1 luglio 2012

Una nomade a Berlino – Herta Müller



Caffè Michelangiolo – Accademia degli Incamminati
Rivista quadrimestrale Anno XIV – n. 2 Maggio-Agosto 2009

di Uta Treder

Abstract

«Herta Müller è nata nel 1953 a Nitzkydorf, un piccolo villaggio rumeno, la cui popolazione di lingua tedesca e di provenienza del Württemberg si trovava a dover convivere, gomito a gomito, con una comunità ungherese, che, come quella tedesca viveva in questa regione da secoli. Lascia l’angustia del paese, arroccato sui nostalgici ricordi di un passato svevo, di cui caparbiamente conserva e difende le tradizioni, ormai obsolete e anacronistiche, per andare a studiare a Timisoara (la tedesca Temeschburg), capitale del Banato, la regione a confine con l’Ungheria el’ex-Jugoslavia. Qui, negli anni Settanata, si unisce a un gruppo di giovani scrittori di lingua tedesca, che diffonde la propria voce nella rivista ‘Neue Literatur’ (Nuova Letteratura).
Se già di per sé le minoranze linguistiche erano una spina nel fianco della dittatura di Ceauşescu l’attività letteraria del gruppo veniva considerata estremamente sovversiva e i suoi membri tenuti sotto stretta sorveglianza dalla Securitate, la terribile polizia segreta rumena. In una recente intervista Herta Müller rievoca il terrorismo psicologico del quale fu vittima. La tortura fisica che portò alla morte di molti, fra cui un suo amico scrittore, una morte sempre spacciata per suicidio, le fu risparmiata. Dopo le prime pubblicazioni era sulla lista nera di coloro che venivano sistematicamente perseguitati. Nonostante la laurea in lettere non trovò lavoro e nei frequenti interrogatori della Securitate fu accusata di prostituzione e di aborto, tutt’e due reati nella Romania di allora. Quando da parte tedesca le furono assegnati i premi letterari la tattica dei suoi aguzzini cambiò: le fu dato un posto di insegnante e un passaporto per poter ritirare i premi, ma, in un sotterraneo lavoro di controinformazione, agenti della polizia segreta rumena avevano sparso la voce che in Germania lei fosse, in realtà, una spia comunista che usava la scrittura solo come paravento.
Quando nel marzo del 1988 venne a Firenze, […] lesse da Niederungen (Bassure), la sua prima opera, pubblicata a Bucarest nel 1982 e uscita due anni dopo in Germania, uno smilzo volume di quindici prose, ambientato in un villaggio di lingua tedesca e tradizioni sveve nel quale non è difficile scorgere il villaggio d’origine. Il genere della ‘Dorfgeschichte’, l’idillio di paese, che ha una lunga tradizione nella letteratura di lingua tedesca, qui viene corroso dall’interno.
[…] Se a questo esordio si aggiunge l’opera successiva (1986), sempre ambientata in questo pseudo-idillio noir, Der Mensch ist ein großer Fasan auf der Welt (L’uomo è un grande fagiano nel mondo) dove la socializzazione significa violenza, dove la sessualità repressa è il pensiero fisso dei maschi, dove il disprezzo di tutto ciò che non è svevo va di pari passo col disprezzo delle donne e dove queste donne, anziché ribellarsi, scatenano la violenza subita dai mariti sulle figlie, non c’è da meravigliarsi se gli abitanti di Nitkzydorf si sentissero mortalmente offesi. Dopo questo romanzo il ritorno al paese d’origine era ormai precluso a Herta Müller, che veniva insultata come ‘Nestbeschmutzerin’, colei che infanga il nido dal quale proviene, un termine molto usato dai nazisti per gli oppositori al regime.
Fin dall’inizio, dunque, la scrittura di Herta Müller è nata per dare voce a una duplice estraneità – dalla Romania dove non si parlava la lingua madre e dal villaggio d’origine che era un corpo estraneo alla Romania. Ma crearsi un radicamento scrivendo in tedesco non faceva che confermare la sua “atopicità”, anche quando finalmente giunge in Germania. Il non aver luogo, il non affondare le proprie radici da nessuna parte – questo è il centro intorno al quale ruota il primo romanzo scritto nell’Ovest.
Reisende auf eine Bein (Viaggiare su una gamba sola), uscito in Germania nel 1989, un anno dopo la sua “Lesung” a Firenze, narra il destino della rumeno-tedesca Irene arrivata dopo molte difficoltà a Berlino. Nella grande città il suo sradicamento si trasforma in aperto nomadismo che si estrinseca in instancabili peregrinazioni attraverso la metropoli, soprattutto di notte che non fanno che accentuare il senso di non-appartenenza. Tuttavia, questa estraneità viene anche cercata e la storia d’amore con Franz ne suona conferma. Nella piccola città dove Franz vive, Irene, dopo poco, si sente soffocare perché non può muovere un passo senza che i luoghi non siano già impregnati e “contaminati” da qualche ricordo di lui. La ricetta per sopportare questa troppa familiarità è semplice: bisogna evitare questi luoghi per un po’ fino a quando ritornino a sembrarle estranei, perché emanano di nuovo quel senso di nomadismo, declinato al femminile, di “atopia” che solo rende libera la protagonista.
E ‘atopica’ Herta Müller apparve anche a Firenze: una donna simpatica, vivace con improvvise e inattese asprezze, che, quando parlava o leggeva, imponeva al tedesco una veste sonora che non era del tutto familiare senza che se ne potessero tuttavia indicare le precise ragioni fonetiche. Herta Müller era in Occidente, scriveva nell’Occidente, vi si muoveva anche perché sempre più spesso era invitata in giro per l’Europa, ma viaggiava sempre (e probabilmente continua a viaggiare) su una gamba sola: precaria, di passaggio, pronta a spiccare il volo per nuove terre.»
Uta Treder

Nata ad Amburgo, germanista all’università di Perugia, Uta Treder ha lavorato su Brecht, Brentano, Goethe, Heine, Hölderlin, Kafka, Keller, Mörike, Novalis, Schiller. Si occupa anche di letteratura scritta da donne, tra le quali Lou-Andreas Salomé, Ingeborg Bachmann, Bettina Brentano, Annette von Droste-Hülshoff, Karoline von Günderrode, Marlen Haushofer, Isolde Kurz, Else Lasker-Schüler. 


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