16 ottobre 2014

Naufragio di guerra #2



Riportiamo le parole con cui Golo Mann, figlio del grande scrittore Thomas Mann, autore del capolavoro La montagna incantata, riflette sull’insensata euforia alla quale si abbandonarono i popoli europei nell’agosto 1914, ognuno immaginando in cuor suo che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa.

«Un’atmosfera di giubilo regnava in Europa nei primi giorni di agosto dell’anno 1914, giubilo, furore bellico ed esaltazione della guerra non dovunque in egual misura; in Francia forse un po’ meno che in Germania, qui un po’ più che in Inghilterra. Ma anche là. Anche per le vie di Londra le masse popolari tumultuavano gaiamente e chiedevano a gran voce guerra, mentre il governo tentava ancora gli ultimi sforzi per la pace. I popoli europei erano stati eccitati gli uni contro gli altri, e ingannati, per anni, da uomini politici e giornalisti… la guerra sarebbe stata corta e bella; un’avventura eccitante, liberatrice. E Dio sarebbe stato da ogni parte, e tutti avrebbero vinto».

Questo breve pensiero esprime con lucidità la “gaia scienza” applicata dalle masse agli eventi che andavano allora prendendo forza. Golo, pur se a posteriori rispetto alla situazione descritta, mette in rilievo il grande inganno con cui numerosi volontari, partiti nel fervore dell’impresa, si trovarono faccia a faccia solo molto tempo dopo, sprofondati nelle trincee, quando la guerra ormai ripiegata su stessa divenne quello che in realtà era – un incubo quotidiano, una partita a scacchi con la morte, un’indicibile tortura che sembrava non voler finire più. 
All’interno della famiglia Mann, le differenti posizioni relative alla guerra aprono una frattura anche nei rapporti tra i due fratelli, Thomas e Heinrich. Il primo se ne dichiara subito fautore entusiasta, vedendo nello scontro l’unica possibilità di difesa della Kultur tedesca, e dei suoi valori, in opposizione alla Zivilisation della Francia. Considerava il positivismo francese un’insidia per la cultura europea. Nei suoi Pensieri di guerra, stesi a novembre del ’14, ricorre l’idea di una stanchezza del mondo, l’immobilismo politico e intellettuale europeo percepito come un peso del quale ci si voleva liberare in fretta. Il primo agosto, giorno della dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, Thomas Mann si trova a Tölz, in Baviera, per le vacanze. I suoi figli, Erika di nove anni e Klaus di otto, giocano in giardino, improvvisando la messa in scena di Die Büchse der Pandora (Il vaso di Pandora).
Heinrich è invece a Nizza. È costretto a andarsene in modo precipitoso, pena l’internamento. Pagherà un prezzo piuttosto alto per il suo pacifismo: la pubblicazione della sua opera Der Untertan, iniziata a gennaio, verrà sospesa, e i giornali per cui lavora interromperanno le collaborazioni.
L’Italia resta a guardare. Una posizione attaccata con foga da Gabriele D’Annunzio, in quel periodo in Francia, dove ha dovuto riparare per sfuggire ai propri creditori. Anche secondo lui la guerra sarebbe stata l’occasione per vincere la stanchezza dei popoli, e nel caso italiano, avrebbe sepolto una classe politica invecchiata e senza idee, dando compimento all’impresa risorgimentale. Ma al momento quello italiano si presenta come “uno strano caso”. Vincolata alla Triplice Alleanza, che la lega agli imperi centrali, ma da diversi anni insofferente al giogo di Vienna, scossa da tensioni interne e problemi economici, alla cui base vi è la dispendiosissima e inutile campagna di Libia, ingredienti che hanno acceso la miccia della settimana rossa (giugno ’14), consapevole delle clamorose mancanze che affliggono il proprio esercito, l’unica cosa che può fare è prendere tempo. Stile tipicamente italiano, e in politica estera non è detto che sia sempre un male. La maggior parte dei nostri quadri politici e militari propende per appoggiare la Francia. Cominciano frenetiche trattative dietro le quinte, per sondare gli umori sull’uno e l’altro fronte. Soprattutto si cerca di capire se Vienna, che finora con noi ha fatto il bello e il cattivo tempo, e il cui atteggiamento verso la penisola resta improntato alla diffidenza, abbia intenzione di onorare il patto italo-austriaco (1887) approvato a ulteriore garanzia di quanto già sottoscritto nel 1882. Tale accordo prevede compensazioni per l’Italia, in caso venga a mutare lo Statu quo balcanico. Tuttavia Francesco Giuseppe seguita a giudicare irricevibili le richieste del nostro ministro degli Esteri, il marchese Antonino di San Giuliano. L’imperatore ribadisce che sul Trentino non possiamo accampare pretese e che il tema delle compensazioni sarà preso in esame soltanto se l’Italia prenderà parte al conflitto a fianco dell’impero austro-ungarico.  
Nel frattempo viene avviato un piano per apportare migliorie all’organizzazione del nostro esercito, che necessita di 14.000 ufficiali, oltre che di equipaggiamenti base: mitragliatrici, artiglieria, bombe a mano, mezzi di trasporto, cesoie per tagliare il filo spinato. Per raggiungere gli standard di efficienza vigenti negli altri corpi militari, l’Italia emette il primo di sei prestiti di guerra: la richiesta è nell’ordine del miliardo di lire, corrispondente a circa settemila miliardi di euro. Questo la dice lunga su ciò a cui, pur da una posizione apparentemente più defilata, andava preparandosi anche la nostra nazione.


