25 marzo 2015

Intervista a Andrea Brancolini

Con Andrea Brancolini ho uno scambio che dura da diversi anni e che risale più o meno alla pubblicazione di alcuni miei articoli sul sito di Lankelot, di cui è collaboratore di lungo corso. In questa sezione trovate tutti i contributi che ha firmato dal 2006 a oggi, tra i quali mi sono spesso addentrata con piacere perché mi fido del suo gusto letterario – Andrea è un lettore onnivoro, nel senso di chi legge in maniera non settoriale né pregiudiziale, con il raro pregio di attraversare i libri in profondità. I suoi pezzi trasmettono una passione sincera e scrupolosa per quel che gli gira tra le mani.
Ha partecipato a diversi progetti dedicati alla scrittura, tra i quali lo spazio di BombaSicilia, nato all'interno della mailing list di Bombacarta, associazione culturale romana, che a dispetto o in virtù del suo nome, vedete voi, ha rappresentato nel suo percorso una della compagini più vitali e stimolanti sul piano creativo. A me piace ricordare, peccando forse di un pizzico di autoreferenzialità, la bella recensione che ha dedicato al mio Georg Heym, uscita su WSF qualche anno fa.
Nei suoi confronti nutro da sempre una grande stima, tanto più che quando capita di discutere su una traduzione o un episodio legato all’attualità, la sua parola finisce per mettere in luce aspetti che non avevo notato affatto. Lo spunto per questo nostro confronto viene dal romanzo di Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre, sul quale Andrea mi segnalò mesi or sono un suo intervento. La stesura delle mie domande, attraverso cui già da tempo avrei voluto coinvolgerlo, fu stimolata del tutto inaspettatamente dai temi toccati in quel suo breve scritto. L’intervista che segue è dunque un tributo a Andrea come articolista, e ancor più come persona. Da queste poche riflessioni emerge infatti un’estrema pacatezza, mai però troppo lieve o rassegnata, nell’osservare e “leggere” la realtà nelle sue pieghe abitudinarie o insolite, pur comunque alienanti, dove anche il linguaggio rischia di divenire strumento alieno, scomodo, inservibile, subordinato all’isteresi, bandito dalla gioia narrante, destinato ai robivecchi. In attesa che qualcuno abbassi il volume, mettendosi a cercare in quella montagna di cose in disuso, magari ritrovandovi un senso o almeno un suono capace di farci recuperare una misura d’umanità.




Vorrei iniziare questo nostro scambio sui temi di patria e memoria ricorrendo a un passo di Arturo Stanghellini tratto dal suo romanzo di guerra, Introduzione alla vita mediocre, cui hai dedicato non molto tempo fa una bella recensione, anche se credo sia riduttivo definire così il tuo lungo articolo.
Stanghellini a un certo punto si sofferma "sull'ultimo morto di guerra", dando vita a una descrizione di grande realismo e crudezza, che aiuta a capire molto di ciò che era stata quella tragedia, giunta alla sua conclusione: «In val di Nos poco sotto la croce di Sant’Antonio ho visto l’ultimo morto di guerra. Era disteso supino sul margine della strada che strapiomba nella valle tortuosa ed aveva coperta la faccia e il petto da un telo da tenda insanguinato. Gli uscivano fuori le mani così piccole e così bianche che non potei trattenere il desiderio di scoprirgli il viso.
Pareva che la guerra avesse ucciso l’ultima giovinezza, avesse voluto congedarsi con il delitto più crudele, in quel bambinone biondo dai riversi occhi d’oliva ove due pezzetti di cielo s’erano spenti nella velata fissità della morte. Gli usciva dal petto una larga ferita rilevata di nero sangue aggrumato» (Finis Austriae, 1 novembre 1918).
C’è in questo brano la fotografia di una mattanza, di una sciagura che per cinque anni si è abbattuta e accanita sugli uomini, della quale le generazioni successive non sembrano aver colto fino in fondo il peso. Alla luce delle tante iniziative dedicate agli eventi della Grande Guerra, nell’anno del centenario, quali aspetti, secondo te, sono da stigmatizzare in questa rumorosa e forse fin troppo ingombrante architettura della memoria?

