche, mirasse ad «annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione», presupposti irrinunciabili dell’arte poetica e dei suoi fruitori. Lungi dall’aver esaurito il proprio messaggio, l’opera del poeta inglese si pone al centro di una discussione che oggi sembra investirci con urgenza perfino maggiore rispetto a quando venne composta.   
Sotto questo aspetto bisognerebbe forse ringraziare Mr Peacock per aver sollecitato a suo tempo la vibrante risposta di un grande umanista che nella sua disinvoltura antiaccademica sostenuta da immagini di immensa poesia ha il raro incantato potere, che solo i capolavori possiedono, di rassicurarci. 

(Di Claudia Ciardi)


P. B. Shelley, In difesa della poesia,
a cura di Vincenzo Pepe,
Mimesis edizioni, 2013


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30 gennaio 2016

Poeti russi oggi






È il titolo dell’antologia firmata da Annelisa Alleva, volume di circa seicento pagine edito da Scheiwiller dove trovano spazio sedici voci della poesia russa contemporanea, tradotte dalla stessa curatrice che attraverso brevi schede biografiche e bibliografiche aiuta il lettore a orientarsi o se vogliamo ambientarsi in un panorama piuttosto frastagliato per cadenze e argomenti. Gli autori censiti si collocano su un arco di tempo che va dal 1935 al 1974, estremi di nascita entro cui sbocciano alcuni tra i più vivaci universi generazionali della Russia postmoderna. Citate frequentemente tra le pubblicazioni italiane che fanno in qualche modo da spalla a questo ampio excursus, le antologie dell’editore Crocetti e le numerose traduzioni di Paolo Galvagni, entrambi oggetto di diversi miei articoli. 
La Alleva, studiosa di lingua e letteratura russa, già curatrice per Garzanti delle opere di Puškin, insegna attualmente traduzione letteraria dal russo all’università La Sapienza di Roma. Nel periodo più recente della sua attività si è indirizzata alla divulgazione della poesia russa contemporanea, contribuendo a presentarne non pochi nomi presso i lettori italiani. Tra essi spicca quello di Boris Ryžij, indole affascinante e tragica, virtuoso del verso dove il risveglio della parola è costantemente in bilico tra ascesa e caduta, armonia e decomposizione, classicismo – dai grandi maestri russi a Rilke –  e crudezza verbale. Si sarebbe tentati di dire poeta maledetto proprio per la singolare commistione fra il suo immaginario lirico e il precoce epilogo della sua esistenza. Suicida nel 2001, all’età di ventisette anni, è infatti l’unico poeta non vivente tra quelli antologizzati. E aggiungerei, forse anche il più profondo, sebbene non intenda con ciò assecondare certa aneddotica che esagera la sovrapposizione tra vicissitudini di vita e genialità. Considerando che la lettura in traduzione può comportare una perdita della forza dell’originale, e per la poesia il discorso si fa ancora più delicato in quanto la parola sviluppa nessi con diversi piani della sensibilità di cui la componente sonora è il principale veicolo, insomma anche in tali limitazioni il tratto di Ryžij non esaurisce la sua bellezza.
Merito senz’altro del grande lavoro della curatrice ma non meno del peso dell’autore. Casi del genere implicano che nell’esercizio della traduzione si celebri a pieno l’incontro con la materia prescelta, tanto che nel passaggio e nel rinnovamento in un’altra lingua l’identità del poeta cresce anziché essere smorzata. 
Il presente volume è corredato da una serie di saggi e interviste che contribuiscono ad approfondire le singole figure proposte in antologia ma ancor più danno uno spaccato del dibattito contemporaneo attorno a temi cruciali della creatività letteraria. Da una prospettiva abbastanza inconsueta per un occidentale, la Russia, che a sua volta in questa analisi guarda inevitabilmente anche a occidente. Nel corso della mia ricognizione sul testo mi sono soffermata su tre autori le cui vite abbracciano in maniera simbolica l’immenso spazio della madrepatria. Il primo è Sergej Stratanovskij, bibliotecario a San Pietroburgo, figlio di un filologo traduttore degli storici antichi, che gli ha trasmesso la passione per la lingua greca e in generale per la cultura classica. La seconda è Olga Sedakova di Mosca, eclettica studiosa di lingue e culture straniere, attualmente insegnante presso l’università statale della sua città. Infine, Boris Ryžij, di cui in parte abbiamo già detto, nativo di Ekaterinburg, sugli Urali, luogo periferico e conosciuto solo per l’uccisione dei Romanov durante la rivoluzione bolscevica. Ma attraverso Ryžij torniamo pure a San Pietroburgo, da lui frequentata, e dove è entrato in contatto con la sua ‘scuola’ poetica; numerosi sono infatti i ricordi che lo legano alla birreria di Via Mochovaja, accanto alla redazione della rivista «Zvezda», in compagnia dei poeti Oleg Dozmorov e Elena Tinovskaja, entrambi affezionatissimi a Boris. 
