9 luglio 2015

Fury - La guerra dei carristi




Titolo originale: Fury
Regia: David Ayer
Nazione: U.S.A.
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 134'
Anno: 2014
Sito ufficiale: www.furymovie.tumblr.com/...


Cast: Brad Pitt, Scott Eastwood, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Jonathan Bailey, Jim Parrack, Eugenia Kuzmina, Brad William Henke, Branko Tomovic, Anamaria Marinca, Christina Ulfsparre


Segnalato tra i dieci migliori film dell’anno dal «National Board of Review», con un costo di lavorazione di 80 milioni di dollari, il war movie Fury, diretto da David Ayer, è uscito in America lo scorso novembre, posizionandosi subito in testa al box office US. Ambientata nel ’45, in una Germania ormai sotto assedio e disperatamente rabbiosa, la storia si svolge senza squilli di carica né moine patriottiche, cui ci hanno invece abituati le celebrazioni di campagne vittoriose come il D-Day, l’offensiva delle Ardenne. Qui non c’è nulla di epico, non si riesce neppure ad abbracciare con lo sguardo il terreno di battaglia. Tutto appare frammentato, sconvolto, tragicamente assurdo come fu del resto in quelle settimane impossibili prima che ogni cosa giungesse a conclusione.
L’esercito americano ha l’ordine di avanzare fino alla centrale del potere tedesco. Ovunque arrivino le forze d’invasione, il paesaggio si dispiega come una raccapricciante no man’s land. E il regista, per dirci cosa sia la guerra, sceglie proprio questo livello, la strada, dove il basso ventre dei carri armati macina polvere e vite umane. È una narrazione che rasenta la claustrofobia. Lo spettatore, costretto a focalizzarsi sulla forzata precaria convivenza di cinque uomini dentro una tale macchina della morte, sente sulla sua pelle la crudezza della guerra. In un recente passato cinematografico questa prossimità tra chi osserva e chi recita la parte di soldato la si è potuta notare ad esempio nella rappresentazione di scontri fra sottomarini – anche lì spazi angusti, uomini costretti a guardare in faccia i loro limiti, comandanti capaci di azioni eroiche ma in genere soccombenti alle umane debolezze. Da un simile punto di vista, l’ultimo lavoro di Olmi si è spinto ancora più avanti, facendoci letteralmente entrare in trincea. Olmi ha messo in scena l’azzeramento dello spazio-tempo in un avamposto della Grande Guerra, inchiodando l’orizzonte sentimentale di quanti fino a allora si sono confrontati con questo tema. Come ha scritto Alessandra Kezich su «La Stampa» del 24 maggio 2015: «Con Torneranno i prati Ermanno Olmi porta a estrema astrazione la denuncia dell’inutile strage, inscenando un allucinato Kammerspiel in uno sperduto avamposto sulle vette innevate dove nulla ha più senso, a parte una residua fiammella di spirito umano. Chi un giorno vorrà riprendere il racconto dell’indicibile orrore della guerra, dovrà ripartire da qui».
Insomma, una nuova via tesa a scandagliare il profilo psicologico di quanti si trovano risucchiati da un conflitto è aperta. David Ayer aggiunge a sua volta un tassello importante. Prima di tutto perché sceglie di collocare la vicenda in un periodo storico piuttosto inesplorato, per non dire trascurato, che riguarda appunto le ultime spasmodiche contrazioni dell’impero nazista. Poche le realizzazioni filmiche, ma non così cospicue neppure le stesure libresche. Accanto all’eccellente saggio-romanzo di Antony Beevor sulla battaglia di Berlino, che coordina elementi tecnici e testimonianze personali poggiandosi saldamente su basi storiche, il resto è affidato piuttosto al resoconto militare oppure alle annotazioni diaristiche, spesso senza che le due cose siano tra loro comunicanti. In secondo luogo il regista americano si avventura in un universo altrettanto poco conosciuto che è la vita (e la guerra) dei carristi. Piccola