Non credo che questa “architettura della memoria” che si attiva in occasione di anniversari, com’è accaduto per il 2014, o in occasione di giornate – penso alla Giornata della Memoria, ma persino a manifestazioni meno imponenti come possono essere le varie Giornate della Poesia, la Festa della Donna, etc – per cui molte persone sembrano risvegliarsi da un torpore, diventare partecipi, sia da stigmatizzare nei suoi aspetti esteriori, per quanto possano sembrare rumorosi e ingombranti. Il tentativo di accensione dell’interesse delle persone riguardo qualcosa che ha colpito i nostri paesi, l’intera Europa, un secolo fa, e che molto spesso, confrontata alla seconda guerra mondiale, sembra avere un’importanza relativa, sembra quasi sia stata una guerra da poco, è meritorio, a mio avviso. Da questo punto di vista, ben venga un po’ di rumore che faccia scoprire quanto crudele sia stata la Grande Guerra, quanto abbia significato per il mondo, per le persone che l’hanno attraversata. A proposito di quel che dici sulle generazioni successive, che non hanno forse colto fino in fondo il peso, lo stesso Stanghellini ne parla in quel suo romanzo-diario. L’autore pistoiese racconta di come sia impossibile, per chi è tornato dal fronte, far comprendere la propria esperienza a chi non l’ha vissuta. L’intero suo libro combatte contro questo scoglio, lo scoglio dell’incomunicabilità di un’esperienza tanto pervasiva e crudele. Se ne rese conto, appena tornato, di quanto fosse incomprensibile a chi era rimasto a casa la vita dei soldati in trincea e racconta l’episodio di un commilitone: «Quando si desidera farsi conoscere si presenta la parte migliore di noi. La parte migliore gli sembrava il dovere compiuto davanti alla morte. Per parlare di felicità, per entrare nel regno della felicità ove tanti mediocri sono domiciliati fin dalla nascita senza accorgersene, gli pareva bello dire: io vengo dal dolore... Gli pareva. Un giorno la fidanzata lo interruppe: «Ma tu non sai parlare altro che di guerra!».» (pag. 176)
La guerra è stata la loro introduzione alla vita mediocre, la vita di tutti i giorni, dove la morte ci è vicina, sì, ma senza consapevolezza, e viviamo come non coscienti. Stanghellini ricorda, tra l’altro, come il suo libro arrivi ben in ritardo rispetto alla proliferazione di memorie di guerra che c’era stata subito dopo la fine del conflitto. Proprio, penso io, per il suo tentativo di rendere comunicabile ciò che sentiva come incomunicabile, sapendo che sarebbe stato comunque sconfitto. Se già allora chi era stato al fronte comprendeva bene quanto fosse difficile far capire persino ai propri cari ciò che aveva vissuto, penso che ancora più difficile sia farlo oggi. La domanda che mi pongo è se davvero si possa considerare “architettura della memoria” ciò che viene fatto. I due termini, architettura e memoria, presuppongono una durata nel tempo e una permanenza nell’individuo che, al contrario, le iniziative “memoriali” non hanno. Sono ripetute, magari ogni anno, ma non legate tra loro; sembrano essere pensate per esaurirsi in se stesse, per il breve termine e non per il lungo. Questo è l’aspetto che si può stigmatizzare, a mio avviso. Che si tirino su edifici temporanei e non si dia il la ad una vera e propria architettura della memoria, architettura che dovrebbe avere fondamenta ben più ampie rispetto a quelle che sembrano essere reputate sufficienti.

Riprendendo il ragionamento precedente, fissare una “data del ricordo”, relegare cioè in un giorno o entro un lasso di tempo comunque limitato dinamiche complesse e assai più estese che attengono al sedimentarsi del vissuto di una comunità o di un popolo intero, dal mio punto di vista rischia di mettere alla porta un autentico processo di comprensione e innesto di certe vicende nella memoria collettiva.
Nel caso della Grande Guerra il pregio di tutto il parlare che se n’è fatto nel corso del 2014, sta magari nell’aver riscoperto storie personali, altrimenti sconosciute, il che ha anche contribuito a nuovi studi e ricerche. Ma che buona parte di queste cose siano progredite a compartimenti stagni, e in maniera perfino un po’ dispersiva, resta in me un’impressione preponderante. Qual è la tua opinione al riguardo?