Dunque, tre mondi lirici che rappresentano altrettanti punti cardinali nella galassia sovietica, una vastità geografica che riflette la complessità spirituale di un popolo e delle sue molteplici aperture culturali. Così Rilke, quando giunse la prima volta in Russia in compagnia di Lou Andreas Salomé e del marito di lei, Carl Andreas, fu commosso dall’attenzione che questo paese riservava ai suoi poeti e dal fatto che la poesia fosse considerata parte integrante della società, capillarmente diffusa ovunque, anche e perfino con maggiore slancio tra i contadini analfabeti che amavano recitare a memoria Puskin. La scoperta di una simile vicinanza del popolo all’arte poetica, in occidente confinata con freddo rigore alle sfere elitarie della società, compagine fin troppo omogenea per quanto riguarda il sentimento autoreferenziale di sé, scosse nel profondo il giovane Rilke, regalandogli una delle lezioni più importanti per la sua crescita intellettuale. Nel vecchio continente l’artista risulta spesso appesantito dalla propria estrazione sociale. Chi si dedica all’arte, non importa sottolinearlo, appartiene alle classi fornite di più mezzi e il motivo è ben immaginabile: arte e studio richiedono tempo, libertà da obblighi stringenti, quindi risorse economiche, e ciò è ancor più vero in paesi dove i meriti culturali di una persona prima di essere riconosciuti e di trovare una rispondenza concreta nella collettività subiscono un annoso processo alle intenzioni. Il che può essere lecito se serve a verificare i reali attributi di qualcuno, ma corre il pericolo di divenire un mezzo per non rimescolare determinati assetti, ritenuti un diritto acquisito anche quando ormai esprimono poco o nulla. Pertanto se è vero che esiste un’autoreferenzialità sociale dell’arte e in generale dell’attività intellettuale, va da sé che questo orienti anche un sentimento elitario di chi le pratica. La differenza tra noi e Orazio quando diceva «odi profanum vulgus et arceo» è che lui aveva ben in mente cosa fosse il popolo, e proprio in virtù di tale consapevolezza poteva prendersi la libertà di stigmatizzarne i tratti, inchiodandoli all’occorrenza a una formula di altezzosità letteraria, senza che la fede sincera nei suoi simili fosse scalfita. Noi invece non sappiamo più o quasi cosa sia il popolo, soprattutto dove sia. Quando scriviamo o pratichiamo i nostri studi, molto poco vibra in noi di quella che potremmo chiamare partecipazione spirituale a un insieme, che in sostanza è fatto di carne, pelle, occhi di chi abbiamo intorno e delle generazioni che ci hanno preceduto, di quel presente in cui non esistevamo ma che già entrava nelle nostre vite attraverso i nostri familiari. Non era forse il culto degli antenati al centro della religiosità latina? Non lo era in Cina, altra civiltà antichissima, dove è sopravvissuto fino alle soglie della rivoluzione maoista? Senza sapere cosa sei, la tua scrittura varrà poco e nulla. Ecco, quando leggo la poesia russa, questo monito sorretto dal senso di qualcosa che unisce alla corrente magnifica e brutale della storia mi trascina su sponde culturali molto lontane dal consueto.  
Basti osservare cosa sia San Pietroburgo, come un’intera città in poco più di tre secoli abbia fatto delle proprie strade una narrazione letteraria cui gli eventi si sono docilmente assoggettati. Nella città «più astratta e più premeditata del pianeta» secondo la celebre epigrafe scolpita da Dostoevskij per le sue Memorie dal sottosuolo, non sarebbe potuto accadere il contrario. Guardiamo cosa sia palazzo Jusupov, in che modo, quasi con ovvia predestinazione si siano alternati nelle sue stanze trascorsi sanguinari – nel dicembre del ’16 vi si consumò l’assassinio del monaco-guaritore Grigorij Rasputin – a episodi di grazia abbagliante. Il suo teatro ha ospitato innumerevoli concerti, fra cui le esibizioni di Liszt e Chopin, e le letture dei versi di Blok, Esenin e Majakovskij. Vedere quali spazi offrano i russi ai loro poeti dà ancora una volta la misura della considerazione di cui gode quest’arte. 
Gli autori che qui introduco brevemente, sebbene di età non omogenee, hanno accenti e modelli comuni. Per quanto riguarda questi ultimi, lo si diceva precedentemente, il classicismo russo da Puskin alla Achmatova, andando all’indietro fino all’antichità greca e passando per la letteratura anglo-americana. Nella Sedakova l’intreccio assume proporzioni assai vaste, tanto da congiungere idealmente la tradizione italiana delle Laudi (Jacopone da Todi, San Francesco) e Dante ai Cantos poundiani. Voci diluite e condensate in molte delle sue liriche, dove tuttavia restano pure estremamente riconoscibili. Della dissolvenza la Sedakova fa un tratto stilistico proprio, che mostra le sue numerose e delicate sfaccettature nei versi del Viaggio cinese, omaggio a un oriente dell’anima più che del paesaggio. 
Colpisce in particolare il ricorso insistito ai temi della memoria e dell’infanzia che in ognuno assume com’è ovvio caratteristiche differenti, anche se è prevalente l’idea della perdita del sé. Mentre nel caso di Ryžij e Stratanovskij affiora una vera e propria lacerazione, che il secondo declina anche nei termini di un confronto serrato quanto impietoso con la storia e i suoi sempre attuali drammi, per la Sedakova è questione di archetipi, sagome e ombre evocate in linea con le rarefazioni della sua scrittura.
Ryžij reca in sé la cifra di un fatalismo iscritto con sconvolgente pesantezza nel suo passato. Il poeta guarda se stesso sempre all’indietro, come riavvolgendo una pellicola, e non è infatti un caso che prediliga le metafore cinematografiche e in generale l’ambiente cinema. Se non rinnega se stesso è solo in rispetto di quella spropositata maschera del tempo, che ora è una zingara profetizzante in un padiglione, simile in tutto alle prime pagine dei Canti Orfici campaniani, ora un ubriaco steso sulla panchina di un giardino che i poliziotti scoprono essere per l’appunto «il solito ubriacone Borka Ryžij, il primo poeta della città».
Sono poesie queste della Russia contemporanea in cui altezze e bassezze del vivere stringono un patto fragorosamente e clamorosamente attagliato alla quotidianità, impastata quanto basta col fango dell’essere perché ascesa e dannazione scavino un solco riconoscente nella nostra esperienza di lettori.