digressione storica. I carri armati sono cosa sconosciuta ai teatri bellici fino alla prima guerra mondiale. Fanno la loro comparsa sulla Somme (novembre del ’16 – gennaio ’17), in Francia, luogo di uno dei più efferati massacri di tutti i tempi; resteranno sul campo più di un milione di soldati, contendendo il triste primato a Stalingrado. Richiesti dagli inglesi nel ’16, furono inviati in Francia in appositi imballaggi che recavano il nome di tanks (cisterne), come se si trattasse di una spedizione di contenitori d’acqua. Ritirati quasi subito per le pessime condizioni del terreno, vennero poi utilizzati in massa nel’17-’18. Tra i maggiori teorici e divulgatori della tattica dei carri va ricordato il generale tedesco Heinz Guderian (1888-1954) che nel ’38 venne nominato comandante di truppe corazzate, segnalandosi nella campagna di Francia, con le operazioni di sfondamento a Sedan; quindi come comandante di armata corazzata partecipò alla campagna di Russia e alla battaglia di Mosca. Nella seconda guerra mondiale i Panzer tedeschi erano sul piano meccanico e della potenza di fuoco superiori agli Sherman americani. Le perdite tra gli alleati furono dunque ingenti, aggravate dall’ostinazione del nemico. 
I protagonisti del film si sono lasciati alle spalle lo sbarco in Normandia e lo sfondamento delle linee francesi, che riaffiorano nei loro discorsi solo come immane macelleria – il puzzo della carne in putrefazione, carcasse di uomini e cavalli lasciate marcire sul terreno. Non c’è nulla di epico, nessun inno alla vittoria, solo la voglia di finirla presto, una disperata stanchezza che talora eccita il morale del gruppo per poi gettarlo nel più desolato sconforto. È interessante l’attenzione che viene riservata proprio allo stato d’animo, apparentemente contraddittorio, che più investe chi combatte mentre si scopre gravato dalla solitudine e dalla desolante consapevolezza della morte. Un misto di entusiasmo e abbattimento per una situazione che riguarda da vicino la propria fine, nella quale anzi è nitidamente stagliata la fine. Lo si coglie ad esempio nelle parole del sergente Don Collier (Brad Pitt), che in una pausa tra commilitoni non esita a definire l’occupazione del carrista “la cosa più bella da fare”. Consegnato senza difese alla violenza e alla precarietà dell’esistere, l’uomo si ripiega in se stesso alla disperata ricerca di un senso. Ci sono cose simili nei diari dal fronte di Robert Musil, quando descrive l’attesa dell’impatto dei proiettili e l’irrefrenabile pulsione edonistica che coglie chi sta sotto e che inconfessabilmente quasi vorrebbe andargli incontro. 
Nel film gli uomini sono prostrati, abbrutiti, snervati dall’accanita resistenza tedesca, che ancora è in grado di infliggere perdite rilevanti alle forze d’invasione. I rari momenti di tregua non bastano a ripristinare un clima se non di serenità almeno di fiducia. Pitt fa la parte del leone, in un ruolo che gli calza a pennello, sebbene non sia da annoverare fra le sue prove migliori. A conferma, se mai ve ne fosse bisogno, di non essere unicamente un bello da copertina ma un attore capacissimo e di grande versatilità.   
Altrettanto bravo ma un po’ meno credibile nel ruolo, la giovane recluta catapultata tra i veterani. Il battesimo del fuoco è per lui rapido quanto devastante. In questo caso si indulge troppo forse al giovane immacolato che spara recitando il Vangelo, già visto in altre salse, e quindi a rischio stereotipia. Fin da quando fa il suo ingresso l’inesperto Norman (Logan Lerman), sorretto dalla forza della fede, porta con sé l’aura della salvezza. Troppo scontato. Io lo avrei sporcato un po’ di più. Per il resto comunque una buona nuova pagina di cinema di guerra. 

(Di Claudia Ciardi)

   

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