La mia opinione è che la prossima volta che se ne parlerà così diffusamente sarà forse nel 2114. Come accennavo prima, il fatto è che non si sta creando una architettura della memoria, ma un’accozzaglia di elementi distinti e per certi versi autoportanti che non comunicano tra loro, e per questo non creano fondamenta. È una questione molto ampia da trattare perché sembra essere in atto un movimento di delega da parte dell’umano nei confronti della tecnologia, per cui anche la memoria finisce con il poggiare su elementi tecnici che riescono a dare, sì, punti di appoggio, ma non a legarli insieme. Si tende, credo, a pensare di creare reti senza rendersi conto che, in realtà, osserviamo e basta i puntini delle figure nel gioco della Settimana enigmistica senza unirli. Quando cerchiamo di unirli, si lascia quasi che sia la tecnologia a tratteggiare i vari segmenti. Le varie “date del ricordo” sono questi puntini, ma non si danno alle persone gli strumenti per unirli insieme e per vederne la storia. Si danno le nozioni, ma non la chiave per interpretarle. Sappiamo tantissime cose, ma non le facciamo essere presenti nella nostra vita, rimangono staccate. Per cui possiamo essere a conoscenza del fatto che bruciare la plastica sia dannoso per noi e per l’ambiente e farlo comunque; possiamo sapere che costruire su terreni in cui sono presenti falde acquifere è pericoloso e al tempo stesso farlo; possiamo forare montagne e prosciugare sorgenti, in altre parole distruggere il territorio anche se sappiamo che questo porterà problemi gravi a tutta la popolazione... Nonostante la nostra supposta conoscenza ci comportiamo da ignoranti.

In un paragrafo su Curzio Malaparte, lo storico palermitano Roberto Giardina, autore di una monografia assai densa dal titolo L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, scrive:
«Tra il padre tedesco e la madre toscana, l’adolescente Kurt Suckert sceglie la mamma. In tedesco, patria è il neutro Vaterland, che incute timore, in italiano è femminile e materna. Ma ti spinge ugualmente alla guerra e alla morte».
La frase allude evidentemente all’ondata di patriottismo che attraversò l'Europa, spingendola all’avventura della guerra. Una cosa che a leggerne ora ci risulta quasi incomprensibile ma che in quel momento fu una calamita per tanti. Perfino il fronte socialista si incrinò, arretrando malamente davanti alla necessità di difendere gli interessi nazionali. Fu l’elemento di trazione per convincere gli uomini all’impossibile, cioè morire.
Accostando l’abbaglio di allora a certe retoriche odierne, attorno a cui si è costruito uno degli artifici a mio avviso più assurdi quale “la guerra umanitaria” per dirne uno, quali considerazioni ti sentiresti di fare?

