20 febbraio 2016

Boris Nossik - Anna Achmatova e Amedeo Modigliani





Boris Nossik, giornalista nato nel 1931, celebre mediatore culturale nell’odierna Russia, ha iniziato la sua attività durante gli anni Cinquanta come autore di reportage dall’Inghilterra e dalla Francia per la madrepatria. La ricostruzione dell’amore fra la poetessa Anna Achmatova e il pittore Amedeo Modigliani è forse la sua opera meglio conosciuta, pubblicata per la prima volta nel ’97 e edita in Italia dalla casa editrice Odoya. Si tratta di un racconto piuttosto articolato dove si dà ampio spazio alle citazioni letterarie, non solo i versi dell’Achmatova ma anche le testimonianze dei suoi contemporanei, attestanti le numerose passioni suscitate da quella singolare personalità femminile, e ovviamente le lettere e i pensieri di Modigliani, che tra l’altro era pure poeta e neppure di poco talento. Nelle pagine di Nossik prende corpo un’estesa galleria di figure, cui in qualche caso si fa perfino fatica a tenere dietro, tanta è la sua vastità situata alla confluenza di due mondi, il russo e quello parigino del primo decennio del Novecento, alla cui ombra peraltro viveva buona parte dell’intellighenzia russa del tempo. Questa Parigi d’anteguerra, rifugio di talenti, molti dei quali all’epoca dell’incontro narrato dal nostro autore non ancora rivelati o consacrati – del resto le cose stavano così anche per lo stesso Modigliani – appare come trasfigurata e sospesa, cornice di una tela che non si decide a sviluppare il proprio soggetto. 
Sotto i nostri occhi acquista un’inquietante spessore La Ruche, ribattezzata “l’alveare”, casa maledetta dei bohemienne che approdavano nella metropoli in cerca di fortuna. Luogo che l’Achmatova rifuggiva, per quanto Modigliani tenesse a farglielo visitare. Troppe esistenze miserabili ma anche troppi russi che avrebbero potuto riportare qualcosa al marito, quel Nikolaj Gumilëv che mai si rassegnò all’amore non ricambiato della poetessa, cocente delusione coniugale sfociata nel divorzio del 1918. Della bizzarra dostoevskiana residenza di artisti, il suo noto inquilino Marc Chagall ebbe a scrivere: «Qui o si moriva di fame o si diventava famosi». Non pochi riuscirono nell’impresa pagando tuttavia un prezzo altissimo in termini di sacrificio personale. In qualche caso l’epilogo fu la morte. Sull’orlo del suo riconoscimento anche Modigliani fu ghermito dalla scura signora, minato nel fisico debole per natura da anni di privazioni e vita sregolata. 
Sebbene non ami troppo il genere delle biografie romanzate, devo riconoscere che Nossik ne esce piuttosto bene, rendendo la lettura scorrevole senza scadere nella caricatura di certi dettagli del rapporto tra i due artisti che, in mancanza di fonti, possono essere solo arguiti. La sua penna si muove con leggerezza e disinvoltura ed è in grado di renderci estremamente familiari ambienti tra loro assai diversi da Carskoe Selo, attraversato dal tumulto della storia e dalla fascinazione letteraria, al caffè della Rotonde, memorabile angolo di Montparnasse e rifugio per i russi nel corso di quasi tre decenni. Pare inoltre molto abile nel recupero della atmosfera liricamente disperata dello shtetl orientale europeo dal quale tanti creativi parigini erano fuggiti spesso in modo più che rocambolesco. Capita ad esempio che si avventuri con coinvolgente realismo nelle rugose contrade di Smiloviči, villaggio natale di Chaïm Soutine, incastonato in due pagine di grande bellezza, forse perché da lì provenivano anche gli stessi genitori di Nossik. Direi che Soutine riceve nel libro un’investitura da semi protagonista, se mi si concede l’espressione; amico di Modigliani, forse il più fedele nella giostra parigina, e vicino allo scrittore in virtù delle origini bielorusse, è al centro di un ritratto commovente, imponendosi alla memoria del lettore quasi più dell’amore giovanile scelto come fulcro della trama.  
