8 luglio 2013

Il suono della montagna - Der Klang des Berges


Il suono della montagna - Der Klang des Berges

Il tempo si offre a chi, nel silenzio,
saluta tutti, a chi diventa una cosa sola
con la fiamma e con lo spazio, colui che non ritorna
che non è qui e tuttavia lo può
si offre a chi non è diventato niente
ed è chiamato con nomi di animali
e solo così è riconosciuto
piange con tutte le creature
e piange con tutti i sassi e le pietraie
con i laghi e le locuste
ed è così che egli è.

*****

I fitti castagni irrompono dalla terra
e si portano con sé le nebbie dell’est,
con gli animali che offrono il sangue,
la brughiera passata da una lama
e i pellegrini che hanno voci irriconoscibili,
che hanno dentro la propria malattia.
Sono stranieri che hanno lasciato terre,
bestie che divennero purissime,
templi che fanno una cosa sola
con le rocce dove furono costruiti.

Roberto Carifi, «Tibet», Le Lettere, 2011


Cover, Le Lettere ©


Il villaggio dei lama morti
*

«È nostro costume considerare tutte le idee sulla sopravvivenza del corpo come delle leggende, delle puerilità o delle follie. Ma non è in realtà più assurdo che credere che siamo composti di due, tre o molteplici corpi di natura assolutamente separata e che la morte restituisce, per la parte che riguarda ognuno di essi, ai loro destini particolari. Com’è assurdo d’altronde pensare quanto la scienza recentemente ci ha fatto apprendere, che il nostro corpo sensibile e materiale sarebbe un formidabile composto di molecole, separate attraverso spazi immensi, immensi considerata la loro esiguità. E che queste molecole siano trascinate a una velocità prodigiosa all’interno di un corpo che ci sembrava eccezionale per la sua inerzia, ecco qualcosa, appunto, per la quale vale la pena di sprofondarci in abissi di riflessione».

[…]

«In mezzo a un boschetto di alberi completamente spogli a causa del calore e che ergevano da tutte le parti verso il cielo il loro gigantesco tronco calcinato, si elevavano delle specie di enormi alveari, da cui sgorgavano, a tratti, dei rumori di raganella, ardenti onomatopee e curiose melodie. L’aria, intorno agli alveari, era letteralmente oscurata da sciami erranti e neri di zanzare e mosche avvelenate. Vinsi la nausea che mi suscitava un simile spettacolo e penetrai in uno di quegli alveari; e mi accorsi di essere entrato, in realtà, in un tempio, o piuttosto in una sorta di locale, annesso a una lamasseria, dove soltanto un cadavere di Lama, in piena decomposizione, continuava a ricevere le devozioni dei fedeli.
In una specie di nicchia, attorno alla quale erano appesi abiti e oggetti sacerdotali che gli erano serviti in vita, il corpo imbalsamato del Lama si inclinava in un atteggiamento di benedizione, la testa coronata da una sorta di tiara, sulla quale erano dipinte immagini che richiamavano, per il loro colore e le loro posture, le immagini dell’iconografia cristiana».

* Questa breve prosa apparsa nel 1932 nella rivista «Voilà», non è stata da allora più ripubblicata, neppure in Francia.

Antonin Artaud
La razza degli uomini perduti e altre prose
a cura di Pasquale Di Palmo,
Via del Vento edizioni,
collana «I quaderni di Via del Vento»
novembre 2012
ISBN 978-88-6226-065-7



                          Cover, Via del Vento edizioni ©


Il Tao La Via dell’acqua che scorre

Alan W. Watts

«Il problema di districarsi con le variabili è duplice. Primo: come riconosciamo ed identifichiamo una variabile o un processo? Per esempio, possiamo noi pensare il cuore come qualcosa di separato dalle vene o i rami dal tronco? Quali sono le esatte delineazioni che distinguono il processo dell’ape dal processo del fiore? Queste distinzioni sono sempre qualcosa di arbitrario e convenzionale, anche quando vengono descritte con un linguaggio molto preciso, per il fatto che le distinzioni risiedono più nel linguaggio che non in quel che descrive. Secondo: non esiste un limite conosciuto al numero di variabili che possono avere a che fare con un qualunque avvenimento naturale o fisico – come lo schiudersi di un uovo. Il guscio di una conchiglia è duro e definito, ma quando cominciamo a pensare a questo, ci trascina in considerazioni di biologia molecolare, clima, fisica nucleare, tecnica di allevamento, sessuologia ornitologica, e così via fino a quando ci rendiamo conto che questo “singolo evento” dovrebbe – se noi ne fossimo in grado – venir considerato in relazione con tutto l’universo».