Nell’ultimo periodo ho avuto occasione di leggere un libro di Stefan Zweig, Tempo e mondo (conferenze e saggi 1914-1940; traduzione di Emilio Picco), edito da Piano B edizioni, che raccoglie articoli, discorsi per conferenze dell’intellettuale austriaco risalenti agli anni tra le due guerre. Sono riflessioni su quei tempi che finiscono per essere più che valide anche oggi. A proposito dell’entrata in guerra, racconta di come fino a poco prima sembrasse impossibile che potesse accadere una cosa del genere, che niente in apparenza faceva prevedere ciò che sarebbe successo, e che quando venne dato l’ultimatum tutti avevano comunque continuato a pensare che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Parla anche, altrove nello stesso libro, di Bertha von Suttner, una delle prime pacifiste della storia, scrittrice di Giù le armi! e attivista per la pace morta poco prima dello scoppio della guerra. È un articolo molto interessante perché pone l’accento sull’importanza di una “organizzazione della pace”, idea che von Suttner, secondo Zweig, ha rubato proprio alla guerra. Come c’è una “organizzazione della guerra”, così ci doveva e ci deve essere una “organizzazione della pace”. Il Novecento come secolo della tecnica e della tecnologia, di guerra e di pace. Più della prima che della seconda, per questioni temo di semplicità. Distruggere all’essere umano sembra estremamente più facile e persino gradevole che, non dico costruire, ma almeno mantenere. Per questo abbiamo la “guerra umanitaria”, le “forze di pace”, e via discorrendo. La “guerra umanitaria” è forse il simbolo più forte degli anni che stiamo vivendo: una evidente contraddizione in termini per rendere accettabile alla società la guerra. Non esiste guerra che possa dirsi umanitaria, ma affianchiamo queste parole per ipocrisia, per giustificare il mezzo con un supposto buon fine. La società civile si dichiara contro la guerra, ma fa un compromesso in casi ritenuti eccezionali. C’è da dire che non è facile, di fronte a qualcuno che usa la forza, la violenza, per affermarsi ed è totalmente disinteressato ad ascoltare l’altro, parlare, comunicare in modo pacifico. Basta guardarsi intorno, mettere su un canale tv a caso o leggere un giornale, ascoltare conversazioni per strada e si nota subito che, in quest’era di comunicazione, in realtà non si comunica quasi mai, ma si cerca di sovrastare l’altro con il tono di voce. Figurarsi riuscire a discutere con chi ha in mano le armi. In un mondo che sta tornando al pre-verbale, in cui le parole acquistano significato solo grazie al volume con cui vengono espresse, trovo sia molto difficile dare spazio a qualcosa di tanto civile come la pace.

Vorrei continuare a riflettere sull’idea di patria, questa parola di discendenza paterna (in italiano è femminile ma sempre porta con sé il pater). Il tedesco, si diceva, ha Vaterland (e ancora vi incontriamo la figura del padre) ma anche Heimat, parola femminile composta dal neutro Heim (casa, dimora). E poi ancora un verbo interessante heimziehen (andarsene indistintamente, senza una meta).
Insomma, nella lingua tedesca da una parte abbiamo il luogo paterno (o paternalistico), quello del mito e della retorica, su cui lo stato poggia le sue fondamenta. Dall’altra una patria dal carattere più spirituale, centro degli affetti, spesso destinata a rimanere sfuggente perché non precisamente collocabile nelle coordinate di spazio e tempo, ma soprattutto perché incapace di generare alcun obbligo per i suoi abitanti, tranne un coinvolgimento sentimentale.
Forse, in questa distinzione il tedesco è più coerente. Quantomeno sembra ammettere l’inconciliabilità con una linea soltanto paterna. Che ne pensi?

Come dici anche tu, in italiano è femminile. Questo per me sta a significare che non è una linea solamente paterna. Il tedesco sarà forse più coerente, ma l’italiano allora diviene più europeo. Unendo il luogo paterno del mito e quello materno dello spirito si ottiene un posto che abbraccia lo stesso sguardo dell’essere umano, con la patria che coincide con l’orizzonte, rendendo inutili d’un botto la politica e i confini tratteggiati coi puntini o le linette. Come italiani ci siamo sentiti uniti, prima di esserlo politicamente, attraverso una lingua ideale (ancora Zweig, in un articolo che tratta dello scrittore austriaco, pone l’accento su come la lingua possa travalicare i confini, e uno scrittore austriaco sentirsi, come dire, tedesco in virtù della comunanza linguistica «Quando si interpolava una delimitazione tra il nostro operato e quello degli autori tedeschi, quando noi, che soltanto nella lingua tedesca abbiamo la nostra patria ideale, venivamo discriminati come qualcosa di estraneo, anche se affine, sulla base del certificato di nascita. Quando artificiosamente si voleva attribuirci una connotazione particolare e peculiare sulla scorta dell’appartenenza alla monarchia e in tal modo metterci a forza in contrasto con la grande arte tedesca. Certo: anche nelle nostre scuole abbiamo imparato che esiste un’arte austriaca. Scrittore austriaco – fosse tedesco o ceco o polacco – restava chi era nato entro i pali di confine gialloneri. Qualche piccolo incidente però mostrò ben presto quanto fosse inorganico e perciò privo di valore il tentativo di un simile assunto concettuale, perché il più grande prosatore italiano, Alessandro Manzoni, è, se si vuole, un autore austriaco, dato che Milano, all’epoca in cui è nato, apparteneva all’Austria...» pag. 6) . Abbiamo avuto una patria prima che questa fosse decisa sulle carte, carte che sono sempre provvisorie, dato che non impariamo niente dal passato e continuiamo ad ammazzarci. Purtroppo anche noi lo dimentichiamo, che le cartine contano relativamente, mentre la politica le utilizza a piacimento per i suoi scopi.