Sulla Somme, luglio 1916

Alcuni riferimenti citati in questa sintesi sono tratti da Roberto Giardina, 1914. La Grande Guerra. L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, Imprimatur, 2014. Al denso e serrato reportage dello storico palermitano, residente dal 1986 in Germania, testo che intreccia cronaca e analisi storica, dedicheremo uno dei prossimi articoli.

Di seguito, come già abbiamo fatto a conclusione degli altri interventi sulla Grande Guerra, vengono citate alcune poesie tratte da L’Allegria di Giuseppe Ungaretti. La sezione a cui i testi appartengono è ancora una volta quella di Il porto sepolto. Nello straniamento ottundente della guerra, il poeta è «una docile fibra dell’universo» rimescolata dagli eventi, e scopre l’imbarazzo per il suo stesso corpo, «che ora troppo ci pesa». Involucro di vivo tra i non vivi, smarrito a se stesso, dissolto dalla vertigine della guerra. Solo l’immersione nella natura, che diviene gesto di liberazione rituale soprattutto nell’incontro con l’Isonzo, permette di fissare nuovamente lo sguardo sulla propria sostanza. Ma si rinviene alla vita spossati e distanti. Davanti ai boschi, ai crinali inghiottiti dalla notte, ai silenzi impenetrabili del Carso ci si riscuote pochi attimi. E se l’esser divenuti «uno stagno di buio» sembra ripetere il naufragio leopardiano, che pure scagliava la sua solitudine nell’eterno fluire del mondo, qui l’abbandono, la contemplazione dell’infinito innescano un processo contrario. Il legame con la vita, così prepotentemente riscoperto attraverso gli elementi di paesaggio, sommerge il  giovane soldato, che sul greto del fiume resta attonito a decifrare l’impronta del suo sgomento.

(Di Claudia Ciardi)     

Annientamento

Versa il 21 maggio 1916

Il cuore ha prodigato le lucciole
s’è acceso e spento
di verde in verde
ho compitato

Colle mie mani plasmo il suolo
diffuso di grilli
mi modulo
di
sommesso uguale
cuore

M’ama non m’ama
mi sono smaltato
di margherite
mi sono radicato
nella terra marcita
sono cresciuto
come un crespo
sullo stelo torto
mi sono colto
nel tuffo
di spinalba

Oggi
come l’Isonzo
di asfalto azzurro
mi fisso
nella cenere del greto
scoperto dal sole
e mi trasmuto
in volo di nubi

Appieno infine
sfrenato
il solito essere sgomento
non batte più il tempo col cuore
non ha tempo né luogo
è felice

Ho sulle labbra
il bacio di marmo

C’era una volta

Quota Centoquarantuno l’1 agosto 1916

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona

Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna

La notte bella

Devetachi il 24 agosto 1916

Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Questa festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d’universo

Sonnolenza

Da Devetachi al San Michele il 25 agosto 1916

Questi dossi di monti
si sono coricati
nel buio delle valli

Non c’è più niente
che un gorgoglio
di grilli che mi raggiunge

E s’accompagna
alla mia inquietudine

Käthe Kollwitz - Campo di battaglia

Link correlati/ Related links:

Italiani in guerra nel '14. I triestini e l'impero austro-ungarico

La guerra degli italiani - Sul sito "Storia contemporanea"

Infoaut - 7 giugno 1914 - La settimana rossa

La settimana rossa su Rai Storia

Verso la Grande Guerra su Rai Storia

In questo blog:


Naufragio di guerra #0
Naufragio di guerra #1

Ritratto di guerra

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