In generale tutti i passi che ci riconducono alla primitiva intimità e integrità delle radici di coloro che formano questo sfaccettato affresco di inizio secolo, siano i villaggi degli esuli ebrei o l’infanzia della Achmatova nei mesi di villeggiatura sulle rive del Mar Nero o quella di Modì nella nativa Livorno, questi frammenti si insinuano nelle mani del lettore come vetri colorati e camminano simili a fiabe animate da vita propria. C’è qualcosa di perfettamente mistico nelle monellerie della Achmatova, bambina sulle spiagge di Crimea, in attesa del rientro dei pescatori, colori e giochi che ricordano un Babel’ adolescente, impegnato nel proprio autoritratto quando una ventina d’anni dopo stenderà i suoi Racconti di Odessa. Questa Achmatova che vede i sogni degli altri e ha indicibili presentimenti, quasi sempre veritieri, sonnambula sul tetto della casa di Carskoe Selo, nuotatrice provetta tra i laghetti della sonnacchiosa reggia, scaltra e sinuosa rusalka, non strizza affatto l'occhio al cliché della poetessa dotata di poteri fuori dal comune. Siamo invece davanti a un vestito perfettamente cucito addosso a un personaggio che fu davvero così e non poteva essere altrimenti, in Russia allora. Questa fu la Achmatova agli occhi delle amiche che la conobbero, come chi la descrive in chiesa a Kiev, il volto immerso nell’ombra, come una santa, questa fu per Gumilëv, il marito cantore eclissato all’indomani del suo esordio letterario, lei che era l’incarnazione di una forza assoluta del sentimento riversato in poesia: «nei suoi versi si rivelò subito ciò della cui mancanza rimproveravano allora (e tuttora rimproverano Gumilëv): la lirica autentica, il sentimento profondamente vissuto».
Lavorava ai suoi versi in segreto la giovane Anna Gorenko, aveva perfino pudore a leggerli in pubblico pur cosciente del proprio valore. Se ne stava così, bellissima e inaccessibile, alla “torre” di Vjačeslav Ivanov, il poeta e filosofo pietroburghese nel cui appartamento era solita incontrarsi l’élite letteraria. Non diceva una parola ma il suo enigma bastava a mettere ogni cosa in risonanza. 
Il 1910 e la primavera successiva sono gli anni dell’incontro e dell’amore con Modigliani. Sebbene non ne restino tracce evidenti – le donne sanno custodire molto bene e con intelligenza certi segreti, specie quando ciò che si prova è autentico – si sa che l’incontro in qualche modo ha tenuto a battesimo la fioritura artistica di entrambi. Per la Achmatova fu la pubblicazione della prima raccolta poetica e la gloria in patria; fin dall’esordio alcune sue liriche erano declamate addirittura nella lontana e selvaggia Bessarabia. Per Modigliani fu il più maturo compimento del suo lavoro, nonostante la sua cometa sia scomparsa dai cieli terreni molto più velocemente di quella dell’amica poetessa. E in effetti, essendo stato l’astro della Achmatova più durevole, diciamo che la cronaca di Nossik si apre con non minore partecipazione empatica, rispetto ai capitoli le precedono, alle innumerevoli traversie della poetessa in patria, lasciandola sul gradino del tardivo riconoscimento all’estero. Un racconto struggente che si sintetizza nel furto di quasi trent’anni di questa vita straordinaria, ostracizzata e poi riabilitata e infine di nuovo estromessa dalla cultura del proprio paese. Furto nel quale si inseriscono episodi drammatici che danno la misura della violenza delle campagne denigratorie in atto nella Russia staliniana. Spie appostate nel cortile di casa, agenti del servizio pedinamento sempre all’erta: la Achmatova era inavvicinabile dagli ospiti stranieri e dai suoi connazionali sospettati di avere rapporti con gli occidentali. E poi ancora, il fattaccio legato alla persona di Boris Ejchenbaum, suo antico ammiratore e autore del primo libro entusiasta sulla sua poesia. Professore universitario con diversi incarichi, un libro su Tolstoj da finire, una famiglia da salvare, non ebbe il coraggio di opporsi alla risoluzione dell’agosto ’46 ai danni dell’Achmatova. Il povero Boris non salvò niente, tradì l’amica, perse il posto, sua moglie morì l’anno successivo, e lui stesso fu incluso in un nuovo gruppo da colpire di lì a poco insieme ad altri letterati ebrei. Se avesse avuto il coraggio di levare la sua voce per Anna Achmatova le cose per lui sarebbero andate meglio? No, di certo. Ma come uomo sì, la sua sincerità di uomo non sarebbe stata intaccata, salvando l’amicizia avrebbe comunque salvato qualcosa. Avrebbe tentato di mettere al riparo l’anima di una rusalka dalla burrasca e forse la sorte gliene sarebbe stata riconoscente, chi può dirlo. Magari avrebbe guadagnato il rispetto del nemico, per quel che poteva valere.
Al di là dell’incontro amoroso tra due grandi, che in sé potrebbe anche deludere, è un libro che consiglio soprattutto per le atmosfere, l’incisività con cui epoche, ambienti e psicologia dei personaggi sono rese nella massima fedeltà storica ma anche con sincera devozione sentimentale da parte dell’autore.

(Di Claudia Ciardi)


Boris Nossik, Anna e Amedeo,
traduzione di Emanuela Guercetti,
Odoya, 2015 


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