(Di Claudia Ciardi)


Poeti russi oggi,
a cura di Annelisa Alleva,
Libri Scheiwiller, 2008


Di Sergej Stratanovskij

[Spiriti invisibili]

Spiriti invisibili,
spiriti dei monti non battezzati, ostili,
di notte, scendendo a valle,
                                   assaltano i nostri guerrieri
e la nostra milizia.
Noi è tanto che abbiamo conquistato
questa terra ribelle,
                                  ma gli spiriti delle sue gole
non ce l’hanno ancora perdonata.

(Da Accanto alla Cecenia)


[Nel metrò]

Nel metrò Tjutčevskaja passa la notte un uomo
Oh, non svegliare –
                                sennò insorgerà
in lui un caos furioso…

(Da Buio diurno)


[Non ho trovato quella birreria]

Non ho trovato quella birreria,
                      dove con gli amici, solo ieri…
al suo posto c’è un enorme fosso,
                      anche se lo steccato tutt’intorno è lo stesso…

E il passante non sa
                       che cosa è successo alla birreria:
come se fosse sprofondata tutt’a un tratto.

Non ho trovato neppure l’ufficio,
                       dove solo ieri, un certificato…
Possibile che sia sprofondato in una notte?
                       Mi sono seduto su una panchina
                                                            sudando freddo.
La matrice, si vede, onnipotente
                       ha fatto qui questo bel lavoro,
contenta di terrorizzare la mente

(Da Sul fiume torbido)


Di Olga Sedakova

[Là, sulla montagna]

Là, sulla montagna,
dentro le cui ginocchia è l’ultima capanna,
e più in alto nessuno capitava;
la cui fronte non si scorgeva per via delle nuvole
e non si potrà dire se era tetra o allegra –
qualcuno ci passa e non ci passa,
                                                    c’è e non c’è.
Ha la grandezza circa dell’occhio di una rondine,
                                                   di una briciola di pane secco,
di una scala sulle ali di una farfalla,
                                               di una scala gettata giù dal cielo,
di una scala, su per la quale
                                                nessuno ha voglia di arrampicarsi;
più minuscola di quel che vedono le api,
                                               e di quanto sia la parola.