[…]

«Per molti anni mi sono esercitato nella calligrafia cinese, ma non sono ancora un esperto in quest’arte, che si potrebbe descrivere come una danza col pennello e l’inchiostro su carta assorbente. Per il fatto che l’inchiostro è soprattutto acqua, la calligrafia cinese – nel suo controllare lo scorrere dell’acqua con il pennello leggero in quanto distinto dalla penna dura – richiede che si segua la corrente. Se si esita, trattenendo il pennello per troppo tempo in un punto, o se si va troppo in fretta, o si cerca di correggere ciò che si è già scritto, i difetti sono troppo evidenti. Ma se si scrive bene si ha allo stesso tempo la sensazione che il lavoro stia avvenendo di per sé, che il pennello stia scrivendo tutto per conto suo – come un fiume, seguendo la linea della minor resistenza, compie eleganti curve. La bellezza della calligrafia cinese è perciò la stessa bellezza che noi possiamo riconoscere nel muoversi dell’acqua, nella schiuma, negli spruzzi, nei vortici, nelle onde, così come nelle nubi, nelle fiamme e nell’ondeggiare del fumo alla luce del sole. I cinesi chiamano questo tipo di bellezza il seguire del li, un ideogramma che originariamente si riferiva alle venature della giada e del legno, che Nedham traduce in modello organico, anche se è assai più generalmente inteso come la ‘ragione’ o il ‘principio’ delle cose. Li costituisce il modello di comportamento che viene fuori quando si è in accordo con il Tao, la corrente della natura. I modelli dell’aria in movimento sono dello stesso genere, ed è per questo che l’idea cinese di eleganza viene espressa con Feng-liu, lo scorrere del vento».




Feng Shui

*****

«Quando mi capita di osservare la linea dell’orizzonte, i miei piedi stanno ben saldi su un sentiero sterrato. L’argine coronato dai canneti scende ripido fino al fiume. Torpide facciate restano in silenziosa attesa alle mie spalle; somigliano a vecchie tartarughe che dopo un secolo e più tornano alle rive dove il loro viaggio è cominciato, per necessità e nostalgia. Queste case vegliano un tempo perduto, le loro stesse architetture sconfinano altrove, in uno spazio che rinuncia ai suoi contorni. Qui tutto sembra chiedere: quanto ancora?
Dove la strada sale leggermente, prima del sentiero, due bianchi colonnini custodiscono il passo e stanno in contemplazione del logoro lastricato. Le rade pietre aggredite dagli anni giacciono rugose e quasi dissolte, limpide madreperle uscite dalla tasca di un mercante. Vi si cammina come in un giardino di ex voto. Sasso dopo sasso ci si accorge che non si avanza soltanto: si attraversa questo luogo perché nulla rimanga uguale. Ecco che ci viene offerto in questi pochi metri, tra il candore levigato dei due brevi cippi e l’occhio di una lampada chinata come un ramo, unica spoglia ancora esistente della prima illuminazione cittadina. Allora le luci erano coperte con bianchi cappucci e somigliavano a pallidi bucaneve. Queste lanterne ammiccavano gentili dai vicoli, spandevano un’aria turchina attorno al loro morbido copricapo, misteriose fioriture d’oriente.
In quest’angolo vive adesso l’ultima crisalide. Fa luce su una traballante scaletta a mattoni rossi, un portone verde la saluta dabbasso, e così pure il tetto di una baracca, dove un gatto nero ama stare di vedetta. Più avanti un debole alberino trema insieme alla sua ombra. La sera diviene quasi umano. Ha perfino una sua voce, e il fremito delle sue foglie si accompagna al dolce dondolìo del giovane fusto e al lucore delle rade finestre.
Guadolongo ha nome quest’ansa solitaria e selvatica e nelle sillabe è racchiusa l’affatturata lentezza dello sguardo che incontra l’eterno profilo dei monti. Le Apuane navigano nell’incantesimo dell’inverno, arca innevata e magnifica. I bianchi e i cobalti che ne rigano il volto potrebbero tingere l’agonia di una fata. Sotto, da qualche parte, si scorge il candore di S. Matteo, pare un’emanazione della pura luce che indugia lassù, e i tetti del Duomo ascendono al chiarore delle cime.
Con identica forza, nel medesimo contrasto di grazia e onnipotenza mi si è offerta anni fa la vista del Gran Sasso, bianco, immobile vegliardo davanti al verde Adriatico trascinato dal vento.
Senso d’infinita pace che scuote e protegge, che ritrovo guardando l’immacolata culla dell’Abetone, cui la montagna pistoiese canta la sua nenia materna. E sempre io so che l’aria che entra in città e s’ingolfa agli incroci dei vicoli, visita i muri di secoli, forza i portoni, spazza i cortili, io so che questo vento è il suo respiro. Dall’alto inviolato delle balze cala sulle cime rotonde e sui colli, visita i quieti paesini, custodisce i piccoli cimiteri di campagna e viene in città, striscia sulla Sala, si mischia agli aromi del mercato, si attacca ai vestiti e dà gioia e stordimento.
Questo è il mio Taishan, in ognuno di questi paesaggi vive l’antica strofa che precede ogni storia. Io qui ho la mia montagna incantata, le sue notti risuonano in me e i miei sogni sono vicini ai suoi».
(Claudia Ciardi, Guadolongo, febbraio 2013)

Erich Heckel
Spaziergänger am Grunewaldsee, 1911
Tempera auf Leinwand

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