In relazione al suo film, e in generale parlando del ricordo dei caduti di guerra, Ermanno Olmi ha detto una delle poche cose sensate che ho ascoltato su questo tema: «Dovremmo essere degni di onorarli cambiando il nostro rapporto con la realtà e con gli altri».
Questi ragazzi, questi uomini sono stati mandati a disperdere le loro vite. Un mio parente è morto appena diciottenne. Non ha avuto il tempo di godere di nulla, non gli è stato dato. Non credo che ci sia un modo per risarcire un tale misfatto, però noi, ha ragione Olmi, dovremmo sentire di più il nostro impegno civile, essere una collettività investita di maggiore consapevolezza. Questa forse è una via, seppure insufficiente, per riscattarli.
Mi è capitato di rifletterci diverse volte. Vorrei sapere se anche per te è lo stesso e cosa ne pensi.

Mi chiedo cosa voglia dire impegno civile, essere una collettività, come scrivi tu. A volte credo dovremmo forse darci più da fare, dovremmo cercare più contatti con altre persone, altre invece penso che anche se ognuno di noi facesse solo quello in cui davvero crede basterebbe. Non so davvero. Per essere una collettività, credo si debba ascoltare e saper stare zitti, rispettare le parole e le azioni delle altre persone, che si condividano o meno. Quante volte si vede una cosa del genere? Quante volte invece si finisce con l’alzare la voce e cercare di prendere il sopravvento su chi ci sta di fronte? Quante volte invece di idee si sentono solo urla? Abbiamo la parola ma non la sappiamo usare. Parli di riscattare le persone che hanno subito un misfatto. Non so se sia possibile farlo collettivamente. Non so neppure se sia possibile farlo individualmente. Non subiamo poi forse anche noi dei misfatti? Pensiamo alle politiche dei governi cosiddetti civilizzati, pensiamo alle misure economiche, pensiamo a come sia slegato l’esercizio di chi decide cosa fare dalla realtà vissuta ogni giorno dalla stragrande maggioranza dell’umanità, non è forse un misfatto che noi stessi subiamo? Forse allora dovremmo riscattare noi stessi, per riscattare gli altri. Forse il misfatto più grande è far sentire necessario ciò che non lo è, che sia un’idea di patria (per me travisata) o uno smartphone, un tipo di economia o le visualizzazioni e i “like” per una propria foto, etc. Sembrerà di mescolare cose di varia gravità, ma è a piccoli passi, secondo me, che si spostano i limiti umani di accettazione di quello che viene proposto. Se lo smartphone è necessario, per esso posso compiere atti che, altrimenti, non avrebbero senso, come lo stare per ore e ore di notte davanti ad un negozio in attesa dell’apertura. Altro che file per il pane. Restiamo umani, diceva Arrigoni, ma forse dovremmo aggiornare quel verbo, cambiarlo e dire “diventiamo umani”, o forse meglio “torniamo umani” (se mai lo siamo stati pienamente) intendendo con umanità quella qualità che ci rende capaci di comprendere il mondo che ci circonda e gli altri esseri viventi, umani e non, e rispettarli. Diventiamo, torniamo umani, perché spesso oggi l’essere umano sembra più distante dall’umanità che non un albero, un insetto, un invertebrato.

(Intervista di Claudia Ciardi)


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