(Da Viaggio cinese)


[Grande il pittore che non conosce dovere]

Grande il pittore che non conosce dovere
                                             oltre a quello del pennello che gioca:
e il suo pennello penetra nel cuore dei monti,
penetra nella felicità delle foglie,
con un colpo solo, con la sola mitezza,
                                              il rapimento, il solo turbamento
penetra nell’immortalità stessa –
                                              e l’immortalità gioca con lui.

Ma colui che viene abbandonato dal suo genio, colui dal quale
                                              il raggio viene deviato,
colui che per la decima volta in un luogo torbido
                                              cerca una sorgente pulita,
colui che si è lasciato cadere di mano i miracoli, ma non dirà:
                                              i miracoli non esitono! –
davanti a lui con deferenza
                                              s’inchinano i cieli.

(Da Viaggio cinese)


[Lodiamo la nostra terra]

Lodiamo la nostra terra,
                                               lodiamo la luna sull’acqua,
quel che non è con nessuno e con tutti,
                                                da nessuna parte e dappertutto –
della grandezza di un occhio di rondine,
                                                di una mollica di pane secco,
di una scala sulle ali di una farfalla,
                                                di una scala, gettata dal cielo.
Non solo disgrazia e pietà –
                                                sono briglia al mio cuore,
ma il fatto che sorrideva
                                                un’acqua meravigliosa.
Lodiamo il bagno nel vetro vivo
                                               dei rami inestimabili, scuri
e di tutti gli spiriti insonni
                                               su ogni grano dentro la terra.
E quel che è ricompensa,
                                               quel che è ostacolo alla cattiveria
quel che è il giardiniere per il giardino –
                                               alla terra è lode.

(Da Versi)


Di Boris Ryžij

[Indovina, zingara]

Indovina, zingara, per un soldo di rame,
spiegami di che morrò.
Risponde la zingara, dice, tu morrai,
quelli così non restano al mondo.

Tuo figlio diventerà un estraneo, estranea la tua donna,
ti volteranno le spalle gli amici-nemici.
Che cosa ti ucciderà, giovane? La colpa.
Ma tu la colpa custodisci.

Di fronte a chi la colpa? Di fronte a chi è vivo.
E ride, negli occhi mi fissa.
E dal bazar echeggia un motivo
della mala, il cielo si schiarisce.

(Da Al vento freddo)


[Dove si spezza la memoria]

Dove si spezza la memoria, un vecchio film parte,
una vecchia musica suona una certa tiritera.
La pioggia è passata nel parco, e non si può dire
                                                                     [quanto forte
profumi il lillà in questo giorno di primavera.

Salire sul tram 10, scendere, passare sotto l’arco
staliniano: tutto com’era, era un secolo addietro.
Qui mi prendevano per mano, qui mi tiravano
                                                                      [su in braccio,
mi facevano vedere un film nel cinema teatro all’aperto.

L’arte mostrava gli stessi sentimenti,
lo stesso parco dei divertimenti, un ragazzino in braccio.
E l’interminabile passato, illuminato fiocamente,
impedisce molto al futuro di prendere slancio.

Per nostalgia o per scempiaggine e sbornia ci si può
sollevare più in alto dei pini, fino al cielo
sulla ruota panoramica, ma capire non si può:
se la guerra ancora non c’era, o c’era.
È tutto in bianco e nero, con le mamme vanno i figli,
un cattivo altoparlante canta qualcosa con aria trionfale.
Quanto ho vissuto a lungo, quanto ho patito gli
spasimi del cuore, le lacrime, e anche il contrario.

(Da Al vento freddo)


[Ricorderemo quel che ricordiamo]

Ricorderemo quel che ricordiamo e il dimenticato,
tutto quel che il bambino ci ha dato in regalo.
La cittadina dove abbiamo amato,
la cittadina persa fra le nuvole.

E se potessimo riavvolgere la bobina
indietro, tu vedresti
coprirsi di polvere sulla mia tomba
i fiori gialli morti.

Lì sono morto, ma chi è vivo sente il chiasso
degli uccelli, e l’alba prende fuoco
sui cespugli dei ciliegi selvatici rossi.
Vano tutto quel che è stato dopo.

(Da Al vento freddo)



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